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LA ROTTA D'EUROPA
Le crisi senza Unione
di Rossana Rossanda
OGGI IN EDICOLA
giornale martedì 07 febbraio 2012
Ottobre 2011
 
 
 
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dal 18 Ottobre

a 3€ con il manifesto, a 1,70€ più il prezzo del giornale negli altri giorni
 
Tunisia, la vertigine di poter scegliere
di SERGE HALIMI
Fissione nel cuore del nucleare francese
di TRISTAN COLOMA
 
 
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Siamo vivi, grazie a voi
La prima pagina è decisiva, segna la posizione del manifesto sul fatto più importante della giornata. Guardate la prima, ma andate subito alla seconda e terza pagina.
Diamo ai compagni e lettori il rendiconto di come il loro intervento ci abbia fatto superare l’ultima (ma direi la più recente) crisi di questo giornale che nei suoi trentotto anni di vita è stato salvato almeno quaranta volte dal vostro intervento.
Siamo sopravvissuti e vi diamo conto di come abbiamo speso i vostri soldi per pagare i fornitori, tipografi e anche noi del collettivo, che dopo tanti mesi di vuoto e di arrangiamenti abbiamo ricevuto lo stipendio di dicembre, e persino la tredicesima.
Bene. Un buon inizio di questo 2009. Ma la partita non è affatto conclusa. Adesso dobbiamo (dovete) darci sotto con gli abbonamenti. Gli abbonamenti sono un’anticipazione di fiducia e di quattrini. Direi che non solo il vostro aiuto, ma anche la vostra scommessa che questo benedetto manifesto arrivi vivo e vegeto al prossimo 2010.
La crisi della sinistra continua a imperversare, quasi che la attuale e gravissima crisi del capitalismo voglia noi come prime vittime sacrificali. Però. Però c’è un però di speranza. Questa crisi segna la fine del lungo ciclo del neoliberismo trionfante e del libero e scatenato sfruttamento del lavoro, con la paura per sopravanzo di perdere la sua condizione di sfruttato per essere disoccupato. Questo ciclo di libero e crescente sfruttamento e demolizione delle forze di sinistra ha avuto il suo trionfante avvio nel 1989 (due secoli esatti dopo la rivoluzione francese) con il crollo dell’Unione sovietica, già fatiscente e respingente (qualcuno di voi ricorda la radiazione del piccolo gruppo del manifesto dal Pci?). Quel ciclo sembra chiuso, oggi è il neoliberismo che perde sostanza e credibilità. Abbonatevi dunque: abbonarsi oggi significa investire nel rilancio (direi resurrezione) della sinistra in Italia e nel resto del mondo.
Valentino Parlato
 
 
I soldi e le idee: un mezzo miracolo
Rieccoci. Care lettrici, cari lettori, amici e compagni, sottoscrittori: chi non muore si rivede, in senso letterale. Il manifesto è vivo anche se malaticcio, come sempre, ma il fatto che siamo ancora qui a parlarci è la testimonianza che i miracoli sono possibili e questo miracolo l’abbiamo fatto insieme, noi del collettivo di via Bargoni e voi dalle cento città. All’inizio di settembre in pochi avrebbero scommesso sulla possibilità che il giornale, nato ormai 38 anni fa da una costola del Pci e da una costola del ‘68, potesse superare l’anno e invece siamo sempre qua. Bisogna essere realisti, però, sulla possibilità di lasciarci alle spalle la crisi più difficile della nostra storia, dopo la condanna a morte decretata dal tribunale speciale di Palazzo Chigi. Abbiamo superato l’anno ma la nottata non è finita, anche se qualche spiraglio di luce si intravede in fondo al tunnel, che comunque resta lontano. Per essere precisi, avevamo detto che per farcela avremmo avuto bisogno di 4 milioni di euro. Ne abbiamo raccolti 2.370 mila nelle forme che preciseremo in questo articolo, un’enormità in una stagione di crisi dell’economia, della società e, last but not least, della sinistra. Per questo la sottoscrizione e le iniziative a sostegno del giornale continuano e un appello speciale lo dedichiamo agli abbonamenti: in questo gennaio ci aspettiamo da voi la stessa solidarietà (con noi e con voi che pensate che la Storia non sia finita) dimostrata finora. Poche chiacchiere, passiamo ai numeri.
In tre mesi di campagna «Fateci uscire» si è attivata una rete straordinaria di sostegno al giornale che ha prodotto migliaia di sottoscrizioni individuali (almeno 6-7 mila). Ai singoli bonifici bancari si sono affiancate assemblee politiche in 66 città; 72 cene dai menù più disparati, dal locale al globale, dall’etnico al terzomondista; 29 concerti di gruppi, bande, cantautori, menestrelli, letture di poesie e pièce teatrali; 4 aste di quadri, acquarelli, tavole, fumetti; infine, il bambino con il pugno chiuso della «rivoluzione non russa» è riuscito a infiltrarsi in altre 11 assemblee, concerti e spettacoli organizzati con altre finalità ma aperti alla campagna del manifesto. Per non parlare delle tombole natalizie. Mai come questa volta, in quattro decenni di campagne di sostegno al giornale senza padroni, partiti e quattrini, tante migliaia di persone di ogni età si sono mobilitate al nostro fianco con iniziative sempre autopromosse nei territori, in Italia ma anche in Germania, in Grecia, in Palestina. A spanne possiamo dire che almeno 15 mila persone, forse addirittura 20 mila, hanno contribuito alla salvezza momentanea del giornale.
Prima di entrare nel merito di quel che abbiamo detto e soprattutto ascoltato nel nostro giro d’Italia, o di come continuare la mobilitazione, torniamo ai numeri. Con una premessa: le cifre che vi comunichiamo non sono precise perché tra ritardi nella raccolta di informazioni e nei canali attraverso cui le vostre sottoscrizioni giungono nelle nostre casse, e il superlavoro a cui la nostra amministrazione è stata (per fortuna) sottoposta, non siamo ancora in grado di fare un bilancio definitivo. Tanto più che le sottoscrizioni, ripetiamo, continuano ad arrivare e, siamo convinti, il flusso continuerà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi così come le iniziative di sostegno, alcune delle quali sono già in agenda. Soltanto qualche giorno fa, in una cena nel basso Trentino sono stati raccolti 1.650 euro tra i 75 partecipanti. Per fare un esempio sull’impossibilità di fornire cifre precise, non sappiamo ancora con certezza quante copie del manifesto a 50 euro abbiamo venduto, siamo solo in grado di dire, con un po’ di prudenza, che ci hanno portato un introito netto (cioè esclusi i costi di distribuzione, a partire dalla percentuale finita nelle tasche degli edicolanti e dei distributori) di almeno 600 mila euro. Un risultato difficilmente prevedibile.
Fatte tutte queste premesse, nell’arco di tre mesi e fino al 31 dicembre abbiamo raccolto almeno 1 milione, 663.752,84 euro. Attenzione però: una parte di questi soldi, circa 330 mila euro, vanno inquadrati sotto la voce abbonamenti. Certo, sempre soldi sono e importanti, perché rappresentano un investimento per il futuro. Possiamo così dire che la sottoscrizione «pura» finora contabilizzata è di 1 milione, 331.004 euro. Se sommiamo sottoscrizioni, abbonamenti e introiti derivati dal numero a 50 euro ecco raggiunta la cifra di 2 milioni, 363 mila euro. Uno sproposito, ma pur sempre 1 milione, 637 mila euro al di sotto dell’obiettivo.
Ecco come mai siamo vivi ma non ancora salvi. La sottoscrizione, e lo sblocco del
finanziamento pubblico per il 2008 di cui diamo conto diffusamente nell’articolo di Giancarlo Aresta, ci ha consentito di regolare alcuni conti in sospeso. Conti pesanti. Con le tipografie abbiamo sventato il rischio che venissero bloccate le rotative, con le cartiere quello di ridurci esclusivamente a un giornale on line, pagando un po’ di arretrati così come abbiamo fatto con le Poste affinché non venisse sospeso il servizio di consegna degli abbonamenti postali. Anche il proprietario della sede di via Bargoni in cui lavora il nostro collettivo ha potuto respirare, e dunque ci ha lasciato respirare. Molti dei nostri creditori, peraltro, devono fare i conti con una crisi pesante e con un sempre più difficile accesso al credito. Infine, dopo aver accumulato fino a sei mesi di ritardo negli stipendi ai lavoratori del manifesto, siamo riusciti a metterci in regola. Persino con la tredicesima. Possiamo riassumere così l’utilizzo dei vostri soldi e di quelli arrivati dalle prime due tranche della legge sull’editoria: il 40% circa è andato ai fornitori, un altro 40% al lavoro e il restante 20% è stato speso per motivi legali, fiscali e contributivi.
Alcune considerazioni sulle sottoscrizioni ci confermano che, rispetto ad altre decine di campagne per la sopravvivenza del «bene comune», questa volta è aumentato il numero dei donatori ed è diminuito il valore medio dei versamenti. Per due ragioni, probabilmente: la crisi sta picchiando duro anche sui nostri lettori e lettrici e, contemporaneamente, si è allargata in senso popolare la nostra base di sostegno. Il 65% dei contributi individuali è al di sotto dei 100 euro e solo in 68 hanno versato 1.000 euro o più. Il contributo individuale maggiore è di 8.000 euro, quelli collettivi di 10.000 (alcune strutture di categoria della Cgil). Un altro effetto decisamente positivo della campagna «fateci uscire» è l’aumento del flusso pubblicitario da parte della Cgil.
Dunque, si è allargata la nostra «base sociale» che insieme al collettivo redazionale rappresenta la proprietà del manifesto. Da quel che rimane delle forze politiche (e delle organizzazioni sociali) di sinistra, invece, è arrivato ben poco. Dalle assemblee e da tutti gli incontri che si sono svolti fin qui emerge una domanda forte: di condivisione delle scelte del giornale, oltre che di un’informazione puntuale su come siamo messi, dal punto di vista economico e dal punto di vista politico. In una fase di straordinaria crisi delle sinistre e, più in generale, nella difficoltà di ricostruire un pensiero di sinistra in un’Italia segnata dall’egemonia culturale della destra, si accrescono ruolo e responsabilità della nostra impresa collettiva. In molte città le compagne e i compagni ci hanno spiegato che le iniziative del manifesto sono ormai le uniche in cui torna a incontrarsi chi, a sinistra, da tempo ha smesso di frequentarsi e di costruire un lavoro comune. Di questo stiamo discutendo al nostro interno: di come strutturare e valorizzare la rete di sostegno (stanno nascendo spontaneamente alcuni circoli di amici del manifesto) che vive intorno al giornale e lo fa vivere. Anche per questo abbiamo rilanciato il sito on-line, aprendolo al confronto con voi. Vi giriamo una domanda centrale: perché molti che ci dicono «dovete vivere, guai se chiudete» e mettono mano al portafogli non ci comprano quotidianamente?
Abbiamo bisogno non solo del vostro sostegno economico (le sottoscrizioni al manifesto sono come i rotoloni Regina, non finiscono mai), ma anche di tutta la vostra intelligenza e della vostra volonta. Per cambiare lo stato di cose esistenti, naturalmente.
Loris Campetti
 
 
La tela di Penelope
A gennaio 2009, la partita dei contributi diretti all'editoria è completamente da riaprire. Sette mesi di aspra battaglia delle idee – dal Decreto Tremonti del giugno 2008 alla Finanziaria 2009 del 22 dicembre – hanno partorito un topolino: una proroga di un anno (il 2008) della cancellazione del «diritto soggettivo», lo slittamento alla primavera 2009 della sentenza, che decreterà la morte di decine di testate cooperative, non profit e di partito. Di questo molti sono consapevoli, mentre altri sono resi stupidi dal fatto di aver ottenuto qualche privilegio: quei giornali di partito, che si beano di aver negoziato criteri di erogazione 'speciali' nella nuova versione del Regolamento, predisposta dall'on. Bonaiuti, senza rendersi conto che l'abolizione del «diritto soggettivo» li tocca direttamente, e perciò «la campana suona anche per loro».
In questi mesi, è successo anche altro. Beppe Grillo ha concluso con un pieno insuccesso la sua campagna di raccolta di firme per un referendum sull'abolizione dei contributi pubblici all'editoria: e non ha avuto nemmeno la dignità di controbattere pubblicamente e in modo diretto ai nostri argomenti, che documentavano come questa iniziativa finiva con il cancellare tanti giornali autogestiti e favorire il processo di concentrazione in atto nella carta stampata. Il Parlamento si è espresso più volte, con il consenso di tutte le forze politiche, per il ripristino del «diritto soggettivo»; ed ha accettato – nel Disegno di Legge sulle attività produttive (ora all'esame del Senato, come Ddl 1195) – solo a seguito di grandi pressioni del governo di prorogarlo di un anno, definendo insieme l'obbligo di sottoporre il nuovo Regolamento al «parere vincolante» delle commissioni di merito e di bilancio di Camera e Senato. L'Assemblea dei deputati, inoltre, ha votato – nella stessa proposta di legge – la cancellazione dei contributi indiretti per tutte le testate di proprietà di società, che ripartiscono gli utili tra i loro soci. Il Senato, infine, nella seduta dell'11 dicembre 2008 ha impegnato il governo con un ordine del giorno ad «intervenire tempestivamente con congrui provvedimenti nella direzione del reperimento di risorse adeguate...., al fine di garantire il 'diritto soggettivo' ai contributi per le testate giornalistiche aventi diritto».
La scelta del Parlamento è, pertanto, chiara; ma il governo ha – per l'intenzione dichiarata del sottosegretario all'editoria Bonaiuti – la volontà di cancellarla.
1. Da dove ripartire
In questi giorni, vanno in discussione al Senato il Decreto mille-proroghe e il Disegno di legge sulle attività produttive. Nel contesto di questi provvedimenti è necessario dare efficacia agli orientamenti del Senato ripristinando il «diritto soggettivo», o, almeno, stabilire che la moratoria sulla sua cancellazione venga estesa di un altro anno, fino a comprendere i bilanci 2009 delle imprese beneficiarie. Il Parlamento deve far sentire la sua voce, soprattutto in presenza di un'iniziativa già annunciata del governo, tesa a salvaguardare i grandi editori, ristabilendo lo status quo nei contributi indiretti. Sarebbe, infatti, una vergogna se tante testate autogestite o di partito venissero spinte sull'orlo della chiusura, a causa di tagli al Fondo editoria del 32,7%, mentre i grandi gruppi continuano ad avere consistenti aiuti di Stato, che incrementano i loro utili.
2. Lavorare subito per una vera riforma
Con il Regolamento, il governo vorrebbe sostituirsi al Parlamento nel definire nuovi criteri di erogazione dei contributi. Una ipotesi che abbiamo già definito inaccettabile, e che è viziata da un pregiudizio di incostituzionalità. Ma che risulta ancora più immangiabile, dopo aver toccato con mano che il testo predisposto – nelle sue successive versioni e a seguito degli ulteriori annunci di variazione fatti dal sottosegretario all'Editoria – abdica in modo completo ad ogni pretesa di rigore e non cancella nessun abuso, anzi ne crea di nuovi.
Si permette, infatti, ai giornali di 'movimento politico' (Libero, il Foglio, il Riformista, Torino cronaca ed altri) di continuare ad accedere ai contributi, senza l'obbligo di trasformarsi in cooperative di giornalisti. Si lascia che ai giornali di partito (anche contro l'esplicito mandato dell'art. 44 del Decreto Tremonti) i contributi vengano erogati sulla base delle copie stampate in tipografia, anziché di quelle «distribuite». E gli si permette di non avere alcun obbligo di far corrispondere alla tiratura una vendita effettiva (nemmeno il misero 15% previsto dal nuovo Regolamento). Si allentano i controlli, tesi ad evitare che più testate dello stesso gruppo ricevano contributi. Si vorrebbe cancellare il limite del 30% di entrate pubblicitarie sui costi, come condizione di accesso alle provvidenze pubbliche. Infine, ci si propone di abolire il tetto posto nella prima bozza ai contributi per singola testata.
Il governo, inoltre, vorrebbe cancellare, nel Decreto sulle attività produttive, la norma che esclude dai contributi indiretti le testate di proprietà di società profit.
Si tratta, a questo punto, di un Regolamento che non elimina sprechi e abusi, non fa differenze tra veri e falsi giornali, vere e false cooperative, giornali di partito presenti in edicola e fogli di partito fantasma. Non riduce in alcun modo i costi. E non serve a nulla. Secondo il governo, dal Disegno di legge sulle attività produttive andrebbe escluso anche il parere vincolante delle commissioni parlamentari sul Regolamento.
La via più semplice è un'altra. Prendere atto che il governo sa solo fare tagli indiscriminati; è incapace di scegliere. Azzerare un Regolamento che crea nuovi spiragli per i furbi, ripristinare il 'diritto soggettivo', come ha chiesto in più occasioni il Parlamento (o, almeno, conservarlo per tutto il 2009) e mettere mano a una vera riforma, che intervenga sulle grandi nuove questioni aperte dalla crisi e cancelli gli abusi, producendo risparmi consistenti, ma nello stesso tempo ricostituendo nuove certezze per l'editoria autenticamente cooperativa e di partito, a tutela del pluralismo.
Giancarlo Aresta
 
Ecco come potete partecipare alla nostra campagna di sottoscrizione:
-On line, versamenti con carta di credito sul sito ed è il metodo più veloce ed efficace.
-telefonicamente, sempre con carta di credito, al numero 06-68719888, o via fax al numero 06-68719689. Dal lunedì al sabato, dalle ore 10,30 alle 18,30. Dove potete telefonare anche per segnalare, suggerire e organizzare iniziative di sostegno.
-Con bonifico bancario presso la Banca popolare etica – Agenzia di Roma – intestato a il manifesto – IBAN IT40K0501803200000000535353.
-Con Conto corrente postale numero 708016, intestato a il manifesto Coop. Ed. Arl. - via Bargoni 8 – 00153 Roma.
FATECI USCIRE
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  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
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    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
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