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Intervista Scalfaro
 
La transizione, il bipolarismo, il penale, i referendum. Parla Oscar Luigi Scalfaro
"C'è un vuoto di politica"
"C'è una rinuncia a far politica che più che alla pace assomiglia a un mortorio". Dalla Costituente a Haider, l'ex Presidente della Repubblica a tutto campo
IDA DOMINIJANNI VALENTINO PARLATO 
il manifesto 2000.02.19
 
Pochi giorni fa, era il 4 febbraio e la Consulta aveva appena deciso su quali referendum saremmo stati chiamati a esprimerci, Oscar Luigi Scalfaro denunciò senza mezzi termini, in una intervista al Popolo, l'abuso in cui lo strumento referendario è precipitato, "una ferita alla nostra Carta costituzionale". Questa conversazione, nel suo studio di palazzo Giustiniani e in compagnia del suo collaboratore Alberto Gambino e di una ospitalissima Marianna, dai referendum riparte per spaziare sui temi più cari all'ex Presidente della Repubblica, tuttora i più scottanti in campo: gli esiti di quella ardua transizione italiana di cui lui è stato il timoniere più messo alla prova e più avvertito, le corde sensibili della giustizia, l'instabilità del sistema politico, le radici costituzionali irrinunciabili per traghettare l'Italia nel futuro. Profondo quanto serve e ironico quanto basta, l'ex Presidente torna volentieri al passato lontano, quello della Costituente e dei tempi in cui "ci formammo nel contatto diretto delle piazze, mentre ora, infilati nei robot, si finisce per assomigliargli". Ma non incupisce mai lo sguardo sul domani, che pure lo preoccupa per molti aspetti: il deficit di politica sulla scena pubblica, l'apatia del mondo cattolico che "sta a guardare", l'imprevedibile evoluzione delle anomalie italiane (anche se "il Berlusconi di oggi non è quello del '94, ha fatto parecchi passi avanti e ha preso gusto alla politica").
 
I referendum, dunque, come strumento prima che nel merito dei sette quesiti. "Nella Costituente - esordisce Scalfaro - noi giovani facemmo festa quando il referendum venne istituito: era una pagina nuova, voleva dire che il popolo, quando occorre, può riprendersi la sua sovranità per segnalare al parlamento che ha sbagliato. Ma la stessa natura di strumento abrogativo mostra il carattere eccezionale del referendum: che non è e non può diventare la regola. Chi oggi ne abusa lo ammette invece con leale candore: siccome il parlamento non riesce a fare le riforme, le facciamo coi referendum. Bisognerebbe richiamare il legislativo alle sue funzioni, ma d'altra parte nelle due camere le maggioranze necessarie a fare le riforme non ci sono".
 
L'abuso del referendum è uno dei sintomi dell'incompiutezza della transizione italiana. A che punto siamo, secondo Lei?
 
Di nuovo mi torna in mente la Costituente, dove i più anziani ci richiamavano sempre al fatto che eravamo in una fase di transizione....Negli anni Novanta, in Italia, c'è stato senza dubbio un fatto che ha rivoluzionato molti equilibri: la scoperta che nel mondo politico non venivano rispettati i valori etici. E che questo rinviava al codice penale. Da qui, la necessaria entrata in campo della magistratura, che non si può negare abbia spostato il peso dei poteri dello stato, con una esaltazione oggettiva della propria funzione e, in certi casi, anche con un'esaltazione soggettiva, da parte di alcuni magistrati che si sono sentiti gli attori principali in scena, e in un certo senso lo erano.
 
Questo è l'inizio, ammesso che sia stato qui e non nella caduta del Muro di Berlino, un evento politico che ha preceduto e consentito gli eventi giudiziari. Ma oggi, la transizione si è assestata, e come?
 
A mio avviso no. Oggi c'è un vuoto enorme di politica, e la politica non sopporta vuoti: qualcuno li occupa, varie forze e molteplici, quelli che siamo soliti chiamare "i poteri forti"...C'è anche una rinuncia a far politica, che più che alla pace assomiglia a un mortorio.
 
Di recente Lei ha avuto parole molto dure verso il trasformismo parlamentare. La situazione di oggi non le sembra una sorta di giolittismo senza Giolitti?
 
Lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti, come dice il Vangelo...Non mi pare Giolitti il punto, oggi. Chiediamoci piuttosto: quanto c'era di politico nell'ultima crisi di governo? Che motivazioni aveva? Io ho capito questo, che i Democratici volevano entrare nell'esecutivo attraverso una vera e propria crisi e non attraverso un rimpasto. Ma sulla base della mia lunga esperienza politica mi permetto di dubitare che con una crisi formale si entri in un governo a cavallo, con il pennacchio in testa e l'alabardo, e con un rimpasto ci si entri invece a piedi e con le scarpe rotte. Le procedure non possono fare velo alla sostanza. Del resto, se ci fossero state vere ragioni di crisi ci sarebbe stato più di un nome in gioco per la premiership. Invece ce n'era uno solo, quello che logicamente il capo dello stato ha fatto, non c'erano sul piatto né il trifoglio né altre verdure. E indubitabilmente questa crisi non è servita a rafforzare il governo.
 
Anzi, ci risiamo. La maggioranza si divide su tutto: dall'investitura del premier alle politiche sulla sicurezza al trattamento di fine rapporto...
 
La statura politica dell'attuale premier non mi pare che possa essere in discussione.
 
Che cosa pensa, da ex magistrato e da politico, delle ultime polemiche sulla politica penitenziaria?
 
E' un discorso delicato, che deve tenere fermi i diritti della persona e la concezione della pena come redenzione, ma non può risolversi con degli automatismi. Ai tempi della Costituente intervenni contro l'amnistia: venivamo da un'epoca in cui si usciva di galera (e molti tornavano a delinquere e ci rientravano) solo perché nasceva il rampollo del re, e a me pareva che per aprire una pagina nuova nella storia italiana bisognasse eliminare ogni automatismo di questo tipo. Così oggi non mi pare accettabile che si esca automaticamente di galera, dopo due giudizi di colpevolezza, solo perché scadono i termini del ricorso in cassazione. Penso che ragionevolmente, quando il giudizio d'appello conferma quello di primo grado, la presunzione d'innocenza possa mutarsi in presunzione di colpevolezza. Di converso, ritengo folle pensare che la pena possa diventare esecutiva dopo il solo primo grado: il diritto all'appello si radica nel diritto naturale, nella non infallibilità della persona e dunque del giudice.
Quanto agli sconti di pena, essi stanno già adesso nelle mani dei detenuti, dipendono dal loro comportamento, nel bene e nel male... l'ergastolo, di fatto, non c'è più. Piuttosto, è la valutazione del comportamento dei detenuti che è complessa, sfugge anch'essa agli automatismi e domanda un maggiore coinvolgimento di figure come medici, psichiatri, psicologi. Prendiamo i noti fatti di Palermo: l'uomo che va in carcere per avere ucciso l'amante della moglie e dopo sette anni esce e uccide la moglie, l'avrebbe fatta fuori anche se fosse uscito dopo venticinque...In questo caso gli sconti di pena c'entrano poco, c'è un desiderio maniacale di vendetta che qualche colloquio psicoterapeutico avrebbe potuto far emergere e forse placare
 
L'ergastolo, Lei dice, di fatto non c'è più. Ma di diritto sì. Il Senato ha votato la sua abrogazione, la Camera non si è ancora espressa. Lei è favorevole o contrario?
 
Mi porrei dei seri interrogativi: temo che il messaggio, sul piano psicologico almeno, sarebbe di un indebolimento del sistema penale.
 
Dicevamo dei referendum, e della difficoltà a coagulare maggioranze riformatrici in parlamento. Lei ha seguito e incoraggiato, dal Quirinale, il progetto di riforma costituzionale dell'ultima Bicamerale. Quel progetto è fallito per sabotaggio politico o perché non era maturo?
 
La Bicamerale è caduta per mano del leader dell'opposizione, e con l'appoggio di Francesco Cossiga, che aveva più volte esplicitato il suo dissenso dal progetto di riforma. Detto questo, va detto altresì che le riforme costituzionali devono avere una profondità di maturazione che quel progetto non aveva, e quando questa maturazione non c'è bisogna avere il coraggio di fare un passo indietro. La stagione della Bicamerale è stata piena di facili entusiasmi per questa o quella soluzione, che sono durati lo spazio d'un mattino.
 
Esempio?
 
L'elezione diretta del Presidente della Repubblica. Io preferisco l'elezione parlamentare, con un allargamento della platea dei grandi elettori, ma quando fu prospettata una forma temperata di elezione diretta, che non sconvolgeva in senso presidenzialista l'equilibrio del sistema istituzionale, non parve esistessero ragioni di principio per respingerla. Senonché quelli che allora puntavano i piedi per averla, oggi sono diventati contrari.
 
A proposito di presidenzialismo. Non è il nostro caso, ma c'è chi ritiene che Lei, interpretando in modo attivo e "interventista" la figura del Presidente, abbia oggettivamente favorito una spinta presidenzialista del sistema. Che cosa risponde a questo tipo di critica?
 
Rispetto queste considerazioni, ma domando: chi le fa ritiene che il mio "attivismo" si sia esercitato in un periodo normale di vita costituzionale? Io ho dovuto fare il chirurgo a Caporetto, non in una Asl-modello, vorrei che non si dimenticasse.
 
Torniamo alle riforme. Federalismo e sistema elettorale sono tuttora sul tavolo, ufficialmente almeno.
 
Vale anche in questi casi quello che dicevo prima. C'è stato un momento in cui se uno non faceva professione di fede federalista quasi quasi rischiava la cittadinanza. Oggi invece il tema è diventato strumentale alle alleanze elettorali: da una parte si riprende la parola "federalismo" col contagocce, dall'altra si rinuncia a spaccare la patria, intento del quale si è nel frattempo mostrata la guasconeria. Due delicati imbrogli che sommati non si azzerano, restano due imbrogli. Mentre l'avversione di una parte del paese per Roma e il centralismo non è diminuita affatto, anche se le Leghe come tali tendono a sgonfiarsi, e non la si affronta come si dovrebbe.
 
In questa avversione vede una delle cause dell'astensionismo?
 
Una soltanto. L'astensionismo ha una montagna di ragioni, prima fra tutte la difficoltà per i cittadini di riconoscere, nella confusione, le volontà politiche effettive.
 
Sistema elettorale: il bipolarismo all'italiana resta anomalo, contraddittorio, paralizzato da ricatti interni in entrambi gli schieramenti. Bisogna insistere col maggioritario o tentare un ritorno al proporzionale?
 
Il maggioritario ha avuto il merito di semplificare le scelte di campo nel momento in cui cadevano le vecchie ideologie. L'errore, alimentato dal coro dei media, è stato quello di pensare che una procedura, per quanto importante, come la legge elettorale, potesse risolvere di per sé problemi di sostanza. Che eliminando il proporzionale cadesse il peccato originale della Repubblica. Che il maggioritario risolvesse la crisi della politica - Segni era diventato il nuovo astro del firmamento della maldefinita "Seconda Repubblica". Da questa favola palingenetica alla realtà di oggi c'è di mezzo il mare. Abbiamo un trasformismo parlamentare fra i due poli che viene pure premiato coi gradi, e 64 sottosegretari - ai tempi della formazione del governo Amato io posi il limite di 35 -, un segno pesante di degenerazione che non porta certo vantaggio alla compagine di governo.
 
Conflitto d'interessi, un'altra riforma urgentissima ma mai fatta. Lei ha detto di recente che sarebbe un errore agitare come rivalsa quello che sarebbe invece un puro e semplice dovere morale......
 
Io dico che la legge sul conflitto d'interessi, una banale regola di civiltà, non può configurarsi come vendetta personale contro il leader dell'opposizione. Ma in questa trappola la maggioranza ci si è cacciata da sola, lasciando il tema inevaso per due anni e tirandolo fuori all'indomani della sconfitta alle Europee, per giunta in contemporanea con i tre rinvii a giudizio di Berlusconi. Quest'ultimo, da parte sua, non è stato da meno. Ha convocato i suoi saggi e poi, invece di mettere in atto immediatamente le loro indicazioni, le ha trasformate in un disegno di legge. La verità è che non c'è saturazione nel vincere, si vuole sempre stravincere. E stravincere, in politica, è peggio che perdere.
 
Caso Haider: un pericolo, un'esagerazione, un avvertimento?
 
Un campanello d'allarme, e ben vengano questi allarmi. Nelle mie terre, da giovane, ho visto passare i cortei di fascisti con la forca, e la "religione" del fascismo, come pure il culto dello stalinismo, mettere radici fra gli strati più poveri e abbandonati della popolazione. Sono ricordi che non si dimenticano, e fanno da memento per il futuro.
 
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