mercoledì 18 settembre 2013
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Flavia Gasperetti
 
Stradetta su google
Sapevo che sarebbe potuto succedere dal giorno in cui abbiamo visto la macchina di Google ripassare in retromarcia fuori dal cancello. E allora ogni tanto ho controllato, in questi ultimi mesi, e controllando non sapevo mai cosa avrei visto e che effetto mi avrebbe fatto vedere. Poi è successo.
Sulla piattaforma Streetview, in una qualsiasi stradetta, a senso unico, chiusa da un lato, di un qualsiasi paesino. C'è un giardino qualsiasi. E nel giardino ci siamo noi. Sgranati, pixellati, già parzialmente oscurati. Siamo mero sfondo, non il soggetto, prodotti collaterali dell'azione vera, la strada. Forse a Google non si può davvero rimproverare niente. Chi può sapere che siamo noi? Noi di famiglia, noi. Chi può sapere che era settembre, e a chi importa? A noi, solo a noi. Lì per lì ci abbiamo anche scherzato, ci pareva un'idea esilarante. ‘Nonno! Ti si vedrà su Google Earth!'. Ma lui era malato e in disarmo, e mancavano solo poche settimane, e questa era una cosa che sapevamo senza sapere. O che sapere era triste e allora ci eravamo risolti di non saperlo. C'è tutta questa tristezza fortuita, condensata in una immagine digitale di un punto a caso del globo, ed è la sua casualità a renderla ancora più triste. Non so cosa provo a sapere che è lì, visibile per tutti, anche se nessuno la vedrà perché a chi verrebbe in mente di cercare? Solo a noi. Mi informo sulla procedura per ottenerne l'oscuramento, anche se non ho ancora deciso se è questo che voglio davvero - c'è questa vocina che mi tormenta, dice ‘nel bene e nel male, è la nostra ultima foto insieme'. Mi informo e intanto penso, cosa gli dico se mi chiedono perché? La Privacy, posso argomentare, siamo in un giardino privato, non sulla strada. Posso dire la parola Privacy con la P maiuscola e a chiunque sarà chiaro cosa voglio dire. Preparo una lista mentale di possibili obiezioni sensate da presentare al web team di Google. Non posso dire loro le cose vere. Non posso dirgli ‘lo sapete cos'è una fotografia per una persona nata nel 1919?' Lo sapete che è un avvenimento, una foto? E che all'incontro con l'obbiettivo ci si presenta col vestito della festa, sfoggiando il più bel sorriso?' Ci si presenta così, a testa alta, a chi guarderà la foto, a chi ci vuole bene, e alle generazioni future che non ci avranno conosciuto se non attraverso quell'immagine, e anche questo è bello. Ci si raddrizza e ci si spolvera la giacca, per salutare quei figli ancora non nati, perché un giorno possano dire ‘guarda, ho il suo naso'. Come la spiego, ad un ingegnere del web, l'amarezza di pensare che la sua ultima foto sia questa? Come fargli capire che un obbiettivo senza occhio umano dietro a dirigerne il fuoco, a imprimere senso alle cose, ha carpito, senza volere perché appunto non c'è volontà, un'immagine di disumanizzata impudicizia? Non posso dirgli ‘Lo sa che quest'uomo conosceva la pellicola, e le gelatine, e l'odore degli acidi di sviluppo prima ancora che lei fosse nato?' E che sviluppava le foto nella tazza del gabinetto, pensi un po', ed era un altro mondo, prima del pixel, prima che la foto digitale abdicasse al dovere di essere tendenziosa, prima di Streetview, e prima di lei. Privacy, gli dirò che è per tutelare la Privacy.
 
Alias:11 settembre, Ground Zero. La guerra in Afghanistan  Ultraoltre: intervista a Massimo Guerrini autore di Murasaki Baby Ultrasuoni: la scena di Manchester Ultrasport Action City, le attrezzature per lo sport nei luoghi pubblici: intervista al prof. Antonio Borgogni
 
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