Immigrazione/Naufragio 63 morti
La Nato dov'era?
Un barcone pieno di eritrei alla deriva per due settimane davanti alle coste libiche, in mezzo a decine di navi da guerra schierate «a protezione dei civili». Nessuno li soccorre: annegano in 63. Il racconto di un superstite
Stefano Liberti 14.04.2011
«Siamo sopravvissuti in nove. Tutti gli altri sono morti uno dopo l'altro, sotto ai nostri occhi». Yohannes è ancora sotto shock per quello che ha vissuto e visto nelle ultime settimane. La sua voce giunge flebile al telefono da Tripoli, dove è riapprodato dopo uno sbarco fallito su un gommone attraverso il canale di Sicilia. Un viaggio cominciato il 25 marzo scorso e trasformatosi rapidamente in un'odissea tragica. «Ci è finito il carburante. Abbiamo cominciato ad andare alla deriva. Eravamo in 72, siamo rimasti in nove. Abbiamo vagato in mare per 15 giorni» racconta questo migrante eritreo, ripetendo come una litania i numeri del dramma: «72 passeggeri, nove sopravvissuti, 15 giorni».
Yohannes ha visto gli altri 63 compagni di viaggio, «fra cui donne e bambini», morire uno dopo l'altro, «di fame e di sete». Dopo due settimane, i sopravvissuti sono stati spinti dalle onde sulle coste libiche. Raccolti dalle autorità di Tripoli, sono stati portati nel centro di detenzione di Touisha e liberati dopo 48 ore.
Il racconto è agghiacciante, ma non si tratta soltanto dell'ennesimo episodio di naufragio nel canale di Sicilia. C'è un altro elemento che rende la vicenda ancora più sinistra e chiama in causa la comunità internazionale molto più direttamente di quanto facciano le ormai «consuete» tragedie del mare nel Mediterraneo. Continua infatti Yohannes: «Abbiamo incrociato tante navi militari, che hanno fatto finta di non vederci. Noi ci sbracciavamo, ma da quelle grandi imbarcazioni ci ignoravano».
Dopo l'imposizione della no-fly zone sulla Libia da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, quella zona di mare è diventata una delle più militarizzate del mondo: ci sono le navi da guerra di vari paesi dell'Alleanza Atlantica che vigilano sullo spazio d'interdizione aerea decretata dalla risoluzione 1973. Chi scrive ha potuto constatarlo con i propri occhi solo due settimane fa viaggiando su un peschereccio carico di aiuti umanitari da Malta alla città di Misurata: a circa 40 miglia di distanza dalle coste libiche, il radar di bordo indicava la presenza di diverse navi militari, schierate lungo tutto il tratto di mare fuori dalle acque territoriali del paese nordafricano. Nel viaggio d'andata e in quello di ritorno l'imbarcazione su cui viaggiavamo è stata intercettata e interpellata dalle forze Nato per controlli ben tre volte.
Possibile che le forze dell'Alleanza atlantica non siano riuscite a vedere per quindici giorni che c'era un gommone alla deriva, con un carico di migranti in difficoltà? Yohannes sostiene che le navi li osservavano da lontano, ma che non sono mai intervenute in loro soccorso. «A un certo punto - racconta l'eritreo - si è alzato in volo un elicottero, che ha cominciato a volteggiare sopra la nostra barca. Ci hanno tirato dell'acqua da bere e sono andati via». Gli uomini a bordo dell'elicottero avevano, sempre nelle parole di Yohannes, «lineamenti europei. Erano bianchi, non arabi».
Se confermato, questo episodio rappresenta una grave violazione del diritto del mare e un'omissione di soccorso tanto più grave in quanto le navi militari della Nato sono in quel braccio di mare per implementare una risoluzione dell'Onu che parla di «protezione di civili con ogni mezzo necessario». Una definizione che ha legittimato i bombardamenti sulle forze di Gheddafi intorno alle città assediate dal regime, ma che per il momento non sembra configurare la creazione di «corridoi umanitari» per venire in soccorso delle migliaia di migranti a tutt'oggi bloccati in Libia.
Se l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha appena inviato una nave per evacuare una parte dei 6000 stranieri (la maggior parte dei quali egiziani) che stazionano da 50 giorni nel porto della città di Misurata, nulla si sta facendo o pensando di fare per i cittadini di vari paesi africani bloccati a Tripoli, intrappolati in una guerra che non li riguarda minimamente. Questi ultimi si riducono quindi a partire sui barconi, con tutti i rischi che questa scelta comporta. Se prima l'Italia li intercettava e li respingeva in mare, in virtù dell'accordo siglato con il governo di Tripoli per i pattugliamenti congiunti sospeso ora insieme al Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato, oggi l'Alleanza Atlantica si limita a non assisterli quando li incontra in difficoltà, condannandoli a morte certa. Dice bene don Mussei Zerai, presidente dell'agenzia Habeshia per la cooperazione allo sviluppo, che per primo ha denunciato la tragedia. «Queste persone sono morte perché qualcuno ha deciso di non soccorrerli. Vogliamo sapere di chi è stata questa scelta».
Yohannes ha visto gli altri 63 compagni di viaggio, «fra cui donne e bambini», morire uno dopo l'altro, «di fame e di sete». Dopo due settimane, i sopravvissuti sono stati spinti dalle onde sulle coste libiche. Raccolti dalle autorità di Tripoli, sono stati portati nel centro di detenzione di Touisha e liberati dopo 48 ore.
Il racconto è agghiacciante, ma non si tratta soltanto dell'ennesimo episodio di naufragio nel canale di Sicilia. C'è un altro elemento che rende la vicenda ancora più sinistra e chiama in causa la comunità internazionale molto più direttamente di quanto facciano le ormai «consuete» tragedie del mare nel Mediterraneo. Continua infatti Yohannes: «Abbiamo incrociato tante navi militari, che hanno fatto finta di non vederci. Noi ci sbracciavamo, ma da quelle grandi imbarcazioni ci ignoravano».
Dopo l'imposizione della no-fly zone sulla Libia da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, quella zona di mare è diventata una delle più militarizzate del mondo: ci sono le navi da guerra di vari paesi dell'Alleanza Atlantica che vigilano sullo spazio d'interdizione aerea decretata dalla risoluzione 1973. Chi scrive ha potuto constatarlo con i propri occhi solo due settimane fa viaggiando su un peschereccio carico di aiuti umanitari da Malta alla città di Misurata: a circa 40 miglia di distanza dalle coste libiche, il radar di bordo indicava la presenza di diverse navi militari, schierate lungo tutto il tratto di mare fuori dalle acque territoriali del paese nordafricano. Nel viaggio d'andata e in quello di ritorno l'imbarcazione su cui viaggiavamo è stata intercettata e interpellata dalle forze Nato per controlli ben tre volte.
Possibile che le forze dell'Alleanza atlantica non siano riuscite a vedere per quindici giorni che c'era un gommone alla deriva, con un carico di migranti in difficoltà? Yohannes sostiene che le navi li osservavano da lontano, ma che non sono mai intervenute in loro soccorso. «A un certo punto - racconta l'eritreo - si è alzato in volo un elicottero, che ha cominciato a volteggiare sopra la nostra barca. Ci hanno tirato dell'acqua da bere e sono andati via». Gli uomini a bordo dell'elicottero avevano, sempre nelle parole di Yohannes, «lineamenti europei. Erano bianchi, non arabi».
Se confermato, questo episodio rappresenta una grave violazione del diritto del mare e un'omissione di soccorso tanto più grave in quanto le navi militari della Nato sono in quel braccio di mare per implementare una risoluzione dell'Onu che parla di «protezione di civili con ogni mezzo necessario». Una definizione che ha legittimato i bombardamenti sulle forze di Gheddafi intorno alle città assediate dal regime, ma che per il momento non sembra configurare la creazione di «corridoi umanitari» per venire in soccorso delle migliaia di migranti a tutt'oggi bloccati in Libia.
Se l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha appena inviato una nave per evacuare una parte dei 6000 stranieri (la maggior parte dei quali egiziani) che stazionano da 50 giorni nel porto della città di Misurata, nulla si sta facendo o pensando di fare per i cittadini di vari paesi africani bloccati a Tripoli, intrappolati in una guerra che non li riguarda minimamente. Questi ultimi si riducono quindi a partire sui barconi, con tutti i rischi che questa scelta comporta. Se prima l'Italia li intercettava e li respingeva in mare, in virtù dell'accordo siglato con il governo di Tripoli per i pattugliamenti congiunti sospeso ora insieme al Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato, oggi l'Alleanza Atlantica si limita a non assisterli quando li incontra in difficoltà, condannandoli a morte certa. Dice bene don Mussei Zerai, presidente dell'agenzia Habeshia per la cooperazione allo sviluppo, che per primo ha denunciato la tragedia. «Queste persone sono morte perché qualcuno ha deciso di non soccorrerli. Vogliamo sapere di chi è stata questa scelta».




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