Calabria-dissesto idrogeologico
Calabria che frana
di Silvio Messinetti
il manifesto 23.02.2010
Dalla strage di Soverato del 2001 alla montagna di Maierato che viene giù. Passando per Cerzeto e la Salerno-Reggio Calabria. Per Legambiente il 100% del territorio di una regione definita la «montagna tra due mari», è a rischio. Cronologia di un dissesto che viene da lontano
Terra di mare, terra di montagne. Le immagini che abitualmente vengono restituite della Calabria, sono quelle di una terra di mare, e sul mare. Non senza ragioni. Le coste si distendono, infatti, per 780 chilometri e rappresentano circa il 19% del perimetro costiero della penisola. Eppure, quello dei calabresi con il mare è stato sempre un rapporto controverso e difficile, ancora oggi incompiuto, e, per secoli, la loro storia si è svolta nelle zone interne della regione.
Del resto, il 42% del territorio calabrese è costituito da montagne, il 49% da colline e soltanto il 9% è pianeggiante. «Una montagna tra due mari», dunque, è stata argutamente definita la Calabria. Una montagna che però si sbriciola, frana, si sgretola, giorno dopo giorno, come amaramente constatato in queste ore. La fotografia di una situazione così critica dal punto di vista idrogeologico è stata scattata, appena nel dicembre scorso, da Legambiente, autrice dello studio "Ecosistema, rischio 2009" attraverso il monitoraggio di oltre 1700 comuni italiani. Ebbene, dal dossier emerge che il rischio frane e alluvioni interessa il 100% dei 409 comuni calabresi.
La forza persuasiva e coinvolgente delle immagini, veicolate da vecchi e nuovi media, e, ancor di più, la cronaca nera di questi ultimi anni, ha portato alla ribalta nazionale solo alcuni, quelli più drammatici, tra i tanti casi critici che raccontano il dissesto idrogeologico di un'intera regione. Ecco, qui di seguito, una breve cronistoria di una terra letteralmente dissestata.
Le Giare di Soverato
Il 10 settembre del 2000 una spietata valanga di acqua, fango e detriti investe il Camping Le Giare nei pressi di Soverato, celebre località balneare dello Ionio catanzarese. Il bilancio è tragico, muoiono tredici persone, molte delle quali volontari e disabili dell'Unitalsi. Avevano, la sera prima la tragedia, festeggiato la fine dell'estate e del loro soggiorno estivo. Il giorno dopo sarebbero tutti ripartiti. Anzi, qualcuno di loro lo aveva già fatto in anticipo. «Piove a dirotto da giorni e non vale la pena di fermarsi ancora» avrà pensato qualcuno dei sopravvissuti anticipando la partenza. Per gli altri, dopo la festa, il silenzio del riposo: l'indomani si sarebbe ripresa la strada di casa. Era ancora buio pesto quando un rumore squarcia l'aria. Qualcuno degli ospiti del camping vede l'acqua entrare nei bungalow. Capisce il pericolo e tenta di allertare gli altri. Ma non tutti riescono a mettersi in salvo. Qualcuno neanche se ne accorge e passa dal sonno alla morte. Sono minuti di terrore con l'acqua mista a fango che entra dappertutto. Porte e finestre sembrano di cartapesta. Il torrente Beltrame in piena, con la furia delle acque che trasporta via con sé tutto ciò che incontra. Le persone aggrappate sui salici centenari, sopra le casette del campeggio, che cercano, a volte riuscendoci, a volte invano, di strappare alle acque i loro cari, i loro amici, con il fango che rendeva scivolosa ogni cosa. Tredici persone rimangono uccise, nella notte che concludeva il consueto campeggio estivo dell'Unitalsi. Il corpo di Vinicio Caliò non è stato ancora ritrovato.
Oggi, nel decennale della tragedia, ci sono solo erbacce e qualche manufatto a ricordo della strage, ma chi c'era, chi sa cos'è successo, guarda a quei luoghi con spirito diverso. All'indomani della catastrofe si susseguirono accuse e scambi di opinioni sulle responsabilità dell'accaduto. Fax che non giunsero tempestivamente. Autorizzazioni per qualcuno concesse, per altri mai rilasciate. Un campeggio costruito incredibilmente sull'alveo di un fiume. La mancata pulizia del torrente che provocò un effetto "tappo" tale da scatenare la furia delle acque. Dal 30 marzo 2009 c'è una verità giudiziaria definitiva. C'è una sentenza passata in giudicato che ha condannato il gestore del campeggio, l'allora sindaco di Soverato e alcuni funzionari della Regione Calabria.
Cavallerizzo di Cerzeto
Una lingua ancora presente in molti centri del Cosentino e del Crotonese è l'arbereshe: è la lingua dei discendenti degli albanesi costretti nel Quattrocento ad abbandonare le loro terre e raggiungere la Calabria dando vita a un processo di convivenza e integrazione che ha mantenuto una forte identità albanese. «Mire se erdhet Kajverici» (Benvenuti a Cavallerizzo) si poteva leggere una volta alle porte di Cavallerizzo. Una volta, perché questa antica frazione di Cerzeto oggi non c'è più. Il 5 marzo del 2007 una frana ha travolto il borgo. Nella plurisecolare storia di Cavallerizzo - l'antica San Giorgio in San Marco, in seguito per un breve periodo Cavalcato - gli abitanti hanno dovuto, sin dal Seicento, subire più volte i danni provocati dafrane e smottamenti. Ma sono frane dalle caratteristiche particolari, provocano un movimento lento, in qualche modo prevedibile, tanto è vero che le frane che si sono succedute non hanno mai causato morti. Dopo ogni frana gli abitanti di Cavallerizzo hanno sempre rifiutato di spostare il paese, di delocalizzare, reclamando, piuttosto, opere di manutenzione a valle. Solo dopo l'evento franoso del 2005, la delocalizzazione è avvenuta. Con un atto d'imperio della Protezione Civile. Che ha deciso di spostare il paese a Pianette di Cerzeto, nonostante quest'area presenti un rischio idrogeologico ben più elevato rispetto all'abitato di Cavallerizzo. Tutto questo mentre il borgo storico è intatto per l'85%. Ad oggi, nuovi studi ed indagini, hanno provato che le cause scatenanti la frana che investì l'abitato solo nella parte sud - pari al15% del territorio di Cavallerizzo - furono frutto della negligenza umana. La frana del 2005 era, infatti, prevista e prevedibile ma nessuno si è mai interessato ad attuare un risanamento dell'area. Il disastro si sarebbe potuto, dunque, evitare con un buon piano di gestione del territorio nella parte a rischio idrogeologico. Dal giugno 2007, con la nascita dell'associazione Cavallerizzo Vive (Kajverici Rron), fondata da residenti dell'antico paese, è iniziato il piano di recupero, ambientale ed edilizio, culturale e religioso, dell'intero centro abitato.
Una montagna sulla Salerno-Reggio
Lo «sfasciume pendulo», come Giustino Fortunato descriveva la Calabria, non risparmia nemmeno luoghi sulla carta sicuri come le autostrade. È il 26 gennaio del 2009 quando una frana travolge la Salerno-Reggio Calabria nei pressi di Rogliano, vicino Cosenza. «Un movimento franoso esteso oltre 50 metri ha interessato l'intera sezione autostradale. La colata di fango, innescatasi da un'altezza di circa 60 metri sul versante prospiciente la carreggiata sud, ha invaso entrambe le carreggiate per una estesa di circa 80 metri e ha travolto e divelto un muro di sostegno» si legge in un freddo dispaccio Anas. La massa di fango e detriti investe un furgone su cui viaggiava una squadra amatoriale di calcetto di Cotronei, nella Sila crotonese. Il bilancio è pesante: 2 morti e 3 feriti gravi. Tornavano a casa dopo un torneo amatoriale.
Maierato, la montagna avanza
Infine, eccoci ai giorni nostri, qui a Maierato, nel Vibonese. Dove la montagna continua ad avanzare. Giorno dopo giorno, metro dopo metro. Quindici metri al giorno. Ma «la situazione è sotto controllo» dicono alla Commissione grandi rischi. Sarà anche vero, ma i fatti dicono che il prefetto di Vibo ha rinviato il rientro nelle case della popolazione sfollata. A valle si teme per i bacini di acqua che, in caso di pioggia, potrebbero aumentare di volume. Si teme un effetto Vajont per il disastro, che potrebbe cagionare una frana sul lago artificiale dell'Angitola. L'ennesima di una regione patologicamente dissestata.
Scriveva Guido Piovene nel suo "Viaggio in Italia": «I suoi bisogni sono immensi; la china da risalire è lunga. Non si tratta, infatti, in Calabria, di modificare in meglio una struttura già esistente. Si tratta di rifare la struttura economica e sociale, spesso perfino il suolo». Sono passati da allora cinquant'anni. Sembra scritta ieri.
Del resto, il 42% del territorio calabrese è costituito da montagne, il 49% da colline e soltanto il 9% è pianeggiante. «Una montagna tra due mari», dunque, è stata argutamente definita la Calabria. Una montagna che però si sbriciola, frana, si sgretola, giorno dopo giorno, come amaramente constatato in queste ore. La fotografia di una situazione così critica dal punto di vista idrogeologico è stata scattata, appena nel dicembre scorso, da Legambiente, autrice dello studio "Ecosistema, rischio 2009" attraverso il monitoraggio di oltre 1700 comuni italiani. Ebbene, dal dossier emerge che il rischio frane e alluvioni interessa il 100% dei 409 comuni calabresi.
La forza persuasiva e coinvolgente delle immagini, veicolate da vecchi e nuovi media, e, ancor di più, la cronaca nera di questi ultimi anni, ha portato alla ribalta nazionale solo alcuni, quelli più drammatici, tra i tanti casi critici che raccontano il dissesto idrogeologico di un'intera regione. Ecco, qui di seguito, una breve cronistoria di una terra letteralmente dissestata.
Le Giare di Soverato
Il 10 settembre del 2000 una spietata valanga di acqua, fango e detriti investe il Camping Le Giare nei pressi di Soverato, celebre località balneare dello Ionio catanzarese. Il bilancio è tragico, muoiono tredici persone, molte delle quali volontari e disabili dell'Unitalsi. Avevano, la sera prima la tragedia, festeggiato la fine dell'estate e del loro soggiorno estivo. Il giorno dopo sarebbero tutti ripartiti. Anzi, qualcuno di loro lo aveva già fatto in anticipo. «Piove a dirotto da giorni e non vale la pena di fermarsi ancora» avrà pensato qualcuno dei sopravvissuti anticipando la partenza. Per gli altri, dopo la festa, il silenzio del riposo: l'indomani si sarebbe ripresa la strada di casa. Era ancora buio pesto quando un rumore squarcia l'aria. Qualcuno degli ospiti del camping vede l'acqua entrare nei bungalow. Capisce il pericolo e tenta di allertare gli altri. Ma non tutti riescono a mettersi in salvo. Qualcuno neanche se ne accorge e passa dal sonno alla morte. Sono minuti di terrore con l'acqua mista a fango che entra dappertutto. Porte e finestre sembrano di cartapesta. Il torrente Beltrame in piena, con la furia delle acque che trasporta via con sé tutto ciò che incontra. Le persone aggrappate sui salici centenari, sopra le casette del campeggio, che cercano, a volte riuscendoci, a volte invano, di strappare alle acque i loro cari, i loro amici, con il fango che rendeva scivolosa ogni cosa. Tredici persone rimangono uccise, nella notte che concludeva il consueto campeggio estivo dell'Unitalsi. Il corpo di Vinicio Caliò non è stato ancora ritrovato.
Oggi, nel decennale della tragedia, ci sono solo erbacce e qualche manufatto a ricordo della strage, ma chi c'era, chi sa cos'è successo, guarda a quei luoghi con spirito diverso. All'indomani della catastrofe si susseguirono accuse e scambi di opinioni sulle responsabilità dell'accaduto. Fax che non giunsero tempestivamente. Autorizzazioni per qualcuno concesse, per altri mai rilasciate. Un campeggio costruito incredibilmente sull'alveo di un fiume. La mancata pulizia del torrente che provocò un effetto "tappo" tale da scatenare la furia delle acque. Dal 30 marzo 2009 c'è una verità giudiziaria definitiva. C'è una sentenza passata in giudicato che ha condannato il gestore del campeggio, l'allora sindaco di Soverato e alcuni funzionari della Regione Calabria.
Cavallerizzo di Cerzeto
Una lingua ancora presente in molti centri del Cosentino e del Crotonese è l'arbereshe: è la lingua dei discendenti degli albanesi costretti nel Quattrocento ad abbandonare le loro terre e raggiungere la Calabria dando vita a un processo di convivenza e integrazione che ha mantenuto una forte identità albanese. «Mire se erdhet Kajverici» (Benvenuti a Cavallerizzo) si poteva leggere una volta alle porte di Cavallerizzo. Una volta, perché questa antica frazione di Cerzeto oggi non c'è più. Il 5 marzo del 2007 una frana ha travolto il borgo. Nella plurisecolare storia di Cavallerizzo - l'antica San Giorgio in San Marco, in seguito per un breve periodo Cavalcato - gli abitanti hanno dovuto, sin dal Seicento, subire più volte i danni provocati dafrane e smottamenti. Ma sono frane dalle caratteristiche particolari, provocano un movimento lento, in qualche modo prevedibile, tanto è vero che le frane che si sono succedute non hanno mai causato morti. Dopo ogni frana gli abitanti di Cavallerizzo hanno sempre rifiutato di spostare il paese, di delocalizzare, reclamando, piuttosto, opere di manutenzione a valle. Solo dopo l'evento franoso del 2005, la delocalizzazione è avvenuta. Con un atto d'imperio della Protezione Civile. Che ha deciso di spostare il paese a Pianette di Cerzeto, nonostante quest'area presenti un rischio idrogeologico ben più elevato rispetto all'abitato di Cavallerizzo. Tutto questo mentre il borgo storico è intatto per l'85%. Ad oggi, nuovi studi ed indagini, hanno provato che le cause scatenanti la frana che investì l'abitato solo nella parte sud - pari al15% del territorio di Cavallerizzo - furono frutto della negligenza umana. La frana del 2005 era, infatti, prevista e prevedibile ma nessuno si è mai interessato ad attuare un risanamento dell'area. Il disastro si sarebbe potuto, dunque, evitare con un buon piano di gestione del territorio nella parte a rischio idrogeologico. Dal giugno 2007, con la nascita dell'associazione Cavallerizzo Vive (Kajverici Rron), fondata da residenti dell'antico paese, è iniziato il piano di recupero, ambientale ed edilizio, culturale e religioso, dell'intero centro abitato.
Una montagna sulla Salerno-Reggio
Lo «sfasciume pendulo», come Giustino Fortunato descriveva la Calabria, non risparmia nemmeno luoghi sulla carta sicuri come le autostrade. È il 26 gennaio del 2009 quando una frana travolge la Salerno-Reggio Calabria nei pressi di Rogliano, vicino Cosenza. «Un movimento franoso esteso oltre 50 metri ha interessato l'intera sezione autostradale. La colata di fango, innescatasi da un'altezza di circa 60 metri sul versante prospiciente la carreggiata sud, ha invaso entrambe le carreggiate per una estesa di circa 80 metri e ha travolto e divelto un muro di sostegno» si legge in un freddo dispaccio Anas. La massa di fango e detriti investe un furgone su cui viaggiava una squadra amatoriale di calcetto di Cotronei, nella Sila crotonese. Il bilancio è pesante: 2 morti e 3 feriti gravi. Tornavano a casa dopo un torneo amatoriale.
Maierato, la montagna avanza
Infine, eccoci ai giorni nostri, qui a Maierato, nel Vibonese. Dove la montagna continua ad avanzare. Giorno dopo giorno, metro dopo metro. Quindici metri al giorno. Ma «la situazione è sotto controllo» dicono alla Commissione grandi rischi. Sarà anche vero, ma i fatti dicono che il prefetto di Vibo ha rinviato il rientro nelle case della popolazione sfollata. A valle si teme per i bacini di acqua che, in caso di pioggia, potrebbero aumentare di volume. Si teme un effetto Vajont per il disastro, che potrebbe cagionare una frana sul lago artificiale dell'Angitola. L'ennesima di una regione patologicamente dissestata.
Scriveva Guido Piovene nel suo "Viaggio in Italia": «I suoi bisogni sono immensi; la china da risalire è lunga. Non si tratta, infatti, in Calabria, di modificare in meglio una struttura già esistente. Si tratta di rifare la struttura economica e sociale, spesso perfino il suolo». Sono passati da allora cinquant'anni. Sembra scritta ieri.




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