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Zetape fine di un'era
Aldo Garcia
il manifesto 2011.04.07
 
È assai singolare la situazione che si è venuta a creare in Spagna dopo l'annuncio di José Luis Rodríguez Zapatero che non sarà lui a guidare il Psoe nelle elezioni politiche del 2012. Reggerà la sfida in Parlamento con i Popolari di Mariano Rajoy nell'ultimo anno di legislatura ma sarà un altro a disputare il match in cui in ballo c'è il terzo mandato consecutivo a guida socialista. Quanto al metodo della successione, è probabile che vengano usate le «primarie» con qualche accortezza maggiore rispetto a ciò che accade nell'italico Pd (voteranno, come nel caso recente che ha scelto il candidato socialista per la Comunidad di Madrid, solo gli iscritti al Psoe).
 Si chiude così un ciclo politico iniziato nel 2000 con la conquista - a sorpresa - della segreteria del Psoe e consolidatosi nel 2004 con la leadership di governo. Con l'uscita di scena tra un anno di Zapatero esce però ammaccato pure quel «socialismo dei cittadini» che era l'idea-forza con cui il leader socialista aveva cercato di voltar pagina rispetto all'epoca di Felipe González (premier dal 1982 al 1996). 
Zetape, come lo chiamano in Spagna, pensava che nell'epoca della globalizzazione economica e della fine dei vincoli interni in economia una nuova idea di socialismo andasse praticata più sul terreno della democrazia politica, dei diritti e della laicità rispetto alle tradizionali politiche socialdemocratiche di welfare all'insegna di piena occupazione e ridistribuzione dei redditi. La Spagna del dopo José Maria Aznar, tornata per otto anni a una politica di destra estrema, sembrava la società ideale per praticare quel nuovo socialismo che aveva nel filosofo Philip Pettit il teorico ispiratore. 

 La prima legislatura di Zapatero ha avuto il vento in poppa, favorita dagli autogol di Aznar dopo l'attentato terrorista dell'11 marzo 2004 alla stazione ferroviaria di Madrid e da un decennio di ininterrotto sviluppo economico. Le leggi all'insegna della laicità (il matrimonio gay in primis), l'attenzione alle politiche sociali a favore delle donne, l'abbattimento delle statue franchiste, la riapertura del dibattito sugli anni della guerra civile, il sostegno economico fornito ai settori disagiati (il cosiddetto «quarto pilastro» del welfare), il ritiro immediato dall'Iraq, erano diventati una bandiera di riferimento anche da noi in Italia, condannati come siamo all'eterno centrismo che produce né riforme economiche né riforme sui diritti. 
 
Nel 2008, anno della conferma elettorale, i venti della crisi economica assomigliavano inoltre più alle brezze di mare che a un ciclone. Zapatero, che in quel momento era all'apice della sua carriera e della capacità di controllo del Psoe, fece però l'errore fatale di sottovalutare la dimensione della crisi economica in arrivo. Anche se è indubbiamente vero che le decisioni economiche per ogni singolo paese del vecchio continente le prende la Banca europea, il «socialismo dei cittadini» si scoprì subito nudo di fronte alla crisi non avendo una sua politica trasformatrice che aggredisse il modello economico. Gli ultimi tre anni sono stati un calvario per Zetape: riforma penalizzante delle pensioni, riduzione dei salari pubblici, disoccupazione al 20%, stop alla crescita economica. Il leader socialista è diventato via via il parafulmine della fine dello spanish style degli anni Duemila. Qualcuno, per sbeffeggiarlo, dice perfino che l'abbandono della segreteria del Psoe gliel'abbia consigliato la cabala: Aznar vinse al terzo tentativo contro González, quello di Rajoy nel 2012 sarebbe stato proprio il terzo corpo a corpo con Zapatero.

 Zetape mantiene tuttavia un suo stile nel momento del passaggio di mano. «Quando fui eletto presidente del governo nel 2004 - ha detto nella riunione del Comitato federale del Psoe di sabato scorso - pensavo che due legislature fossero il periodo ragionevole durante il quale potevo aspirare di essere alla guida dei destini del paese. Due legislature. Otto anni. Non di più. Permettetemi che aggiunga che pensavo anche che sarebbe stata la cosa più opportuna per la mia famiglia». E ha aggiunto con franchezza: «Abbiamo potuto commettere errori. Però ci abbiamo sempre messo la faccia... ci stiamo lasciando la pelle nella battaglia quotidiana contro la crisi». Quando nel 2005 concesse a me e a Marco Calamai l'intervista per il libro Il socialismo dei cittadini (Feltrinelli), ci ripeté più volte «la politica non mi cambierà» e noi ricavammo l'impressione di trovarci di fronte a un quarantenne di belle speranze e di solide convinzioni morali, non a un cinico mestierante. L'eleganza dell'annuncio del suo mettersi da parte lo conferma. 

 A poco più di cinquant'anni Zapatero cambierà vita (tornerà a insegnare all'università di León?), come toccò a González a 54 anni appena compiuti (due episodi da manuale, impensabili in Italia, di cambio di leadership). A succedergli sono due i candidati più accreditati: Alfredo Pérez Rubalcaba, uomo di lungo corso nel partito e nei governi socialisti, e Carme Chacón, ministra quarantenne della Difesa. Il primo è la scelta più rassicurante perché rappresenta la continuità della storia del Psoe nella Spagna democratica; la seconda è catalana, zapaterista convinta, parte di quella giovane generazione socialista di donne che ha affiancato Zetape nel governo e nel partito. La prima candidatura di una donna alla Moncloa potrebbe avere inoltre un fascino imprevedibile per l'elettorato spagnolo. Con Rubalcaba o Chacón può comunque tornare l'entusiasmo della ripartenza di un nuovo ciclo politico progressista. E Zapatero, in barba a Massimo D'Alema che lo definì «fenomeno effimero», è già nei libri di storia con i suoi otto anni di governo e undici alla guida del Psoe. 
 

 
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