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Immigrazione/Naufragio 63 morti, risposta Nato
 
L'altra omissione della Nato
L'Alleanza si difende dalle accuse di mancato soccorso, ma contro di lei ci sono nuove testimonianze di altri profughi «Eravamo in panne e abbiamo incrociato una nave canadese. Ci ha dato l'acqua e se ne è andata»
 
Stefano Liberti 05.11.2011
Dopo lo scoppio dello scandalo, la Nato si difende. Travolta dalle accuse suscitate dall'articolo del Guardian, che ha rilanciato le rivelazioni uscite il 15 aprile scorso sul manifesto sulla storia dei 63 migranti lasciati morire di fame e di sete in mezzo al mare da navi militari e da un elicottero, l'Alleanza atlantica si mette sulla difensiva.
Interrogato sulla vicenda, un portavoce del comando militare di Napoli sostiene di non «aver mai ricevuto alcun riferimento a questo sfortunato incidente da parte delle unità sotto comando Nato». Nella sua riposta scritta, lo stesso portavoce afferma che «tutte le unità Nato sono consapevoli delle responsabilità che hanno rispetto alle leggi internazionali del mare riguardo al salvataggio di vite umane». Per rafforzare questa affermazione, il comando militare di Napoli segnala che «la notte tra il 26 e il 27 marzo scorso, diverse unità navali della Nato sono state impegnate in due operazioni di salvataggio in mare nella regione».
Proprio uno di questi due episodi può aiutare a capire, a partire dai racconti dei migranti soccorsi e arrivati poi vivi a Lampedusa il giorno dopo, alcune modalità operative delle unità Nato.
Abdel, richiedente asilo eritreo, era su uno dei due pescherecci, partito da Tripoli la notte tra il 24 e il 25 marzo con 285 persone a bordo. «Quando il motore si è inceppato dopo un giorno e mezzo di navigazione, abbiamo cominciato a imbarcare acqua», racconta oggi. «Una nave canadese si è avvicinata. I soldati che erano a bordo ci hanno prestato una pompa idraulica per svuotare lo scafo dall'acqua e alcuni strumenti per riparare il motore. Dopo averci dato bottiglie d'acqua e pacchi di biscotti, sono ripartiti. Ci hanno abbandonati». Abdel e i suoi 284 compagni di viaggio sono poi arrivati vivi a Lampedusa, il 27 marzo.
Appena arrivati hanno denunciato di essere stati lasciati in mare. Quello stesso episodio è presentato dalla Nato come un'operazione di salvataggio condotta dalle proprie unità. Secondo lo stesso portavoce, il viaggio del peschereccio in questione dal luogo dell'incidente fino a Lampedusa sarebbe stato monitorato passo passo con i radar dalle unità della Nato. «Poiché l'imbarcazione poteva navigare, non c'era motivo di intervenire direttamente», afferma oggi l'Alleanza atlantica.
Da questa doppia percezione derivano le due versioni discordanti: quella dei migranti, che affermano di essere stati abbandonati. E quella della Nato, che sostiene di averli soccorsi e di aver monitorato la loro traversata.
Ma in questa storia c'è un altro elemento che attira l'attenzione e fornisce qualche chiave di interpretazione. Racconta ancora Abdel: «A un certo momento, i militari canadesi ci hanno proposto di scortarci in Tunisia. Noi ci siamo rifiutati e gli abbiamo detto che volevamo andare in Italia. A quel punto dopo un po' sono ripartiti».
A sentire il racconto di Abdel, una domanda sorge spontanea: le navi della Nato possono scortare migranti in difficoltà verso la Tunisia, ma non verso lo spazio Schengen? Forse per evitare problemi di competenza, come i ripetuti dissidi tra Italia e Malta su chi debba accogliere i migranti intercettati in acque internazionali, le unità navali preferiscono evitare di intervenire direttamente? È forse successo questo anche per il drammatico viaggio dei 72 migranti raccontato dai 9 sopravvissuti?
Queste domande sono probabilmente destinate a rimanere senza risposta. La Nato nega di aver incrociato il gommone su cui viaggiavano i 72 sventurati. Questi raccontano di essere stati avvicinati da un elicottero con la scritta «Army», ma ovviamente non sono in grado di indicare la nazionalità del velivolo.
Una cosa però è chiara. Da quando sono cominciate le operazioni militari contro la Libia, sono saltati tutti gli accordi anti-immigrazione siglati tra il regime di Gheddafi e l'Italia. Quegli accordi che, a partire dal Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione dell'agosto 2008, hanno poi dato il via libera dal maggio 2009 al respingimento in mare verso la Libia di tutte le barche di migranti intercettate nel canale di Sicilia.
Oggi, che non si possono fare i respingimenti perché la Libia è un paese in guerra, la Nato sta forse svolgendo silenziosamente quello stesso ruolo che fino a poco tempo fa svolgevano le unità della Guardia di finanza?
 
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