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Intervista a Pere Portabella
L'unica speranza è che non stravinca
Mara Guerrini
2011.11.19
Pere Portabella, regista, produttore (fra gli altri del Viridiana di Luis Buñuel perseguitato dal franchismo) e politico catalano (deputato nel parlamento autonomico e senatore), è uno dei redattori della costituzione spagnola del '78. Classe 1929, con i suoi 82 anni appena compiuti, gli è stato conferito lo scorso mese il titolo di dottore honoris causam in filosofia, dall'Università Autonoma di Barcellona, come riconoscimento alla sua carriera. Dal 2001 è il presidente di Fundación Alternativas, uno dei principali think-tank politici di sinistra della Spagna odierna. Coniuga perfettamente competenze artistiche con una grande conoscenza della società e il mondo delle istituzioni.
Cinema e politica: nel 2004 ha realizzato un corto per la serie «Hay motivo», 32 cortometraggi di differenti autori che, in vista delle elezioni, si schierarono contro la politica della destra allora al potere con Aznar...
Era un atto d'accusa frontale contro la politica di José María Aznar, dalla partecipazione all'invasione dell'Iraq nel 2003 alla gestione della crisi ambientale dopo la catastrofe della petroliera Prestige. Per me era insopportabile il fatto che avesse trasformato l'essenza democratica di uno stato di diritto in un totalitarismo democratico, attraverso una politica molto conservatrice e regressiva.
Nel voto del 2004 ci fu la vittoria a sorpresa di Zapatero. Quali sono stati i punti a favore e contro del governo socialista di questi 7 anni?
Con Zapatero ci sono stati progressi fantastici nei diritti civili, dalle leggi sull'aborto ai matrimoni gay, e anche sul piano sociale. Vennero riformate e aumentate le pensioni, economicamente crescemmo molto, c'era ottimismo e un clima generale di benessere. Ma il suo il più grande errore è stato coprire la gravità della crisi, negarla addirittura, per non allarmare la popolazione. Ora la situazione è drammaticamente diversa, vi è instabilità politica ed economica nel mondo, un tasso di disoccupazione in Spagna del 22%, e da questo trae profitto il Partido popular.
Anche lei è convinto che non ci sia niente da fare e che il Pp vincerà le elezioni di domani...
Lo siamo tutti. L'unica variante su cui forse si può ancora agire è evitare che Mariano Rajoy, il candidato del Pp, prenda la maggioranza assoluta. Se ci si riuscirà sarà soprattutto grazie all'ottima campagna che sta facendo Alfredo Pérez Rubalcaba, candidato del Psoe. E' l'unico in grado, in questo momento, di contenere la disfatta che sta per colpire la sinistra spagnola.
Cosa si aspetta in caso di vittoria con maggioranza assoluta del Pp?
Un ritorno all'autoritarismo democratico e ai valori tradizionali della destra. Rajoy, nella sua campagna, non ha presentato alcun programma, riferendosi alla legge sull'aborto ha usato frasi quali «Noi siamo i custodi del diritto alla vita». Come se nessun altro oltre a loro avesse rispetto per la vita umana. Se vincerà con la maggioranza assoluta verranno spazzati via tutti i diritti civili acquisiti in questi anni, matrimoni gay, coppie di fatto... Poi di certo proverà a riformare lo stato sociale sul il modello americano, quindi diritti come pensioni e assistenza sanitaria garantiti solo a quanti sono in grado di poterseli permettere.
Cosa pensa del recente annuncio di rinuncia alla lotta armata da parte dell'Eta? Di chi il merito? E ha avuto effetti sulla campagna elettorale?
Sicuramente è un motivo di soddisfazione e orgoglio. Bisogna dire che innanzitutto questa è una vittoria del popolo spagnolo che, nonostante le 800 vittime assassinate dalla fine della dittatura, ha saputo reggere questa ondata di violenza, cercando di difendere la struttura di uno stato di diritto. La destra in passato ha strumentalizzato molto le vittime del terrorismo, ha accusato il governo socialista di cedere all'Eta quando invece è stato grazie soprattutto all'azione di Rubalcaba, come ministro degli interni, che si è arrivati alla fine probabilmente definitiva dell'epoca del terrorismo. Un esito che lo ha reso inattaccabile su questo piano. Un momento storico. Ora però i nostri problemi sono ben altri.
Si riferisce alla crisi dell'euro e del modello europeo?
Sì, l'Europa sta vivendo una crisi monumentale causata da una strategia finanziaria che preme e vincola il mondo politico neo-liberista. Di fatto, tutti i governi che hanno subito questa situazione stanno cadendo, la Grecia, il Portogallo, l'Italia di Berlusconi, la socialdemocrazia in Spagna. Il problema è che questi stati sono legati fra loro come pedine di un domino. Se cade uno, cadono tutti e salta la stabilità di tutta la zona euro. Di certo la speculazione finanziaria e le banche hanno giocato un ruolo fondamentale in questa crisi.
Che via d'uscita vede dalla crisi?
Da una crisi si esce sempre. Stiamo assistendo alla fine della società del benessere e della concezione dello stato come motore degli investimenti. La situazione è al limite. Fortunatamente, se dovesse crollare l'Europa non ci guadagnerebbe nessuno, né gli Usa né la Cina. Quindi non credo accadrà.
In questo quadro critico cosa pensa dei movimenti degli indignados?
Penso che siano gli unici movimenti seri, referenti veri, ed etici, del panorama attuale. Se vogliamo parlare della situazione in Europa, tralasciando destra e sinistra, dobbiamo parlare di amministratori e amministrati. In questo caso gli amministrati, grazie alle tecnologie più sofisticate, alla facilità e alla velocità delle comunicazioni, vanno ad occupare spazi pubblici, diventando dei soggetti politici. Essi, tramite le assemblee, rappresentano l'intelligenza collettiva. Questa intelligenza collettiva vuole esercitare una pressione nella società, esige che venga messa l'etica nella politica, si oppone all'abolizione dei diritti in nome di un sistema che non funziona, lotta contro la corruzione e la mancanza di trasparenza delle istituzioni, per una gestione migliore delle questioni sociali. Recentemente ho visto questo slogan che trovo splendido: «Se non ci lascerete sognare, non vi lasceremo dormire». Un altro punto di forza è che sono movimenti liberi, dove entra ed esce chi vuole e quindi non sono statici e impostati, inoperanti e poco flessibili come i partiti tradizionali. Certo cresceranno e saranno in grado di imporre delle scelte importanti a livello politico.
In Italia, sull'onda della crisi, alla fine è caduto Berlusconi. Come giudica il suo governo e il governo di «tecnici e professori» di Monti?
Berlusconi è un fenomeno non facilmente comprensibile visto dall'esterno. Innanzitutto è un personaggio istrionico. Questi personaggi istrionici appaiono sempre in momenti di forte crisi, quando si rompe una stabilità di valori e di sistemi di funzionamento. In Italia c'è stato Mani pulite e non è un caso che un imprenditore come Berlusconi sia entrato in politica proprioin quel momento, portando l'idea che avrebbe messo le cose in ordine. Ora va di moda l'idea di sostituire i politici con i tecnocrati, però bisogna stare molto attenti, perché il problema non è solo economico, bensì è sociale, etico e quindi politico. Si parla di far amministare lo stato a tecnocrati, come se fosse un'impresa, e paradossalmente in Italia mandano via un imprenditore per mettere al suo posto un altro esponente proveniente dal mondo imprenditoriale. Mario Monti è una persona di prestigio, è stato nella Commissione europea e consigliere della Goldman Sachs, ha una mentalità finanziaria e una preparazione rigorosa. Non bisogna però credere che un tecnico possa risolvere problemi tanto complessi come quelli che sono propri di uno stato. Per di più, se userà le sue competenze, che provengono dai settori che hanno provocato la crisi, e se vorrà garantire la continuità con il sistema precedente, ciò andrà per forza a scapito di altri valori ed esiste quindi il forte rischio che vada nella direzione di un capitalismo ancor più duro di quello che ci troviamo di fronte ora.
 
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