mercoledì 18 settembre 2013
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Antonio Migliore
Le parole sono importanti.
 
 

Le parole sono importanti. Saperle mettere insieme, usarle con parsimonia e in maniera appropriata lo è ancora di più. Farne a meno, in certi casi, sarebbe lodevole. Nell'era di internet è meglio essere più savi con le parole: la loro velocità di diffusione è temibilissima per chi le dice o scrive senza il dovuto rispetto. Tempo fa lo scrittore Roberto Saviano, invece di scusarsi per aver messo un apostrofo di troppo in "qual è" nel suo account Twitter, ha preferito concludere l'inevitabile dibattito sentenziando (più o meno) «L'ha usato Pirandello, posso usarlo anche io!» Prima regola: prima di scrivere e dire qualsiasi cosa, valuta il contesto e pensaci tante volte quanti sono i tuoi followers. In questi tempi di internettiano vagare, anche se stai tenendo una conferenza stampa su un'isola deserta con un pugno di amici, una tua dichiarazione presuntuosa o inesatta ci mette un tweet per diffondersi in tutto il mondo. È quello che è successo al viceministro del lavoro Michel Martone che, se fino a qualche decina di minuti prima l'aver affermato «Se a 28 anni non sei ancora laureato, sei uno sfigato» era uno sconosciuto che vagava anonimamente per i corridoi del suo ministero, d'improvviso per tutti gli internauti costui è diventato «quel vice-idiota, figlio di papà - lui che ne sa!». Seconda regola: ci mette meno a fare il giro del mondo una cosa che hai detto sbagliata che dieci cose dette giuste. Una delle parole chiave di questi ultimi anni è "velocità". Ogni informazione, grande o piccola, importante o inutile, si propaga nella rete con una velocità incontrollata. Niente di nuovo fino ad ora. Ma in questo mondo super veloce qual è il valore della parola? Nella sua "Grammatica della fantasia" Gianni Rodari immagina che le parole sono come sassi che gettati nello stagno/mente sconvolgono l'ambiente in cui penetrano, provocando tutta una serie di reazioni a catena. Nel mondo dei social network, di Twitter in particolare, dove per "esistere" devi lanciare parole in un mare di chiacchiere sperando che un qualsiasi pinco pallino le legga, la parola sbagliata, nella sua efferatezza fatta di pixel, diventa più pesante quanto più veloce, sconvolgendo la sensibilità dei moralisti della grammatica che, col solo ausilio di Google, vivono per screditare chi sbaglia anche per un semplice errore di distrazione. Se un tempo errare era umano, oggi per l'internauta medio, grazie soprattutto al correttore ortografico automatico, l'errore è diventato imperdonabile.
 
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