sabato 16 febbraio 2013
13 febbraio. Prima e dopo
Donne e uomini, sultani e complici. Un dossier
Che non fosse un sexgate, ma la catastrofe di un sistema politico basato sullo scambio sistematico fra sesso, potere e denaro era chiaro dall’inizio. Quando lo smascherò Veronica Lario, anzi prima, quando Sofia Ventura denunciò i metodi della cooptazione femminile in parlamento del suo partito, anzi ancora prima, quando fu insabbiata la prima inchiesta sulle veline; e dopo, quando Patrizia D’Addario aprì il sipario sulla prostituzione di regime. Un dossier di analisi e interventi per ripercorrere due anni vissuti pericolosamente, senza cadere nelle trappole di destra e di sinistra sulla separazione fra pubblico e privato, fra perbene e permale, fra politica e morale, fra reato e peccato, fra le notti di Arcore e i giorni di palazzo Chigi. Voci di donne sui fili invisibili che legano sessualità e potere, voci di uomini sulle complicità indicibili fra il sultano e i suoi sudditi.
Link utili
Pat Carra
In questo dossier non possono mancare le strisce di Pat Carra che, da donna, femminista e vignettista intuì subito il potenziale dirompente della lettera di Veronica Lario sul "ciarpame politico". Le strisce sono uscite sul manifesto tra maggio e ottobre 2009.
Gallerie fotografiche
Archivio manifesto
2011
Il corpo delle donne non è della Nazione
Tamar Pitch - il manifesto 26 febbraio 2011
La nazione ha molto a che fare con le donne, ma niente con la loro libertà. Per questo il senso della manifestazione del 13 febbraio, o almeno il senso che sembra esserne stato ricavato in area Pd, è problematico, se non preoccupante. Sia in alcuni interventi precedenti che in molti commenti successivi, donne e Italia, donne e nazione vengono evocate come indissolubilmente legate, così che le donne simboleggiano il vero cuore della nazione (anzi, il suo «corpo»), ciò che la salverà. E del resto che fosse in gioco non soltanto la «dignità delle donne», ma quella della nazione è stato detto esplicitamente più volte.
In questo, ahimé, non vi è nulla di nuovo. Tutti i nazionalismi hanno usato e usano questa retorica, compresi naturalmente i fascismi. Non è difficile capire perché. Le donne, i loro corpi, rappresentano e custodiscono la «tradizione», e insieme ne promettono continuità e futuro. Per questo il dominio su di loro e i loro corpi è essenziale, così come, complementarmente, l'esclusione degli «altri» (maschi) dall'accesso a questi corpi stessi. Sessismo e razzismo (e omofobia) non solo vanno insieme ma sono in certo senso presupposti e risultati della nazione.
A differenza dello stato moderno, concepito come prodotto artificiale di un patto tra individui razionali a tutela dei loro diritti, la nazione è intesa e vissuta come prodotto storico, se non addirittura naturale (in ragione dei «legami di sangue»), che si pone prima dello stato e da esso deve essere rappresentata e difesa. La nazione non è la somma di individui la cui unica caratteristica è l'essere dotati di ragione. È, in certo senso, il suo esatto contrario, ossia il prodotto organico di relazioni tra soggetti incarnati e storicamente determinati, relazioni basate sulla comunità di lingua, di storia, di tradizione: e di «sangue». Se, dal punto di vista storico, molte nazioni moderne sono piuttosto il prodotto che non il presupposto dello stato, esse vengono invece vissute come ciò che lo legittima. In linea di principio, lo stato è inclusivo: chiunque può aderire al patto. La nazione invece è esclusiva: vi si appartiene per nascita. Lo stato prescinde dai corpi, la nazione ne è costituita. Lo stato non ha un corpo (e non vive, direbbe Brecht, «in una casa con i telefoni»), la nazione invece sì.
Quali corpi, quale corpo? I corpi degli uomini, votati al sacrificio supremo per difenderla, i corpi delle donne, da cui dipende il suo futuro. Il Corpo della nazione (basta vedere l'iconografia) è invece esclusivamente femminile, così come, è ovvio, la mente è maschile. Metafore, certo, ma performanti. E pericolose. In primo luogo per la libertà femminile, che si fonda precisamente sulla possibilità e capacità di disporre di sé, della propria sessualità e fertilità. Ora, è proprio questo che è impossibile per la tenuta e la continuità della nazione: il corpo delle donne deve essere soggetto a questi imperativi (tenuta e continuità), e questi imperativi, se possono mutare di contenuto a seconda delle esigenze (fare tanti figli o non farne affatto, per esempio), lo separano dai desideri e dalla volontà della singola, per sottometterlo a quelli di chi decide per il «bene della nazione».
Può capitare, ed è capitato, che si faccia appello alle donne e se ne richieda una sorta di protagonismo per «la salvezza» (o «la dignità») della nazione. Ciò non implica, perlopiù, un effettivo liberarsi delle donne: come si è visto spesso nei casi delle lotte di liberazione nazionale. Finita la mobilitazione, alle donne si impone di nuovo di essere le custodi di ciò che rende la nazione tale, le tradizioni, i legami di sangue, e di piegare i propri desideri , in primo luogo rispetto alla sessualità, in funzione di ciò che la nazione e il suo futuro richiedono. Insomma la nazione, la patria, la comunità, l'identità culturale sono costitutivamente nemiche della libertà femminile. Per la nazione, la patria, ecc., le donne devono essere mogli fedeli e madri degli uomini. Al massimo, madri della patria, cui ricorrere in tempi bui.
Ciò che questi soggetti collettivi (nazione, patria, comunità) escludono è la singolarità. Le donne sono un tutto unico e indifferenziato, la cui soggettività è bensì incarnata, ma nel senso che essa è interamente determinata dal corpo, il quale a sua volta è letto in base alle funzioni che gli sono attribuite. Abbiamo criticato lo stato e il diritto moderno, l'idea di libertà e il paradigma politico che vi sono connessi perché si fondano su un soggetto neutro e disincarnato. Tuttavia, se stato e diritto moderni sono pur stati strumenti di emancipazione, la nazione, viceversa, è sempre stato un ostacolo per noi e per la nostra libertà.
A ben vedere, ambedue, stato e nazione, poggiano precisamente su quelle dicotomie dominanti nel pensiero europeo che abbiamo cercato di decostruire inaugurando una idea e una pratica della politica diverse: soggetto-oggetto, natura-cultura, mente-corpo. Oggi, almeno in Italia, ci ritroviamo strette tra un'ideologia dominante che definisce la libertà personale come possibilità di scelta (razionale) di una «mente» separata dal corpo, il quale può dunque (e deve) diventare una merce come tutte le altre e un'ideologia confusa (e pericolosa) in cui si mescolano la tendenza a negare la singolarità e a dissolvere le differenze in un tutto indistinto, con il rischio di ricondurre il femminile a una qualche essenza consegnata nel corpo. Un corpo decoroso, beninteso. È questo impasto indigesto di decoro e maternage ciò che ci aspetta dopo Berlusconi?
La nazione ha molto a che fare con le donne, ma niente con la loro libertà. Per questo il senso della manifestazione del 13 febbraio, o almeno il senso che sembra esserne stato ricavato in area Pd, è problematico, se non preoccupante. Sia in alcuni interventi precedenti che in molti commenti successivi, donne e Italia, donne e nazione vengono evocate come indissolubilmente legate, così che le donne simboleggiano il vero cuore della nazione (anzi, il suo «corpo»), ciò che la salverà. E del resto che fosse in gioco non soltanto la «dignità delle donne», ma quella della nazione è stato detto esplicitamente più volte.
In questo, ahimé, non vi è nulla di nuovo. Tutti i nazionalismi hanno usato e usano questa retorica, compresi naturalmente i fascismi. Non è difficile capire perché. Le donne, i loro corpi, rappresentano e custodiscono la «tradizione», e insieme ne promettono continuità e futuro. Per questo il dominio su di loro e i loro corpi è essenziale, così come, complementarmente, l'esclusione degli «altri» (maschi) dall'accesso a questi corpi stessi. Sessismo e razzismo (e omofobia) non solo vanno insieme ma sono in certo senso presupposti e risultati della nazione.
A differenza dello stato moderno, concepito come prodotto artificiale di un patto tra individui razionali a tutela dei loro diritti, la nazione è intesa e vissuta come prodotto storico, se non addirittura naturale (in ragione dei «legami di sangue»), che si pone prima dello stato e da esso deve essere rappresentata e difesa. La nazione non è la somma di individui la cui unica caratteristica è l'essere dotati di ragione. È, in certo senso, il suo esatto contrario, ossia il prodotto organico di relazioni tra soggetti incarnati e storicamente determinati, relazioni basate sulla comunità di lingua, di storia, di tradizione: e di «sangue». Se, dal punto di vista storico, molte nazioni moderne sono piuttosto il prodotto che non il presupposto dello stato, esse vengono invece vissute come ciò che lo legittima. In linea di principio, lo stato è inclusivo: chiunque può aderire al patto. La nazione invece è esclusiva: vi si appartiene per nascita. Lo stato prescinde dai corpi, la nazione ne è costituita. Lo stato non ha un corpo (e non vive, direbbe Brecht, «in una casa con i telefoni»), la nazione invece sì.
Quali corpi, quale corpo? I corpi degli uomini, votati al sacrificio supremo per difenderla, i corpi delle donne, da cui dipende il suo futuro. Il Corpo della nazione (basta vedere l'iconografia) è invece esclusivamente femminile, così come, è ovvio, la mente è maschile. Metafore, certo, ma performanti. E pericolose. In primo luogo per la libertà femminile, che si fonda precisamente sulla possibilità e capacità di disporre di sé, della propria sessualità e fertilità. Ora, è proprio questo che è impossibile per la tenuta e la continuità della nazione: il corpo delle donne deve essere soggetto a questi imperativi (tenuta e continuità), e questi imperativi, se possono mutare di contenuto a seconda delle esigenze (fare tanti figli o non farne affatto, per esempio), lo separano dai desideri e dalla volontà della singola, per sottometterlo a quelli di chi decide per il «bene della nazione».
Può capitare, ed è capitato, che si faccia appello alle donne e se ne richieda una sorta di protagonismo per «la salvezza» (o «la dignità») della nazione. Ciò non implica, perlopiù, un effettivo liberarsi delle donne: come si è visto spesso nei casi delle lotte di liberazione nazionale. Finita la mobilitazione, alle donne si impone di nuovo di essere le custodi di ciò che rende la nazione tale, le tradizioni, i legami di sangue, e di piegare i propri desideri , in primo luogo rispetto alla sessualità, in funzione di ciò che la nazione e il suo futuro richiedono. Insomma la nazione, la patria, la comunità, l'identità culturale sono costitutivamente nemiche della libertà femminile. Per la nazione, la patria, ecc., le donne devono essere mogli fedeli e madri degli uomini. Al massimo, madri della patria, cui ricorrere in tempi bui.
Ciò che questi soggetti collettivi (nazione, patria, comunità) escludono è la singolarità. Le donne sono un tutto unico e indifferenziato, la cui soggettività è bensì incarnata, ma nel senso che essa è interamente determinata dal corpo, il quale a sua volta è letto in base alle funzioni che gli sono attribuite. Abbiamo criticato lo stato e il diritto moderno, l'idea di libertà e il paradigma politico che vi sono connessi perché si fondano su un soggetto neutro e disincarnato. Tuttavia, se stato e diritto moderni sono pur stati strumenti di emancipazione, la nazione, viceversa, è sempre stato un ostacolo per noi e per la nostra libertà.
A ben vedere, ambedue, stato e nazione, poggiano precisamente su quelle dicotomie dominanti nel pensiero europeo che abbiamo cercato di decostruire inaugurando una idea e una pratica della politica diverse: soggetto-oggetto, natura-cultura, mente-corpo. Oggi, almeno in Italia, ci ritroviamo strette tra un'ideologia dominante che definisce la libertà personale come possibilità di scelta (razionale) di una «mente» separata dal corpo, il quale può dunque (e deve) diventare una merce come tutte le altre e un'ideologia confusa (e pericolosa) in cui si mescolano la tendenza a negare la singolarità e a dissolvere le differenze in un tutto indistinto, con il rischio di ricondurre il femminile a una qualche essenza consegnata nel corpo. Un corpo decoroso, beninteso. È questo impasto indigesto di decoro e maternage ciò che ci aspetta dopo Berlusconi?
Il potere del maschio, triste e depresso
Andrea Bagni - il manifesto 25 Febbraio 2011
Chi si ricorda di Francesco Petrarca? «Erano i capei d'oro a l'aura sparsi/che 'n mille dolci nodi gli avvolgea/e 'l vago lume oltre misura ardea/di quei begli occhi, ch'or ne sono sì scarsi». Il tempo è passato, la luce degli occhi si è un po' affievolita. La donna porta i segni dell'età. E l'uomo? Oggi qualcuno direbbe che il «consumatore finale» può ricorrere alla rottamazione. Il vecchio Francesco no. «Uno spirto celeste, un vivo sole/fu quel ch'io vidi: e se non fosse or tale,/piaga per allentar d'arco non sana». La ferita dell'amore mica si chiude se colei che l'ha accesa non è esattamente più la stessa: l'arco si è allentato ma perché fa parte della vita, è la vita. L'alternativa sono i volti plastificati della carta patinata o della tivù. Quelli non invecchiano. Fatima Mernissi ha scritto che alle donne islamiche è negato lo spazio, a quelle occidentali il tempo. Proibito invecchiare.
Bisognerebbe fare un corso politico di letteratura d'amore. Ci libererebbe da molte miserie. Perché qui sul pianeta terra, l'Italia è un casino. Da una parte il potere allo stato nudo di chi pensa di poter tutto comprare, avvocati e deputati come corpi giovani di donne. Pagando con bonifici, ruoli in televisione o posti in parlamento. Non c'è differenza, tutto è merce. Dall'altro la denuncia scandalizzata delle orge, il sesso come peccato, l'invito ad andare a letto presto, il catalogo delle professioni nobili accanto a quelle maledette. Come il sesso fosse sempre cosa sporca, e le donne sempre sante o puttane.
Al centro il tradizionale immaginario maschile che si compiace del suo dominio, fa l'amore con quello, celebra il suo potere d'acquisto, giovani fanciulle da tenere sulle ginocchia - come nelle barzellette dell'italietta anni cinquanta o dell'Italia anni ottanta.
Il sesso è potere. Asimmetria delle posizioni, oggetto oscuro del desiderio, equivalente universale. Non è questione solo di denaro: è in gioco il possedere e l'apparire, far parte della corte - cioè l'esistere. E la politica si fa corpo, incarnazione, lifting, amore delle masse.
Gli uomini guardano, mi sembra, lo spettacolo del re nudo, un po' invidiosi del potere che vince l'impotenza, riconoscendo nel consumatore finale un'immagine del proprio album di famiglia. Forse anche spaventati dalla capacità di marketing di queste spavalde imprenditrici di se stesse: ragazze-immagine, escort raffinate che sanno quello che vogliono e non regalano nulla a nessuno. Mica le puttane di una volta. E però è un guardare che fa male, che si esorcizza con la battuta ironica, per noi di sinistra rigorosamente autoironica, ma non basta.
Noialtri uomini ci stiamo malissimo in questa rappresentazione. E il punto di partenza non mi sembra sia la questione dell'etica e delle norme. A me sembra una questione di libertà - che non si può vivere da dentro il potere. La libertà nostra e delle donne, perché senza altre e altri non si è liberi, si è soli. Il sesso, l'amore, sono incontro invenzione immaginazione al potere - oppure lo squallore miserabile di chi riduce tutto a merce. Ad Arcore come a Mirafiori. E sogna di poter ordinare carezze come terapia contro la solitudine. Di poter vincere la propria finitezza, i propri limiti, come se si potesse accedere all'immortalità attraverso il consumo dei corpi giovanili.
Chiaro che non funziona così. Non si può vivere così la vita. Così si uccide, prima dentro di sé poi negli altri. Nelle altre.
Dentro una miserabile compra-vendita di prestazioni sessuali o professionali maschili o femminili, da igieniste dentali o avvocati servi, la vita è ridotta a televendita e rapporto neofeudale. La dignità non è una questione di decoro ma di libertà e coraggio di esistere in proprio, di onestà intellettuale e libera invenzione di sé. Per le donne e per gli uomini.
Lo si è visto, mi sembra, durante le manifestazioni del 13 febbraio: nel disastro e nella disperazione di questa Italia, una festa del ritrovarsi diversi e riconoscersi un altro paese (seppure privo di rappresentanza). Certo l'antiberlusconismo è un comune denominatore facile. Però a me sembra che quell'entusiasmo così caotico e così vivo, che a Firenze non vedevamo dai tempi del Social forum, non sia solo un sentimento generico di sdegno, ma un'energia e l'espressione di un desiderio vero, politico. Anche maschile.
Perché Berlusconi offende soprattutto gli uomini. Riduce l'immaginario a un gioco fondato sull'umiliazione e sull'affermazione di sé. È amore solo per se stessi e paura di affrontare la nostra parzialità di uomini. Paura dei sentimenti. Della esposizione alla sofferenza. E invece in quello sporgersi fuori di noi, fuori del potere, sta la libertà possibile: la possibilità di un incontro vero, alla pari, fra diversi. La creatività delle scoperte e dei giochi. L'invenzione di rapporti in cui essere veramente se stessi.
Il punto è che non si è liberi come uomini senza la libertà delle donne. Anche se mette in crisi. Si rimane inchiodati a un ruolo, tristi e depressi anche se è un ruolo di potere. Proprio perché è un ruolo di potere. Se Berlusconi è per certi versi il nostro specchio, è uno specchio deformante, da rompere. Forse ci aiuterà a liberarci non solo da Berlusconi ma anche dal berlusconismo. Che è un nemico più insidioso. Interno.
E se la piazza finale di Firenze era sistemata malissimo, pazienza. Si sa, quando organizzano le donne....
Chi si ricorda di Francesco Petrarca? «Erano i capei d'oro a l'aura sparsi/che 'n mille dolci nodi gli avvolgea/e 'l vago lume oltre misura ardea/di quei begli occhi, ch'or ne sono sì scarsi». Il tempo è passato, la luce degli occhi si è un po' affievolita. La donna porta i segni dell'età. E l'uomo? Oggi qualcuno direbbe che il «consumatore finale» può ricorrere alla rottamazione. Il vecchio Francesco no. «Uno spirto celeste, un vivo sole/fu quel ch'io vidi: e se non fosse or tale,/piaga per allentar d'arco non sana». La ferita dell'amore mica si chiude se colei che l'ha accesa non è esattamente più la stessa: l'arco si è allentato ma perché fa parte della vita, è la vita. L'alternativa sono i volti plastificati della carta patinata o della tivù. Quelli non invecchiano. Fatima Mernissi ha scritto che alle donne islamiche è negato lo spazio, a quelle occidentali il tempo. Proibito invecchiare.
Bisognerebbe fare un corso politico di letteratura d'amore. Ci libererebbe da molte miserie. Perché qui sul pianeta terra, l'Italia è un casino. Da una parte il potere allo stato nudo di chi pensa di poter tutto comprare, avvocati e deputati come corpi giovani di donne. Pagando con bonifici, ruoli in televisione o posti in parlamento. Non c'è differenza, tutto è merce. Dall'altro la denuncia scandalizzata delle orge, il sesso come peccato, l'invito ad andare a letto presto, il catalogo delle professioni nobili accanto a quelle maledette. Come il sesso fosse sempre cosa sporca, e le donne sempre sante o puttane.
Al centro il tradizionale immaginario maschile che si compiace del suo dominio, fa l'amore con quello, celebra il suo potere d'acquisto, giovani fanciulle da tenere sulle ginocchia - come nelle barzellette dell'italietta anni cinquanta o dell'Italia anni ottanta.
Il sesso è potere. Asimmetria delle posizioni, oggetto oscuro del desiderio, equivalente universale. Non è questione solo di denaro: è in gioco il possedere e l'apparire, far parte della corte - cioè l'esistere. E la politica si fa corpo, incarnazione, lifting, amore delle masse.
Gli uomini guardano, mi sembra, lo spettacolo del re nudo, un po' invidiosi del potere che vince l'impotenza, riconoscendo nel consumatore finale un'immagine del proprio album di famiglia. Forse anche spaventati dalla capacità di marketing di queste spavalde imprenditrici di se stesse: ragazze-immagine, escort raffinate che sanno quello che vogliono e non regalano nulla a nessuno. Mica le puttane di una volta. E però è un guardare che fa male, che si esorcizza con la battuta ironica, per noi di sinistra rigorosamente autoironica, ma non basta.
Noialtri uomini ci stiamo malissimo in questa rappresentazione. E il punto di partenza non mi sembra sia la questione dell'etica e delle norme. A me sembra una questione di libertà - che non si può vivere da dentro il potere. La libertà nostra e delle donne, perché senza altre e altri non si è liberi, si è soli. Il sesso, l'amore, sono incontro invenzione immaginazione al potere - oppure lo squallore miserabile di chi riduce tutto a merce. Ad Arcore come a Mirafiori. E sogna di poter ordinare carezze come terapia contro la solitudine. Di poter vincere la propria finitezza, i propri limiti, come se si potesse accedere all'immortalità attraverso il consumo dei corpi giovanili.
Chiaro che non funziona così. Non si può vivere così la vita. Così si uccide, prima dentro di sé poi negli altri. Nelle altre.
Dentro una miserabile compra-vendita di prestazioni sessuali o professionali maschili o femminili, da igieniste dentali o avvocati servi, la vita è ridotta a televendita e rapporto neofeudale. La dignità non è una questione di decoro ma di libertà e coraggio di esistere in proprio, di onestà intellettuale e libera invenzione di sé. Per le donne e per gli uomini.
Lo si è visto, mi sembra, durante le manifestazioni del 13 febbraio: nel disastro e nella disperazione di questa Italia, una festa del ritrovarsi diversi e riconoscersi un altro paese (seppure privo di rappresentanza). Certo l'antiberlusconismo è un comune denominatore facile. Però a me sembra che quell'entusiasmo così caotico e così vivo, che a Firenze non vedevamo dai tempi del Social forum, non sia solo un sentimento generico di sdegno, ma un'energia e l'espressione di un desiderio vero, politico. Anche maschile.
Perché Berlusconi offende soprattutto gli uomini. Riduce l'immaginario a un gioco fondato sull'umiliazione e sull'affermazione di sé. È amore solo per se stessi e paura di affrontare la nostra parzialità di uomini. Paura dei sentimenti. Della esposizione alla sofferenza. E invece in quello sporgersi fuori di noi, fuori del potere, sta la libertà possibile: la possibilità di un incontro vero, alla pari, fra diversi. La creatività delle scoperte e dei giochi. L'invenzione di rapporti in cui essere veramente se stessi.
Il punto è che non si è liberi come uomini senza la libertà delle donne. Anche se mette in crisi. Si rimane inchiodati a un ruolo, tristi e depressi anche se è un ruolo di potere. Proprio perché è un ruolo di potere. Se Berlusconi è per certi versi il nostro specchio, è uno specchio deformante, da rompere. Forse ci aiuterà a liberarci non solo da Berlusconi ma anche dal berlusconismo. Che è un nemico più insidioso. Interno.
E se la piazza finale di Firenze era sistemata malissimo, pazienza. Si sa, quando organizzano le donne....
Un'intensa luce sulla notte della Repubblica
Raffaele K. Salinari - il manifesto 19 febbraio 2011
La manifestazione del 13 febbraio ha rappresentato la prima vittoria per la riappropriazione del simbolico democratico nel nostro paese. Già la scelta del tempo, quel «Se non ora quando», condensa e dispiega la potenza dello Jetzt del momento propizio, del Kairos che determina se stesso contro il vecchio tempo lineare di Kronos, la divinità patriarcale che divora i figli e che viene sconfitto poiché la Grande Madre così decide dopo aver ascoltato il dolore delle creature costrette dal tiranno dei mondi nel suo ventre. L'«ora» della manifestazione, dunque, ha creato il suo proprio «quando», ed ha aperto così un passaggio. I passages sono, ha detto Aragon, le situazioni in cui non si può sostare più di un istante ma, in questo istante, siamo posti di fronte all'evento che sembra contenere ogni evento possibile. Qui, in questi passages, diceva Benjamin, «un'epoca sogna la successiva». Come una luce non si ricorda per la sua durata ma per la sua intensità, la manifestazione delle donne, e degli uomini che hanno in questa occasione ritrovato il loro ruolo di padri, ha illuminato quel tempo, che sembrava oscuro, della notte repubblicana. Quei corpi femminili hanno creato una perturbazione spazio-temporale evidente, nella quale la densità del loro passaggio ha piegato gli eventi creando una configurazione radicalmente nuova. La battaglia per la decolonizzazione del simbolico pubblico e privato è esplosa con un «basta!» senza appello e senza perdono.
L'assenza dei simboli della politica-politica, delle bandiere dei partiti, dei responsabili politici che discutono a mezza bocca tra loro mentre stringono mani guardando altrove, il silenzio lasciato dagli slogan di parte che si affermano nella loro identità ristretta, ha lasciato il campo ad un'opera d'arte collettiva, dove la trama e l'ordito della narrazione erano intrecciate dall'esserci stesso delle donne, dal loro prepotente ritorno sul proscenio dell'inconscio collettivo e personale di ognuno di noi. Chi ha a cuore la vita, e le singole vite nella vita, le singole bios nella Zoè, non può non aver visto in questa manifestazione un ritorno della Dea-Madre che nei tempi pre-ellenici dominava con il suo potere creatore il Mediterraneo, della Potnia sovrana delle stagioni e del trascorrere delle esistenze, di cui le singole donne sono manifestazione caratterizzata e potente, quando la posta in gioco è il rispetto della vita che loro rappresentano per mandato biologico.
A differenza di altre manifestazioni, dunque, l'impronta che questa ha lasciato nell'anima di tanti ricostruirà le immagini di un rinascimento simbolico che scaccerà il «sole nero» della mortificazione ed illuminerà un percorso affatto nuovo anche se ciclicamente inscritto nella storia dei nostri popoli. Le «Egiziane» d'Italia hanno colto lo spirito del tempo, lo scirocco che spira dalla sponda sud del Mediterraneo ha trasportato sino a noi le voci di tante donne accomunate dagli stessi desideri e dalle stesse necessità. Prima che il calendario sancisca l'arrivo della bella stagione, Venere urana si è mostrata in tutta la sua forza terribile a vedersi. Ora forse l'onda diverrà carsica, per un altro tempo, ma continuerà ad alimentarsi della consapevolezza di rappresentare un interesse più grande di tutto, la dignità della vita, e si orienterà con la necessità più stringente di ogni costrizione, quella di testimoniarlo con la propria stessa esistenza.
La manifestazione del 13 febbraio ha rappresentato la prima vittoria per la riappropriazione del simbolico democratico nel nostro paese. Già la scelta del tempo, quel «Se non ora quando», condensa e dispiega la potenza dello Jetzt del momento propizio, del Kairos che determina se stesso contro il vecchio tempo lineare di Kronos, la divinità patriarcale che divora i figli e che viene sconfitto poiché la Grande Madre così decide dopo aver ascoltato il dolore delle creature costrette dal tiranno dei mondi nel suo ventre. L'«ora» della manifestazione, dunque, ha creato il suo proprio «quando», ed ha aperto così un passaggio. I passages sono, ha detto Aragon, le situazioni in cui non si può sostare più di un istante ma, in questo istante, siamo posti di fronte all'evento che sembra contenere ogni evento possibile. Qui, in questi passages, diceva Benjamin, «un'epoca sogna la successiva». Come una luce non si ricorda per la sua durata ma per la sua intensità, la manifestazione delle donne, e degli uomini che hanno in questa occasione ritrovato il loro ruolo di padri, ha illuminato quel tempo, che sembrava oscuro, della notte repubblicana. Quei corpi femminili hanno creato una perturbazione spazio-temporale evidente, nella quale la densità del loro passaggio ha piegato gli eventi creando una configurazione radicalmente nuova. La battaglia per la decolonizzazione del simbolico pubblico e privato è esplosa con un «basta!» senza appello e senza perdono.
L'assenza dei simboli della politica-politica, delle bandiere dei partiti, dei responsabili politici che discutono a mezza bocca tra loro mentre stringono mani guardando altrove, il silenzio lasciato dagli slogan di parte che si affermano nella loro identità ristretta, ha lasciato il campo ad un'opera d'arte collettiva, dove la trama e l'ordito della narrazione erano intrecciate dall'esserci stesso delle donne, dal loro prepotente ritorno sul proscenio dell'inconscio collettivo e personale di ognuno di noi. Chi ha a cuore la vita, e le singole vite nella vita, le singole bios nella Zoè, non può non aver visto in questa manifestazione un ritorno della Dea-Madre che nei tempi pre-ellenici dominava con il suo potere creatore il Mediterraneo, della Potnia sovrana delle stagioni e del trascorrere delle esistenze, di cui le singole donne sono manifestazione caratterizzata e potente, quando la posta in gioco è il rispetto della vita che loro rappresentano per mandato biologico.
A differenza di altre manifestazioni, dunque, l'impronta che questa ha lasciato nell'anima di tanti ricostruirà le immagini di un rinascimento simbolico che scaccerà il «sole nero» della mortificazione ed illuminerà un percorso affatto nuovo anche se ciclicamente inscritto nella storia dei nostri popoli. Le «Egiziane» d'Italia hanno colto lo spirito del tempo, lo scirocco che spira dalla sponda sud del Mediterraneo ha trasportato sino a noi le voci di tante donne accomunate dagli stessi desideri e dalle stesse necessità. Prima che il calendario sancisca l'arrivo della bella stagione, Venere urana si è mostrata in tutta la sua forza terribile a vedersi. Ora forse l'onda diverrà carsica, per un altro tempo, ma continuerà ad alimentarsi della consapevolezza di rappresentare un interesse più grande di tutto, la dignità della vita, e si orienterà con la necessità più stringente di ogni costrizione, quella di testimoniarlo con la propria stessa esistenza.
Dopo il femminismo, fra fondamentalisti e «sindrome Palin»
Paola Melchiori - il manifesto 13 febbraio 2011
Abbiamo bisogno di Berlusconi per confrontarci tra noi? Per ri-chiedere ai nostri amici maschi di fare quello che chiediamo loro di fare da quarant'anni? Pare di sì. Ma non possiamo cacciarlo, Berlusconi, tutti, per quello che è, un essere inqualificabile su tutti i piani? E vedere la sua relazione con le donne come espressione perfetta di questa inqualificabilità? Organizzare una manifestazione generale promossa dalle donne per cacciare Berlusconi? Da tempo nel mondo le avanguardie sociopolitiche sono le donne, che prendono in carico, usualmente, questioni spinose.
Ma proviamo anche a prendere la questione da un' altra parte. Usiamo l'occasione per domandarci: in che fase siamo per quanto attiene alla liberazione delle donne dalle schiavitù interne ed esterne?
Il femminismo ha operato una rivoluzione culturale ed epistemologica, toccando la biopolitica del patriarcato, cioè gli assetti profondi degli equilibri personali degli umani e della società. Qualcosa è cambiato per sempre e questo ha radicalizzato i termini del conflitto, prima oscurato dal silenzio di una parte. Questo «silenzio» è finito. Oggi ci si deve confrontare con uno scenario molto più complesso, e profondamente, non solo per effetto della mutata situazione globale ma anche perché lo scenario è reso più confuso proprio dalla contemporanea combinazione degli effetti prodotti da questo movimento e dalle reazioni ad esso. E in tutti gli attori, vittime e persecutori, per cosi dire. I nuovi assetti, transculturali e trangenerazionli, sia delle vittime che del sistema che hanno scosso, sono il risultato dei reciproci adattamenti, quelli delle donne per sopravvivere comunque ai comportamenti profondamente interiorizzati; quelli, degli uomini, per mantenere gli assetti non scomodi e utili ai propri privilegi.
La comprensione della combinazione e della distinzione tra gli elementi permanenti del patriarcato e quelli storicamente mutanti è oggi elemento essenziale per non rimanere intrappolate tra i fondamentalismi di vario tipo e la spada di Damocle dell'accusa di insufficiente «modernità». Le reazioni a quelle che all'inizio erano solo non iperradicali domande di inclusione nel corpus dei diritti, e che sono pian piano diventate messe in questione radicali di una forma della «civilizzazione», hanno rivelato quanto questo ordine delle cose non voglia essere messo in questione: cambiare purchè nulla cambi. Gli strumenti di risposta del sistema sono stati molteplici: violenza, repressione e uso delle scoperte per annullarle meglio. Livelli di violenza contro le donne traversano i paesi emancipati del Nord Europa e l'ultimo «barrio» latinoamericano. Le istituzioni neoliberali usano la scoperta dell' importanza del lavoro femminile, sia quello produttivo che quello nascosto nel sociale, per sfruttarlo al meglio.
Non si tratta di una regressione ma della rivelazione di alcuni dei fondamenti dei sistemi sociali, resi visibili dalla reazione all'emergere di comportamenti legittimati dai movimenti delle donne, sia sul piano delle vite personali che delle posizioni pubbliche. Sia per i fondamentalismi che per le società moderne la libertà femminile elimina l'ultima risorsa nei meccanismi classici di ammortizzazione economica, sociale ed emotiva. L'uscita delle donne per iniziativa autonoma dal posto che è loro assegnato ridisegna i poteri in modo intollerabile per gli uomini, anche per quelli che si dicono progressisti. Il riemergere violento di questa preistoria sepolta sotto le fondazioni della civiltà stupisce gli stessi soggetti che questo movimento hanno creato. Ci ha trovato non pronte a comprendere sino in fondo e a rispondere, anche per stupore e incredulità, alla sua virulenta misoginia.
La situazione delle donne è indubitabilmente avanzata, spazi di libertà si sono aperti. Ma è la combinazione dei meccanismi di sopravvivenza primari dei due sessi che dobbiamo capire meglio e saper gestire: questa violenza primaria degli uomini, i meccanismi di sopravvivenza delle donne e i vantaggi secondari per loro del patriarcato, combinata con gli spazi di emancipazione conquistati e da difendere che dobbiamo vedere meglio. E cosa ciò significhi in termini di conquista di una libertà personale soggettiva per le donne.
L'uomo potente cerca giovinezza attraverso giovinette, le giovinette futuro attraverso la vendita della loro giovinezza. Fenomeno antico, antichissimo, riciclato nei tempi di ora, tempi di emancipazione femminile, usata e negata a seconda dei momenti. Invece di contrapporre puttane e mamme, dovremmo guardare con occhio più lungimirante a queste «combinazioni» che producono nuovi centauri, nuove specie: mamme col fucile travestire da pitbull, versione Palin; maschi senza più argini pulsionali, etologicamente aggressivi. Altrimenti resteremo inchiodate sempre a rispondere a/, ad avere protagonismo su/ scene le cui forme sono decise da altri o su scene che non esistono più. La «sindrome Palin» in USA ha mostrato infatti in maniera esemplare l'efficacia di stereotipi legati alla femminilità più antica, nel suo potere e nel suo asservimento, oggi travestita da emancipazione femminile. Una destra fondamentalista e militarista fa sua non più la donna tradizionalista ma un modello «femminista», androgino e multiplo: materno e guerrafondaio al tempo stesso. Cosi una iper fondamentalista si nasconde dietro una emancipata donna di affari, sportiva, amazzonica, androgina, mentre un immaginario materno rassicura gli animi. Una madre col fucile difende il territorio bianco da immigrati, femministe e gay. Come ci orientiamo, allora, in una nuova giungla di fenomeni e comportamenti caratterizzati dalla confusione e dall'allentamento delle rigidità dei ruoli? Grazie a questi movimenti e alle congiunture sopra delineate, oggi, ci troviamo infatti di fronte a una serie di paradossi che creano una incredibile varietà di situazioni e contraddizioni.
Essi ci indicano dove lavorare ancora e più profondamente al livello degli equilibri profondi di ogni essere umano, per approfondire laddove ci siamo fermate, per saper individuare dove si nascondano i tranelli che riproducono il passato sotto le maschere del nuovo. La difesa dei valori femminili copre ritorni pericolosi alle non libertà del passato e non svela invece il nuovo «corso». Nella misura in cui le donne stanno invadendo lo spazio pubblico, sarà fondamentale orientarsi nei valori da loro portati avanti in nome di una ritrovata e inventata libertà da ruoli profondi interiorizzati, rimasti attivi nelle società moderne. Oggi infatti il movimento delle donne è preso tra un risorgere dei fondamentalismi e un uso volgare e machista della suppostamente raggiunta emancipazione femminile, che apre la strada ad una deformazione totale dei valori portati avanti dalle donne. Tutti i sistemi sociali e politici, tutti i movimenti populistici, hanno usato da sempre gli stereotipi legati al femminile per la propaganda più efficace e subliminale. Oggi essi stanno avanzando in una nuova e più pericolosa forma. Sarà, ben presto, già è, un nuovo terreno di sfida, intellettuale e politica.
Abbiamo bisogno di Berlusconi per confrontarci tra noi? Per ri-chiedere ai nostri amici maschi di fare quello che chiediamo loro di fare da quarant'anni? Pare di sì. Ma non possiamo cacciarlo, Berlusconi, tutti, per quello che è, un essere inqualificabile su tutti i piani? E vedere la sua relazione con le donne come espressione perfetta di questa inqualificabilità? Organizzare una manifestazione generale promossa dalle donne per cacciare Berlusconi? Da tempo nel mondo le avanguardie sociopolitiche sono le donne, che prendono in carico, usualmente, questioni spinose.
Ma proviamo anche a prendere la questione da un' altra parte. Usiamo l'occasione per domandarci: in che fase siamo per quanto attiene alla liberazione delle donne dalle schiavitù interne ed esterne?
Il femminismo ha operato una rivoluzione culturale ed epistemologica, toccando la biopolitica del patriarcato, cioè gli assetti profondi degli equilibri personali degli umani e della società. Qualcosa è cambiato per sempre e questo ha radicalizzato i termini del conflitto, prima oscurato dal silenzio di una parte. Questo «silenzio» è finito. Oggi ci si deve confrontare con uno scenario molto più complesso, e profondamente, non solo per effetto della mutata situazione globale ma anche perché lo scenario è reso più confuso proprio dalla contemporanea combinazione degli effetti prodotti da questo movimento e dalle reazioni ad esso. E in tutti gli attori, vittime e persecutori, per cosi dire. I nuovi assetti, transculturali e trangenerazionli, sia delle vittime che del sistema che hanno scosso, sono il risultato dei reciproci adattamenti, quelli delle donne per sopravvivere comunque ai comportamenti profondamente interiorizzati; quelli, degli uomini, per mantenere gli assetti non scomodi e utili ai propri privilegi.
La comprensione della combinazione e della distinzione tra gli elementi permanenti del patriarcato e quelli storicamente mutanti è oggi elemento essenziale per non rimanere intrappolate tra i fondamentalismi di vario tipo e la spada di Damocle dell'accusa di insufficiente «modernità». Le reazioni a quelle che all'inizio erano solo non iperradicali domande di inclusione nel corpus dei diritti, e che sono pian piano diventate messe in questione radicali di una forma della «civilizzazione», hanno rivelato quanto questo ordine delle cose non voglia essere messo in questione: cambiare purchè nulla cambi. Gli strumenti di risposta del sistema sono stati molteplici: violenza, repressione e uso delle scoperte per annullarle meglio. Livelli di violenza contro le donne traversano i paesi emancipati del Nord Europa e l'ultimo «barrio» latinoamericano. Le istituzioni neoliberali usano la scoperta dell' importanza del lavoro femminile, sia quello produttivo che quello nascosto nel sociale, per sfruttarlo al meglio.
Non si tratta di una regressione ma della rivelazione di alcuni dei fondamenti dei sistemi sociali, resi visibili dalla reazione all'emergere di comportamenti legittimati dai movimenti delle donne, sia sul piano delle vite personali che delle posizioni pubbliche. Sia per i fondamentalismi che per le società moderne la libertà femminile elimina l'ultima risorsa nei meccanismi classici di ammortizzazione economica, sociale ed emotiva. L'uscita delle donne per iniziativa autonoma dal posto che è loro assegnato ridisegna i poteri in modo intollerabile per gli uomini, anche per quelli che si dicono progressisti. Il riemergere violento di questa preistoria sepolta sotto le fondazioni della civiltà stupisce gli stessi soggetti che questo movimento hanno creato. Ci ha trovato non pronte a comprendere sino in fondo e a rispondere, anche per stupore e incredulità, alla sua virulenta misoginia.
La situazione delle donne è indubitabilmente avanzata, spazi di libertà si sono aperti. Ma è la combinazione dei meccanismi di sopravvivenza primari dei due sessi che dobbiamo capire meglio e saper gestire: questa violenza primaria degli uomini, i meccanismi di sopravvivenza delle donne e i vantaggi secondari per loro del patriarcato, combinata con gli spazi di emancipazione conquistati e da difendere che dobbiamo vedere meglio. E cosa ciò significhi in termini di conquista di una libertà personale soggettiva per le donne.
L'uomo potente cerca giovinezza attraverso giovinette, le giovinette futuro attraverso la vendita della loro giovinezza. Fenomeno antico, antichissimo, riciclato nei tempi di ora, tempi di emancipazione femminile, usata e negata a seconda dei momenti. Invece di contrapporre puttane e mamme, dovremmo guardare con occhio più lungimirante a queste «combinazioni» che producono nuovi centauri, nuove specie: mamme col fucile travestire da pitbull, versione Palin; maschi senza più argini pulsionali, etologicamente aggressivi. Altrimenti resteremo inchiodate sempre a rispondere a/, ad avere protagonismo su/ scene le cui forme sono decise da altri o su scene che non esistono più. La «sindrome Palin» in USA ha mostrato infatti in maniera esemplare l'efficacia di stereotipi legati alla femminilità più antica, nel suo potere e nel suo asservimento, oggi travestita da emancipazione femminile. Una destra fondamentalista e militarista fa sua non più la donna tradizionalista ma un modello «femminista», androgino e multiplo: materno e guerrafondaio al tempo stesso. Cosi una iper fondamentalista si nasconde dietro una emancipata donna di affari, sportiva, amazzonica, androgina, mentre un immaginario materno rassicura gli animi. Una madre col fucile difende il territorio bianco da immigrati, femministe e gay. Come ci orientiamo, allora, in una nuova giungla di fenomeni e comportamenti caratterizzati dalla confusione e dall'allentamento delle rigidità dei ruoli? Grazie a questi movimenti e alle congiunture sopra delineate, oggi, ci troviamo infatti di fronte a una serie di paradossi che creano una incredibile varietà di situazioni e contraddizioni.
Essi ci indicano dove lavorare ancora e più profondamente al livello degli equilibri profondi di ogni essere umano, per approfondire laddove ci siamo fermate, per saper individuare dove si nascondano i tranelli che riproducono il passato sotto le maschere del nuovo. La difesa dei valori femminili copre ritorni pericolosi alle non libertà del passato e non svela invece il nuovo «corso». Nella misura in cui le donne stanno invadendo lo spazio pubblico, sarà fondamentale orientarsi nei valori da loro portati avanti in nome di una ritrovata e inventata libertà da ruoli profondi interiorizzati, rimasti attivi nelle società moderne. Oggi infatti il movimento delle donne è preso tra un risorgere dei fondamentalismi e un uso volgare e machista della suppostamente raggiunta emancipazione femminile, che apre la strada ad una deformazione totale dei valori portati avanti dalle donne. Tutti i sistemi sociali e politici, tutti i movimenti populistici, hanno usato da sempre gli stereotipi legati al femminile per la propaganda più efficace e subliminale. Oggi essi stanno avanzando in una nuova e più pericolosa forma. Sarà, ben presto, già è, un nuovo terreno di sfida, intellettuale e politica.
Uomini e no. Il culto del mercato totale
Marco Mancassola - il manifesto 13 febbraio 2011
Non me ne frega se lui usa le donne. Ci sono donne che sembrano contente di farsi usare. Non me ne frega neppure se è un cattivo modello: in fondo è sempre stato un punk della politica, uno che sconvolge le regole, uno che occupa le istituzioni e insieme le mette in crisi, fa le corna nelle foto ufficiali e compie gesti sconvenienti. Tanti italiani lo amano per questo. Quanto al fatto che sia al centro di un giro di prostituzione, capirai che scandalo. Siamo un popolo di puttanieri. Le stime nazionali parlano di nove milioni di clienti maschi di prostitute, e anche alle signore piace pagare. In un campione di donne coinvolte in una recente ricerca della sessuologa Serenella Salomoni, il 37 per cento rivela di aver pensato almeno una volta di pagare un uomo per sesso, il 19 per cento lo ha fatto. Infine, se la mettiamo sul fatto delle minorenni, va bene, brutta storia. Ma quante volte tornando a casa di sera abbiamo visto sul marciapiede ragazzine-schiave a malapena sedicenni, aspettare che qualche nostro concittadino le tirasse su - e non abbiamo battuto ciglio?
Comunque raccontiamo la storia, ci sono sempre due versioni. La versione di chi si scandalizza e quella di chi non vede motivo di scandalizzarsi, e le due versioni non parlano tra loro. C'è poi la chiave di lettura generazionale, forse più interessante: un sistema in cui la gioventù è merce di consumo estremo, carne da macello a buon mercato usata tanto per riempire reality e talent show, quanto per i festini dei capi. Sullo sfondo, un paese con la disoccupazione giovanile al 30 per cento. Dove le cronache dei movimenti e delle rivolte studentesche di dicembre sono state sepolte e mandate nell'oblio dalle cronache di Ruby e compagne, nuove protagoniste di servizi soft porno sui telegiornali. Anche qui, però, l'anima cinica scrolla le spalle: è il mercato, bellezza. Vogliamo crocifiggere quelle ragazze perché hanno colto l'occasione di farsi strada?
Cerchiamo di essere realisti. Torniamo ad esempio al popolo di puttanieri. In un presente labile e precario, è più economico comprare un po' di amore che mettersi a corteggiare qualcuno, uscirci a cena e tutto il resto. Chi ha più tempo per i corteggiamenti? Chi ha i soldi, chi ha la voglia, l'energia? Il mercato vince perché risponde in modo pratico a problemi che la vita non può più risolvere. È troppo tardi per arricciare il naso. Quando abbiamo accettato di vivere in un sistema basato sul mercato estremo dovevamo sapere che tale sistema ha come esito quello di trasformare tutto, appunto, in mercato. E al di fuori del mercato non può restare niente. In questo senso le faccende sessuali del capo sono metaforiche ed emblematiche. Alla fine, la vera domanda sulla quale dobbiamo interrogarci, al di fuori delle belle parole, è se sia naturale contrattare tutto - o se ci siano ancora dei limiti e quali.
Ora, l'opposizione italiana guarda ai casi sessuali e li considera un'anomalia, una degenerazione riprovevole, incidentale. Tolto di mezzo questo capo, il sistema ritroverà la sua normalità e potremo ricominciare a parlare dei problemi del paese. Peccato che ci sia poco di incidentale. L'errore prospettico del pallido riformismo italiano è ancora quello di considerare Berlusconi - dopo tutti questi anni! - un incidente di percorso anziché il compimento pieno, logico, estremo di un sistema. Dove per sistema si intende la manifestazione italiana del culto del mercato totale. Non serve neppure scomodare marxismi e liberismi, è una questione di percezioni immediate. Che all'interno di una società ci sia chi consapevolmente sceglie di vendere o comprare non ci turba molto. Ma qui un'intera società ha condotto alla prostituzione di massa: dei corpi, delle menti, delle idee, delle vite, delle giovinezze, di ogni cosa. Siamo tutti carne da macello. Ci piace divorare e farci divorare.
Un'opposizione che si limiti a sperare di usare uno scandalo sessuale per togliere di mezzo Berlusconi, senza fare insieme lo sforzo di mettere in campo un'altra idea di società, merita l'accusa di moralismo. La mercificazione estrema del mondo e la democrazia dei rapporti umani difficilmente possono stare accanto. Senza contare la strana capriola, a cui abbiamo assistito in questi giorni, di un Pd che vuole scendere in piazza a fianco delle donne e nel frattempo litiga per l'ennesima volta sulle unioni civili. Allo stesso modo, un movimento delle donne che si limiti ad agitare questioni di rappresentazione - il problema di come le donne vengono rappresentate in televisione eccetera - rischia di mancare il colpo. La cultura del politically correct di sinistra si è concentrata per decenni sul problema di come le cose venivano rappresentate, e ha perso di vista il problema di come le cose venivano vissute. Quello a cui assistiamo è un problema di rapporti democratici: è lecito che un potente possa comprare chi gli pare? È soltanto da una prospettiva di sinistra autentica, cioè pronta a discutere questo sistema economico, sociale, emotivo, che può venire una critica significativa al capo e alle sue varie orge. Tutto il resto scivola via.
Non me ne frega se lui usa le donne. Ci sono donne che sembrano contente di farsi usare. Non me ne frega neppure se è un cattivo modello: in fondo è sempre stato un punk della politica, uno che sconvolge le regole, uno che occupa le istituzioni e insieme le mette in crisi, fa le corna nelle foto ufficiali e compie gesti sconvenienti. Tanti italiani lo amano per questo. Quanto al fatto che sia al centro di un giro di prostituzione, capirai che scandalo. Siamo un popolo di puttanieri. Le stime nazionali parlano di nove milioni di clienti maschi di prostitute, e anche alle signore piace pagare. In un campione di donne coinvolte in una recente ricerca della sessuologa Serenella Salomoni, il 37 per cento rivela di aver pensato almeno una volta di pagare un uomo per sesso, il 19 per cento lo ha fatto. Infine, se la mettiamo sul fatto delle minorenni, va bene, brutta storia. Ma quante volte tornando a casa di sera abbiamo visto sul marciapiede ragazzine-schiave a malapena sedicenni, aspettare che qualche nostro concittadino le tirasse su - e non abbiamo battuto ciglio?
Comunque raccontiamo la storia, ci sono sempre due versioni. La versione di chi si scandalizza e quella di chi non vede motivo di scandalizzarsi, e le due versioni non parlano tra loro. C'è poi la chiave di lettura generazionale, forse più interessante: un sistema in cui la gioventù è merce di consumo estremo, carne da macello a buon mercato usata tanto per riempire reality e talent show, quanto per i festini dei capi. Sullo sfondo, un paese con la disoccupazione giovanile al 30 per cento. Dove le cronache dei movimenti e delle rivolte studentesche di dicembre sono state sepolte e mandate nell'oblio dalle cronache di Ruby e compagne, nuove protagoniste di servizi soft porno sui telegiornali. Anche qui, però, l'anima cinica scrolla le spalle: è il mercato, bellezza. Vogliamo crocifiggere quelle ragazze perché hanno colto l'occasione di farsi strada?
Cerchiamo di essere realisti. Torniamo ad esempio al popolo di puttanieri. In un presente labile e precario, è più economico comprare un po' di amore che mettersi a corteggiare qualcuno, uscirci a cena e tutto il resto. Chi ha più tempo per i corteggiamenti? Chi ha i soldi, chi ha la voglia, l'energia? Il mercato vince perché risponde in modo pratico a problemi che la vita non può più risolvere. È troppo tardi per arricciare il naso. Quando abbiamo accettato di vivere in un sistema basato sul mercato estremo dovevamo sapere che tale sistema ha come esito quello di trasformare tutto, appunto, in mercato. E al di fuori del mercato non può restare niente. In questo senso le faccende sessuali del capo sono metaforiche ed emblematiche. Alla fine, la vera domanda sulla quale dobbiamo interrogarci, al di fuori delle belle parole, è se sia naturale contrattare tutto - o se ci siano ancora dei limiti e quali.
Ora, l'opposizione italiana guarda ai casi sessuali e li considera un'anomalia, una degenerazione riprovevole, incidentale. Tolto di mezzo questo capo, il sistema ritroverà la sua normalità e potremo ricominciare a parlare dei problemi del paese. Peccato che ci sia poco di incidentale. L'errore prospettico del pallido riformismo italiano è ancora quello di considerare Berlusconi - dopo tutti questi anni! - un incidente di percorso anziché il compimento pieno, logico, estremo di un sistema. Dove per sistema si intende la manifestazione italiana del culto del mercato totale. Non serve neppure scomodare marxismi e liberismi, è una questione di percezioni immediate. Che all'interno di una società ci sia chi consapevolmente sceglie di vendere o comprare non ci turba molto. Ma qui un'intera società ha condotto alla prostituzione di massa: dei corpi, delle menti, delle idee, delle vite, delle giovinezze, di ogni cosa. Siamo tutti carne da macello. Ci piace divorare e farci divorare.
Un'opposizione che si limiti a sperare di usare uno scandalo sessuale per togliere di mezzo Berlusconi, senza fare insieme lo sforzo di mettere in campo un'altra idea di società, merita l'accusa di moralismo. La mercificazione estrema del mondo e la democrazia dei rapporti umani difficilmente possono stare accanto. Senza contare la strana capriola, a cui abbiamo assistito in questi giorni, di un Pd che vuole scendere in piazza a fianco delle donne e nel frattempo litiga per l'ennesima volta sulle unioni civili. Allo stesso modo, un movimento delle donne che si limiti ad agitare questioni di rappresentazione - il problema di come le donne vengono rappresentate in televisione eccetera - rischia di mancare il colpo. La cultura del politically correct di sinistra si è concentrata per decenni sul problema di come le cose venivano rappresentate, e ha perso di vista il problema di come le cose venivano vissute. Quello a cui assistiamo è un problema di rapporti democratici: è lecito che un potente possa comprare chi gli pare? È soltanto da una prospettiva di sinistra autentica, cioè pronta a discutere questo sistema economico, sociale, emotivo, che può venire una critica significativa al capo e alle sue varie orge. Tutto il resto scivola via.
Uomini perbene e lupe del nemico
Anna Bravo - il manifesto 12 febbraio 2011
Si direbbe che di questi tempi nella sfera pubblica italiana ci sia un solo uomo di sesso maschile, cioè individuabile e individuato per le caratteristiche di genere, Silvio Berlusconi. Gli altri no. Il no non vale per tutti gli altri, naturalmente, basta pensare a quel che scrivono in questi giorni, e da anni, e molto spesso su questo giornale, alcuni uomini capaci di riflettere su se stessi e di lavorare per un'opinione civilizzata.
Ma il no vale, eccome, per gran parte di quelli che incarnano e plasmano il comune sentire «per bene»: politici, editorialisti, conduttori televisivi. La mia impressione è che moltissimi di loro (e vari amici, compagni o ex, giovanotti sparsi) preferiscano accantonare il fatto di essere maschi; che scrivano e parlino sentendosi per così dire al di sopra del proprio sesso - come fossero appena usciti dal bosco degli smemorati, o da un limbo dove le contraddizioni assomigliano, più che a uno scontro, a un minuetto. Ammesso che ci siano. Ma non si sa.
Nelle centinaia di discorsi che voi uomini per bene avete dedicato a Berlusconi, non ho trovato niente, proprio niente, sul modello di mascolinità e di relazione uomo/donna in cui vi riconoscete, salvo gran dichiarazioni di paritario rispetto per quelle che lavorano, tirano avanti la famiglia, curano i vecchi genitori e confortano il marito in crisi: pura aria anni Cinquanta (ma il tocco acido è per voi, non per loro, di cui ammiro la maestria).
Tanto meno ho capito qualcosa sui modi in cui vivete l'essere uomini in un mondo di clan stile Chicago boys, sulle difficoltà, fallimenti (e successi) che incontrate provando a essere belle persone di sesso maschile. Non si richiedono tranches autobiografiche, solo qualche segno di vita della vostra esperienza di uomini. Noi donne lo chiamiano discorso situato.
Vorrei almeno sapere sapere cosa avete in mente quando, oggi, parlate di donne. Per esempio, io non riesco a vedere una differenza qualitativa fra il dire «le nostre mogli, le nostre compagne, le nostre amiche, le nostre figlie (...) che conosciamo e rispettiamo», e il dire: «tutte puttane, tranne mia mamma e mia sorella». E mi preoccupa, perché non si tratta soltanto di una riedizione della vecchia dicotomia buone/cattive, madonne/puttante, che già sarebbe grave.
Introducendo il discrimine dell'appartenenza, si riproduce la costruzione simbolica secondo cui una donna è sempre di qualcuno, che sia il marito o che sia il partito. Per questo negli anni Settanta scandivamo lo slogan «io sono mia», che oggi suona estremista e disattento al valore delle relazioni, ma allora era necessario e di grande buon senso. Il buffo è che nelle vostre intenzioni una donna dovrebbe compiacersi di quel vostro riconoscimento d'appartenenza, perché assicura tutela della dignità, fiumi di firme agli apppelli, compagnia abbondante ai cortei. E un certificato di rispettabilità: dire «le conosciamo» equivale a dire «garantiamo per loro».
E le altre? Donne di nessuno (cioè di tutti) o in alternativa donne del nemico, prezzolate, indecenti? Vittime, per i più clementi, meretrici per i più accalorati. Qualcuno le ha definite «le lupe di Arcore» - leggevo, e non volevo crederci. E' vero, si tratta di una citazione letteraria, La Lupa è quella di Verga, che «si spolpava» gli uomini «in un batter d'occhio, con le sue labbra rosse». Ma letteraria o no, resta pesantissima.
Pur essendo una buona consumatrice di quotidiani, i pensieri più seri e lucidi su queste ragazze li ho trovati on line: per esempio sul sito dell'Università delle donne e su quello della Libreria delle donne di Milano, dove Luisa Muraro invita a tener conto della loro soggettività. Che è, penso, un composto instabile di sbruffoneria e paura, euforia e tristezza, senso di onnipotenza e vulnerabilità, astuzia e dabbenaggine, tenuto insieme da molta fretta. La nostra adolescenza e prima giovinezza erano diverse, ma forse non per questo aspetto.
Mi chiedo come mai dati di realtà così elementari sfuggano a donne e uomini che su altri terreni sanno pensare e dubitare. Le lupe di Arcore, andiamo! deve essere l'effetto «donna del nemico», o venduta al nemico, un meccanismo classificatorio cui sembra diffficile sfuggire. Ce ne sono esempi anche in società di alto senso civico. Fatte le dovute proporzioni, nella meravigliosa Danimarca, il solo paese al mondo a aver salvato la quasi totalità dei «suoi» ebrei, a guerra finita molti buoni cittadini si sono scagliati contro le giovani che si erano inamorate di un tedesco, o gli si erano prostituite: le «loro» ragazze, la parte più pregiata del corpo nazionale, aveva tradito!
L'appartenenza protegge, sì, ma chi la rifiuta o trasgredisce lo paga caro. E non potrebbe esere diversamente, perche la contrapposizione fra le «nostre» e le donne degli altri è figlia della dicotomia belligerante noi/loro, in cui le donne possono soltanto essere usate, come vittime o come reiette: non perché siano pacifiche di natura, ma perché nelle guerre e similguerre, di sangue o di carta, al posto di comando e decisione stanno (alcuni) maschi. E' un argomento in più contro chi nega il carattere politico delle relazioni uomo/donna.
Nel laido pasticcio di questi mesi, gli uomini che si preoccupano della dignità femminle si sentono probabilmente nostri paladini. Allora, siatelo davvero. Non ci serve che ci mostriate la vostra devozione attraverso lo smascheramento reiterato di Berlusconi - lo sappiamo (anzi, lo sapevamo) già. Non ci serve, e a qualcuna dà fastidio, il vostro sarcasmo sulle belle veline microvestite di Striscia la notizia, e così l'uso del triste termine «velinismo». Non ci serve essere lusingate, né sentirci dire che siamo diverse. E così via. Ci serve che siate diversi voi: a partire dai dettagli - smettere di definire «gnocca» una bella ragazza, di denunciare il silenzio delle donne quando basta un giro on line e in libreria a smentirvi - fino a rendervi conto che quel che pensate di sapere sulle donne non ha proprio niente di universale.
Poi, potreste anche marinare il corteo. Ma se ci andate, non stupitevi se a un cartello con su scritto «io rispetto mia moglie», magari qualcuna ne affiancherà un altro: «e basta a farla felice?».
Si direbbe che di questi tempi nella sfera pubblica italiana ci sia un solo uomo di sesso maschile, cioè individuabile e individuato per le caratteristiche di genere, Silvio Berlusconi. Gli altri no. Il no non vale per tutti gli altri, naturalmente, basta pensare a quel che scrivono in questi giorni, e da anni, e molto spesso su questo giornale, alcuni uomini capaci di riflettere su se stessi e di lavorare per un'opinione civilizzata.
Ma il no vale, eccome, per gran parte di quelli che incarnano e plasmano il comune sentire «per bene»: politici, editorialisti, conduttori televisivi. La mia impressione è che moltissimi di loro (e vari amici, compagni o ex, giovanotti sparsi) preferiscano accantonare il fatto di essere maschi; che scrivano e parlino sentendosi per così dire al di sopra del proprio sesso - come fossero appena usciti dal bosco degli smemorati, o da un limbo dove le contraddizioni assomigliano, più che a uno scontro, a un minuetto. Ammesso che ci siano. Ma non si sa.
Nelle centinaia di discorsi che voi uomini per bene avete dedicato a Berlusconi, non ho trovato niente, proprio niente, sul modello di mascolinità e di relazione uomo/donna in cui vi riconoscete, salvo gran dichiarazioni di paritario rispetto per quelle che lavorano, tirano avanti la famiglia, curano i vecchi genitori e confortano il marito in crisi: pura aria anni Cinquanta (ma il tocco acido è per voi, non per loro, di cui ammiro la maestria).
Tanto meno ho capito qualcosa sui modi in cui vivete l'essere uomini in un mondo di clan stile Chicago boys, sulle difficoltà, fallimenti (e successi) che incontrate provando a essere belle persone di sesso maschile. Non si richiedono tranches autobiografiche, solo qualche segno di vita della vostra esperienza di uomini. Noi donne lo chiamiano discorso situato.
Vorrei almeno sapere sapere cosa avete in mente quando, oggi, parlate di donne. Per esempio, io non riesco a vedere una differenza qualitativa fra il dire «le nostre mogli, le nostre compagne, le nostre amiche, le nostre figlie (...) che conosciamo e rispettiamo», e il dire: «tutte puttane, tranne mia mamma e mia sorella». E mi preoccupa, perché non si tratta soltanto di una riedizione della vecchia dicotomia buone/cattive, madonne/puttante, che già sarebbe grave.
Introducendo il discrimine dell'appartenenza, si riproduce la costruzione simbolica secondo cui una donna è sempre di qualcuno, che sia il marito o che sia il partito. Per questo negli anni Settanta scandivamo lo slogan «io sono mia», che oggi suona estremista e disattento al valore delle relazioni, ma allora era necessario e di grande buon senso. Il buffo è che nelle vostre intenzioni una donna dovrebbe compiacersi di quel vostro riconoscimento d'appartenenza, perché assicura tutela della dignità, fiumi di firme agli apppelli, compagnia abbondante ai cortei. E un certificato di rispettabilità: dire «le conosciamo» equivale a dire «garantiamo per loro».
E le altre? Donne di nessuno (cioè di tutti) o in alternativa donne del nemico, prezzolate, indecenti? Vittime, per i più clementi, meretrici per i più accalorati. Qualcuno le ha definite «le lupe di Arcore» - leggevo, e non volevo crederci. E' vero, si tratta di una citazione letteraria, La Lupa è quella di Verga, che «si spolpava» gli uomini «in un batter d'occhio, con le sue labbra rosse». Ma letteraria o no, resta pesantissima.
Pur essendo una buona consumatrice di quotidiani, i pensieri più seri e lucidi su queste ragazze li ho trovati on line: per esempio sul sito dell'Università delle donne e su quello della Libreria delle donne di Milano, dove Luisa Muraro invita a tener conto della loro soggettività. Che è, penso, un composto instabile di sbruffoneria e paura, euforia e tristezza, senso di onnipotenza e vulnerabilità, astuzia e dabbenaggine, tenuto insieme da molta fretta. La nostra adolescenza e prima giovinezza erano diverse, ma forse non per questo aspetto.
Mi chiedo come mai dati di realtà così elementari sfuggano a donne e uomini che su altri terreni sanno pensare e dubitare. Le lupe di Arcore, andiamo! deve essere l'effetto «donna del nemico», o venduta al nemico, un meccanismo classificatorio cui sembra diffficile sfuggire. Ce ne sono esempi anche in società di alto senso civico. Fatte le dovute proporzioni, nella meravigliosa Danimarca, il solo paese al mondo a aver salvato la quasi totalità dei «suoi» ebrei, a guerra finita molti buoni cittadini si sono scagliati contro le giovani che si erano inamorate di un tedesco, o gli si erano prostituite: le «loro» ragazze, la parte più pregiata del corpo nazionale, aveva tradito!
L'appartenenza protegge, sì, ma chi la rifiuta o trasgredisce lo paga caro. E non potrebbe esere diversamente, perche la contrapposizione fra le «nostre» e le donne degli altri è figlia della dicotomia belligerante noi/loro, in cui le donne possono soltanto essere usate, come vittime o come reiette: non perché siano pacifiche di natura, ma perché nelle guerre e similguerre, di sangue o di carta, al posto di comando e decisione stanno (alcuni) maschi. E' un argomento in più contro chi nega il carattere politico delle relazioni uomo/donna.
Nel laido pasticcio di questi mesi, gli uomini che si preoccupano della dignità femminle si sentono probabilmente nostri paladini. Allora, siatelo davvero. Non ci serve che ci mostriate la vostra devozione attraverso lo smascheramento reiterato di Berlusconi - lo sappiamo (anzi, lo sapevamo) già. Non ci serve, e a qualcuna dà fastidio, il vostro sarcasmo sulle belle veline microvestite di Striscia la notizia, e così l'uso del triste termine «velinismo». Non ci serve essere lusingate, né sentirci dire che siamo diverse. E così via. Ci serve che siate diversi voi: a partire dai dettagli - smettere di definire «gnocca» una bella ragazza, di denunciare il silenzio delle donne quando basta un giro on line e in libreria a smentirvi - fino a rendervi conto che quel che pensate di sapere sulle donne non ha proprio niente di universale.
Poi, potreste anche marinare il corteo. Ma se ci andate, non stupitevi se a un cartello con su scritto «io rispetto mia moglie», magari qualcuna ne affiancherà un altro: «e basta a farla felice?».
Uomini e no
Il Lele Mora ch'è dentro di me
Christian Raimo - il manifesto 12 febbraio 2011
Sembra che per almeno una settimana, anche nel discorso pubblico, si parli di politica, si faccia teoria, si discuta di idee... La manifestazione indetta dalle donne per domenica è passibile di mille critiche, e certo ha a che fare con l'emergere di un impegno e di una riflessione carsiche e non con l'illuminazione sulla via di Damasco di donne che «dicono basta», ma forse proprio per questo sta avendo il merito - all'interno di un'opinione mainstream qurisucchiata dall'indignazione a comando o dall'abitudine al cinismo - di dare la stura a un dibattito vivo intorno ai corpi, ai desideri, ai modelli di vita, ai rapporti tra i generi e tra le generazioni.
In piazza saranno in molte, dalle femministe di prima seconda e terza generazione a chi semplicemente non vuole assomigliare a una vergine da sacrificare al Drago. Su facebook questo ha significato per migliaia di donne rivendicare un canone femminile alternativo, attraverso un semplicissimo gesto: sostituire alla foto del proprio account un'icona della femminilità diversa da quella propalata da starlette dalle labbra rifatte. Da Ipazia a Simone De Beauvoir, da Cristina Campo a Alda Merini a Margherita Hack.
Che c'entro io? Da maschio ho riflettuto a mia volta su quale immagine avrei messo a contrappuntare il mio profilo. E ho pensato che dal brodo di quest'esplosione italiana di oscenità pubblica e di relativo sdegno sarebbe bello se scaturisse l'occasione non solo per rivendicare la propria vilipesa parte migliore, ma anche per fare i conti con la propria oscena parte peggiore. Insomma, se da una parte io posterei sul mio account la fotina di John Cassavetes o David Foster Wallace o Paul Ricouer o chissà quale altro eroe culturale, dall'altra ci piazzerei il faccione di Lele Mora. Lele Mora, sì. Cosa vorrei che mi accomunasse a Cassavetes, Wallace, Ricoeur non è importante; più significativo, credo, è quello che invece mi rende simile a Lele Mora, a Berlusconi, a Corona, a Bartolo...
Apparentemente io e Lele Mora siamo distanti anni luce. Siamo esemplari di due contesti italiani coesistenti ma impermeabili tra loro. Due universi distinti. Abbiamo visioni opposte del mondo, della morale, apparteniamo a due classi sociali che non si toccano, non abbiamo nessuna amicizia in comune, disponiamo di conti in banca incommensurabili... Ecco: gran parte delle manifestazioni antigovernative degli ultimi mesi e anni, tutto l'antiberlusconismo morale, di stile, di gusto, di decenza, di genere, ha confermato questa partizione: c'è un mondo di Minetti e Lele Mora da una parte e poi c'è un altro mondo, con altri valori e altro stile dalla parte opposta. I degni e gli indegni. Gli stilosi buoni di cuore e i cafoni.
La fotografia dell'Italia che vien fuori dai Palasharp, dagli elenchi tv di Saviano e Fazio, dalle paginate di appelli contrapposti sui giornali, e speriamo non anche dalla manifestazione di domenica prossima, rischia di assomigliare a questo schema. Uno schema che magari ci dà la possibilità di rendere denso un sentire comune - offeso dallo schifo dei bunga bunga e delle polverine nei bicchieri - ma non si rivela molto utile né a capire la realtà che ci circonda né a contrastare veramente il berlusconismo culturale e Berlusconi in sé.
Perché io e Lele Mora qualcosa in comune ce l'abbiamo, devo ammetterlo. Io e Lele Mora siamo due consumatori. Alle volte due consumatori compulsivi. Di quelli che guardano il consorzio umano come un catalogo di Postal Market. E se lo stile di Lele Mora lo conosciamo ormai dalle intercettazioni delle olgettine, forse è il caso che vi racconti quello che potrebbe essere il mio, in una settimana come un'altra.
Io potrei, per esempio come ieri suggeriva Repubblica per San Valentino, comprarmi l'application Love Vibes per Iphone, che consente di ricevere un giudizio sulla propria prestazione amorosa (http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/02/07/news/app_san_valentino-12166419/?ref=HRERO-3). Potrei fare una pausa in ufficio e scaricarmi dal Corriere.it il video settimanale di Novella Duemila che mi fa sapere che Belen ha superato la Canalis nelle preferenze dei lettori (http://video.corriere.it/belen-scavalca-canalis/509ad882-3462-11e0-89a3-00144f486ba6). Potrei rivedermi ancora una volta sul sito della Stampa (http://multimedia.lastampa.it/multimedia/in-italia/lstp/19483/) le 19 foto di Sara Tommasi (una vestita da infermiera, una a tette all'aria, una versione segretaria, una in cui lecca ammiccando una paletta sporca di gelato, una in cui dà un bacio lesbico a una bionda...). Oppure potrei leggermi la rassegna stampa a firma Beatrice Borromeo sul Fatto quotidiano, (http://ilfattoquotidiano.it/blog/BBorromeo/), articoli che mi sembrano sempre scritti da una modesta penna liceale e domandarmi ma perché ci sono così tante mie coetanee brave giornaliste che conosco che non scrivono al posto suo; e così, saltando senza pensare da un sito all'altro su internet, potrei finire con lo spizzarmi un po' di sue foto in pose sexy , e poi girare da un sito all'altro in cerca di altre celebrities. Oppure semplicemente telefonare al numero che ho trovato sul Messaggero di «massaggi integrali fatti da un italianissima». Oppure ancora, sempre prendendo spunto dai suggerimenti di Repubblica e Corriere, decidere di iscrivermi a siti di incontri on-line, a parship.it, a meetic.it... E avere ogni giorno da sfogliare migliaia e migliaia di profili di «donne che ti vogliono conoscere!» e alle quali «il mio profilo è piaciuto moltissimo!». O scattare un po' di foto al mio uccello e iscrivermi a un sito di annunci erotici come AdultFriendFinder (in Italia come me l'hanno fatto sette, otto milioni di persone). O accettare il fatto di essere stanco e masturbarmi davanti a youporn.
Dopo aver passato la settimana feriale in questo modo potrei anche andare domenica a manifestare per la dignità delle donne. Dopo un brunch con le amiche dalle parti di San Silvestro, sperando nella bella giornata. Ma, svolto il mio dovere civico, vorrei esprimere un desiderio: vorrei che su quel palco salisse, per esempio, nella «quota immigrati che per la political correctness non manca mai», non, come pare che sia, una donna medico congolese che ha avuto riconoscimenti dal presidente della Repubblica in persona; ma una casalinga del Maghreb bocciata all'esame di lingua italiana sostenuto per vedere prolungato il suo permesso di soggiorno, o una puttana nigeriana, o persino l'ultimo camionista ucraino che ha contrattato sul prezzo per farsela. In realtà, mi spiace molto ammetterlo, alle volte ho molto più in comune con loro. Con quelli che sanno, come dire, di non stare dalla parte migliore.
Sembra che per almeno una settimana, anche nel discorso pubblico, si parli di politica, si faccia teoria, si discuta di idee... La manifestazione indetta dalle donne per domenica è passibile di mille critiche, e certo ha a che fare con l'emergere di un impegno e di una riflessione carsiche e non con l'illuminazione sulla via di Damasco di donne che «dicono basta», ma forse proprio per questo sta avendo il merito - all'interno di un'opinione mainstream qurisucchiata dall'indignazione a comando o dall'abitudine al cinismo - di dare la stura a un dibattito vivo intorno ai corpi, ai desideri, ai modelli di vita, ai rapporti tra i generi e tra le generazioni.
In piazza saranno in molte, dalle femministe di prima seconda e terza generazione a chi semplicemente non vuole assomigliare a una vergine da sacrificare al Drago. Su facebook questo ha significato per migliaia di donne rivendicare un canone femminile alternativo, attraverso un semplicissimo gesto: sostituire alla foto del proprio account un'icona della femminilità diversa da quella propalata da starlette dalle labbra rifatte. Da Ipazia a Simone De Beauvoir, da Cristina Campo a Alda Merini a Margherita Hack.
Che c'entro io? Da maschio ho riflettuto a mia volta su quale immagine avrei messo a contrappuntare il mio profilo. E ho pensato che dal brodo di quest'esplosione italiana di oscenità pubblica e di relativo sdegno sarebbe bello se scaturisse l'occasione non solo per rivendicare la propria vilipesa parte migliore, ma anche per fare i conti con la propria oscena parte peggiore. Insomma, se da una parte io posterei sul mio account la fotina di John Cassavetes o David Foster Wallace o Paul Ricouer o chissà quale altro eroe culturale, dall'altra ci piazzerei il faccione di Lele Mora. Lele Mora, sì. Cosa vorrei che mi accomunasse a Cassavetes, Wallace, Ricoeur non è importante; più significativo, credo, è quello che invece mi rende simile a Lele Mora, a Berlusconi, a Corona, a Bartolo...
Apparentemente io e Lele Mora siamo distanti anni luce. Siamo esemplari di due contesti italiani coesistenti ma impermeabili tra loro. Due universi distinti. Abbiamo visioni opposte del mondo, della morale, apparteniamo a due classi sociali che non si toccano, non abbiamo nessuna amicizia in comune, disponiamo di conti in banca incommensurabili... Ecco: gran parte delle manifestazioni antigovernative degli ultimi mesi e anni, tutto l'antiberlusconismo morale, di stile, di gusto, di decenza, di genere, ha confermato questa partizione: c'è un mondo di Minetti e Lele Mora da una parte e poi c'è un altro mondo, con altri valori e altro stile dalla parte opposta. I degni e gli indegni. Gli stilosi buoni di cuore e i cafoni.
La fotografia dell'Italia che vien fuori dai Palasharp, dagli elenchi tv di Saviano e Fazio, dalle paginate di appelli contrapposti sui giornali, e speriamo non anche dalla manifestazione di domenica prossima, rischia di assomigliare a questo schema. Uno schema che magari ci dà la possibilità di rendere denso un sentire comune - offeso dallo schifo dei bunga bunga e delle polverine nei bicchieri - ma non si rivela molto utile né a capire la realtà che ci circonda né a contrastare veramente il berlusconismo culturale e Berlusconi in sé.
Perché io e Lele Mora qualcosa in comune ce l'abbiamo, devo ammetterlo. Io e Lele Mora siamo due consumatori. Alle volte due consumatori compulsivi. Di quelli che guardano il consorzio umano come un catalogo di Postal Market. E se lo stile di Lele Mora lo conosciamo ormai dalle intercettazioni delle olgettine, forse è il caso che vi racconti quello che potrebbe essere il mio, in una settimana come un'altra.
Io potrei, per esempio come ieri suggeriva Repubblica per San Valentino, comprarmi l'application Love Vibes per Iphone, che consente di ricevere un giudizio sulla propria prestazione amorosa (http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/02/07/news/app_san_valentino-12166419/?ref=HRERO-3). Potrei fare una pausa in ufficio e scaricarmi dal Corriere.it il video settimanale di Novella Duemila che mi fa sapere che Belen ha superato la Canalis nelle preferenze dei lettori (http://video.corriere.it/belen-scavalca-canalis/509ad882-3462-11e0-89a3-00144f486ba6). Potrei rivedermi ancora una volta sul sito della Stampa (http://multimedia.lastampa.it/multimedia/in-italia/lstp/19483/) le 19 foto di Sara Tommasi (una vestita da infermiera, una a tette all'aria, una versione segretaria, una in cui lecca ammiccando una paletta sporca di gelato, una in cui dà un bacio lesbico a una bionda...). Oppure potrei leggermi la rassegna stampa a firma Beatrice Borromeo sul Fatto quotidiano, (http://ilfattoquotidiano.it/blog/BBorromeo/), articoli che mi sembrano sempre scritti da una modesta penna liceale e domandarmi ma perché ci sono così tante mie coetanee brave giornaliste che conosco che non scrivono al posto suo; e così, saltando senza pensare da un sito all'altro su internet, potrei finire con lo spizzarmi un po' di sue foto in pose sexy , e poi girare da un sito all'altro in cerca di altre celebrities. Oppure semplicemente telefonare al numero che ho trovato sul Messaggero di «massaggi integrali fatti da un italianissima». Oppure ancora, sempre prendendo spunto dai suggerimenti di Repubblica e Corriere, decidere di iscrivermi a siti di incontri on-line, a parship.it, a meetic.it... E avere ogni giorno da sfogliare migliaia e migliaia di profili di «donne che ti vogliono conoscere!» e alle quali «il mio profilo è piaciuto moltissimo!». O scattare un po' di foto al mio uccello e iscrivermi a un sito di annunci erotici come AdultFriendFinder (in Italia come me l'hanno fatto sette, otto milioni di persone). O accettare il fatto di essere stanco e masturbarmi davanti a youporn.
Dopo aver passato la settimana feriale in questo modo potrei anche andare domenica a manifestare per la dignità delle donne. Dopo un brunch con le amiche dalle parti di San Silvestro, sperando nella bella giornata. Ma, svolto il mio dovere civico, vorrei esprimere un desiderio: vorrei che su quel palco salisse, per esempio, nella «quota immigrati che per la political correctness non manca mai», non, come pare che sia, una donna medico congolese che ha avuto riconoscimenti dal presidente della Repubblica in persona; ma una casalinga del Maghreb bocciata all'esame di lingua italiana sostenuto per vedere prolungato il suo permesso di soggiorno, o una puttana nigeriana, o persino l'ultimo camionista ucraino che ha contrattato sul prezzo per farsela. In realtà, mi spiace molto ammetterlo, alle volte ho molto più in comune con loro. Con quelli che sanno, come dire, di non stare dalla parte migliore.
Tre desideri per domenica e dopo
Ida Dominijanni - 11 febbraio 2011
Secondo me, noi donne non usciamo umiliate e offese dal Berlusconi-gate. Per la buona ragione che senza la parola disvelante di alcune donne che nel sistema berlusconiano erano incappate, e senza il lavoro tenace di molte altre, il caso non sarebbe nemmeno scoppiato. Non penso solo alle prime che hanno spalancato il sipario sul «regime sessuale» del premier, tradendo il patto di lealtà - politica, Sofia Ventura; coniugale, Veronica Lario; sessuale, Patrizia D'Addario - con lui. Penso alle opinioniste che hanno rilanciato la loro parola, alle giornaliste che hanno indagato, alle magistrate che non si sono piegate e non si piegano ai suoi diktat.
Penso soprattutto alle molte e incalcolabili donne che nelle case, nelle scuole, nelle università, nelle radio, nelle televisioni, nei siti-web, nei luoghi di lavoro hanno aperto spazi di consapevolezza e di discussione, a fronte di una classe politica che nella sua larghissima maggioranza, a destra e a sinistra, ha derubricato il caso a fatto minore, gossip, cosa privata e materia non politica fino al momento in cui non ha assunto una rilevanza penale. Mi tocca ricordarlo a Anna Finocchiaro, che oggi scommette che «saremo noi donne a mandare Berlusconi a casa» con la manifestazione del 13, dimenticando che proprio le donne del Pd, salvo un paio di eccezioni, sul Berlusconi-gate sono state assai prudenti, perfino diffidenti, fino a quando la verità dei fatti era testimoniata non da pagine di intercettazioni ma solo da alcune donne. Forse perché quelle donne non erano né di sinistra, né abbastanza perbene (c'era una escort dichiarata e madre single, non questa sfilza di arcorine in bilico fra la prostituzione e le bonne marriage), e non rappresentavano la dignità della nazione? E vorrei ricordarlo anche alle promotrici e sponsor della manifestazione, perché la retorica dell'uscita dal silenzio non cancella solo i guadagni del femminismo, come ha scritto ieri Lia Cigarini su questo giornale, ma anche l'impegno specifico femminile su questo caso, e produce perfino alcune bizzarrissime autocancellazioni: a Serena Dandini per esempio, che saluta nella manifestazione del 13 il ritorno della voce femminile, vorrei dire con un sorriso che senza la sua voce, la sua ironia e la sua parodia quotidiana questi due anni sarebbero stati, credo per tutte, più pesanti di quanto non siano già stati.
C'è adesso un bisogno di voce, autoriconoscimento ed esposizione collettivi che esplode ed è benvenuto, che si va nutrendo di una discussione civile e ricca quant'altre mai nell'Italia del perenne talk-show, e che esprime una polifonia di intenzioni e una eccedenza di soggettività certamente irriducibili a uno slogan, a un cartello o alla chiave magica della visibilità. Consegno a questa polifonia tre desideri, per la giornata del 13 e per quelle che verranno.
Mi piacerebbe in primo luogo che si parlasse meno di corpo e più di parola femminile. Lo sappiamo: siamo immerse in una industria culturale - occidentale, non solo italiana - che mercifica i corpi, soprattutto femminili, per erotizzare le merci, di consumo e di intrattenimento. Sappiamo pure che le tv berlusconiane hanno fatto di questo modello il loro verbo, senza peraltro incontrare alcuna resistenza né nella tv pubblica né nella stampa d'opposizione, come s'è visto dall'insistenza con cui il fronte antiberlusconiano ha continuato a sbattere in tv e sui giornali i corpi delle arcorine invece di spostare l'obiettivo su quello disfatto del sultano. Ma sappiamo anche che non è per questo, o primariamente per questo, che la parola e il pensiero femminile faticano a trovare corso e riconoscimento nella sfera pubblica, politica e culturale, italiana. Proviamo a chiederci: ne troverebbero di più, se l'immagine del corpo femminile fosse più pudìca, più composta, più severa? Ne dubito assai. E' il caso allora di ricordare a tutti, libertini di destra e moralizzatori di sinistra, che il corpo di cui il femminismo rivendicò la riappropriazione negli anni '70 è un corpo-mente: fisicità e parola, sessualità e pensiero, insieme, prendere o lasciare.
In secondo luogo, mi piacerebbe sentir parlare più di sessualità e inconscio, e meno di diritti e parità. Non vedo il nesso che altre stabiliscono fra degrado sessuale maschile e regressione sociale femminile. E non solo perché non condivido la tesi, davvero da discutere, per cui, cifre alla mano, sul piano sociale noi donne (altro è il discorso che riguarda il declino dell'intero paese) staremmo sempre peggio: qualcuna che ricordi l'Italia pre-femminista potrebbe onestamente sostenerlo? Ma perché, se è sempre stato vero che la sintassi dei diritti non collima con il linguaggio della sessualità, tanto più è vero oggi che il sistema berlusconiano ci mette davanti a un potere maschile che prescinde del tutto dal piano della legalità formale e si avvale di dispositivi che investono direttamente il corpo, il sesso, l'immaginario, l'inconscio. E' quella che Judith Butler chiama «la vita psichica del potere», che non si contrasta a suon di regole. Anche qui va rovesciata la domanda: forse che le notti di Arcore non ci sarebbero state in un regime di maggiore parità formale fra uomini e donne, o forse che la corruzione della rappresentanza stile Minetti sarebbe stata fermata da una bella legge sulle quote rosa? D'altra parte, in tanto rumore massmediatico sul sesso, paradossalmente (ma non troppo) è proprio il sesso, o meglio la sessualità, il grande assente dalla scena e dal discorso. Dalla scena del sultanato, dove una performance compulsiva del godimento surroga il fantasma dell'impotenza e l'assenza del desiderio. Ma anche dal discorso antagonista di molte giovani, dalle quali capita di sentir parlare del sesso solo come di un dispositivo di assoggettamento al biopotere e al biocapitalismo. C'è ancora, e dov'è finita, la sessualità come luogo di emergenza del desiderio e della soggettività?
Vorrei infine sentir parlare di libertà femminile più che di dignità della nazione, e di relazione fra i sessi piuttosto che di «uomini amici delle donne». Il rapporto reciproco che uno degli «slogan consigliati» per il 13 stabilisce fra dignità delle donne e dignità della nazione io non lo vedo, e se è certo che la dignità della nazione trarrà vantaggio, se non altro sui giornali stranieri, dalla manifestazione, è altrettanto certo che dignità e libertà femminile si sono affermate da sempre non dentro e con, ma dentro e contro le vicende, oggi e non solo oggi alquanto indegne, della nazione, e in un movimento ben più largo dei suoi confini. Tanto meno mi sembrano credibili quegli uomini, perlopiù di ceto politico, che hanno promesso di scendere in piazza a presidio della dignità delle «loro» donne, un lapsus neopatriarcale neanche tanto sottile (per un commento, Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi, donnealtri.it). Amici per davvero, io sento solo quelli che hanno approfittato delle note vicende non per tutelare noi ma per scoprire e dire qualcosa di sé. E per fortuna, via via ne abbiamo trovati tanti.
Secondo me, noi donne non usciamo umiliate e offese dal Berlusconi-gate. Per la buona ragione che senza la parola disvelante di alcune donne che nel sistema berlusconiano erano incappate, e senza il lavoro tenace di molte altre, il caso non sarebbe nemmeno scoppiato. Non penso solo alle prime che hanno spalancato il sipario sul «regime sessuale» del premier, tradendo il patto di lealtà - politica, Sofia Ventura; coniugale, Veronica Lario; sessuale, Patrizia D'Addario - con lui. Penso alle opinioniste che hanno rilanciato la loro parola, alle giornaliste che hanno indagato, alle magistrate che non si sono piegate e non si piegano ai suoi diktat.
Penso soprattutto alle molte e incalcolabili donne che nelle case, nelle scuole, nelle università, nelle radio, nelle televisioni, nei siti-web, nei luoghi di lavoro hanno aperto spazi di consapevolezza e di discussione, a fronte di una classe politica che nella sua larghissima maggioranza, a destra e a sinistra, ha derubricato il caso a fatto minore, gossip, cosa privata e materia non politica fino al momento in cui non ha assunto una rilevanza penale. Mi tocca ricordarlo a Anna Finocchiaro, che oggi scommette che «saremo noi donne a mandare Berlusconi a casa» con la manifestazione del 13, dimenticando che proprio le donne del Pd, salvo un paio di eccezioni, sul Berlusconi-gate sono state assai prudenti, perfino diffidenti, fino a quando la verità dei fatti era testimoniata non da pagine di intercettazioni ma solo da alcune donne. Forse perché quelle donne non erano né di sinistra, né abbastanza perbene (c'era una escort dichiarata e madre single, non questa sfilza di arcorine in bilico fra la prostituzione e le bonne marriage), e non rappresentavano la dignità della nazione? E vorrei ricordarlo anche alle promotrici e sponsor della manifestazione, perché la retorica dell'uscita dal silenzio non cancella solo i guadagni del femminismo, come ha scritto ieri Lia Cigarini su questo giornale, ma anche l'impegno specifico femminile su questo caso, e produce perfino alcune bizzarrissime autocancellazioni: a Serena Dandini per esempio, che saluta nella manifestazione del 13 il ritorno della voce femminile, vorrei dire con un sorriso che senza la sua voce, la sua ironia e la sua parodia quotidiana questi due anni sarebbero stati, credo per tutte, più pesanti di quanto non siano già stati.
C'è adesso un bisogno di voce, autoriconoscimento ed esposizione collettivi che esplode ed è benvenuto, che si va nutrendo di una discussione civile e ricca quant'altre mai nell'Italia del perenne talk-show, e che esprime una polifonia di intenzioni e una eccedenza di soggettività certamente irriducibili a uno slogan, a un cartello o alla chiave magica della visibilità. Consegno a questa polifonia tre desideri, per la giornata del 13 e per quelle che verranno.
Mi piacerebbe in primo luogo che si parlasse meno di corpo e più di parola femminile. Lo sappiamo: siamo immerse in una industria culturale - occidentale, non solo italiana - che mercifica i corpi, soprattutto femminili, per erotizzare le merci, di consumo e di intrattenimento. Sappiamo pure che le tv berlusconiane hanno fatto di questo modello il loro verbo, senza peraltro incontrare alcuna resistenza né nella tv pubblica né nella stampa d'opposizione, come s'è visto dall'insistenza con cui il fronte antiberlusconiano ha continuato a sbattere in tv e sui giornali i corpi delle arcorine invece di spostare l'obiettivo su quello disfatto del sultano. Ma sappiamo anche che non è per questo, o primariamente per questo, che la parola e il pensiero femminile faticano a trovare corso e riconoscimento nella sfera pubblica, politica e culturale, italiana. Proviamo a chiederci: ne troverebbero di più, se l'immagine del corpo femminile fosse più pudìca, più composta, più severa? Ne dubito assai. E' il caso allora di ricordare a tutti, libertini di destra e moralizzatori di sinistra, che il corpo di cui il femminismo rivendicò la riappropriazione negli anni '70 è un corpo-mente: fisicità e parola, sessualità e pensiero, insieme, prendere o lasciare.
In secondo luogo, mi piacerebbe sentir parlare più di sessualità e inconscio, e meno di diritti e parità. Non vedo il nesso che altre stabiliscono fra degrado sessuale maschile e regressione sociale femminile. E non solo perché non condivido la tesi, davvero da discutere, per cui, cifre alla mano, sul piano sociale noi donne (altro è il discorso che riguarda il declino dell'intero paese) staremmo sempre peggio: qualcuna che ricordi l'Italia pre-femminista potrebbe onestamente sostenerlo? Ma perché, se è sempre stato vero che la sintassi dei diritti non collima con il linguaggio della sessualità, tanto più è vero oggi che il sistema berlusconiano ci mette davanti a un potere maschile che prescinde del tutto dal piano della legalità formale e si avvale di dispositivi che investono direttamente il corpo, il sesso, l'immaginario, l'inconscio. E' quella che Judith Butler chiama «la vita psichica del potere», che non si contrasta a suon di regole. Anche qui va rovesciata la domanda: forse che le notti di Arcore non ci sarebbero state in un regime di maggiore parità formale fra uomini e donne, o forse che la corruzione della rappresentanza stile Minetti sarebbe stata fermata da una bella legge sulle quote rosa? D'altra parte, in tanto rumore massmediatico sul sesso, paradossalmente (ma non troppo) è proprio il sesso, o meglio la sessualità, il grande assente dalla scena e dal discorso. Dalla scena del sultanato, dove una performance compulsiva del godimento surroga il fantasma dell'impotenza e l'assenza del desiderio. Ma anche dal discorso antagonista di molte giovani, dalle quali capita di sentir parlare del sesso solo come di un dispositivo di assoggettamento al biopotere e al biocapitalismo. C'è ancora, e dov'è finita, la sessualità come luogo di emergenza del desiderio e della soggettività?
Vorrei infine sentir parlare di libertà femminile più che di dignità della nazione, e di relazione fra i sessi piuttosto che di «uomini amici delle donne». Il rapporto reciproco che uno degli «slogan consigliati» per il 13 stabilisce fra dignità delle donne e dignità della nazione io non lo vedo, e se è certo che la dignità della nazione trarrà vantaggio, se non altro sui giornali stranieri, dalla manifestazione, è altrettanto certo che dignità e libertà femminile si sono affermate da sempre non dentro e con, ma dentro e contro le vicende, oggi e non solo oggi alquanto indegne, della nazione, e in un movimento ben più largo dei suoi confini. Tanto meno mi sembrano credibili quegli uomini, perlopiù di ceto politico, che hanno promesso di scendere in piazza a presidio della dignità delle «loro» donne, un lapsus neopatriarcale neanche tanto sottile (per un commento, Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi, donnealtri.it). Amici per davvero, io sento solo quelli che hanno approfittato delle note vicende non per tutelare noi ma per scoprire e dire qualcosa di sé. E per fortuna, via via ne abbiamo trovati tanti.
Uomini e no.
L'osceno godimento del tiranno
Massimo Recalcati - 10 febbraio 2011
Dalla parte degli uomini le notti di Arcore aprono un interrogativo serio che scuote innanzitutto la natura inconscia del fantasma maschile: perchè limitare il godimento a una sola? Perchè non possederle tutte? Silvio Berlusconi non realizza forse perversamente questo fantasma che i nevrotici possono solo coltivare nei loro sogni? Il godimento fallico è infatti un godimento che dà luogo ad accumulazioni seriali, anonime, ripetitive, dove ciò che conta è il consumo appropriativo dell'oggetto elevato a feticcio. Lacan stigmatizzava il godimento fallico come godimento dell'idiota. Godimento dell'Uno da solo, masturbatorio, godimento dell'Uno senza l'Altro. Nel godimento maschile chi gode è infatti solo l'organo.
I resoconti dei testimoni di quelle notti sembrano dare credito a questo inseguimento farsesco della potenza idiota del godimento fallico mostrandone anche la disperata solitudine che fatalmente lo circonda. Il godimento fallico, vero tarlo della psicologia maschile in quanto tale, se è godimento dell'organo è un godimento che non stabilisce legami, evitando accuratamente il rischio del desiderio e dell'amore. Il protagonista di quelle notti sembra infatti dedicarsi più a coltivare la potenza virile del proprio organo (drogato, stimolato, idolatrato) che a qualunque forma di scambio. Il denaro serve a dare credito all'illusione del suo fascino irresistibile. L'idolo fallico diventa così un parafulmine della sciagura inaggirabile del tempo e della morte. È ciò che la finezza tragica e farsesca di Fellini mette in forma magistralmente nella scena finale del suo Casanova: il rapporto umano ed erotico tra i corpi lascia il posto all'incontro con la macchina senza vita e senza cuore del puro godimento.
Il consenso apparentemente inespugnabile di cui gode Silvio Berlusconi va tarato anche sulle dinamiche pulsionali della nuova psicologia delle masse dove il capo non è più l'emblema dell'Ideale, della Causa o, più semplicemente, di una concezione del mondo - com'era ancora nella nostra storia più recente -, ma è l'incarnazione perversa di un modo di godimento che non conosce limiti, senso di colpa, vergogna. La fascinazione che questo potere emana non deve essere sottovalutata perché si radica nel cuore più pulsionale dell'essere umano: perché mai limitare il godimento dell'Uno, perché rinunciare a godere di tutto (o di tutte)? Per quale ragione? Per quale civiltà? Per quale Dio? L'etica post-ideologica, orfana di tutti i suoi ideali, confrontata, come direbbe Sartre, con la drammaticità del cielo vuoto sopra le nostre teste, è davvero in grado di rispondere sensatamente a questa domanda che il berlusconismo pone così scabrosamente? Lascio volutamente aperta questa questione cruciale per toccare almeno un altro punto che mi sta a cuore.
Diversamente da quello che ritiene una cultura falsamente libertaria, l'esperienza della psicoanalisi insiste nel mostrare che il sesso senza amore tende alla serialità anonima, spinge a ricercare compulsivamente il «nuovo» senza considerare affatto che questa mitologia del «nuovo» e del sesso senza amore perpetua in realtà sempre la stessa insoddisfazione mortifera. Qui possiamo toccare un punto sensibile relativo alla differenza tra i sessi: il femminile esige che l'amore si annodi al godimento; il maschile teme invece questo annodamento e tende a separare l'amore dal godimento perché l'accesso all'amore appare ingombrato dalla presenza del fallo e dalla sua idolatria. Se il godimento dell'idiota non arretra, se l'ingombro fallico persiste a ottundere il corpo e la mente rendendo anche la fantasia erotica schiava delle sue condizioni feticistiche, se, insomma, il corpo erotico del desiderio non si lega alla dimensione dell'amore, il rischio è che ciascuno diventi sadianamente oggetto di puro consumo per l'altro.
L'amore è amore per il nome, diceva Lacan. L'amore è sempre amore per il dettaglio, per gli aspetti più particolari, singolari, irripetibili di una vita. L'amore non è mai amore dell'universale. Non esistono partiti dell'amore. Solo il tiranno dichiara retoricamente il proprio amore sconfinato per il suo popolo (facendo in realtà i suoi interessi più personali). Solo il tiranno gode degli altri che lo circondano come puri oggetti interscambiabili, anonimi, privi di un nome proprio, pezzi di corpo, macchine sessuali. Se l'amore è per l'uomo un modo per dare senso alla rinuncia al proprio godimento immediato, per svuotarsi del proprio ingombro fallico, per accedere all'incontro con l'altro, la corte del tiranno bandisce l'amore oltraggiando anche, e non a caso, il valore simbolico della paternità. «Papi» è il significante che rivela più apertamente il carattere osceno e incestuoso dell'«utilizzatore finale». Come raccontava una mia paziente a proposito della frase che un padre tirannico le rivolgeva in ogni occasione di insubordinazione: «io ti ho fatta e io ti distruggo!».
Dalla parte degli uomini le notti di Arcore aprono un interrogativo serio che scuote innanzitutto la natura inconscia del fantasma maschile: perchè limitare il godimento a una sola? Perchè non possederle tutte? Silvio Berlusconi non realizza forse perversamente questo fantasma che i nevrotici possono solo coltivare nei loro sogni? Il godimento fallico è infatti un godimento che dà luogo ad accumulazioni seriali, anonime, ripetitive, dove ciò che conta è il consumo appropriativo dell'oggetto elevato a feticcio. Lacan stigmatizzava il godimento fallico come godimento dell'idiota. Godimento dell'Uno da solo, masturbatorio, godimento dell'Uno senza l'Altro. Nel godimento maschile chi gode è infatti solo l'organo.
I resoconti dei testimoni di quelle notti sembrano dare credito a questo inseguimento farsesco della potenza idiota del godimento fallico mostrandone anche la disperata solitudine che fatalmente lo circonda. Il godimento fallico, vero tarlo della psicologia maschile in quanto tale, se è godimento dell'organo è un godimento che non stabilisce legami, evitando accuratamente il rischio del desiderio e dell'amore. Il protagonista di quelle notti sembra infatti dedicarsi più a coltivare la potenza virile del proprio organo (drogato, stimolato, idolatrato) che a qualunque forma di scambio. Il denaro serve a dare credito all'illusione del suo fascino irresistibile. L'idolo fallico diventa così un parafulmine della sciagura inaggirabile del tempo e della morte. È ciò che la finezza tragica e farsesca di Fellini mette in forma magistralmente nella scena finale del suo Casanova: il rapporto umano ed erotico tra i corpi lascia il posto all'incontro con la macchina senza vita e senza cuore del puro godimento.
Il consenso apparentemente inespugnabile di cui gode Silvio Berlusconi va tarato anche sulle dinamiche pulsionali della nuova psicologia delle masse dove il capo non è più l'emblema dell'Ideale, della Causa o, più semplicemente, di una concezione del mondo - com'era ancora nella nostra storia più recente -, ma è l'incarnazione perversa di un modo di godimento che non conosce limiti, senso di colpa, vergogna. La fascinazione che questo potere emana non deve essere sottovalutata perché si radica nel cuore più pulsionale dell'essere umano: perché mai limitare il godimento dell'Uno, perché rinunciare a godere di tutto (o di tutte)? Per quale ragione? Per quale civiltà? Per quale Dio? L'etica post-ideologica, orfana di tutti i suoi ideali, confrontata, come direbbe Sartre, con la drammaticità del cielo vuoto sopra le nostre teste, è davvero in grado di rispondere sensatamente a questa domanda che il berlusconismo pone così scabrosamente? Lascio volutamente aperta questa questione cruciale per toccare almeno un altro punto che mi sta a cuore.
Diversamente da quello che ritiene una cultura falsamente libertaria, l'esperienza della psicoanalisi insiste nel mostrare che il sesso senza amore tende alla serialità anonima, spinge a ricercare compulsivamente il «nuovo» senza considerare affatto che questa mitologia del «nuovo» e del sesso senza amore perpetua in realtà sempre la stessa insoddisfazione mortifera. Qui possiamo toccare un punto sensibile relativo alla differenza tra i sessi: il femminile esige che l'amore si annodi al godimento; il maschile teme invece questo annodamento e tende a separare l'amore dal godimento perché l'accesso all'amore appare ingombrato dalla presenza del fallo e dalla sua idolatria. Se il godimento dell'idiota non arretra, se l'ingombro fallico persiste a ottundere il corpo e la mente rendendo anche la fantasia erotica schiava delle sue condizioni feticistiche, se, insomma, il corpo erotico del desiderio non si lega alla dimensione dell'amore, il rischio è che ciascuno diventi sadianamente oggetto di puro consumo per l'altro.
L'amore è amore per il nome, diceva Lacan. L'amore è sempre amore per il dettaglio, per gli aspetti più particolari, singolari, irripetibili di una vita. L'amore non è mai amore dell'universale. Non esistono partiti dell'amore. Solo il tiranno dichiara retoricamente il proprio amore sconfinato per il suo popolo (facendo in realtà i suoi interessi più personali). Solo il tiranno gode degli altri che lo circondano come puri oggetti interscambiabili, anonimi, privi di un nome proprio, pezzi di corpo, macchine sessuali. Se l'amore è per l'uomo un modo per dare senso alla rinuncia al proprio godimento immediato, per svuotarsi del proprio ingombro fallico, per accedere all'incontro con l'altro, la corte del tiranno bandisce l'amore oltraggiando anche, e non a caso, il valore simbolico della paternità. «Papi» è il significante che rivela più apertamente il carattere osceno e incestuoso dell'«utilizzatore finale». Come raccontava una mia paziente a proposito della frase che un padre tirannico le rivolgeva in ogni occasione di insubordinazione: «io ti ho fatta e io ti distruggo!».
La retorica del silenzio
Lia Cigarini - il manifesto 10 febbraio 2011
Da molti anni si è sviluppata una critica femminile e femminista a quel misto di cultura e politica del potere che ha portato e mantenuto un Berlusconi a capo del governo. Questa critica si è espressa in convegni - ricordiamo quello del 2009 a Roma su «Sessualità e politica nel post-patriarcato» -, incontri, lettere ai giornali, prese di posizione in giornali, riviste e in rete. Questa critica non ha risparmiato quegli uomini, giornali e partiti che considerano Berlusconi come se fosse un aberrazione isolata, nascondendo così tutto il contorno politico e culturale che fa di lui un'espressione di uno stile politico narcisista che tratta tutto e tutti in chiave strumentale.
Adesso ci chiamano a manifestare contro Berlusconi con la speranza di dargli il colpo finale. Chi fa questo appello? Si tratta di donne che apparentemente prescindono dalla realtà del movimento femminista avendo orecchie e occhi puntati sulla politica convenzionale, che ormai sta andando in pezzi.
Non è la prima volta che questo capita. Queste donne a volte ignorano effettivamente come stanno le cose, altre volte invece fanno tabula rasa per ricorrere a una tipica retorica, per intenderci quella di «uscire dal silenzio». Non siamo mai state zitte, hanno risposto con spirito alcune delle tante impegnate nel femminismo.
Io mi chiedo: a che cosa serve quella retorica, quella ignoranza, perché viene cancellata la realtà delle donne proprio nel momento in cui ci si chiede di mobilitarci? Avrei una risposta: la politica delle donne sparisce proprio in quel momento perché disturba, anzi contrasta in pieno con la logica della politica tradizionale.
Un esempio. I vizi di Berlusconi altro non fanno che ingigantire i limiti di una sessualità maschile che con la politica c'entra, in barba alla vecchia separazione tra pubblico e privato. La critica a questa separazione, come è noto, è stata una leva della rivolta femminile. E da alcuni anni è diventata oggetto di autonoma riflessione maschile.
Un altro esempio di quanto la politica femminile disturba ce la dà la reazione alle dure ma pacate denuncie di Veronica Lario, reazioni volgari della destra e inconsistenti della sinistra che per mesi e mesi si è appellata, alla separazione tra privato e pubblico, quella seppellita dal femminismo quarant'anni fa.
E' innegabile che c'è una diffusa voglia di far fuori questo personaggio e la sua cerchia al potere. La sento anch'io. Ma se questa voglia risultasse una sanatoria sull'ipocrisia della sinistra, sulle complicità maschili, sulla cancellazione sistematica della cultura politica femminista, io allora dico no. Con una simile sanatoria, a parte il sollievo generale per averla finita con quel personaggio, ci ritroveremmo, comunque, con una cultura politica devastata sia da lui sia dal modo ambiguo con cui è stato combattuto. Lui si è fatto forte con il populismo e la demagogia, si vuole farlo fuori a colpi di semplificazioni, slogan sbagliati, e facile moralismo.
Come tante altre sento la pressione a prendere posizione e dire sì oppure no alla manifestazione. Non ci sto. Quello che mi fa paura sono gli effetti suggestivi dei numeri, cioè delle tante firme, delle tante persone che sottoscrivono appelli di qua e di là, perché sempre più spesso fanno da surrogato alla presa di coscienza personale e all'impegno effettivo. Si perdono così i guadagni del femminismo, come l'ascolto delle persone senza parole, il primato della relazione non strumentale, un altro ordine di rapporti tra donna e uomo, la fine della confusione tra politica e potere.
Non si tratta solo del femminismo. Nel panorama politico accadono già cose significative in sé e promettenti (Mirafiori, università e scuola, ecc.) che il ridurre tutto all'antiberlusconismo priva di forza politica.
In definitiva, ciò a cui veramente mi sento di dire no è la chiamata delle donne, da parte di alcune di esse, a fare massa per una causa magari giusta che è nelle mani, però, di uomini e dei loro interessi.
Da molti anni si è sviluppata una critica femminile e femminista a quel misto di cultura e politica del potere che ha portato e mantenuto un Berlusconi a capo del governo. Questa critica si è espressa in convegni - ricordiamo quello del 2009 a Roma su «Sessualità e politica nel post-patriarcato» -, incontri, lettere ai giornali, prese di posizione in giornali, riviste e in rete. Questa critica non ha risparmiato quegli uomini, giornali e partiti che considerano Berlusconi come se fosse un aberrazione isolata, nascondendo così tutto il contorno politico e culturale che fa di lui un'espressione di uno stile politico narcisista che tratta tutto e tutti in chiave strumentale.
Adesso ci chiamano a manifestare contro Berlusconi con la speranza di dargli il colpo finale. Chi fa questo appello? Si tratta di donne che apparentemente prescindono dalla realtà del movimento femminista avendo orecchie e occhi puntati sulla politica convenzionale, che ormai sta andando in pezzi.
Non è la prima volta che questo capita. Queste donne a volte ignorano effettivamente come stanno le cose, altre volte invece fanno tabula rasa per ricorrere a una tipica retorica, per intenderci quella di «uscire dal silenzio». Non siamo mai state zitte, hanno risposto con spirito alcune delle tante impegnate nel femminismo.
Io mi chiedo: a che cosa serve quella retorica, quella ignoranza, perché viene cancellata la realtà delle donne proprio nel momento in cui ci si chiede di mobilitarci? Avrei una risposta: la politica delle donne sparisce proprio in quel momento perché disturba, anzi contrasta in pieno con la logica della politica tradizionale.
Un esempio. I vizi di Berlusconi altro non fanno che ingigantire i limiti di una sessualità maschile che con la politica c'entra, in barba alla vecchia separazione tra pubblico e privato. La critica a questa separazione, come è noto, è stata una leva della rivolta femminile. E da alcuni anni è diventata oggetto di autonoma riflessione maschile.
Un altro esempio di quanto la politica femminile disturba ce la dà la reazione alle dure ma pacate denuncie di Veronica Lario, reazioni volgari della destra e inconsistenti della sinistra che per mesi e mesi si è appellata, alla separazione tra privato e pubblico, quella seppellita dal femminismo quarant'anni fa.
E' innegabile che c'è una diffusa voglia di far fuori questo personaggio e la sua cerchia al potere. La sento anch'io. Ma se questa voglia risultasse una sanatoria sull'ipocrisia della sinistra, sulle complicità maschili, sulla cancellazione sistematica della cultura politica femminista, io allora dico no. Con una simile sanatoria, a parte il sollievo generale per averla finita con quel personaggio, ci ritroveremmo, comunque, con una cultura politica devastata sia da lui sia dal modo ambiguo con cui è stato combattuto. Lui si è fatto forte con il populismo e la demagogia, si vuole farlo fuori a colpi di semplificazioni, slogan sbagliati, e facile moralismo.
Come tante altre sento la pressione a prendere posizione e dire sì oppure no alla manifestazione. Non ci sto. Quello che mi fa paura sono gli effetti suggestivi dei numeri, cioè delle tante firme, delle tante persone che sottoscrivono appelli di qua e di là, perché sempre più spesso fanno da surrogato alla presa di coscienza personale e all'impegno effettivo. Si perdono così i guadagni del femminismo, come l'ascolto delle persone senza parole, il primato della relazione non strumentale, un altro ordine di rapporti tra donna e uomo, la fine della confusione tra politica e potere.
Non si tratta solo del femminismo. Nel panorama politico accadono già cose significative in sé e promettenti (Mirafiori, università e scuola, ecc.) che il ridurre tutto all'antiberlusconismo priva di forza politica.
In definitiva, ciò a cui veramente mi sento di dire no è la chiamata delle donne, da parte di alcune di esse, a fare massa per una causa magari giusta che è nelle mani, però, di uomini e dei loro interessi.
Come cacciare il Sultano senza tenersi l'a.d.
Luca Casarini - il manifesto 10 febbraio 2011
Le compagne e i compagni che animano il percorso di uniticontrolacrisi a nordest, il 13 febbraio saranno nelle piazze delle proprie città. Il nostro slogan unisce Berlusconi a Marchionne e rivolge ai due insieme la perentoria richiesta che se ne vadano. La decisione di partecipare alla giornata di mobilitazione vuol essere un contributo a un dibattito pubblico composto di tante voci e sfumature. Il 13 febbraio cade nel contesto di un vasto movimento di opinione che comincia a rendersi visibile attorno alla richiesta di dimissioni del premier. Quando l'opinione assume fisicità e si organizza, siamo in presenza di una transizione, da rappresentati a coloro che vogliono rappresentarsi da sé, che manda in crisi il meccanismo di cattura dell'opinione tradizionalmente legato al sistema dei partiti. La movimentazione sociale che chiede le dimissioni di Berlusconi è frutto della crisi dei partiti della sinistra, non delle loro tattiche. Le persone disorientate che da un palasport a una piazza televisiva, davanti a un tribunale o dentro una fabbrica, si manifestano cercando ciò che non trovano più nella delega, vanno affrontate dotandosi di umiltà e determinazione, sentendosi parte dei destini e delle incertezze che vivono dentro questa spinta. I partiti dell'opposizione inefficace le rincorrono: come a Genova, vi ricordate? Lo fanno sempre in maniera scorretta, non c'è da fidarsi perché il loro problema è che l'avvento dell'opinione decisa ad autorappresentarsi ne mette in discussione gruppi dirigenti, organigrammi consolidati, potere personalizzato, procedure. Non si tratta di voler fare tutto da sé - il rapporto complesso tra tumulto e democrazia perfino l'Egitto ce lo mostra - ma di costringere partiti e politica a diventare altro, uno spazio percorribile del comune politico invece che «organizzazione privata».
La «rincorsa» disonesta si avvale di trucchi, come quello che vorrebbe consegnare il 13 febbraio a un antiberlusconismo possibile solo come sacralizzazione istituzionale, tale da giustificare Sante Alleanze che vanno dalla Chiesa ai fascisti neo rautiani di Fini a chi si definisce democratico. O il tentativo di far arretrare il dibattito di genere, trasformandolo in una disputa tra donne perbene e puttane, o tra maschi opportunisticamente rispettosi o sfacciatamente laidi, dimenticando che gli stupri si commettono tra le mura domestiche e che la questione della differenza sessuale, affrontata in maniera formidabile dal femminismo negli anni '70, oggi è da reindagare all'interno delle categorie che segnano il passaggio da un potere a un bio-potere, un capitalismo che sussume l'intera vita e e si alimenta delle mutazioni antropologiche dell'essere umano.
Ridurre a moralismo la discussione sui festini di Arcore toglie di mezzo Marchionne: questo è il grande problema del Pd, che deve dire di no a Berlusconi, dicendo di sì al modello feroce di liberismo che l'a.d. della Fiat incarna. Ecco perché senza un'alternativa di società, l'opinione ridiventa carburante per il consenso dei partiti, e non può trasformarsi in qualcosa che cambia il nostro vivere collettivo. Quella che dalle notti del «vecchio flaccido» traspare con tutta la sua violenza è la diseguaglianza sociale all'ennesima potenza: milioni di euro buttati in faccia come sassi a chi non arriva a fine mese, a chi per un salario deve accettare di cedere diritti e dignità. Il possesso del corpo altrui è il disporre della vita altrui. E' la ricetta di Pomigliano e Mirafiori, l'uso della crisi per precarizzare l'intero corpo sociale. La rendita finanziaria, dalla quale dipendono gli enormi guadagni di Marchionne e Berlusconi, descrive l'economia di questo sistema. Berlusconi non va banalizzato: svolta quando diventa imprenditore del lavoro cognitivo, trent'anni fa, e mette a valore tramite le sue televisioni le relazioni, i sogni, i desideri di una intera società. Non solo, li produce, li orienta, li trasforma. Coglie fino in fondo la potenza produttiva della comunicazione nell'organizzare la nuova società dei media e dell'informazione. Elementi da tardomedioevo si mescolano, financo nelle biografie di questi nuovi capitalisti, a quelli legati alle visionarie e tecnologiche interpretazioni del futuro; proprio come accade con Marchionne, il top manager con il maglioncino, che unisce abilità di broker ad avidità di vecchio rentier, facendo credere di vendere auto. Dire no a Berlusconi e a Marchionne nelle piazze del 13 può aprire confronto e dibattito. Abbandonarle le consegnerebbe al teatro di operazioni politiche e culturali che non indicano alternative, se non persino peggiori dell'esistente.
Le compagne e i compagni che animano il percorso di uniticontrolacrisi a nordest, il 13 febbraio saranno nelle piazze delle proprie città. Il nostro slogan unisce Berlusconi a Marchionne e rivolge ai due insieme la perentoria richiesta che se ne vadano. La decisione di partecipare alla giornata di mobilitazione vuol essere un contributo a un dibattito pubblico composto di tante voci e sfumature. Il 13 febbraio cade nel contesto di un vasto movimento di opinione che comincia a rendersi visibile attorno alla richiesta di dimissioni del premier. Quando l'opinione assume fisicità e si organizza, siamo in presenza di una transizione, da rappresentati a coloro che vogliono rappresentarsi da sé, che manda in crisi il meccanismo di cattura dell'opinione tradizionalmente legato al sistema dei partiti. La movimentazione sociale che chiede le dimissioni di Berlusconi è frutto della crisi dei partiti della sinistra, non delle loro tattiche. Le persone disorientate che da un palasport a una piazza televisiva, davanti a un tribunale o dentro una fabbrica, si manifestano cercando ciò che non trovano più nella delega, vanno affrontate dotandosi di umiltà e determinazione, sentendosi parte dei destini e delle incertezze che vivono dentro questa spinta. I partiti dell'opposizione inefficace le rincorrono: come a Genova, vi ricordate? Lo fanno sempre in maniera scorretta, non c'è da fidarsi perché il loro problema è che l'avvento dell'opinione decisa ad autorappresentarsi ne mette in discussione gruppi dirigenti, organigrammi consolidati, potere personalizzato, procedure. Non si tratta di voler fare tutto da sé - il rapporto complesso tra tumulto e democrazia perfino l'Egitto ce lo mostra - ma di costringere partiti e politica a diventare altro, uno spazio percorribile del comune politico invece che «organizzazione privata».
La «rincorsa» disonesta si avvale di trucchi, come quello che vorrebbe consegnare il 13 febbraio a un antiberlusconismo possibile solo come sacralizzazione istituzionale, tale da giustificare Sante Alleanze che vanno dalla Chiesa ai fascisti neo rautiani di Fini a chi si definisce democratico. O il tentativo di far arretrare il dibattito di genere, trasformandolo in una disputa tra donne perbene e puttane, o tra maschi opportunisticamente rispettosi o sfacciatamente laidi, dimenticando che gli stupri si commettono tra le mura domestiche e che la questione della differenza sessuale, affrontata in maniera formidabile dal femminismo negli anni '70, oggi è da reindagare all'interno delle categorie che segnano il passaggio da un potere a un bio-potere, un capitalismo che sussume l'intera vita e e si alimenta delle mutazioni antropologiche dell'essere umano.
Ridurre a moralismo la discussione sui festini di Arcore toglie di mezzo Marchionne: questo è il grande problema del Pd, che deve dire di no a Berlusconi, dicendo di sì al modello feroce di liberismo che l'a.d. della Fiat incarna. Ecco perché senza un'alternativa di società, l'opinione ridiventa carburante per il consenso dei partiti, e non può trasformarsi in qualcosa che cambia il nostro vivere collettivo. Quella che dalle notti del «vecchio flaccido» traspare con tutta la sua violenza è la diseguaglianza sociale all'ennesima potenza: milioni di euro buttati in faccia come sassi a chi non arriva a fine mese, a chi per un salario deve accettare di cedere diritti e dignità. Il possesso del corpo altrui è il disporre della vita altrui. E' la ricetta di Pomigliano e Mirafiori, l'uso della crisi per precarizzare l'intero corpo sociale. La rendita finanziaria, dalla quale dipendono gli enormi guadagni di Marchionne e Berlusconi, descrive l'economia di questo sistema. Berlusconi non va banalizzato: svolta quando diventa imprenditore del lavoro cognitivo, trent'anni fa, e mette a valore tramite le sue televisioni le relazioni, i sogni, i desideri di una intera società. Non solo, li produce, li orienta, li trasforma. Coglie fino in fondo la potenza produttiva della comunicazione nell'organizzare la nuova società dei media e dell'informazione. Elementi da tardomedioevo si mescolano, financo nelle biografie di questi nuovi capitalisti, a quelli legati alle visionarie e tecnologiche interpretazioni del futuro; proprio come accade con Marchionne, il top manager con il maglioncino, che unisce abilità di broker ad avidità di vecchio rentier, facendo credere di vendere auto. Dire no a Berlusconi e a Marchionne nelle piazze del 13 può aprire confronto e dibattito. Abbandonarle le consegnerebbe al teatro di operazioni politiche e culturali che non indicano alternative, se non persino peggiori dell'esistente.
Forchette e forconi
Manuela Cartosio - il manifesto 9 febbraio 2011
La manifestazione del 29 gennaio a Milano e quelle che si terranno il 13 febbraio in varie città hanno suscitato critiche, riserve, prese di distanza da parte di diverse donne con alle spalle l'esperienza del femminismo negli anni Settanta. Donne ora in disaccordo quasi su tutto (compresa la collocazione politica) prendono le distanze, criticano fino a motivare, in alcuni casi con qualche iattanza, il loro «io non ci sarò». È qualcosa di più consistente e generalizzato della snobbatura riservata da alcune di loro alla manifestazione milanese del 14 gennaio 2006 per la difesa della legge 194 e la libertà femminile.
Senza la 194 - lo ricordo per chi ha a cuore le carriere femminili - forse Susanna Camusso non sarebbe diventata segretaria generale della Cgil. Per questo merita discuterne.
La mobilitazione di piazza è uno strumento grossolano per dipanare un nodo complesso come quello indicato dalla triade sesso-denaro-potere. Arduo tradurre in slogan la povera sessualità seriale di Berlusconi, la sua paura della morte, la caduta del desiderio, l'imperativo al godimento. Ma non succede così anche per temi più semplici? Ad esempio: uno sciopero solo dei migranti suona quasi come una bestemmia alle mie orecchie; ciononostante lo scorso primo marzo ero in piazza con loro. Perché, semplicemente, bisognava esserci.
Altrettanto sento che domenica prossima bisognerà comunque esserci. Anche se l'appello che indice la manifestazione è mal scritto, in alcuni punti mal pensato, teso ad allargare il più possibile il fronte (vedi il riferimento alla religione!). Lo scivolone più grave, a mio parere, è l'eccessiva insistenza nell'elencare le nostre professioni all'onor del mondo, inciampando in una distinzione sotto traccia tra donne «per bene» e «per male». Poi ci sono i palloncini e le sciarpe bianche «in segno di lutto». Mi irritano, essendo il lutto davvero fuori luogo. Le considero sgrammaticature, spie di una diversa sensibilità, non sufficienti però per giustificare un'assenza. Invece, quelle che «io non ci sarò» le prendono in punta di forchetta. Anzi, per infilzare meglio la manifestazione attribuiscono all'appello e alle organizzatrici vizi e intenzioni che non hanno. Da nessuna parte sta scritto che Ruby&le altre sono delle «povere vittime». Semmai, il loro percorso di "emancipazione" sta tutto nella cultura dell'avere, del consumo immediato, del corpo merce (le donne non stanno sotto una campana di vetro, non sono immuni dall'italica catastrofe antropologica). Quel percorso può avere successo - dalla velina alla ministra - ma resta un'emancipazione malata. Le donne del sultano c'entrano poco o nulla con le sex workers "tradizionali", che l'appello neppure nomina. In perfetta malafede qualcuno è riuscito a trasformare quella del 13 in una manifestazione contro le prostitute. Comunque né le une, né le altre sono fatte oggetto di moralismo bigotto. Dunque suona bizzarro l'invito (di Ritanna Armeni su Gli altri) rivolto alle manifestanti ad «abbassare i forconi», l'equivalente delle manette giustizialiste. L'appello si conclude chiamando in causa gli uomini: a loro si chiede un atto di amicizia, di manifestare insieme. Certo, mai come questa volta toccherebbe agli uomini prendere la parola e l'iniziativa per primi, visto che B. offende anzitutto loro. Ma se non lo fanno, le donne devono restare in attesa?
L'accusa più pesante mossa alla manifestazione è di "strumentalizzare" le donne: sarebbe eterodiretta dai partiti (quindi da organizzazioni maschili) che «si ricordano delle donne solo quando servono». Non mi pare che a Milano stia succedendo così. Non ho informazioni dirette su Roma (a naso credo che a spingere per l'appuntamento del 13 febbraio siano state soprattutto le coppie Camusso-Bonino e Repubblica-Unità). Sia come sia, penso che una donna abbia molte valide ragioni, oltre ai festini di Arcore, per volersi sbarazzare del cadavere di Berlusconi. Non occorre che un partito le metta in bocca la parola d'ordine «Berlusconi dimettiti». Così, si obietta, si resta al mero antiberlusconismo, non si capisce che i guasti (relazioni tra i sessi comprese) resteranno tal quali anche dopo che il Cav avrà tolto il disturbo. Ma lo sanno anche i sassi. Pensare che le donne che manifesteranno domenica non ne siano consapevoli è considerarle marziane o dementi.
Le femministe dell'io non ci sarò sono molto intelligenti. Mi piacerebbe che avessero più generosità umana, più duttilità politica e meno paura di "confondersi", per qualche ora, con le altre. Confondersi non significa perdersi.
La manifestazione del 29 gennaio a Milano e quelle che si terranno il 13 febbraio in varie città hanno suscitato critiche, riserve, prese di distanza da parte di diverse donne con alle spalle l'esperienza del femminismo negli anni Settanta. Donne ora in disaccordo quasi su tutto (compresa la collocazione politica) prendono le distanze, criticano fino a motivare, in alcuni casi con qualche iattanza, il loro «io non ci sarò». È qualcosa di più consistente e generalizzato della snobbatura riservata da alcune di loro alla manifestazione milanese del 14 gennaio 2006 per la difesa della legge 194 e la libertà femminile.
Senza la 194 - lo ricordo per chi ha a cuore le carriere femminili - forse Susanna Camusso non sarebbe diventata segretaria generale della Cgil. Per questo merita discuterne.
La mobilitazione di piazza è uno strumento grossolano per dipanare un nodo complesso come quello indicato dalla triade sesso-denaro-potere. Arduo tradurre in slogan la povera sessualità seriale di Berlusconi, la sua paura della morte, la caduta del desiderio, l'imperativo al godimento. Ma non succede così anche per temi più semplici? Ad esempio: uno sciopero solo dei migranti suona quasi come una bestemmia alle mie orecchie; ciononostante lo scorso primo marzo ero in piazza con loro. Perché, semplicemente, bisognava esserci.
Altrettanto sento che domenica prossima bisognerà comunque esserci. Anche se l'appello che indice la manifestazione è mal scritto, in alcuni punti mal pensato, teso ad allargare il più possibile il fronte (vedi il riferimento alla religione!). Lo scivolone più grave, a mio parere, è l'eccessiva insistenza nell'elencare le nostre professioni all'onor del mondo, inciampando in una distinzione sotto traccia tra donne «per bene» e «per male». Poi ci sono i palloncini e le sciarpe bianche «in segno di lutto». Mi irritano, essendo il lutto davvero fuori luogo. Le considero sgrammaticature, spie di una diversa sensibilità, non sufficienti però per giustificare un'assenza. Invece, quelle che «io non ci sarò» le prendono in punta di forchetta. Anzi, per infilzare meglio la manifestazione attribuiscono all'appello e alle organizzatrici vizi e intenzioni che non hanno. Da nessuna parte sta scritto che Ruby&le altre sono delle «povere vittime». Semmai, il loro percorso di "emancipazione" sta tutto nella cultura dell'avere, del consumo immediato, del corpo merce (le donne non stanno sotto una campana di vetro, non sono immuni dall'italica catastrofe antropologica). Quel percorso può avere successo - dalla velina alla ministra - ma resta un'emancipazione malata. Le donne del sultano c'entrano poco o nulla con le sex workers "tradizionali", che l'appello neppure nomina. In perfetta malafede qualcuno è riuscito a trasformare quella del 13 in una manifestazione contro le prostitute. Comunque né le une, né le altre sono fatte oggetto di moralismo bigotto. Dunque suona bizzarro l'invito (di Ritanna Armeni su Gli altri) rivolto alle manifestanti ad «abbassare i forconi», l'equivalente delle manette giustizialiste. L'appello si conclude chiamando in causa gli uomini: a loro si chiede un atto di amicizia, di manifestare insieme. Certo, mai come questa volta toccherebbe agli uomini prendere la parola e l'iniziativa per primi, visto che B. offende anzitutto loro. Ma se non lo fanno, le donne devono restare in attesa?
L'accusa più pesante mossa alla manifestazione è di "strumentalizzare" le donne: sarebbe eterodiretta dai partiti (quindi da organizzazioni maschili) che «si ricordano delle donne solo quando servono». Non mi pare che a Milano stia succedendo così. Non ho informazioni dirette su Roma (a naso credo che a spingere per l'appuntamento del 13 febbraio siano state soprattutto le coppie Camusso-Bonino e Repubblica-Unità). Sia come sia, penso che una donna abbia molte valide ragioni, oltre ai festini di Arcore, per volersi sbarazzare del cadavere di Berlusconi. Non occorre che un partito le metta in bocca la parola d'ordine «Berlusconi dimettiti». Così, si obietta, si resta al mero antiberlusconismo, non si capisce che i guasti (relazioni tra i sessi comprese) resteranno tal quali anche dopo che il Cav avrà tolto il disturbo. Ma lo sanno anche i sassi. Pensare che le donne che manifesteranno domenica non ne siano consapevoli è considerarle marziane o dementi.
Le femministe dell'io non ci sarò sono molto intelligenti. Mi piacerebbe che avessero più generosità umana, più duttilità politica e meno paura di "confondersi", per qualche ora, con le altre. Confondersi non significa perdersi.
Uomini e no. La performance come norma
Francesco Raparelli - il manifesto 9 febbraio 2011
Se il tema è la sessualità sicuramente non si parla di politica. Anzi, semmai è la politica, quella seria, ad essere messa da parte. Quando si parla di sesso, di converso, occorre dare la parola alle donne, di certo gli uomini, siano essi «di partito» o «di movimento», hanno cose più importanti a cui pensare. Se questo è un luogo comune, dotato di una straordinaria potenza pratica, vale la pena provarci, da maschio, a prender parola. Proverò a farlo, consapevole della debolezza del mio discorso, non fosse altro perché poco nutrito dalla riflessione collettiva. E cercherò di non scomodare troppo Foucault, per riempire il vuoto o semplicemente per essere all'altezza dell'accademia de noiantri.
Primo punto: Berlusconi e le notti di Arcore non affermano la rinnovata potenza del maschio italiano (e di potere), semmai testimoniano il carattere virulento di un epilogo. Indubbiamente nella vicenda arcoriana c'è un maschio anziano, «ferito» dall'operazione alla prostata e dalla fisiologica impotenza senile. Più che D'Avanzo bisognerebbe leggere Everyman (o L'animale morente) del grande Roth per capirci qualcosa! Altrettanto, nella scena cyborg della «pompetta» di Mr B. (metafora sessuale dell'«effetto leva» dei derivati nei mercati finanziari) c'è qualcosa che va oltre il delirio di onnipotenza del «flaccido» raìs in declino. C'è una fottuta paura. Paura di invecchiare, certo. Di più e meglio, una paura, generalizzata e meno situata generazionalmente, di non farcela, di non essere all'altezza della «sfida sportiva».
È interessante riflettere, al di fuori degli specialismi (andrologi e psicologi se ne occupano con insistenza da anni), sulla diffusione del viagra e del cialis tra i giovanissimi in età compresa tra i 16 e i 30. Viagra che si aggiunge a cocaina (la cocaina da sola, in «caduta» ansiosa, farebbe disastri), a garanzia di una super-erezione con tanto di euforia e impeto cardiaco: «sono Dio», il pensiero che accompagna la scopata, occasionale o meno. L'ossessione prestazionale è il punto di arrivo della riflessione (?) del maschio sulla nuova scena del desiderio femminile. Laddove il desiderio femminile inventa nuove condotte, diventa discorso e rompe l'ordine simbolico patriarcale, il maschio decodifica: «devo essere imbattibile, altrimenti sono cazzi, ogni fallimento mi costa la carriera amorosa». Una sorta di violenta sessualizzazione dell'orizzonte produttivo contemporaneo: la performance come norma, il successo come imperativo.
Peccato, però, che ci passa di mezzo un corpo, meglio, un incontro tra i corpi. È questo incontro, con la sua esteriore e ruvida contingenza, a fare problema, ad essere respinto con forza. Il viagra non risolve una patologia, ma consegna alla necessità l'esito delle proprie scopate. Ad assumere massimo rilievo non è più la combinazione (sia essa affettiva o puramente sessuale, senza alcuna gerarchia, intendiamoci!), ma ciò che l'individuo nella sua solitudine può fare per rispondere adeguatamente all'imperativo prestazionale. Il passaggio dall'adeguatezza al «numero da circo» è breve, i confini si confondono. Ma è sempre l'individuo, irrelato e competitivo (oltre che spaventato e ansioso), che conquista la scena, distruggendo quella sessuale, sempre esteriore, contingente, relazionale. Ciò che spaventa è la combinazione prima che si sia fatta abitudine, dunque meglio evitare brutte sorprese, preferibile la pompetta o l'additivo. E mentre viene sconfitta la contingenza si afferma la rivincita del maschio ferito: super-erezione in risposta ad un desiderio, quello femminile, che si è fatto parola e sperimentazione.
Non si tratta, in questo caso, di esprimere dal punto di vista maschile un moralismo speculare a quello di Di Gregorio & co, non è di certo la protesi macchinica o la variazione chimica a fare problema (almeno per quanto mi riguarda), ma l'uso individualistico e risentito che se ne fa. Anche quando si parla di sostanze psico-attive non ho mai avuto dubbi, il gioco vale se si riesce a fare esperienza di sé come singolarità, puro processo produttivo e relazionale, il resto è torsione identitaria e compulsiva: «sono sempre Io, con il mio fottuto piacere». È possibile per i maschi perdere di vista la prestazione e fare esperienza del desiderio, nominandolo? Questo mi sembra il problema che abbiamo di fronte tutti, anche chi non si è applicato pompette e non organizza il Bunga bunga.
Secondo punto: le notti di Arcore ci consegnano o riconfermano la miseria dell'immaginario sessuale dei maschi italiani. Confesso, sono cresciuto negli anni Ottanta e guardavo Italia 1. Sì, non ho letto il Capitolo VI inedito del I Libro del Capitale da infante, me ne vorranno male gli operaisti più raffinati, ma tant'è. Italia 1 era Bim Bum Bam, i Puffi alle otto di sera, ma anche e soprattutto Drive in la domenica sera, un vero must, Supercar o Automan (primi esperimenti cyborg), i film di Banfi in seconda serata. Insomma, quando ho letto le ricostruzioni delle serate di Arcore ho colto, nello pochezza, qualcosa di assolutamente familiare: le supertettone del Drive in vestite da poliziotte, Banfi che fa la puntura «di prova» alla sua infermiera con perizoma mozzafiato. Un catalogo di immagini che ci hanno bombardato per decenni trasformate in esperienza reale, attraverso la formula esotica del Bunga bunga. Forse - ed è questa la cosa che conta ? - il premier è l'espressione più matura dell'immaginario sessuale dei maschietti italici. Pecoreccio e turismo sessuale, con minorenni, ciò che non fa scandalo, e che sicuramente non smuove Bertone & co (che di queste cose se ne intendono), è ciò che segna i comportamenti e la miseria di milioni di (maschi) italiani.
Non è così? la faccio facile? E perché allora oltre allo sberleffo o all'approfondimento voyeristico, alla solidarietà politically correct nei confronti delle donne o allo sdegno moralistico in salsa patriarcale («mia figlia non te la prendi», cartello esibito nella prima manifestazione del Pd dopo la riesplosione del Rubygate), i maschi non sono riusciti a dire o a fare nient'altro? Su questo penso che le donne e femministe (mi riferisco a Dominijanni o a Muraro, ma non solo) che hanno espresso posizioni critiche dell'appello Se non ora, quando? abbiano ragione da vendere: ad essere afasici sono in primo luogo gli uomini e non le donne. Un'afasia radicata, a copertura di miserie a volte ancora più profonde: come leggere diversamente il ritiro spirituale e cattolico di Marrazzo al seguito dell'inchiesta che lo ha visto protagonista assieme ad un gruppo di trans, quasi tutti rigorosamente uccisi nei mesi successivi, senza gli onori delle cronache?
Ma se l'afasia dei maschi di partito è segno di ipocrisia e di grettezza, quella che riguarda i movimenti, «al maschile», non è meno inquietante. Eppure l'afasia, oltre ad essere un blocco insopportabile, può anche essere occasione di invenzione linguistica. Costruire un nuovo immaginario sessuale non è compito esclusivamente femminile, è un problema che riguarda le lotte biopolitiche del nostro tempo! E non capire questa cosa è segno di debolezza, non c'è retorica della serietà (della lotta di classe) che tenga.
(una versione più ampia di questo articolo su globalproject.info)
Se il tema è la sessualità sicuramente non si parla di politica. Anzi, semmai è la politica, quella seria, ad essere messa da parte. Quando si parla di sesso, di converso, occorre dare la parola alle donne, di certo gli uomini, siano essi «di partito» o «di movimento», hanno cose più importanti a cui pensare. Se questo è un luogo comune, dotato di una straordinaria potenza pratica, vale la pena provarci, da maschio, a prender parola. Proverò a farlo, consapevole della debolezza del mio discorso, non fosse altro perché poco nutrito dalla riflessione collettiva. E cercherò di non scomodare troppo Foucault, per riempire il vuoto o semplicemente per essere all'altezza dell'accademia de noiantri.
Primo punto: Berlusconi e le notti di Arcore non affermano la rinnovata potenza del maschio italiano (e di potere), semmai testimoniano il carattere virulento di un epilogo. Indubbiamente nella vicenda arcoriana c'è un maschio anziano, «ferito» dall'operazione alla prostata e dalla fisiologica impotenza senile. Più che D'Avanzo bisognerebbe leggere Everyman (o L'animale morente) del grande Roth per capirci qualcosa! Altrettanto, nella scena cyborg della «pompetta» di Mr B. (metafora sessuale dell'«effetto leva» dei derivati nei mercati finanziari) c'è qualcosa che va oltre il delirio di onnipotenza del «flaccido» raìs in declino. C'è una fottuta paura. Paura di invecchiare, certo. Di più e meglio, una paura, generalizzata e meno situata generazionalmente, di non farcela, di non essere all'altezza della «sfida sportiva».
È interessante riflettere, al di fuori degli specialismi (andrologi e psicologi se ne occupano con insistenza da anni), sulla diffusione del viagra e del cialis tra i giovanissimi in età compresa tra i 16 e i 30. Viagra che si aggiunge a cocaina (la cocaina da sola, in «caduta» ansiosa, farebbe disastri), a garanzia di una super-erezione con tanto di euforia e impeto cardiaco: «sono Dio», il pensiero che accompagna la scopata, occasionale o meno. L'ossessione prestazionale è il punto di arrivo della riflessione (?) del maschio sulla nuova scena del desiderio femminile. Laddove il desiderio femminile inventa nuove condotte, diventa discorso e rompe l'ordine simbolico patriarcale, il maschio decodifica: «devo essere imbattibile, altrimenti sono cazzi, ogni fallimento mi costa la carriera amorosa». Una sorta di violenta sessualizzazione dell'orizzonte produttivo contemporaneo: la performance come norma, il successo come imperativo.
Peccato, però, che ci passa di mezzo un corpo, meglio, un incontro tra i corpi. È questo incontro, con la sua esteriore e ruvida contingenza, a fare problema, ad essere respinto con forza. Il viagra non risolve una patologia, ma consegna alla necessità l'esito delle proprie scopate. Ad assumere massimo rilievo non è più la combinazione (sia essa affettiva o puramente sessuale, senza alcuna gerarchia, intendiamoci!), ma ciò che l'individuo nella sua solitudine può fare per rispondere adeguatamente all'imperativo prestazionale. Il passaggio dall'adeguatezza al «numero da circo» è breve, i confini si confondono. Ma è sempre l'individuo, irrelato e competitivo (oltre che spaventato e ansioso), che conquista la scena, distruggendo quella sessuale, sempre esteriore, contingente, relazionale. Ciò che spaventa è la combinazione prima che si sia fatta abitudine, dunque meglio evitare brutte sorprese, preferibile la pompetta o l'additivo. E mentre viene sconfitta la contingenza si afferma la rivincita del maschio ferito: super-erezione in risposta ad un desiderio, quello femminile, che si è fatto parola e sperimentazione.
Non si tratta, in questo caso, di esprimere dal punto di vista maschile un moralismo speculare a quello di Di Gregorio & co, non è di certo la protesi macchinica o la variazione chimica a fare problema (almeno per quanto mi riguarda), ma l'uso individualistico e risentito che se ne fa. Anche quando si parla di sostanze psico-attive non ho mai avuto dubbi, il gioco vale se si riesce a fare esperienza di sé come singolarità, puro processo produttivo e relazionale, il resto è torsione identitaria e compulsiva: «sono sempre Io, con il mio fottuto piacere». È possibile per i maschi perdere di vista la prestazione e fare esperienza del desiderio, nominandolo? Questo mi sembra il problema che abbiamo di fronte tutti, anche chi non si è applicato pompette e non organizza il Bunga bunga.
Secondo punto: le notti di Arcore ci consegnano o riconfermano la miseria dell'immaginario sessuale dei maschi italiani. Confesso, sono cresciuto negli anni Ottanta e guardavo Italia 1. Sì, non ho letto il Capitolo VI inedito del I Libro del Capitale da infante, me ne vorranno male gli operaisti più raffinati, ma tant'è. Italia 1 era Bim Bum Bam, i Puffi alle otto di sera, ma anche e soprattutto Drive in la domenica sera, un vero must, Supercar o Automan (primi esperimenti cyborg), i film di Banfi in seconda serata. Insomma, quando ho letto le ricostruzioni delle serate di Arcore ho colto, nello pochezza, qualcosa di assolutamente familiare: le supertettone del Drive in vestite da poliziotte, Banfi che fa la puntura «di prova» alla sua infermiera con perizoma mozzafiato. Un catalogo di immagini che ci hanno bombardato per decenni trasformate in esperienza reale, attraverso la formula esotica del Bunga bunga. Forse - ed è questa la cosa che conta ? - il premier è l'espressione più matura dell'immaginario sessuale dei maschietti italici. Pecoreccio e turismo sessuale, con minorenni, ciò che non fa scandalo, e che sicuramente non smuove Bertone & co (che di queste cose se ne intendono), è ciò che segna i comportamenti e la miseria di milioni di (maschi) italiani.
Non è così? la faccio facile? E perché allora oltre allo sberleffo o all'approfondimento voyeristico, alla solidarietà politically correct nei confronti delle donne o allo sdegno moralistico in salsa patriarcale («mia figlia non te la prendi», cartello esibito nella prima manifestazione del Pd dopo la riesplosione del Rubygate), i maschi non sono riusciti a dire o a fare nient'altro? Su questo penso che le donne e femministe (mi riferisco a Dominijanni o a Muraro, ma non solo) che hanno espresso posizioni critiche dell'appello Se non ora, quando? abbiano ragione da vendere: ad essere afasici sono in primo luogo gli uomini e non le donne. Un'afasia radicata, a copertura di miserie a volte ancora più profonde: come leggere diversamente il ritiro spirituale e cattolico di Marrazzo al seguito dell'inchiesta che lo ha visto protagonista assieme ad un gruppo di trans, quasi tutti rigorosamente uccisi nei mesi successivi, senza gli onori delle cronache?
Ma se l'afasia dei maschi di partito è segno di ipocrisia e di grettezza, quella che riguarda i movimenti, «al maschile», non è meno inquietante. Eppure l'afasia, oltre ad essere un blocco insopportabile, può anche essere occasione di invenzione linguistica. Costruire un nuovo immaginario sessuale non è compito esclusivamente femminile, è un problema che riguarda le lotte biopolitiche del nostro tempo! E non capire questa cosa è segno di debolezza, non c'è retorica della serietà (della lotta di classe) che tenga.
(una versione più ampia di questo articolo su globalproject.info)
Uomini e no.
Il nocciolo politico del desiderio maschile
Sandro Bellassai* - il manifesto 8 febbraio 2011
Ogni giorno che comincia mi dico: oggi lo faranno. Poi vedo che ancora non l'hanno fatto e non riesco a farmene una ragione. Che aspetta, mi chiedo, la stampa berlusconiana a diffondere un calendario hot con succose immagini di Ruby, e delle tante altre di cui abbiamo visto i nomi e i volti sui media delle ultime settimane? Pensateci un attimo. Migliaia, forse milioni (o magari miliardi?) di uomini correrebbero in edicola: Lui avrebbe praticamente vinto le elezioni senza neanche indirle. Perché ho pochi dubbi che, dalla D'Addario in poi, una buona - anzi buonissima - parte dei maschi italiani abbia trovato interesse per la piccante faccenda anche nel rimirare per quanto è possibile le procacità delle ragazze che Lui si è portato a casa. E che, neanche tanto in fondo, questi uomini abbiano quindi pensato: beato Lui. Del resto, sono decenni che l'audience regge grazie all'esibizione di corpi femminili giovani, attraenti, svestiti e ammiccanti. Non era ancora maggiorenne? Ma, dico, l'avete vista voi com'è fatta? Diciamo la verità: davanti a tutta questa grazia di dio, a chi verrebbe in mente di controllare i documenti?
Poi rifletto e mi dico: ma certo, eccolo il perché, la stagione dei calendari è passata da tempo. Non si spiega altrimenti: all'appetitoso articolo non mancherebbe certo il target. Il target siamo noi, ovviamente. Noi maschi italiani, devoti consumatori immaginari di anatomie felliniane, concretissimi utilizzatori finali che compongono uno scenario probabile di 9 milioni di clienti di prostitute. Cittadini di uno stato che fino all'altroieri celebrava giuridicamente il bene prezioso dell'onore, e fino a ieri considerava lo stupro un reato non contro la persona ma «contro la moralità pubblica e il buonconstume». Di un paese in cui ogni due giorni uno di noi, uomini italiani, ammazza la compagna, la moglie, la ex. Noi maschi di un ex popolo di latin lover, di santi e navigatori che ormai da tempo assiste impotente - mai termine fu più puntuale - alla catastrofe della virilità personale e collettiva.
Lui non è altro che l'autobiografia sessuale della nazione maschile. Guardiamoci negli occhi, maschi: quanti di noi sotto sotto lo invidiano? Non avete proprio mai sentito al bar, al lavoro, in palestra, un altro uomo che lo ammettesse? Quanti, siano di destra o di sinistra poco importa, magari non vorrebbero proprio essere al suo posto, ma in fondo lo capiscono, o comunque non vedono tutto questo scandalo? Se scandalo c'è, secondo costoro viene dal fatto che la scabrosità (dettagli, conversazioni, immagini) è stata messa in piazza; e comunque, si sa, da che mondo e mondo le storie boccaccesche scandalizzano i moralisti. Gli illuminati comprensivi, fiorenti questi soprattutto nel centrosinistra, invece non moraleggiano (non adesso, almeno: non stiamo certo parlando di unioni di fatto o fecondazione assistita) e cavallerescamente evitano di affondare il colpo contro l'avversario in oscene ambasce, perché tra ufficiali - maschi - si usa così, o contro le sciagurate di manzoniana memoria, perché non siamo più nel secolo di Gertrude ma in quello modernissimo delle escort.
A me tuttavia pare che non si tratti di colpire maramaldescamente un uomo per la sua immoralità, né di sorvolare paternalisticamente sulla virtù delle donne. Da sempre, in pratica, il discorso maschile sulla prostituzione è un discorso sulle prostitute: il cliente scompare, l'uomo è come sempre invisibile, della sessualità maschile non si parla. Non ci vuole molto per vedere come l'immaginario maschile sia il grande rimosso di questa storia, e se le cose stanno così parlare di Lui, da uomini, è difficile perché significherebbe forse dover parlare anche di noi stessi. Di noi stessi in quanto esseri umani sessuati, intendo: cosa a cui non siamo molto abituati, e forse anche chi sarebbe disposto a provarci, una buona volta, esita perché non sa da che parte cominciare. Troppo forte, per provare a tenersi in un'orbita di lucida autenticità, è la doppia attrazione gravitazionale del moralismo di chi definisce Lui malato e del virilismo spavaldo di chi lo chiama beato.
Ma ho l'impressione che molti uomini, o comunque molti più uomini di quanto possa apparire, potrebbero oggi voler cogliere l'occasione di questo squallore maschile per parlarne in forma né moralistica né virilistica. L'occasione, insomma, di avvicinarsi al vero nocciolo della questione (così avvicinandosi, forse, anche un po' più a se stessi): il desiderio maschile. Che è questione politica tout court, naturalmente, e quindi può essere affrontata davvero fino in fondo in un confronto collettivo; la politica non essendo, io penso, una dimensione del cambiamento che si possa più di tanto praticare in solitudine. È anche per questo motivo, peraltro, che alcuni di noi hanno creato uno spazio politico come «Maschile plurale», in cui ormai da vari anni tentiamo di confrontarci fra uomini sulle relazioni, sul potere e sul desiderio.
Quella del desiderio maschile è una dimensione politica, in quanto dimensione del potere e della libertà, che può anche risultare scomoda quando ci costringe a chiederci in che cosa siamo o ci sentiamo diversi da uomini come Lui. Che può anche apparire difficile quando proviamo a guardare in faccia le nostre contraddizioni, magari senza prendere la scorciatoia di pensarci migliori di altri. Eppure, vale la pena di credere che al di là di queste strettoie talvolta faticose potremo guadagnare all'esperienza spazi insospettati: dove, per esempio, finisca per sembrarti inconcepibile il sesso con una persona che in realtà non ti desidera affatto; dove, sempre per esempio, il proprio desiderio di uomini sia finalmente inscindibile dalla libertà delle donne.
*Univ. di Bologna-Forlì, autore de La mascolinità contemporanea, socio dell'ass.ne «Maschileplurale»
Poi rifletto e mi dico: ma certo, eccolo il perché, la stagione dei calendari è passata da tempo. Non si spiega altrimenti: all'appetitoso articolo non mancherebbe certo il target. Il target siamo noi, ovviamente. Noi maschi italiani, devoti consumatori immaginari di anatomie felliniane, concretissimi utilizzatori finali che compongono uno scenario probabile di 9 milioni di clienti di prostitute. Cittadini di uno stato che fino all'altroieri celebrava giuridicamente il bene prezioso dell'onore, e fino a ieri considerava lo stupro un reato non contro la persona ma «contro la moralità pubblica e il buonconstume». Di un paese in cui ogni due giorni uno di noi, uomini italiani, ammazza la compagna, la moglie, la ex. Noi maschi di un ex popolo di latin lover, di santi e navigatori che ormai da tempo assiste impotente - mai termine fu più puntuale - alla catastrofe della virilità personale e collettiva.
Lui non è altro che l'autobiografia sessuale della nazione maschile. Guardiamoci negli occhi, maschi: quanti di noi sotto sotto lo invidiano? Non avete proprio mai sentito al bar, al lavoro, in palestra, un altro uomo che lo ammettesse? Quanti, siano di destra o di sinistra poco importa, magari non vorrebbero proprio essere al suo posto, ma in fondo lo capiscono, o comunque non vedono tutto questo scandalo? Se scandalo c'è, secondo costoro viene dal fatto che la scabrosità (dettagli, conversazioni, immagini) è stata messa in piazza; e comunque, si sa, da che mondo e mondo le storie boccaccesche scandalizzano i moralisti. Gli illuminati comprensivi, fiorenti questi soprattutto nel centrosinistra, invece non moraleggiano (non adesso, almeno: non stiamo certo parlando di unioni di fatto o fecondazione assistita) e cavallerescamente evitano di affondare il colpo contro l'avversario in oscene ambasce, perché tra ufficiali - maschi - si usa così, o contro le sciagurate di manzoniana memoria, perché non siamo più nel secolo di Gertrude ma in quello modernissimo delle escort.
A me tuttavia pare che non si tratti di colpire maramaldescamente un uomo per la sua immoralità, né di sorvolare paternalisticamente sulla virtù delle donne. Da sempre, in pratica, il discorso maschile sulla prostituzione è un discorso sulle prostitute: il cliente scompare, l'uomo è come sempre invisibile, della sessualità maschile non si parla. Non ci vuole molto per vedere come l'immaginario maschile sia il grande rimosso di questa storia, e se le cose stanno così parlare di Lui, da uomini, è difficile perché significherebbe forse dover parlare anche di noi stessi. Di noi stessi in quanto esseri umani sessuati, intendo: cosa a cui non siamo molto abituati, e forse anche chi sarebbe disposto a provarci, una buona volta, esita perché non sa da che parte cominciare. Troppo forte, per provare a tenersi in un'orbita di lucida autenticità, è la doppia attrazione gravitazionale del moralismo di chi definisce Lui malato e del virilismo spavaldo di chi lo chiama beato.
Ma ho l'impressione che molti uomini, o comunque molti più uomini di quanto possa apparire, potrebbero oggi voler cogliere l'occasione di questo squallore maschile per parlarne in forma né moralistica né virilistica. L'occasione, insomma, di avvicinarsi al vero nocciolo della questione (così avvicinandosi, forse, anche un po' più a se stessi): il desiderio maschile. Che è questione politica tout court, naturalmente, e quindi può essere affrontata davvero fino in fondo in un confronto collettivo; la politica non essendo, io penso, una dimensione del cambiamento che si possa più di tanto praticare in solitudine. È anche per questo motivo, peraltro, che alcuni di noi hanno creato uno spazio politico come «Maschile plurale», in cui ormai da vari anni tentiamo di confrontarci fra uomini sulle relazioni, sul potere e sul desiderio.
Quella del desiderio maschile è una dimensione politica, in quanto dimensione del potere e della libertà, che può anche risultare scomoda quando ci costringe a chiederci in che cosa siamo o ci sentiamo diversi da uomini come Lui. Che può anche apparire difficile quando proviamo a guardare in faccia le nostre contraddizioni, magari senza prendere la scorciatoia di pensarci migliori di altri. Eppure, vale la pena di credere che al di là di queste strettoie talvolta faticose potremo guadagnare all'esperienza spazi insospettati: dove, per esempio, finisca per sembrarti inconcepibile il sesso con una persona che in realtà non ti desidera affatto; dove, sempre per esempio, il proprio desiderio di uomini sia finalmente inscindibile dalla libertà delle donne.
*Univ. di Bologna-Forlì, autore de La mascolinità contemporanea, socio dell'ass.ne «Maschileplurale»
Il fantasma dell’impotenza
Ida Dominijanni - Alias 5 febbraio 2011
Il cerchio si stringe attorno al Sultano e l’era del dopo-Berlusconi è virtualmente aperta. Non è escluso che questo numero di Alias sarà in edicola quando la procura di Milano avrà già depositato la richiesta del processo immediato per il premier, e con essa quel che resta ancora ignoto, e minaccioso, delle carte dell’inchiesta. Ma adesso, mentre scrivo, è ancora lunedì e nell’ennesimo talk-show va ancora in onda la pantomima di una politica che cerca di salvarsi dal sexgate. La recita non ha un unico attore. C’è il protagonista principale, Berlusconi, che s’inventa proposte di riforma sull’articolo 41 della Costituzione, fingendo di poter scotomizzare il premier dal sultano. Ci sono le comparse attorno a lui, che continuano disperatamente a difenderlo consigliandogli di governare di giorno senza pensare a quello che è successo nella sua vita di notte. E ci sono i protagonisti secondari, che dall’opposizione ingiungono al premier e al sultano di andarsene, ma anche loro fiduciosi che a quel punto, sparito di scena l’alieno, la politica ’vera’ possa voltare pagina, dimenticarsi di lui, della sua corte e delle sue notti, e rimettersi d’incanto sulla retta via della Costituzione e del gioco democratico. Si potrebbe notare una qualche incoerenza fra questa convinzione e il corale plauso, solo pochi giorni fa, alla denuncia del «disastro antropologico» fatta dal cardinal Bagnasco: come possa un disastro antropologico essere riparato da un patto fra tutti quelli che non hanno saputo né diagnosticarlo né impedirlo è un mistero, ma lasciamo perdere. Lasciamo perdere anche la spigolosa osservazione che la Costituzione da salvare adesso è la stessa sulla quale fino a due anni fa è stato cercato il «dialogo» con Berlusconi, e andiamo all’osso.
L’osso è questo. Dal 27 aprile 2009 - data di esplosione del velina-gate, immediatamente seguito dal Noemi-gate e dal Veronica-gate, quindi dal Patrizia-gate, fino ad arrivare al Ruby-gate passando, non va dimenticato, per il Marrazzo-gate e lo scandalo della donna-tangente nella cricca di Bertolaso – a oggi, la strada maestra che la politica istituzionale, di centrodestra e di centrosinistra, ha seguito è stata quella di negare che in tutto questo ci fosse qualcosa di politicamente rilevante, cercando con tutti i mezzi di preservarsi da una valanga che alla fine, com’era ampiamente prevedibile, l’ha travolta. Questa strada maestra ha avuto varie diramazioni. La principale è consistita nel dire che si trattava di fatti privati, che non si dovevano sindacare (versione di centrodestra) o che era meglio non sindacare troppo (versione di centrosinistra). O che si trattava di questioni morali, e la morale, Machiavelli insegna, va tenuta distinta dalla politica (versione di centrosinistra) o non va stuzzicata, perché chi è senza peccato scagli la prima pietra e le magagne di Berlusconi non sono diverse da quelle dei Kennedy o di Clinton o di Dino Boffo o dalla relazione di trent’anni fa fra Ilda Bocassini e un giornalista (versione di centrodestra). Un’altra e conseguente diramazione è consistita nel dire che Berlusconi andava giudicato (versione di centrodestra) o battuto (versione di centrosinistra) sulle cose serie come il programma o il governo della crisi economica e non su queste sciocchezze. Eccetera. Gli argomenti contrari, a sostegno dell’assoluta politicità della questione, pur essendosi dispiegati fluvialmente sulla stampa, non hanno sfondato questo muro di sordità del ceto politico: a ben vedere neanche dopo l’esplosione del caso Ruby, quando a essere finalmente impugnati dall’opposizione sono stati criteri o penali - i reati di concussione e di prostituzione minorile per i quali è indagato il premier, e quello di induzione alla prostituzione per cui sono indagati Mora, Fede e Minetti -, o morali - l’indegnità e l’impresentabilità del sultano e della sua corte -, o istituzionali – la sua ricattabilità; ma la politicità del caso, ovvero il riconoscimento della sua emblematicità per afferrare natura e dispositivi del regime berlusconiano, rimane incerta, o scarsamente argomentata.
Perché? Non può trattarsi solo di un difetto della vista. C’è di mezzo un dispositivo di immunizzazione della politica che scatta ogni volta che i suoi confini, la sua razionalità e il suo linguaggio sono minacciati da un’insorgenza aliena. Corpo e sessualità sono entità aliene per eccellenza rispetto alla politica tradizionalmente intesa, e infatti questo stesso dispositivo di chiusura immunitaria è sempre scattato nei confronti dei movimenti che ne hanno fatto materia di pratiche di liberazione contro il potere. Nel Berlusconigate però, qui sta il suo carattere
spiazzante, corpo e sessualità irrompono sulla scena politica dalla parte del potere, come sintomi, protesi e dispositivi propri del potere: e la pretesa, da parte della politica che si vuole ’sana’, di scansarli e mantenersene immune appare perciò ancora più insensata, essendone essa direttamente investita e interrogata. Naturalmente si può capire la voglia e la fretta dell’opposizione di voltare pagina, di archiviare e dimenticare la figura perturbante del sultano nella sala del bunga bunga per tornare a occuparsi degli affari correnti. Ma invece su quella figura bisogna sostare: mettersela davanti e non smettere di guardarla, finché non saranno snodati i fili che legano il sultano al premier e il regime di sessualità al regime politico. E’ proprio a partire da questa figura terminale che il berlusconismo, malattia senile di una società depressa, mostra nitidamente tutte le sue fattezze, che purtroppo non appartengono solo al Capo ma anche al popolo che nella sua icona si è riconosciuto e rispecchiato per venti anni. Qui di seguito un elenco parziale di questi connotati, in forma di vademecum per la liberazione da lui e da noi stessi.
Il cerchio si stringe attorno al Sultano e l’era del dopo-Berlusconi è virtualmente aperta. Non è escluso che questo numero di Alias sarà in edicola quando la procura di Milano avrà già depositato la richiesta del processo immediato per il premier, e con essa quel che resta ancora ignoto, e minaccioso, delle carte dell’inchiesta. Ma adesso, mentre scrivo, è ancora lunedì e nell’ennesimo talk-show va ancora in onda la pantomima di una politica che cerca di salvarsi dal sexgate. La recita non ha un unico attore. C’è il protagonista principale, Berlusconi, che s’inventa proposte di riforma sull’articolo 41 della Costituzione, fingendo di poter scotomizzare il premier dal sultano. Ci sono le comparse attorno a lui, che continuano disperatamente a difenderlo consigliandogli di governare di giorno senza pensare a quello che è successo nella sua vita di notte. E ci sono i protagonisti secondari, che dall’opposizione ingiungono al premier e al sultano di andarsene, ma anche loro fiduciosi che a quel punto, sparito di scena l’alieno, la politica ’vera’ possa voltare pagina, dimenticarsi di lui, della sua corte e delle sue notti, e rimettersi d’incanto sulla retta via della Costituzione e del gioco democratico. Si potrebbe notare una qualche incoerenza fra questa convinzione e il corale plauso, solo pochi giorni fa, alla denuncia del «disastro antropologico» fatta dal cardinal Bagnasco: come possa un disastro antropologico essere riparato da un patto fra tutti quelli che non hanno saputo né diagnosticarlo né impedirlo è un mistero, ma lasciamo perdere. Lasciamo perdere anche la spigolosa osservazione che la Costituzione da salvare adesso è la stessa sulla quale fino a due anni fa è stato cercato il «dialogo» con Berlusconi, e andiamo all’osso.
L’osso è questo. Dal 27 aprile 2009 - data di esplosione del velina-gate, immediatamente seguito dal Noemi-gate e dal Veronica-gate, quindi dal Patrizia-gate, fino ad arrivare al Ruby-gate passando, non va dimenticato, per il Marrazzo-gate e lo scandalo della donna-tangente nella cricca di Bertolaso – a oggi, la strada maestra che la politica istituzionale, di centrodestra e di centrosinistra, ha seguito è stata quella di negare che in tutto questo ci fosse qualcosa di politicamente rilevante, cercando con tutti i mezzi di preservarsi da una valanga che alla fine, com’era ampiamente prevedibile, l’ha travolta. Questa strada maestra ha avuto varie diramazioni. La principale è consistita nel dire che si trattava di fatti privati, che non si dovevano sindacare (versione di centrodestra) o che era meglio non sindacare troppo (versione di centrosinistra). O che si trattava di questioni morali, e la morale, Machiavelli insegna, va tenuta distinta dalla politica (versione di centrosinistra) o non va stuzzicata, perché chi è senza peccato scagli la prima pietra e le magagne di Berlusconi non sono diverse da quelle dei Kennedy o di Clinton o di Dino Boffo o dalla relazione di trent’anni fa fra Ilda Bocassini e un giornalista (versione di centrodestra). Un’altra e conseguente diramazione è consistita nel dire che Berlusconi andava giudicato (versione di centrodestra) o battuto (versione di centrosinistra) sulle cose serie come il programma o il governo della crisi economica e non su queste sciocchezze. Eccetera. Gli argomenti contrari, a sostegno dell’assoluta politicità della questione, pur essendosi dispiegati fluvialmente sulla stampa, non hanno sfondato questo muro di sordità del ceto politico: a ben vedere neanche dopo l’esplosione del caso Ruby, quando a essere finalmente impugnati dall’opposizione sono stati criteri o penali - i reati di concussione e di prostituzione minorile per i quali è indagato il premier, e quello di induzione alla prostituzione per cui sono indagati Mora, Fede e Minetti -, o morali - l’indegnità e l’impresentabilità del sultano e della sua corte -, o istituzionali – la sua ricattabilità; ma la politicità del caso, ovvero il riconoscimento della sua emblematicità per afferrare natura e dispositivi del regime berlusconiano, rimane incerta, o scarsamente argomentata.
Perché? Non può trattarsi solo di un difetto della vista. C’è di mezzo un dispositivo di immunizzazione della politica che scatta ogni volta che i suoi confini, la sua razionalità e il suo linguaggio sono minacciati da un’insorgenza aliena. Corpo e sessualità sono entità aliene per eccellenza rispetto alla politica tradizionalmente intesa, e infatti questo stesso dispositivo di chiusura immunitaria è sempre scattato nei confronti dei movimenti che ne hanno fatto materia di pratiche di liberazione contro il potere. Nel Berlusconigate però, qui sta il suo carattere
spiazzante, corpo e sessualità irrompono sulla scena politica dalla parte del potere, come sintomi, protesi e dispositivi propri del potere: e la pretesa, da parte della politica che si vuole ’sana’, di scansarli e mantenersene immune appare perciò ancora più insensata, essendone essa direttamente investita e interrogata. Naturalmente si può capire la voglia e la fretta dell’opposizione di voltare pagina, di archiviare e dimenticare la figura perturbante del sultano nella sala del bunga bunga per tornare a occuparsi degli affari correnti. Ma invece su quella figura bisogna sostare: mettersela davanti e non smettere di guardarla, finché non saranno snodati i fili che legano il sultano al premier e il regime di sessualità al regime politico. E’ proprio a partire da questa figura terminale che il berlusconismo, malattia senile di una società depressa, mostra nitidamente tutte le sue fattezze, che purtroppo non appartengono solo al Capo ma anche al popolo che nella sua icona si è riconosciuto e rispecchiato per venti anni. Qui di seguito un elenco parziale di questi connotati, in forma di vademecum per la liberazione da lui e da noi stessi.
Libertà
Lo scippo di una bandiera che era sempresventolata a sinistra fu ben congegnato dal Cavaliere quando scese in campo nel ’94: promise agli italiani di liberarli dalla politica politicante, dai rischi di un ritorno di totalitarismo comunista che secondo lui si annidavano sotto le macerie di Tangentopoli, dai lacci e lacciuoli della burocrazia, dagli ostacoli al salto definitivo nella modernità e dalle remore allo sprigionamento dell’iniziativa e del successo individuale. In realtà il piccolo uomo di Arcore cavalcava un’onda internazionale neoliberista che già da un decennio e intutto l’Occidente traduceva la libertà politica in libertà di mercato. «Tutto si può comprare, tutto si può fare» è il motto sintetico della libertà berlusconiana impresso nella sala del bunga bunga. A cominciare dal sesso: si compra, si fa. Purché sia a casa propria, dove la legge non entra: né quella dei codici giuridici, né quella dei codici morali.
Legge
La legge infatti è solo un inciampo da scansare, da aggirare, da saltare o da rimodellare sulle proprie necessità mettendo al lavoro i Ghedini di turno. Lo sapevamo dalla catena infinita delle «vicende giudiziarie» del premier e delle leggi ad personam. Per reggere questa catena infinita
c’è voluto del talento, e ora sappiamo da dove gli viene. A valere meno di zero per il sultano non sono solo le regole scritte nei codici e nella Costituzione, ovvero la legge come forma condivisa del patto sociale, bensì la Legge come struttura interiorizzata del Super-io. Non c’è Super-io,non c’è tabu,non c’è interdizione, non c’è, di conseguenza, vergogna o senso di colpa. Il solo comandamento imperante è quello del godimento e del consumo, di cose e di persone, donne preferibilmente, ridotte a oggetti, e il solo criterio che orienta l’azione è il principio di prestazione. Vale nel privato e nel pubblico allo stesso titolo: fra il «fare» sesso compulsivamente e lo slogan del «governo del fare» non c’è soluzione di continuità.
Desiderio
Senza Legge, insegna la psicoanalisi, non c’è nemmeno desiderio, perché senza interdizione non c’è mancanza e il desiderio nasce dalla mancanza. Saturare la mancanza con oggetti e persone da consumare non alimenta il desiderio ma lo deprime. Sulla scorta della psicoanalisi se n’è accorto quest’anno anche il Censis (si veda il dibattito sulle tesi in proposito di Giuseppe De Rita e MassimoRecalcati sul manifesto dello scorso dicembre), mettendoa fuoco la vena depressiva che attraversa la società italiana e che è l’altra faccia della sua illegalità diffusa. È la stessa vena che percorre la sala del bunga bunga, a onta della sua patina gaudente, e che ci incolla tutti a guardare i brandelli seriali dello spettacolo che emergono dalle carte dell’inchiesta di Milano: fossemenodepressa, l’audience del sultano avrebbe altro da fare che scopare per delega. Attenzione, qui c’è il primo trucco del rapporto fra il Capo e il popolo: Berlusconi scese in campo promettendo un sogno con le bollicine, e ci ha trascinati in un incubo di ossessiva ripetizione dell’uguale.
Potere e impotenza
Il secondo trucco è ancora più insidioso. L’icona di un uomo di settant’anni deliziato da un harem di belle ragazze è fatta apposta per alimentare l’illusione di una potenza sessuale senza fine e senza tempo. E pare che ci riesca, a giudicare dall’ammirazione e dalla complicità neanche tanto malcelate che si guadagna nell’elettorato maschile. Solo due anni fa però, all’inizio del sexgate, quell’icona era tutt’altro che solida e venne molto sindacata sugli stessi house organ del premier, che lo difesero dalla denuncia di sua moglie («frequenta minorenni») ricordando l’operazione chirurgica che aveva dovuto subire anni fa (e che lui stesso all’epoca raccontò, rivendicando la sua vittoria sul cancro) e i suoi inevitabili effetti sull’attività sessuale. Quell’icona dunque è truccata: è una fantasia di potenza, sessuale e politica, sostenuta da un fantasma di impotenza, politica e sessuale. Anche qui fra il sultano e il premier non c’è soluzione di continuità: sotto il sultano niente, sotto il premier del governo del fare neppure. E dunque l’identificazione che entrambi suscitano è l’identificazione in un trucco.
Prostituzione
Non riguarda solo le ragazze dell’harem: è la cifra del regime.Ungadget di status,come venne fuori dallo scandalo sulla Protezione civile, dove fece la sua comparsa la donna-tangente, equiparata ad appartamenti e Bmw come premio in cambio di appalti. Un requisito per il curriculum televisivo e per quello politico, come viene fuori dal reclutamento di Nicole Minetti nel listino per le elezioni alla regione Lombardia, e com’era chiaro già al tempo del velina-gate. La prostituzione salda e salva crisi del mercato del lavoro e crisi della rappresentanza, impresa e istituzioni. E si paga cash, alla faccia della finanziarizzazione del capitale.
Confini
Tutto il Berlusconi-gate è una storia di sconfinamenti: fra pubblico e privato, fra morale e politico, fra politico e impolitico. Un errore fatale dell’opposizione è stato di tentare di arginarlo ripristinando quei confini invece di accettare che essi sono saltati.Non da oggi, e non solo per la peculiare figura di Berlusconi, che ha fatto di se stesso il testimonial del suo programma, della privatizzazione del pubblico la sua stella polare, dell’antipolitica la sua forza politica, delle sue televisioni la catena di montaggio dell’immaginario collettivo eccetera. Sono saltati per ragioni più generali, variegate e complesse (per citarne solo due: le nuove tecnologie che irrompono nella privacy, le donne che escono dal recinto del privato e irrompono nella sfera pubblica) che stanno alla base della ridefinizione della politica post-moderna. Invece di tentare l’impresa impossibile di ripristinarli, sarebbe stato bene cogliere l’occasione del sexgate per esercitarsi a fare politica oltre, e non dentro, quei confini.
Uomini e donne
La fine di Berlusconi è stata decretata, sostenuta e perseguita da una tanto imprevista quanto implacabile catena di parole e atti femminili. Donne sideralmente diverse - da Veronica Lario a Patrizia D’Addario a Simona Ventura, da Anna Maria Fiorillo a Ilda Bocassini, da quelle che fin da subito hanno rivendicato la politicità del sexgate a quelle che manifesteranno in questi giorni - unificate non da un’appartenenza politica o femministama da una sfida sulla verità, e con ogni evidenza da una capacità di muoversi sullo scorrimento fra personale e politico e fra pubblico e privato che come abbiamo appena visto non è della politica tradizionale. Non è affatto un caso inspiegabile che a denudare il re siano state donne che l’avevano conosciuto e frequentato molto da vicino e fin nell’intimità: è nei soggetti meglio conformati dal potere, com’è noto, che si formano le resistenze al potere stesso. È singolare e inspiegabile invece che fin dall’inizio di questa storia l’enfasi del discorso pubblico, anche femminile, cada non sulla forza e l’autorevolezza di queste donne, ma sull’offesa alla dignità femminile che viene dal sultanato. Ci sono invece l’una e l’altra, ed è il loro intreccio la sfida per il pensiero femminista in questa congiuntura storica. Riportarci tutte alla condizione di vittime del sultano, o dividerci fra vittime permale e ribelli perbene, va solo a vantaggio dei suoi complici, interessati a sviare il discorso dal tema principale. Che fin dall’inizio è la miseria del modello del «vero uomo»che il sultano incarna. Le donne hanno fatto bene il loro lavoro, ora spetta agli uomini rompere lo specchio.
Il diritto e il rovescio di una mobilitazione
Ida Dominijanni - il manifesto 8 febbraio 2011
Sciarpe e coccarde bianche a Montecitorio sui banchi dell'opposizione, mentre un'aula senza dignità respinge al mittente, con l'ennesima maggioranza risicata e blindata, la richiesta della procura di Milano. Quel bianco delle coccarde e delle sciarpe, già usato nella manifestazione del 29 a Milano, è un segno di lutto: il lutto per la dignità delle donne offesa e ferita dal Berlusconi-gate. Si potrebbe legittimamente esibire, al contrario, un segno di festa: senza le parole e l'esposizione di alcune donne - da Veronica Lario in poi, inutile rifare l'elenco - e di altre donne che fin da subito le hanno sostenute, il Berlusconi-gate non sarebbe mai scoppiato. Senza il «tradimento» e il racconto di alcune testimoni, l'inchiesta di Ilda Bocassini - che è una donna - e degli magistrati di Milano non starebbe in piedi. E dunque: è proprio la dignità delle donne la vittima numero uno del Berlusconi gate? E' proprio alla vittimizzazione delle donne che il discorso sulle donne deve ineluttabilmente portare?
Sono le due domande principali su cui ruota il dibattito femminista sulla mobilitazione femminile del 13 prossimo, promossa dai media mainstream con gran dispendio di testimonial e spot - siamo pur sempre dentro la cultura dell'immagine, anche quando ci si mobilita contro l'immagine dominante del corpo femminile - ma poco riguardo alle articolazioni del discorso. Che bisogna dunque andare a scovare in rete, nei siti e nelle testate su cui il tanto deprecato «silenzio delle donne» non c'è mai stato: «mai state zitte», ricorda ingenere.it.
Cominciamo dunque dalla questione della dignità violata: è solo, o in primo luogo, quella delle donne? Eppure al centro del teatro di Arcore c'è una messinscena della virilità che prima delle donne offende, o dovrebbe, gli uomini. «Ragazze che si vendono, e fa rabbia - scrive Anna Bravo, storica e femminista storica, su donnealtri.it -; ma soprattutto uomini che solo grazie al denaro e al potere dispongono del loro corpo e le gratificano con regali comprati all'ingrosso. Eppure, mentre noi ci preoccupiamo della dignità femminile, nessun uomo ha sentito il bisogno di difendere quella del genere maschile. Certo, il modello Berlusconi è così povero e violento che per un uomo di buona volontà può essere difficile vederlo come una ferita inferta anche alla propria identità. Ma come mai la vergogna provata da tanti di voi riguarda l'essere italiani, e non l'essere uomini italiani?». Come mai tanti uomini (di sinistra) si precipitano in piazza a difendere la dignità delle donne, senza interrogarsi sulla loro? Tanta premura ha un vago saporedi strumentalità. «Il femminismo aveva insegnato a non strumentalizzare le donne - scrivono sullo stesso sito Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi -. Succede invece che le ragazze di Arcore siano 'usate' per mandare via l'attuale presidente del consiglio. Giusto obiettivo ma che dovrebbe trovare altre gambe da quelle diciottenni per realizzarsi». Analogamente Lea Meladri, su Gli altri: «Finché lo sdegno non si estende a tutti gli aspetti del privilegio e della violenza amschili, dovrebbe venire il sospetto che delle donne ci si preoccupi quasi sempre solo quando servono». Di più: «l'oscillazione ambigua fra sdegno e voyeurismo» che caratterizza la campagna mediatica antiberlusconiana, aggiunge Melandri, mostra che quella stessa dignità rivendicata per le donne non viene accordata alle giovani frequentatrici di Arcore, trattate come merce tanto dal sultano quanto da chi gli si oppone, e ridotte sbrigativamente a «vittime» o «puttane» senza alcuna seria interrogazione sulla loro scelta, più o meno libera o più o meno asservita, di prestarsi a quel gioco.
Ragioni analoghe a quelle che spingono Luisa Muraro, in un breve testo pubblicato su libreriadelledonne.it, a non firmare l'appello «Ora basta»: «Non lo firmo per due ragioni principali. Per cominciare, sono molto critica verso la separazione fatta da Concita De Gregorio (nell'articolo di presentazione dell'appello, ora in unita.it, ndr.) fra quelle che non si prostituiscono, alle quali lei si rivolge, e quelle che si prostituiscono, escluse da ogni altra considerazione. Io sono impegnata politicamente per la libertà femminile e lotto contro ciò che la ostacola: la ostacolano gli uomini che usano i loro soldi per ridurre il corpo femminile a merce; ma le donne che vanno a questo mercato hanno una soggettività che non mettono in vendita e perciò vanno prese in considerazione, altrimenti dalla politica si scade nel moralismo. In secondo luogo, l'indignazione contro la miseria sessuale di uomini al potere deve venire in primo luogo da uomini loro vicini, se hanno il senso della decenza, anzi doveva venire al primo scandalo e non è venuta, chissà perché. Ricorrere alle donne è un espediente di vecchio stampo, quando si assegnava alle donne un ruolo convenzionale, ora per la pace, ora per l'infanzia», e oggi «di truppe ausiliarie di una politica inefficace».
Sciarpe e coccarde bianche a Montecitorio sui banchi dell'opposizione, mentre un'aula senza dignità respinge al mittente, con l'ennesima maggioranza risicata e blindata, la richiesta della procura di Milano. Quel bianco delle coccarde e delle sciarpe, già usato nella manifestazione del 29 a Milano, è un segno di lutto: il lutto per la dignità delle donne offesa e ferita dal Berlusconi-gate. Si potrebbe legittimamente esibire, al contrario, un segno di festa: senza le parole e l'esposizione di alcune donne - da Veronica Lario in poi, inutile rifare l'elenco - e di altre donne che fin da subito le hanno sostenute, il Berlusconi-gate non sarebbe mai scoppiato. Senza il «tradimento» e il racconto di alcune testimoni, l'inchiesta di Ilda Bocassini - che è una donna - e degli magistrati di Milano non starebbe in piedi. E dunque: è proprio la dignità delle donne la vittima numero uno del Berlusconi gate? E' proprio alla vittimizzazione delle donne che il discorso sulle donne deve ineluttabilmente portare?
Sono le due domande principali su cui ruota il dibattito femminista sulla mobilitazione femminile del 13 prossimo, promossa dai media mainstream con gran dispendio di testimonial e spot - siamo pur sempre dentro la cultura dell'immagine, anche quando ci si mobilita contro l'immagine dominante del corpo femminile - ma poco riguardo alle articolazioni del discorso. Che bisogna dunque andare a scovare in rete, nei siti e nelle testate su cui il tanto deprecato «silenzio delle donne» non c'è mai stato: «mai state zitte», ricorda ingenere.it.
Cominciamo dunque dalla questione della dignità violata: è solo, o in primo luogo, quella delle donne? Eppure al centro del teatro di Arcore c'è una messinscena della virilità che prima delle donne offende, o dovrebbe, gli uomini. «Ragazze che si vendono, e fa rabbia - scrive Anna Bravo, storica e femminista storica, su donnealtri.it -; ma soprattutto uomini che solo grazie al denaro e al potere dispongono del loro corpo e le gratificano con regali comprati all'ingrosso. Eppure, mentre noi ci preoccupiamo della dignità femminile, nessun uomo ha sentito il bisogno di difendere quella del genere maschile. Certo, il modello Berlusconi è così povero e violento che per un uomo di buona volontà può essere difficile vederlo come una ferita inferta anche alla propria identità. Ma come mai la vergogna provata da tanti di voi riguarda l'essere italiani, e non l'essere uomini italiani?». Come mai tanti uomini (di sinistra) si precipitano in piazza a difendere la dignità delle donne, senza interrogarsi sulla loro? Tanta premura ha un vago saporedi strumentalità. «Il femminismo aveva insegnato a non strumentalizzare le donne - scrivono sullo stesso sito Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi -. Succede invece che le ragazze di Arcore siano 'usate' per mandare via l'attuale presidente del consiglio. Giusto obiettivo ma che dovrebbe trovare altre gambe da quelle diciottenni per realizzarsi». Analogamente Lea Meladri, su Gli altri: «Finché lo sdegno non si estende a tutti gli aspetti del privilegio e della violenza amschili, dovrebbe venire il sospetto che delle donne ci si preoccupi quasi sempre solo quando servono». Di più: «l'oscillazione ambigua fra sdegno e voyeurismo» che caratterizza la campagna mediatica antiberlusconiana, aggiunge Melandri, mostra che quella stessa dignità rivendicata per le donne non viene accordata alle giovani frequentatrici di Arcore, trattate come merce tanto dal sultano quanto da chi gli si oppone, e ridotte sbrigativamente a «vittime» o «puttane» senza alcuna seria interrogazione sulla loro scelta, più o meno libera o più o meno asservita, di prestarsi a quel gioco.
Ragioni analoghe a quelle che spingono Luisa Muraro, in un breve testo pubblicato su libreriadelledonne.it, a non firmare l'appello «Ora basta»: «Non lo firmo per due ragioni principali. Per cominciare, sono molto critica verso la separazione fatta da Concita De Gregorio (nell'articolo di presentazione dell'appello, ora in unita.it, ndr.) fra quelle che non si prostituiscono, alle quali lei si rivolge, e quelle che si prostituiscono, escluse da ogni altra considerazione. Io sono impegnata politicamente per la libertà femminile e lotto contro ciò che la ostacola: la ostacolano gli uomini che usano i loro soldi per ridurre il corpo femminile a merce; ma le donne che vanno a questo mercato hanno una soggettività che non mettono in vendita e perciò vanno prese in considerazione, altrimenti dalla politica si scade nel moralismo. In secondo luogo, l'indignazione contro la miseria sessuale di uomini al potere deve venire in primo luogo da uomini loro vicini, se hanno il senso della decenza, anzi doveva venire al primo scandalo e non è venuta, chissà perché. Ricorrere alle donne è un espediente di vecchio stampo, quando si assegnava alle donne un ruolo convenzionale, ora per la pace, ora per l'infanzia», e oggi «di truppe ausiliarie di una politica inefficace».
Il ritratto di Dorian Gray di noi tutti
Raffaele K. Salinari - il manifesto 29 gennaio 2011
L'analisi della necrosfera che governa la lenta discesa agli inferi del Presidente del Consiglio, descritta nell'articolo di Franco Arminio sulla «funerea alchimia del berlusconismo», si ferma sull'orlo di una domanda fondamentale, sul quando cioè sia «avvenuta questa mutazione della morte da evento che irrompe a realtà che ristagna». Questione fondamentale poiché essa è all'origine non solo del corpo necrotizzante e necrotizzato di Berlusconi, ma di tutta la pratica consumistica inaugurata dall'Occidente molti secoli fa, ben prima della nascita del capitalismo o, almeno, di questa sua forma oramai globalizzata e mortificante che, non a caso, prende il nome di occidentalizzazione del mondo. L'articolo muove da un assunto a mio parere evidentissimo: Berlusconi ha paura della morte e dunque consuma e si consuma accumulando potere e ricchezza.
Di questo consumo, volto a dipingere il suo ritratto di Dorian Gray, fanno certamente parte le pratiche sessuali di cui sappiamo. E allora, proviamo a rispondere alla domanda inevasa, e cerchiamo in primis di collegarla ad una analisi della relazione tra il sistema capitalista e la Grande Signora. Certamente la morte è il limite dei limiti, da sempre. Oltre ad essere «il mistero di tutti i misteri», la X di una equazione irrisolvibile, come diceva Vladimir Janchélévitch, cioè qualcosa di intrinsecamente inspiegabile che, però, è connaturato alla Vita, alla Zoé e non solo alla singola Bios caratterizzata. Questo significa evidentemente che, partendo dall'accettazione del «mistero», vedendo in altre parole nella morte uno stadio irrinunciabile per assicurare il flusso stesso della Zoé, della vita senza ulteriori caratterizzazioni, attraverso le singole forme di Bios, si arriva a pensare una civilizzazione del limite, a partire da quello della propria stessa esistenza, come funzione ciclica irrinunciabile nell'assicurare l'esistenza nel suo eterno fluire. In altre parole le civilizzazioni e le culture che accettano il «mistero» delle morte, che ne fanno un evento che, pur "irrompendo" nella vita ne fa intrinsecamente parte, sono portare alla costruzione di relazioni tra umanità e mondo tendenzialmente rispettose di tutte le forme di esistenza, e dunque vedono il limite ultimo come qualcosa che parametra tutti gli altri. Ad esempio questa è la "cosmovisione" dei popoli indigeni, non a caso i più ecologisti proprio per questa loro consapevolezza del posto che una singola vita occupa all'interno della vita. Al contrario, rimuovere la morte significa rimuovere la vita. E allora da questo arriviamo direttamente alla domanda che pone Arminio sul quando si sia verificata la mutazione tra ciclicità e linearità, cioè la scomparsa della morte come limite e la sua progressiva rimozione dall'orizzonte degli eventi vitali. Il fatto si sovrappone esattamente con la nascita dell'Occidente dato che certamente ne è la cifra profonda, e avviene quando la cultura greca, la nostra cultura-madre, si stacca dalla ricerca della saggezza, indicibile ma non in conoscibile, per riflettere sulla verità, forse dicibile ma non sempre vissuta, quando cioè da Dioniso come protagonista della tragedia, direbbe Nietzsche, si passa all'umanità. Dioniso è, come dice Kerenyi, «l'archetipo della vita indistruttibile» non perché eterna in sé, come l'Occidente vorrebbe, ma perché in perenne mutazione proprio attraverso la Morte. Dioniso, infatti, è un dio che muore e rinasce, un principio ciclico, ma essere in empatia con lui significa accattare la stessa sorte, vivere la sua stessa tragedia. La nascita dell'Occidente tenta la carta dell'immortalità e per farlo mette "fuori di se" il mondo con la sua continua richiesta di cura e tempo ciclico, ma anche di mutamento e di morte. Il cristianesimo, meglio l'apparato ecclesiale, poi completa l'opera lucrando sulla gestione della morte e facendone uno spauracchio di salvazione o perdizione eterni, ancora una volta.
Ripensare la morte dunque significa ripensare il limite e dunque il modello simbolico che è alla base del consumare per rimuovere il momento dell'incontro finale. Berlusconi, in questo senso, è non solo il ritratto di Dorian Gray di noi tutti, rappresentazione plastica di un disfacimento che vede trasformarsi, come nel finale del romanzo, il ritratto corrotto nella persona fisica. Sapremo fermarci a guardare il nostro personale ritratto e non solo quello dell'ormai necrico Presidente del Consiglio? Non è questa la sfida simbolica che abbiamo davanti? Certo, lo è.
L'analisi della necrosfera che governa la lenta discesa agli inferi del Presidente del Consiglio, descritta nell'articolo di Franco Arminio sulla «funerea alchimia del berlusconismo», si ferma sull'orlo di una domanda fondamentale, sul quando cioè sia «avvenuta questa mutazione della morte da evento che irrompe a realtà che ristagna». Questione fondamentale poiché essa è all'origine non solo del corpo necrotizzante e necrotizzato di Berlusconi, ma di tutta la pratica consumistica inaugurata dall'Occidente molti secoli fa, ben prima della nascita del capitalismo o, almeno, di questa sua forma oramai globalizzata e mortificante che, non a caso, prende il nome di occidentalizzazione del mondo. L'articolo muove da un assunto a mio parere evidentissimo: Berlusconi ha paura della morte e dunque consuma e si consuma accumulando potere e ricchezza.
Di questo consumo, volto a dipingere il suo ritratto di Dorian Gray, fanno certamente parte le pratiche sessuali di cui sappiamo. E allora, proviamo a rispondere alla domanda inevasa, e cerchiamo in primis di collegarla ad una analisi della relazione tra il sistema capitalista e la Grande Signora. Certamente la morte è il limite dei limiti, da sempre. Oltre ad essere «il mistero di tutti i misteri», la X di una equazione irrisolvibile, come diceva Vladimir Janchélévitch, cioè qualcosa di intrinsecamente inspiegabile che, però, è connaturato alla Vita, alla Zoé e non solo alla singola Bios caratterizzata. Questo significa evidentemente che, partendo dall'accettazione del «mistero», vedendo in altre parole nella morte uno stadio irrinunciabile per assicurare il flusso stesso della Zoé, della vita senza ulteriori caratterizzazioni, attraverso le singole forme di Bios, si arriva a pensare una civilizzazione del limite, a partire da quello della propria stessa esistenza, come funzione ciclica irrinunciabile nell'assicurare l'esistenza nel suo eterno fluire. In altre parole le civilizzazioni e le culture che accettano il «mistero» delle morte, che ne fanno un evento che, pur "irrompendo" nella vita ne fa intrinsecamente parte, sono portare alla costruzione di relazioni tra umanità e mondo tendenzialmente rispettose di tutte le forme di esistenza, e dunque vedono il limite ultimo come qualcosa che parametra tutti gli altri. Ad esempio questa è la "cosmovisione" dei popoli indigeni, non a caso i più ecologisti proprio per questa loro consapevolezza del posto che una singola vita occupa all'interno della vita. Al contrario, rimuovere la morte significa rimuovere la vita. E allora da questo arriviamo direttamente alla domanda che pone Arminio sul quando si sia verificata la mutazione tra ciclicità e linearità, cioè la scomparsa della morte come limite e la sua progressiva rimozione dall'orizzonte degli eventi vitali. Il fatto si sovrappone esattamente con la nascita dell'Occidente dato che certamente ne è la cifra profonda, e avviene quando la cultura greca, la nostra cultura-madre, si stacca dalla ricerca della saggezza, indicibile ma non in conoscibile, per riflettere sulla verità, forse dicibile ma non sempre vissuta, quando cioè da Dioniso come protagonista della tragedia, direbbe Nietzsche, si passa all'umanità. Dioniso è, come dice Kerenyi, «l'archetipo della vita indistruttibile» non perché eterna in sé, come l'Occidente vorrebbe, ma perché in perenne mutazione proprio attraverso la Morte. Dioniso, infatti, è un dio che muore e rinasce, un principio ciclico, ma essere in empatia con lui significa accattare la stessa sorte, vivere la sua stessa tragedia. La nascita dell'Occidente tenta la carta dell'immortalità e per farlo mette "fuori di se" il mondo con la sua continua richiesta di cura e tempo ciclico, ma anche di mutamento e di morte. Il cristianesimo, meglio l'apparato ecclesiale, poi completa l'opera lucrando sulla gestione della morte e facendone uno spauracchio di salvazione o perdizione eterni, ancora una volta.
Ripensare la morte dunque significa ripensare il limite e dunque il modello simbolico che è alla base del consumare per rimuovere il momento dell'incontro finale. Berlusconi, in questo senso, è non solo il ritratto di Dorian Gray di noi tutti, rappresentazione plastica di un disfacimento che vede trasformarsi, come nel finale del romanzo, il ritratto corrotto nella persona fisica. Sapremo fermarci a guardare il nostro personale ritratto e non solo quello dell'ormai necrico Presidente del Consiglio? Non è questa la sfida simbolica che abbiamo davanti? Certo, lo è.
Infettati dalle menzogne di Berlusconi
Franca D'Agostini* - il manifesto 26 gennaio 2011
Mentire platealmente, dire mezze verità strategiche, usare il vero per produrre il falso, distorcere la realtà, negare l'evidenza, impedire che si ammetta l'ovvio, creando polvere fango confusione rumore. Mai come in questo momento la logica del berlusconismo è stata così chiara, di fronte ai nostri occhi. Si tratta di logica e non (soltanto) di etica, perché il gioco riguarda anzitutto le procedure argomentative, e i modi di ragionare, e di convincere gli altri usando pseudo-ragionamenti.
Quando si ragiona è come se si dicesse «poiché le cose stanno così, ne consegue che...». Lo stesso capita quando si argomenta nel tentativo di convincere qualcuno. Poiché Ruby non è mai stata toccata dall'utilizzatore (come lei stessa ha detto in televisione) ne consegue che i giudici di Milano sono pericolosi sovversivi. Poiché potrebbe darsi il caso che Ilda Boccassini abbia telefonato in questura per avere notizie del figlio fermato dalla polizia nel lontano 1997 (come si legge sul Giornale), allora anche l'utilizzatore aveva diritto di telefonare per «informarsi» circa l'utilizzata o utilizzanda fermata.
È ovvio che ragionamenti-argomenti di questo tipo non stanno in piedi e in effetti molti tra coloro che li usano non ci credono affatto. Ma focalizzare l'attenzione sulla logica distogliendo per un momento lo sguardo dall'etica è utile, per due ragioni. Primo, perché c'è appunto una logica in questa follia, e vale la pena capire come funziona. Secondo, perché la logica per sua natura semplifica (questo è anzi uno dei suoi difetti, a detta di molti), e lascia vedere meglio l'essenziale: e come spesso avviene è nell'essenziale che si annida la malattia (e da lì parte - se è possibile - la cura).
Quanto al primo aspetto, le procedure della ratio berlusconiana sono ormai note. Per esempio, l'indignazione simmetrica: «vergogna! Povere ragazze intercettate e interrogate per ore dalla polizia!» contrapposta all'indignazione per il fatto che ragazze più o meno povere siano state utilizzate per ore e giorni da chi di dovere. O le solite ormai noiosissime diversioni ad hominem, a partire dalla più idiota: il giudice che ha condannato Mediaset ha i calzini azzurri; alla più maligna: Nadia Macrì, che testimonia delle orge dell'utilizzatore, è pazza, lo dice sua madre. Addirittura, già prevedendo il passaggio (conoscendo appunto la logica), l'utilizzatore sembra abbia consigliato a Ruby stessa: «fingiti pazza, spara idiozie!».
Vedendo queste procedure, la loro ossessiva e un po' irrigidita ripetizione, si sarebbe tentati di dire che il gioco sta finendo: davvero c'è chi ci crede ancora? Da tempo, però, il credere e non credere non sono tanto in questione. Il gioco va avanti perché «la posta è piuttosto alta» (se crolla lui crollano persone che non hanno affatto voglia di crollare), perché «non c'è alternativa» (perlomeno altrettanto potente e influente), per doveri di spettacolo (lo spettacolo, per definizione, deve andare avanti). Soprattutto: perché il canone logico, ossia il gruppo di assiomi di base, a cui si uniformano tutti gli argomentanti, è ancora in opera, saldamente seduto sulla poltrona di Presidente del Consiglio. Da tempo, il ruolo politico dell'utilizzatore si è ridotto al ruolo di un assioma perverso, che fa molti danni al sistema, e produce paradossi a non finire, ma a cui non si vuole-può rinunciare, perché un gran numero di teoremi verrebbero travolti.
Arriviamo con ciò alla seconda ragione per la quale è utile adottare uno sguardo ispirato al logos e non all'ethos. La semplificazione logica è una grande forza terapeutica (ed è stata precisamente concepita così: per salvare il pensiero degli uomini dal problema di una realtà ostile e sfuggente, elusiva e urtante al tempo stesso). In effetti, l'utilizzatore è un malato, si sente dire a volte. L'ha detto in specie l'ex-moglie, l'ha ripetuto di recente qualche utilizzata o utilizzanda nelle intercettazioni. Qualcuno ha anche fornito una diagnosi precisa: si tratterebbe di narcisismo patologico, entrato nella deriva sessuale, caratteristica della fase senile. È una ipotesi verosimile, anche se all'istante smentita: il medico personale dell'utilizzatore conferma che in realtà sta benissimo.
Ma il punto interessante è la natura tipicamente ambientale della malattia. Non si tratta di un problema suo, ma di un tessuto patologico che coinvolge anzitutto un entourage, poi un partito, poi un'alleanza politica, e quindi l'intera nazione. Non si sa se l'utilizzatore sia davvero malato (o non piuttosto un mistificatore di dubbia intelligenza e di istintiva abilità), ma certo è che l'avvertibile patologia riguarda l'intero ambiente, le relazioni, le connessioni che si sono create nel tempo, i suoi amici utilizzanti, a loro volta, che hanno il compito di legittimarlo e sostenerlo nel delirio, di ratificare e aggiustare le sue menzogne. La forza di questa struttura ha il potere di infettare il ragionamento e il pensiero di tutti, creando uno stato di sospensione e frustrazione dell'intelligenza. «È così, ma non può essere così, eppure è così... ripeto sempre a me stesso», scriveva Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche. È questa la patologia prodotta dal berlusconismo: lo stato tipicamente oscillante di chi sa ma non vede confermato pubblicamente e una volta per tutte quel che sa; o di chi conquista una verità, ma subito dopo questa verità gli viene sottratta; o di chi sa benissimo come stanno le cose, ma curiosamente questo sapere non ha alcun esito né effetto.
In queste condizioni, forse vale la pena ricordare che i meccanismi mentali degli esseri umani sono raffinati e complessi, ma in quanto devono guidare il pensiero e il comportamento si muovono sempre e comunque in base a due sole forze: l'evidenza e l'inferenza (la verità e la validità, dicono appunto i logici). Ho evidenza del fatto che il cellulare di Ruby si trovava ad Arcore per giorni e notti, ripetutamente, dunque inferisco (deduco) che Ruby era lì. Ovvio e piuttosto semplice. Le obiezioni possibili sono solo tre: non c'è evidenza (non è vero che il cellulare si trovava lì); oppure: l'inferenza non funziona (non vale la regola di massima «se il cellulare di x si trova nel luogo y, anche x si trova lì»); oppure: l'argomento non è probante: il fatto che Ruby si trovasse lì non vuol dire che ci fosse allo scopo di venire utilizzata. Scartate le prime due vie, si può scegliere la terza, ma certo non si ha vita facile: l'inferenza alla miglior spiegazione ci dice che è molto probabile che la presenza di Ruby fosse di natura utilizzativa.
Ora, infallibilmente, la procedura dell'utilizzatore (e del sistema utilizzante in cui si muove) è un'altra. Ma non è granché raffinata, anzi è estremamente semplice, ed è sempre la stessa, sia in sede giuridica sia sui media: consiste nello squalificare la fonte dell'evidenza (il giudice politicizzato manipola le prove), o spostare il discorso, presentando eccezioni formali o procedurali (il tribunale non è competente), o semplicemente parlando d'altro. Ma se stiamo all'essenziale, si vede bene che questi spostamenti hanno solo lo scopo di evitare il fallimento delle altre tre strategie. Sono plausibili se e solo se non si hanno ragioni né contro l'evidenza, né contro le relative e legittime inferenze dei giudici. Nessuno parlerebbe dei calzini di un giudice o di vicende del 1997, se avesse buone ragioni per dirsi innocente. Il fatto che l'unico argomento dell'utilizzatore (e di chi per lui) sia la strategia diversiva è di per sé una dimostrazione di dove stia la verità.
Molto ci sarebbe ancora da dire sulle varie forme di menzogna in cui consiste la malattia ambientale del berlusconismo. Ma per ora, a titolo di consolazione, ricordiamo quel che ha detto l'utilizzatore stesso in uno dei suoi ultimi messaggi televisivo: «io sono sereno, siate sereni anche voi: la verità vince sempre». Senza saperlo, citava Hölderlin: «lungo è il tempo, ma il vero avviene». Lo prendiamo in parola.
* filosofa della scienza
Mentire platealmente, dire mezze verità strategiche, usare il vero per produrre il falso, distorcere la realtà, negare l'evidenza, impedire che si ammetta l'ovvio, creando polvere fango confusione rumore. Mai come in questo momento la logica del berlusconismo è stata così chiara, di fronte ai nostri occhi. Si tratta di logica e non (soltanto) di etica, perché il gioco riguarda anzitutto le procedure argomentative, e i modi di ragionare, e di convincere gli altri usando pseudo-ragionamenti.
Quando si ragiona è come se si dicesse «poiché le cose stanno così, ne consegue che...». Lo stesso capita quando si argomenta nel tentativo di convincere qualcuno. Poiché Ruby non è mai stata toccata dall'utilizzatore (come lei stessa ha detto in televisione) ne consegue che i giudici di Milano sono pericolosi sovversivi. Poiché potrebbe darsi il caso che Ilda Boccassini abbia telefonato in questura per avere notizie del figlio fermato dalla polizia nel lontano 1997 (come si legge sul Giornale), allora anche l'utilizzatore aveva diritto di telefonare per «informarsi» circa l'utilizzata o utilizzanda fermata.
È ovvio che ragionamenti-argomenti di questo tipo non stanno in piedi e in effetti molti tra coloro che li usano non ci credono affatto. Ma focalizzare l'attenzione sulla logica distogliendo per un momento lo sguardo dall'etica è utile, per due ragioni. Primo, perché c'è appunto una logica in questa follia, e vale la pena capire come funziona. Secondo, perché la logica per sua natura semplifica (questo è anzi uno dei suoi difetti, a detta di molti), e lascia vedere meglio l'essenziale: e come spesso avviene è nell'essenziale che si annida la malattia (e da lì parte - se è possibile - la cura).
Quanto al primo aspetto, le procedure della ratio berlusconiana sono ormai note. Per esempio, l'indignazione simmetrica: «vergogna! Povere ragazze intercettate e interrogate per ore dalla polizia!» contrapposta all'indignazione per il fatto che ragazze più o meno povere siano state utilizzate per ore e giorni da chi di dovere. O le solite ormai noiosissime diversioni ad hominem, a partire dalla più idiota: il giudice che ha condannato Mediaset ha i calzini azzurri; alla più maligna: Nadia Macrì, che testimonia delle orge dell'utilizzatore, è pazza, lo dice sua madre. Addirittura, già prevedendo il passaggio (conoscendo appunto la logica), l'utilizzatore sembra abbia consigliato a Ruby stessa: «fingiti pazza, spara idiozie!».
Vedendo queste procedure, la loro ossessiva e un po' irrigidita ripetizione, si sarebbe tentati di dire che il gioco sta finendo: davvero c'è chi ci crede ancora? Da tempo, però, il credere e non credere non sono tanto in questione. Il gioco va avanti perché «la posta è piuttosto alta» (se crolla lui crollano persone che non hanno affatto voglia di crollare), perché «non c'è alternativa» (perlomeno altrettanto potente e influente), per doveri di spettacolo (lo spettacolo, per definizione, deve andare avanti). Soprattutto: perché il canone logico, ossia il gruppo di assiomi di base, a cui si uniformano tutti gli argomentanti, è ancora in opera, saldamente seduto sulla poltrona di Presidente del Consiglio. Da tempo, il ruolo politico dell'utilizzatore si è ridotto al ruolo di un assioma perverso, che fa molti danni al sistema, e produce paradossi a non finire, ma a cui non si vuole-può rinunciare, perché un gran numero di teoremi verrebbero travolti.
Arriviamo con ciò alla seconda ragione per la quale è utile adottare uno sguardo ispirato al logos e non all'ethos. La semplificazione logica è una grande forza terapeutica (ed è stata precisamente concepita così: per salvare il pensiero degli uomini dal problema di una realtà ostile e sfuggente, elusiva e urtante al tempo stesso). In effetti, l'utilizzatore è un malato, si sente dire a volte. L'ha detto in specie l'ex-moglie, l'ha ripetuto di recente qualche utilizzata o utilizzanda nelle intercettazioni. Qualcuno ha anche fornito una diagnosi precisa: si tratterebbe di narcisismo patologico, entrato nella deriva sessuale, caratteristica della fase senile. È una ipotesi verosimile, anche se all'istante smentita: il medico personale dell'utilizzatore conferma che in realtà sta benissimo.
Ma il punto interessante è la natura tipicamente ambientale della malattia. Non si tratta di un problema suo, ma di un tessuto patologico che coinvolge anzitutto un entourage, poi un partito, poi un'alleanza politica, e quindi l'intera nazione. Non si sa se l'utilizzatore sia davvero malato (o non piuttosto un mistificatore di dubbia intelligenza e di istintiva abilità), ma certo è che l'avvertibile patologia riguarda l'intero ambiente, le relazioni, le connessioni che si sono create nel tempo, i suoi amici utilizzanti, a loro volta, che hanno il compito di legittimarlo e sostenerlo nel delirio, di ratificare e aggiustare le sue menzogne. La forza di questa struttura ha il potere di infettare il ragionamento e il pensiero di tutti, creando uno stato di sospensione e frustrazione dell'intelligenza. «È così, ma non può essere così, eppure è così... ripeto sempre a me stesso», scriveva Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche. È questa la patologia prodotta dal berlusconismo: lo stato tipicamente oscillante di chi sa ma non vede confermato pubblicamente e una volta per tutte quel che sa; o di chi conquista una verità, ma subito dopo questa verità gli viene sottratta; o di chi sa benissimo come stanno le cose, ma curiosamente questo sapere non ha alcun esito né effetto.
In queste condizioni, forse vale la pena ricordare che i meccanismi mentali degli esseri umani sono raffinati e complessi, ma in quanto devono guidare il pensiero e il comportamento si muovono sempre e comunque in base a due sole forze: l'evidenza e l'inferenza (la verità e la validità, dicono appunto i logici). Ho evidenza del fatto che il cellulare di Ruby si trovava ad Arcore per giorni e notti, ripetutamente, dunque inferisco (deduco) che Ruby era lì. Ovvio e piuttosto semplice. Le obiezioni possibili sono solo tre: non c'è evidenza (non è vero che il cellulare si trovava lì); oppure: l'inferenza non funziona (non vale la regola di massima «se il cellulare di x si trova nel luogo y, anche x si trova lì»); oppure: l'argomento non è probante: il fatto che Ruby si trovasse lì non vuol dire che ci fosse allo scopo di venire utilizzata. Scartate le prime due vie, si può scegliere la terza, ma certo non si ha vita facile: l'inferenza alla miglior spiegazione ci dice che è molto probabile che la presenza di Ruby fosse di natura utilizzativa.
Ora, infallibilmente, la procedura dell'utilizzatore (e del sistema utilizzante in cui si muove) è un'altra. Ma non è granché raffinata, anzi è estremamente semplice, ed è sempre la stessa, sia in sede giuridica sia sui media: consiste nello squalificare la fonte dell'evidenza (il giudice politicizzato manipola le prove), o spostare il discorso, presentando eccezioni formali o procedurali (il tribunale non è competente), o semplicemente parlando d'altro. Ma se stiamo all'essenziale, si vede bene che questi spostamenti hanno solo lo scopo di evitare il fallimento delle altre tre strategie. Sono plausibili se e solo se non si hanno ragioni né contro l'evidenza, né contro le relative e legittime inferenze dei giudici. Nessuno parlerebbe dei calzini di un giudice o di vicende del 1997, se avesse buone ragioni per dirsi innocente. Il fatto che l'unico argomento dell'utilizzatore (e di chi per lui) sia la strategia diversiva è di per sé una dimostrazione di dove stia la verità.
Molto ci sarebbe ancora da dire sulle varie forme di menzogna in cui consiste la malattia ambientale del berlusconismo. Ma per ora, a titolo di consolazione, ricordiamo quel che ha detto l'utilizzatore stesso in uno dei suoi ultimi messaggi televisivo: «io sono sereno, siate sereni anche voi: la verità vince sempre». Senza saperlo, citava Hölderlin: «lungo è il tempo, ma il vero avviene». Lo prendiamo in parola.
* filosofa della scienza
Quelle prostitute di palazzo Grazioli
Christian Raimo - il manifesto 21 gennaio 2011
Nel gennaio del 2002 Berlusconi fece un gesto che suscitò un piccolo strascico di polemiche: regalò due buste con cinquemila euro ciascuna a due "schiave del sesso", una ventenne bulgara e una minorenne albanese, a palazzo Grazioli. Lo fece alla luce del sole, davanti a don Oreste Benzi, sacerdote da sempre in prima fila, come si dice, nella lotta alla prostituzione. Tutto il racconto della storia da parte delle due ragazze, rapite a 14 anni dalle famiglie d'origine, commosse fino al pianto Berlusconi.
Che nell'occasione volle anche rilasciare qualche dichiarazione in merito al gesto - un atto simbolico che voleva smorzare la sua uscita di qualche giorno prima nella quale si era dichiarato infastidito per la presenza di donne poco vestite sul ciglio delle strade italiane e aveva buttato lì una fantomatica ipotesi di riapertura delle case chiuse. Don Oreste premeva per un decreto legge che fosse punitivo nei confronti dei clienti e ottenne l'interesse di Berlusconi: «Lo Stato non può essere connivente con la prostituzione, non può mantenere l'appetito sessuale di dieci milioni di clienti».
La domanda che uno storico ingenuo potrebbe farsi è: cosa è successo in questi nove anni? Perché Berlusconi oggi non farebbe più un gesto del genere per riscuotere consenso? Sì, è vero, non sarebbe credibile, non potrebbe sicuramente farlo per questo. Ma. Proviamo a articolare meglio la questione: perché in questo decennio ha deciso di trasformare l'immagine di un vecchio saggio che protegge le ragazzine in uno che in fondo se la diverte?
Il punto forse è che Berlusconi non è cambiato, ma è cambiato il paese intorno al suo palazzo. Che un vecchio di settantacinque anni faccia sesso con una diciassettenne oggi, chiediamoci, è realmente per noi così scandaloso? È una cosa di cui nessuno di noi potrebbe tollerare il pensiero? È un'immagine che ci repelle dal profondo come quella di un tabù?
Alcuni altri dati ci raccontano un contesto sociale diverso. Ci raccontano un'Italia in cui il consumo di Viagra (uno solo dei farmaci sessuali) in questo stesso decennio è stato di 60 milioni e passa di pillole (solo in farmacia, senza l'on-line) e ha coinvolto all'incirca 300mila uomini la cui età media è 54 anni. Un'Italia in cui i siti di annunci personali hanno vari milioni di iscritti (meetic.it, il più diffuso, 2 milioni e 800mila) e quelli di annunci erotici li seguono a ruota (C-date un milione e 600mila registrazioni, Get-it-One un milione e duecentomila, Flirtfair 800mila, AdultFriendFinder un milione e 400 mila). Un'Italia in cui per esempio le scopate tra over-50 e teen-ager rispondono a categorie del porno ben precise: mature e MILF, e young/old e teen, il cui target acquista sempre più spazio - a chiunque di noi basta cliccare su google.
In questo senso quello del bunga-bunga è un rito orgiastico che - con tutta la nostra capacità di giustissima indignazione - possiamo, in definitiva, metabolizzare. La commedia scollacciata con Renzo Montagnani che insidia Gloria Guida si è tramutata in un filmato hardcore amatoriale: ecco, in questi dieci anni quello che è accaduto è che lo spettacolino delle ragazzine che neanche sanno parlare italiano, vestite da infermiere senza niente sotto non è più inimmaginabile. È diventato per noi immaginabile. È la democratizzazione di un sogno erotico: travestimenti, spogliarello, palpate. Questo Berlusconi lo sa. Sa per esempio che ognuno dei suoi telespettatori (a partire da quelli che guardavano Colpo grosso nella loro adolescenza a quelli che hanno aspettato ogni sera Sarabanda ogni sera, verso le otto, fino al momento della "Piscina" in cui Belen si spoglia, viene inquadrata da una telecamera ad altezza culo, e poi si butta in acqua) è capace di riconoscersi in questo rito.
Così, è sostanzialmente questo il cuore della sua linea di difesa. Il suo comportamento ci dice in fondo: Sono un pervertito, sono uno che dice ogni due minuti una verità diversa, sono uno psicotico, sono un dissociato, sono un malato. Ma perché, voi no?
La doppia morale che aveva ereditato dalla Prima Repubblica e che lo portava a accogliere a palazzo don Oreste Benzi con gli occhi lucidi, oggi si è frantumata in un prisma infinito di morali intercambiabili: nel giorno stesso Berlusconi può dire di avere una fidanzata e i giornali dietro che creano un dibattito apposta sul toto-fidanzata, può fare il pater familias con la stirpe di rampolli e rampollini riuniti a Arcore per la foto di Natale su Chi, può alla fine confessare candidamente «Mi diverto». Alla faccia vostra.
L'uomo sotto attacco ancora una volta non è lui. Non è lui quello a disagio. Ma coloro che avevano pensato che accettare l'invito nel suo mondo di fantasmagorie e mille morali, fosse un modo per accedere a Neverland senza per questo ritrovarsi trasformati in una nazione di voyeur compulsivi in attesa del prossimo spogliarello. Il disagio è il nostro. È il malessere dell'amica dell'università di Nicole Minetti, quella che studia, la signorina "doppia laurea" a cui era stato promesso di vedere «di ogni» e finisce col passare la serata in bagno, autoisolatasi per il disagio.
La sola libertà che abbiamo esercitato fin adesso è quella di rispondere - alla domanda che ci viene posta alla fine della festa, «Ti sei divertita?» - un diniego imbarazzato per il fatto che non stiamo omaggiando il padrone di casa e le sue abitudini di crapulone: «Non molto».
Non molto. Non è un granché come opposizione, ma è l'unico punto di partenza perché il nostro paese decida di passare il futuro in qualche altro modo.
Nel gennaio del 2002 Berlusconi fece un gesto che suscitò un piccolo strascico di polemiche: regalò due buste con cinquemila euro ciascuna a due "schiave del sesso", una ventenne bulgara e una minorenne albanese, a palazzo Grazioli. Lo fece alla luce del sole, davanti a don Oreste Benzi, sacerdote da sempre in prima fila, come si dice, nella lotta alla prostituzione. Tutto il racconto della storia da parte delle due ragazze, rapite a 14 anni dalle famiglie d'origine, commosse fino al pianto Berlusconi.
Che nell'occasione volle anche rilasciare qualche dichiarazione in merito al gesto - un atto simbolico che voleva smorzare la sua uscita di qualche giorno prima nella quale si era dichiarato infastidito per la presenza di donne poco vestite sul ciglio delle strade italiane e aveva buttato lì una fantomatica ipotesi di riapertura delle case chiuse. Don Oreste premeva per un decreto legge che fosse punitivo nei confronti dei clienti e ottenne l'interesse di Berlusconi: «Lo Stato non può essere connivente con la prostituzione, non può mantenere l'appetito sessuale di dieci milioni di clienti».
La domanda che uno storico ingenuo potrebbe farsi è: cosa è successo in questi nove anni? Perché Berlusconi oggi non farebbe più un gesto del genere per riscuotere consenso? Sì, è vero, non sarebbe credibile, non potrebbe sicuramente farlo per questo. Ma. Proviamo a articolare meglio la questione: perché in questo decennio ha deciso di trasformare l'immagine di un vecchio saggio che protegge le ragazzine in uno che in fondo se la diverte?
Il punto forse è che Berlusconi non è cambiato, ma è cambiato il paese intorno al suo palazzo. Che un vecchio di settantacinque anni faccia sesso con una diciassettenne oggi, chiediamoci, è realmente per noi così scandaloso? È una cosa di cui nessuno di noi potrebbe tollerare il pensiero? È un'immagine che ci repelle dal profondo come quella di un tabù?
Alcuni altri dati ci raccontano un contesto sociale diverso. Ci raccontano un'Italia in cui il consumo di Viagra (uno solo dei farmaci sessuali) in questo stesso decennio è stato di 60 milioni e passa di pillole (solo in farmacia, senza l'on-line) e ha coinvolto all'incirca 300mila uomini la cui età media è 54 anni. Un'Italia in cui i siti di annunci personali hanno vari milioni di iscritti (meetic.it, il più diffuso, 2 milioni e 800mila) e quelli di annunci erotici li seguono a ruota (C-date un milione e 600mila registrazioni, Get-it-One un milione e duecentomila, Flirtfair 800mila, AdultFriendFinder un milione e 400 mila). Un'Italia in cui per esempio le scopate tra over-50 e teen-ager rispondono a categorie del porno ben precise: mature e MILF, e young/old e teen, il cui target acquista sempre più spazio - a chiunque di noi basta cliccare su google.
In questo senso quello del bunga-bunga è un rito orgiastico che - con tutta la nostra capacità di giustissima indignazione - possiamo, in definitiva, metabolizzare. La commedia scollacciata con Renzo Montagnani che insidia Gloria Guida si è tramutata in un filmato hardcore amatoriale: ecco, in questi dieci anni quello che è accaduto è che lo spettacolino delle ragazzine che neanche sanno parlare italiano, vestite da infermiere senza niente sotto non è più inimmaginabile. È diventato per noi immaginabile. È la democratizzazione di un sogno erotico: travestimenti, spogliarello, palpate. Questo Berlusconi lo sa. Sa per esempio che ognuno dei suoi telespettatori (a partire da quelli che guardavano Colpo grosso nella loro adolescenza a quelli che hanno aspettato ogni sera Sarabanda ogni sera, verso le otto, fino al momento della "Piscina" in cui Belen si spoglia, viene inquadrata da una telecamera ad altezza culo, e poi si butta in acqua) è capace di riconoscersi in questo rito.
Così, è sostanzialmente questo il cuore della sua linea di difesa. Il suo comportamento ci dice in fondo: Sono un pervertito, sono uno che dice ogni due minuti una verità diversa, sono uno psicotico, sono un dissociato, sono un malato. Ma perché, voi no?
La doppia morale che aveva ereditato dalla Prima Repubblica e che lo portava a accogliere a palazzo don Oreste Benzi con gli occhi lucidi, oggi si è frantumata in un prisma infinito di morali intercambiabili: nel giorno stesso Berlusconi può dire di avere una fidanzata e i giornali dietro che creano un dibattito apposta sul toto-fidanzata, può fare il pater familias con la stirpe di rampolli e rampollini riuniti a Arcore per la foto di Natale su Chi, può alla fine confessare candidamente «Mi diverto». Alla faccia vostra.
L'uomo sotto attacco ancora una volta non è lui. Non è lui quello a disagio. Ma coloro che avevano pensato che accettare l'invito nel suo mondo di fantasmagorie e mille morali, fosse un modo per accedere a Neverland senza per questo ritrovarsi trasformati in una nazione di voyeur compulsivi in attesa del prossimo spogliarello. Il disagio è il nostro. È il malessere dell'amica dell'università di Nicole Minetti, quella che studia, la signorina "doppia laurea" a cui era stato promesso di vedere «di ogni» e finisce col passare la serata in bagno, autoisolatasi per il disagio.
La sola libertà che abbiamo esercitato fin adesso è quella di rispondere - alla domanda che ci viene posta alla fine della festa, «Ti sei divertita?» - un diniego imbarazzato per il fatto che non stiamo omaggiando il padrone di casa e le sue abitudini di crapulone: «Non molto».
Non molto. Non è un granché come opposizione, ma è l'unico punto di partenza perché il nostro paese decida di passare il futuro in qualche altro modo.
Paranoia senza fine
Marco Mancassola - il manifesto 20 gennaio 2011
«La cosa che mi sconvolge», confessa un amico trentenne commentando le notizie degli ultimi giorni, «è l'idea che alla sua età si possa essere ancora così lontani da una qualche forma di pacificazione. Lui e il suo amico Fede, un settantacinquenne e un ottantenne, in quel teatrino sessuale tutte le sere, come se fossero costretti, come una macchina infernale, senza sosta e senza fine». È anche in questo senza fine, in questa idea di prestazione disperata e replicata all'infinito, la portata politica della bulimia senile-sessuale del premier.
La sessualità e il potere ridotti entrambi a esercizio senza termine, macchina infernale che non lascia tregua. Ancora una volta, Berlusconi non è un'anomalia ma il compimento della natura intima di un sistema. Un iperliberismo parossistico, spettacolare, criminale, piduizzato, strutturalmente bisognoso di eccesso. Senza fine nel senso di privo di conclusione, sfiancante, nonostante la sua crisi che a sua volta diventa sistema, macchina infinita - e nel senso di ormai senza scopo, oltre quello del proprio automantenimento e della performance sfrenata, sempre più distruttiva. A suon di corruzione o di apposite pillole.
In modo più o meno esplicito, la retorica berlusconiana ci dice che stupirci di questo è moralistico. La vecchia storia della sinistra che diventa conservatrice di fronte al godimento sfrenato di questa destra. Berlusconi sembra pensare a se stesso come a una grande figura tragica e nietzscheana, peccato che la sua orgia non abbia nulla di liberatorio, nulla del senso ancestrale del dionisiaco: è pura paranoia tecnica. La paranoia di un anziano dittatore che spia con smania verso la vertigine più indicibile, la possibilità della perdita del potere e della morte - due cose che per uomini come lui vanno spesso insieme.
Che tutto questo avvenga, secondo una ricetta storicamente italiana, condito di farsa e di aria di barzelletta, non toglie alla scena la sua sottile, latente tensione totalitaria. Il feticismo delle divise da poliziotta o da infermiera pronte a essere indossate dalle ragazzine nei bunga-bunga party ci fa ridere. Ridere di questo vecchio drago calvo che da decenni pretende di ingoiarci tutti è la prima arma di difesa. Ma quando il feticismo trionfa come modello di potere, il risultato è il devastante delirio politico e sociale in cui abbiamo vissuto per anni.
Come in un romanzo di Brett Easton Ellis, privo però di glamour, l'uomo fluttua in un limbo fatto di orgette, lap-dance, luci basse, teatrini finto-lesbo, senso di irrealtà, telecamere, studi televisivi, sessioni di trucco, riunioni dei ministri dove lui si addormenta, scivolando in chissà quali allucinazioni. Tutto senza soluzione di continuità. Un lungo effetto onirico dove gli elettori, non soltanto le minorenni dei festini, non possono che diventare comparse tra le comparse, fantasmi tra i fantasmi, oggetti da gestire, da solleticare o da consumare. Berlusconi ha dedicato la vita a forgiare i suoi stessi oggetti di consumo: ha forgiato con la televisione i suoi elettori, e l'estetica dei corpi delle ragazzine-letterine che oggi divora. Il suo disturbo narcisistico è diventato un delirio grande quanto un paese. Lui è il Titanic e intende affondare con noi dentro.
Eppure, una "cultura politica" che pensa ai cittadini non come a persone ma come a cose, massa di pubblico o di comparse, fantasmi in un'allucinazione sempre più grottesca, non spiega abbastanza. Il dramma ulteriore è quello che appare come in uno specchio: la metà dei cittadini di un paese nutre a sua volta un feticismo verso il capo, e ad ogni occasione continuerà a votarlo. Qualunque sia lo scandalo del giorno. Un feticismo del popolo per il capo e per il suo corpo di nano-superuomo, erotizzato, miracoloso, potere fatto carne. Un attaccamento infantile e isterico a un capo-feticcio.
Abbastanza chiara la genesi di questa perversione: un senso di abbandono originale, il venire meno di una politica alternativa e credibile, di una proposta per gestire lo spavento della contemporaneità. Quello che appare meno chiaro, ma di cui non smettiamo di avere urgente bisogno, è come realizzare il ritorno in campo di un pensiero alternativo, non per dispensare giudizi moralistici ma per riprovare a dirci qualcosa sui rapporti sociali, tra uomini e donne, tra giovani e anziani, tra parti sociali. Oltre i feticismi e oltre il consumo, oltre il potere senza termine e cioè senza l'altro, senza rapporti veri tra i soggetti.
«La cosa che mi sconvolge», confessa un amico trentenne commentando le notizie degli ultimi giorni, «è l'idea che alla sua età si possa essere ancora così lontani da una qualche forma di pacificazione. Lui e il suo amico Fede, un settantacinquenne e un ottantenne, in quel teatrino sessuale tutte le sere, come se fossero costretti, come una macchina infernale, senza sosta e senza fine». È anche in questo senza fine, in questa idea di prestazione disperata e replicata all'infinito, la portata politica della bulimia senile-sessuale del premier.
La sessualità e il potere ridotti entrambi a esercizio senza termine, macchina infernale che non lascia tregua. Ancora una volta, Berlusconi non è un'anomalia ma il compimento della natura intima di un sistema. Un iperliberismo parossistico, spettacolare, criminale, piduizzato, strutturalmente bisognoso di eccesso. Senza fine nel senso di privo di conclusione, sfiancante, nonostante la sua crisi che a sua volta diventa sistema, macchina infinita - e nel senso di ormai senza scopo, oltre quello del proprio automantenimento e della performance sfrenata, sempre più distruttiva. A suon di corruzione o di apposite pillole.
In modo più o meno esplicito, la retorica berlusconiana ci dice che stupirci di questo è moralistico. La vecchia storia della sinistra che diventa conservatrice di fronte al godimento sfrenato di questa destra. Berlusconi sembra pensare a se stesso come a una grande figura tragica e nietzscheana, peccato che la sua orgia non abbia nulla di liberatorio, nulla del senso ancestrale del dionisiaco: è pura paranoia tecnica. La paranoia di un anziano dittatore che spia con smania verso la vertigine più indicibile, la possibilità della perdita del potere e della morte - due cose che per uomini come lui vanno spesso insieme.
Che tutto questo avvenga, secondo una ricetta storicamente italiana, condito di farsa e di aria di barzelletta, non toglie alla scena la sua sottile, latente tensione totalitaria. Il feticismo delle divise da poliziotta o da infermiera pronte a essere indossate dalle ragazzine nei bunga-bunga party ci fa ridere. Ridere di questo vecchio drago calvo che da decenni pretende di ingoiarci tutti è la prima arma di difesa. Ma quando il feticismo trionfa come modello di potere, il risultato è il devastante delirio politico e sociale in cui abbiamo vissuto per anni.
Come in un romanzo di Brett Easton Ellis, privo però di glamour, l'uomo fluttua in un limbo fatto di orgette, lap-dance, luci basse, teatrini finto-lesbo, senso di irrealtà, telecamere, studi televisivi, sessioni di trucco, riunioni dei ministri dove lui si addormenta, scivolando in chissà quali allucinazioni. Tutto senza soluzione di continuità. Un lungo effetto onirico dove gli elettori, non soltanto le minorenni dei festini, non possono che diventare comparse tra le comparse, fantasmi tra i fantasmi, oggetti da gestire, da solleticare o da consumare. Berlusconi ha dedicato la vita a forgiare i suoi stessi oggetti di consumo: ha forgiato con la televisione i suoi elettori, e l'estetica dei corpi delle ragazzine-letterine che oggi divora. Il suo disturbo narcisistico è diventato un delirio grande quanto un paese. Lui è il Titanic e intende affondare con noi dentro.
Eppure, una "cultura politica" che pensa ai cittadini non come a persone ma come a cose, massa di pubblico o di comparse, fantasmi in un'allucinazione sempre più grottesca, non spiega abbastanza. Il dramma ulteriore è quello che appare come in uno specchio: la metà dei cittadini di un paese nutre a sua volta un feticismo verso il capo, e ad ogni occasione continuerà a votarlo. Qualunque sia lo scandalo del giorno. Un feticismo del popolo per il capo e per il suo corpo di nano-superuomo, erotizzato, miracoloso, potere fatto carne. Un attaccamento infantile e isterico a un capo-feticcio.
Abbastanza chiara la genesi di questa perversione: un senso di abbandono originale, il venire meno di una politica alternativa e credibile, di una proposta per gestire lo spavento della contemporaneità. Quello che appare meno chiaro, ma di cui non smettiamo di avere urgente bisogno, è come realizzare il ritorno in campo di un pensiero alternativo, non per dispensare giudizi moralistici ma per riprovare a dirci qualcosa sui rapporti sociali, tra uomini e donne, tra giovani e anziani, tra parti sociali. Oltre i feticismi e oltre il consumo, oltre il potere senza termine e cioè senza l'altro, senza rapporti veri tra i soggetti.
Il cine berluscone
Marco Giusti - il manifesto 20 gennaio 2011
Il bunga bunga sono io!», «Io sono il suo culo», «Provo per quest'uomo un amore vero». Anche se tutti noi, come ha dichiarato la stessa Ruby a Kalispera!, avremmo voluto una vita parallela, dove però non sentir parlare almeno per il un giorno di bunga bunga e delle scopate di Berlusconi, va detto che erada anni chenonci divertivamo così tanto a seguire tutte le storie legate al Rubygate al bunga bunga connection. Intercettazioni, dichiarazioni,mezze interviste, perfino la ricerca della fidanzata (e tutte: «Sono io! Sono io!»). La geniale trascrizione della rubrica telefonica della brasiliana Michelle Conceiçao, l'amica di Ruby («Papi Silvio Berluscone », «Rubby Troia», «Sandro Frisullo Pulitico», «Joao Paulo Autista Berluscone», «Amigo Rai»). La commovente difesa a oltranza di Sabina Began, supporter e possibile compagna («Compagna? Dipende da cosa si intende per compagna. Posso essere per lui qualsiasi cosa!»), della quale ricordiamo il grande esordio cinematografico in coppia con Antonella Troise in Chiavi in mano. E le pellicce, gli occhiali, le borse, gli occhiali firmatissimi delle ragazze che escono da via Olgettina? E le scarpe basse, quasi ciavatte, della Boccassini immortalate sul Corriere?
Per non parlare poi delle canzoncine su You Tube, il Waka Bunga, il Ruby Baby, di Marco Travaglio che fa 154.000 contatti parlando per ben 51 minuti di Ruby, della puntata di Ballarò di martedì sera che con il 21 per cento ha sbaragliato Amici di Maria De Filippi e ha lasciato Vespa con Avetrana (ormai chi se la fila più...) al 13 per cento e Serena Dandini con l'ultimo libro di Pier Luigi Celli (boh?) all'11 per cento. Aggiungiamoci l'apparizione di Ruby da Signorini ieri sera in versione quasi virginale, «Mai fatto l'amore con il premier!», ma anche con la storia vespiana della povera bambina violentata a nove anni dai due zii paterni (per fortuna che solo sei anni dopo era in salvo a Arcore con Fede e Lele Mora). E stasera viene tutto ripassato in padella da Santoro e Travaglio, mentre geni come Signorini, Sallusti, Santanché, Ghedini studieranno chissà quali mosse mediatiche. È il trionfo della commedia all'italiana, a livelli di cinismo e di immoralità che né Risi né Monicelli si sarebbero mai sognati. E a livelli di comicità che nessun Checco Zalone e nessun Cetto La Qualunque possono eguagliare. E non si capisce perché il nostro pubblico vada al cinema a ridere di un'Italia che non esiste (ma quale «bella giornata» abbiamo avuto in questi ultimi anni?), quando quella della realtà è molto più comica e grottesca. Della realtà poi... diciamo di una realtà costruita tra giornali, internet e televisione. Se Berlusconi ci ha abituato da anni a una politica da reality, dove ogni giorno c'è una prova da affrontare e un cocco che ti casca in testa, il Rubygate, come già in parte fu il caso D'Addario e ancor di più il caso Tulliani-Fini, va oltre, giocando tutte le carte dei media. Non a caso tutto si apre con una dichiarazione di guerra politica ai comunisti in cachemire a Saint-Moritz (e scarpe da 29 euro...) proprio di un Berlusconi telefonante a Kalispera! di fronte al suo principale spindoctor, cioè Signorini. Il vecchio trucco della voce di Dio già provato in tanti programmi dell'opposizione. È proprio a Kalispera!, tra un balletto con Belen, uno con Emanuele Filiberto, un'apparizione inutile di Orietta Berti, una pisciata del cane del conduttore, che viene trascinato da Italo Bocchino col cappello da cuoco per tentare una pacificazione coi finiani («Eddai, fate una bella maggioranza solida e non se parli più!»). Non funziona tanto, perché a Ballarò due giorni fa, con il Rubygate già nel suo massimo apice, Bocchino rimaneva il più vispo della compagnia a prendere per il culo Berlusconi con la geniale battuta sulla generosità del premier («mai per anziane senza tette»). È proprio dopo aver visto il disastro della sua squadra a Ballarò, con un ministro Alfano senza parole e l'apparizione dell'incredibile onorevole Bernini, vestita e truccatissima come una qualsiasi Nicole Minetti, che Berlusconi ha cercato inutilmente di prendere la parola con la solita telefonata furbacchiona (Floris lo ha rimandato alla puntata dedicata all'Aquila, dove non interverrà mai). La vera risposta politica Berlusconi e Signorini l'hanno giocata con Kalispera!, che riunisce tutto il Berlusconi-pensiero, dalla tv gaia anni Ottanta al Costanzo Show, gettando in campo lì la povera Ruby, già un misto di puttana santa e di Belen marocchina pronta per Tim, Wind, Tre e qualsiasi altra telepromozione. Ma sanno che guerra riprenderà stasera con Santoro e Travaglio pronti al massacro. L'unico sollievo per Berlusconi, forse, arriverà con Sanremo, che farà scordare agli italiani per un po' le serate del Bunga Bunga.Mamancano ancora parecchi giorni.
Il bunga bunga sono io!», «Io sono il suo culo», «Provo per quest'uomo un amore vero». Anche se tutti noi, come ha dichiarato la stessa Ruby a Kalispera!, avremmo voluto una vita parallela, dove però non sentir parlare almeno per il un giorno di bunga bunga e delle scopate di Berlusconi, va detto che erada anni chenonci divertivamo così tanto a seguire tutte le storie legate al Rubygate al bunga bunga connection. Intercettazioni, dichiarazioni,mezze interviste, perfino la ricerca della fidanzata (e tutte: «Sono io! Sono io!»). La geniale trascrizione della rubrica telefonica della brasiliana Michelle Conceiçao, l'amica di Ruby («Papi Silvio Berluscone », «Rubby Troia», «Sandro Frisullo Pulitico», «Joao Paulo Autista Berluscone», «Amigo Rai»). La commovente difesa a oltranza di Sabina Began, supporter e possibile compagna («Compagna? Dipende da cosa si intende per compagna. Posso essere per lui qualsiasi cosa!»), della quale ricordiamo il grande esordio cinematografico in coppia con Antonella Troise in Chiavi in mano. E le pellicce, gli occhiali, le borse, gli occhiali firmatissimi delle ragazze che escono da via Olgettina? E le scarpe basse, quasi ciavatte, della Boccassini immortalate sul Corriere?
Per non parlare poi delle canzoncine su You Tube, il Waka Bunga, il Ruby Baby, di Marco Travaglio che fa 154.000 contatti parlando per ben 51 minuti di Ruby, della puntata di Ballarò di martedì sera che con il 21 per cento ha sbaragliato Amici di Maria De Filippi e ha lasciato Vespa con Avetrana (ormai chi se la fila più...) al 13 per cento e Serena Dandini con l'ultimo libro di Pier Luigi Celli (boh?) all'11 per cento. Aggiungiamoci l'apparizione di Ruby da Signorini ieri sera in versione quasi virginale, «Mai fatto l'amore con il premier!», ma anche con la storia vespiana della povera bambina violentata a nove anni dai due zii paterni (per fortuna che solo sei anni dopo era in salvo a Arcore con Fede e Lele Mora). E stasera viene tutto ripassato in padella da Santoro e Travaglio, mentre geni come Signorini, Sallusti, Santanché, Ghedini studieranno chissà quali mosse mediatiche. È il trionfo della commedia all'italiana, a livelli di cinismo e di immoralità che né Risi né Monicelli si sarebbero mai sognati. E a livelli di comicità che nessun Checco Zalone e nessun Cetto La Qualunque possono eguagliare. E non si capisce perché il nostro pubblico vada al cinema a ridere di un'Italia che non esiste (ma quale «bella giornata» abbiamo avuto in questi ultimi anni?), quando quella della realtà è molto più comica e grottesca. Della realtà poi... diciamo di una realtà costruita tra giornali, internet e televisione. Se Berlusconi ci ha abituato da anni a una politica da reality, dove ogni giorno c'è una prova da affrontare e un cocco che ti casca in testa, il Rubygate, come già in parte fu il caso D'Addario e ancor di più il caso Tulliani-Fini, va oltre, giocando tutte le carte dei media. Non a caso tutto si apre con una dichiarazione di guerra politica ai comunisti in cachemire a Saint-Moritz (e scarpe da 29 euro...) proprio di un Berlusconi telefonante a Kalispera! di fronte al suo principale spindoctor, cioè Signorini. Il vecchio trucco della voce di Dio già provato in tanti programmi dell'opposizione. È proprio a Kalispera!, tra un balletto con Belen, uno con Emanuele Filiberto, un'apparizione inutile di Orietta Berti, una pisciata del cane del conduttore, che viene trascinato da Italo Bocchino col cappello da cuoco per tentare una pacificazione coi finiani («Eddai, fate una bella maggioranza solida e non se parli più!»). Non funziona tanto, perché a Ballarò due giorni fa, con il Rubygate già nel suo massimo apice, Bocchino rimaneva il più vispo della compagnia a prendere per il culo Berlusconi con la geniale battuta sulla generosità del premier («mai per anziane senza tette»). È proprio dopo aver visto il disastro della sua squadra a Ballarò, con un ministro Alfano senza parole e l'apparizione dell'incredibile onorevole Bernini, vestita e truccatissima come una qualsiasi Nicole Minetti, che Berlusconi ha cercato inutilmente di prendere la parola con la solita telefonata furbacchiona (Floris lo ha rimandato alla puntata dedicata all'Aquila, dove non interverrà mai). La vera risposta politica Berlusconi e Signorini l'hanno giocata con Kalispera!, che riunisce tutto il Berlusconi-pensiero, dalla tv gaia anni Ottanta al Costanzo Show, gettando in campo lì la povera Ruby, già un misto di puttana santa e di Belen marocchina pronta per Tim, Wind, Tre e qualsiasi altra telepromozione. Ma sanno che guerra riprenderà stasera con Santoro e Travaglio pronti al massacro. L'unico sollievo per Berlusconi, forse, arriverà con Sanremo, che farà scordare agli italiani per un po' le serate del Bunga Bunga.Mamancano ancora parecchi giorni.
Finale di partita
Norma Rangeri - il manifesto 18 gennaio 2011
L'Italia non è la Tunisia e pur vivendo noi in una democrazia a bassa intensità, la pretesa di applicare il modello di una moderna schiavitù, con un referendum in fabbrica, è stata smascherata, nella sua cruda verità, di fronte all'opinione pubblica.
Ora ci aspetteremmo una reazione altrettanto dignitosa e forte al referendum annunciato l'altra sera in tv. Lo ha indetto il presidente del consiglio per smentire la vergogna di un'altra catena di montaggio, fatta di operaie del sesso, donne giovanissime che entrano nella sua villa a corto di soldi, per uscirne con migliaia di euro in busta, un appartamento, qualche programma televisivo, un piccolo vitalizio per le più fortunate. Per i comuni mortali, e per i magistrati, si chiama prostituzione di regime.
Berlusconi non è Ben Ali, ma ovunque il potere della casta e del denaro pretende obbedienza e devozione dai sudditi, arriva un punto di non ritorno, un momento in cui l'abuso, perdendo ogni misura, diventa osceno e odioso anche a chi l'ha sopportato (le opposizioni) o applaudito (la maggioranza). Questa volta il referendum non riguarda qualche migliaio di tute blu con la schiena dritta, ma milioni di elettori ridotti a pubblico.
Per arginare una disfatta politica con disonore, il capo del governo sta decidendo come andare allo scontro finale. Intanto si aggrappa al video-messaggio, come fossimo rimasti al 1994, come se la sua faccia nel frattempo non avesse perso il fascino di un sogno per diventare la maschera di un incubo, innanzitutto il suo. Al pubblico che controlla (dal Tg4 al Tg1, per rimbalzo anche La7 che ieri ha censurato la presenza di Patrizia D'Addario da Gad Lerner) Berlusconi offre un'autodifesa ricalcata sulle accuse dei magistrati.
A parte l'incipit e il finale contro i giudici, nel suo discorso egli ammette di aver riempito di soldi le ragazze, ma nega di aver fatto sesso con loro. Ammette di avere dato molto denaro a Lele Mora, il manager delle modelle, ma nega di averlo a libro paga come reclutatore di carne fresca. Ammette l'esistenza di conversazioni telefoniche pericolose, ma nega la verità del contenuto. Poi c'è uno slittamento rivelatore: «A me piace stare con i giovani, di molte conosco situazioni di disagio...», senza soluzione di continuità i giovani diventano "molte" giovani. Fino al colpo di scena, quel «sono fidanzato», estremo tentativo di distogliere l'attenzione dei sudditi dall'accusa di aver abusato di una minorenne.
Nella catena di montaggio del "puttanaio", dove tutto funziona secondo una collaudata routine, ogni tanto capita qualche ingranaggio umano difettoso, qualche ragazza disgustata dallo spettacolo dell'anziano che cattura la giovane preda nella finta discoteca provvista di camerini e costumi per il porno-show. E capita perfino che i magistrati indaghino sulle notizie di reato, rivelatrici del commercio indecente. Così anche il corpo del re appare nudo sotto gli occhi degli italiani e delle cancellerie internazionali che reagiscono sconcertate per «le strategie legali di Berlusconi che degradano il dibattito politico in Italia», come scrive il Financial Times.
Dopo due anni di accecante scandalo al sole, il Bagaglino italiano è a una svolta. Lo spettacolo denunciato solo da alcuni giornali, subìto da opposizioni parlamentari ondivaghe e subalterne, digerito da un'opinione pubblica stanca e assuefatta, è giunto all'ultimo atto. Questa volta non ci saranno prigionieri. Difficilmente finirà in un'aula giudiziaria, per la sentenza sarà scelto il tribunale del popolo.
L'Italia non è la Tunisia e pur vivendo noi in una democrazia a bassa intensità, la pretesa di applicare il modello di una moderna schiavitù, con un referendum in fabbrica, è stata smascherata, nella sua cruda verità, di fronte all'opinione pubblica.
Ora ci aspetteremmo una reazione altrettanto dignitosa e forte al referendum annunciato l'altra sera in tv. Lo ha indetto il presidente del consiglio per smentire la vergogna di un'altra catena di montaggio, fatta di operaie del sesso, donne giovanissime che entrano nella sua villa a corto di soldi, per uscirne con migliaia di euro in busta, un appartamento, qualche programma televisivo, un piccolo vitalizio per le più fortunate. Per i comuni mortali, e per i magistrati, si chiama prostituzione di regime.
Berlusconi non è Ben Ali, ma ovunque il potere della casta e del denaro pretende obbedienza e devozione dai sudditi, arriva un punto di non ritorno, un momento in cui l'abuso, perdendo ogni misura, diventa osceno e odioso anche a chi l'ha sopportato (le opposizioni) o applaudito (la maggioranza). Questa volta il referendum non riguarda qualche migliaio di tute blu con la schiena dritta, ma milioni di elettori ridotti a pubblico.
Per arginare una disfatta politica con disonore, il capo del governo sta decidendo come andare allo scontro finale. Intanto si aggrappa al video-messaggio, come fossimo rimasti al 1994, come se la sua faccia nel frattempo non avesse perso il fascino di un sogno per diventare la maschera di un incubo, innanzitutto il suo. Al pubblico che controlla (dal Tg4 al Tg1, per rimbalzo anche La7 che ieri ha censurato la presenza di Patrizia D'Addario da Gad Lerner) Berlusconi offre un'autodifesa ricalcata sulle accuse dei magistrati.
A parte l'incipit e il finale contro i giudici, nel suo discorso egli ammette di aver riempito di soldi le ragazze, ma nega di aver fatto sesso con loro. Ammette di avere dato molto denaro a Lele Mora, il manager delle modelle, ma nega di averlo a libro paga come reclutatore di carne fresca. Ammette l'esistenza di conversazioni telefoniche pericolose, ma nega la verità del contenuto. Poi c'è uno slittamento rivelatore: «A me piace stare con i giovani, di molte conosco situazioni di disagio...», senza soluzione di continuità i giovani diventano "molte" giovani. Fino al colpo di scena, quel «sono fidanzato», estremo tentativo di distogliere l'attenzione dei sudditi dall'accusa di aver abusato di una minorenne.
Nella catena di montaggio del "puttanaio", dove tutto funziona secondo una collaudata routine, ogni tanto capita qualche ingranaggio umano difettoso, qualche ragazza disgustata dallo spettacolo dell'anziano che cattura la giovane preda nella finta discoteca provvista di camerini e costumi per il porno-show. E capita perfino che i magistrati indaghino sulle notizie di reato, rivelatrici del commercio indecente. Così anche il corpo del re appare nudo sotto gli occhi degli italiani e delle cancellerie internazionali che reagiscono sconcertate per «le strategie legali di Berlusconi che degradano il dibattito politico in Italia», come scrive il Financial Times.
Dopo due anni di accecante scandalo al sole, il Bagaglino italiano è a una svolta. Lo spettacolo denunciato solo da alcuni giornali, subìto da opposizioni parlamentari ondivaghe e subalterne, digerito da un'opinione pubblica stanca e assuefatta, è giunto all'ultimo atto. Questa volta non ci saranno prigionieri. Difficilmente finirà in un'aula giudiziaria, per la sentenza sarà scelto il tribunale del popolo.
L'imprevisto fatale
Ida Dominijanni - il manifesto 18 gennaio 2011
Più che la trovata della fidanzata, tanto prevedibile quanto ormai fuori tempo massimo, sorprende la vastità del fronte disposto a cascarci, e la disperata sollecitudine dei fedelissimi disposti a confermarla. Il Giornale, va da sé, che sulla notizia - «Berlusconi è fidanzato» - apre a sei colonne, suffragandola con la logica stringente dell'editoriale del direttore Sallusti: «Svelare la storia personale con la dama misteriosa era necessario per rimettere un po' d'ordine in una vicenda che sta assumendo contorni surreali». Idem Il Tempo - «Silvio è fidanzato», a tutta pagina -, col direttore che minaccia la guerra civile nel caso di «decapitazione» del premier e un servizio che compiange le masse di aspiranti fidanzate deluse. E non scherza nemmeno il Corsera, che prende in parola l'annuncio e il toto-fidanzata. Ovviamente ha ragione Sallusti, basta rovesciare il suo ragionamento: era necessario inventarsi l'ennesima puntata della fiction, la fidanzata perbene, per mettere un po' di disordine in una vicenda purtroppo reale, le carte della procura di Milano. E non stupisce neanche tanto il repentino cambio di strategia di Berlusconi, giustamente rilevato ieri da altri commentatori. Se il premier smette di rivendicare il suo stile di vita «libertino», come aveva fatto al momento dell'esplosione del Ruby gate («amo la vita e le donne, nessuno mi farà mai cambiare stile»), e passa al copione b del marito abbandonato (da Veronica, è sempre lei il fantasma dietro le quinte) che si è trovato subito una nuova compagna, non è solo per rassicurare la sua audience turbata dall'ultimo diluvio di rivelazioni. Il fatto è che nella logica perversa del premier, le donne sono comunque a sua disposizione: oggetti da consumare, manipolare, sedurre, e perfino incoronare. Se ne troverà pure qualcuna dunque, nella finzione o nella realtà non importa, disposta a fare la statuina della fidanzata perbene. Come tutte quelle fin qui disposte a fare le altre parti in commedia: ragazze immagine, ragazze squillo, ragazze in tubino nero senza calze, ragazze in divisa da infermiera e da carabiniere a seno nudo, ragazze senza una lira che implorano aiuto e si dimenano come possono per meritarsi la busta di Spinelli, ragazze spietate come Ruby pronte a raccontare su sua richiesta balle ai magistrati ma solo in cambio di oro sonante, «cinque milioni a confronto del macchiamento del mio nome», ragazze senza tetto né legge domiciliate in via dell'Olgettina 65 in cambio delle prestazioni a villa San Martino. Volete che in questo catalogo non ci sia anche una ragazza adatta a fare la fidanzata, con o senza adeguata ricompensa? E' solo con questa mossa che il cerchio si può chiudere e si può depurare l'immagine nazionale e internazionale del premier nemico delle donne.. Manca solo la mossa ulteriore, anch'essa già ipotizzata più volte, della consegna dell'eredità politica a una ragazza-premier.
Eppure è proprio nelle falle di questa logica perversa che Berlusconi è caduto: una prima, una seconda, una terza, una quarta volta. Perché non tutte sono nella sua disponibilità. E oggi come all'inizio del sexgate, l'imprevisto si annida nella libertà di quelle che disponibili non sono, o non lo sono fino in fondo. Oggi, l'amica di Nicole Minetti che si fa trascinare a casa del principe al grido di «ne vedrai di ogni» ma ne esce disgustata e testimonia in procura, o la danzatrice del ventre amica di Ruby che anche lei si defila e testimonia. Ieri, Patrizia D'Addario che si autodenuncia per squarciare il primo velo sulla prostituzione di regime e il regime dell aprostituzione. All'inizio di tutto Veronica Lario che strappa il copione della coppia dei reali per denudare il re. Alla fne di tutto due magistrate , Fiorillo e Bocassini, decise a non mollare sui fatti di quella notte del 27 maggio e dintorni. Scritta e descritta perlopiù come la tragedia o la farsa di un uomo solo al comando, la sceneggiatura della fine di Berlusconi è firmata da alcune donne. Quelle che non stanno nella parte assegnata da lui alla Donna. Ovvio e banale, eppure per lui imprevedibile e fatale.
Più che la trovata della fidanzata, tanto prevedibile quanto ormai fuori tempo massimo, sorprende la vastità del fronte disposto a cascarci, e la disperata sollecitudine dei fedelissimi disposti a confermarla. Il Giornale, va da sé, che sulla notizia - «Berlusconi è fidanzato» - apre a sei colonne, suffragandola con la logica stringente dell'editoriale del direttore Sallusti: «Svelare la storia personale con la dama misteriosa era necessario per rimettere un po' d'ordine in una vicenda che sta assumendo contorni surreali». Idem Il Tempo - «Silvio è fidanzato», a tutta pagina -, col direttore che minaccia la guerra civile nel caso di «decapitazione» del premier e un servizio che compiange le masse di aspiranti fidanzate deluse. E non scherza nemmeno il Corsera, che prende in parola l'annuncio e il toto-fidanzata. Ovviamente ha ragione Sallusti, basta rovesciare il suo ragionamento: era necessario inventarsi l'ennesima puntata della fiction, la fidanzata perbene, per mettere un po' di disordine in una vicenda purtroppo reale, le carte della procura di Milano. E non stupisce neanche tanto il repentino cambio di strategia di Berlusconi, giustamente rilevato ieri da altri commentatori. Se il premier smette di rivendicare il suo stile di vita «libertino», come aveva fatto al momento dell'esplosione del Ruby gate («amo la vita e le donne, nessuno mi farà mai cambiare stile»), e passa al copione b del marito abbandonato (da Veronica, è sempre lei il fantasma dietro le quinte) che si è trovato subito una nuova compagna, non è solo per rassicurare la sua audience turbata dall'ultimo diluvio di rivelazioni. Il fatto è che nella logica perversa del premier, le donne sono comunque a sua disposizione: oggetti da consumare, manipolare, sedurre, e perfino incoronare. Se ne troverà pure qualcuna dunque, nella finzione o nella realtà non importa, disposta a fare la statuina della fidanzata perbene. Come tutte quelle fin qui disposte a fare le altre parti in commedia: ragazze immagine, ragazze squillo, ragazze in tubino nero senza calze, ragazze in divisa da infermiera e da carabiniere a seno nudo, ragazze senza una lira che implorano aiuto e si dimenano come possono per meritarsi la busta di Spinelli, ragazze spietate come Ruby pronte a raccontare su sua richiesta balle ai magistrati ma solo in cambio di oro sonante, «cinque milioni a confronto del macchiamento del mio nome», ragazze senza tetto né legge domiciliate in via dell'Olgettina 65 in cambio delle prestazioni a villa San Martino. Volete che in questo catalogo non ci sia anche una ragazza adatta a fare la fidanzata, con o senza adeguata ricompensa? E' solo con questa mossa che il cerchio si può chiudere e si può depurare l'immagine nazionale e internazionale del premier nemico delle donne.. Manca solo la mossa ulteriore, anch'essa già ipotizzata più volte, della consegna dell'eredità politica a una ragazza-premier.
Eppure è proprio nelle falle di questa logica perversa che Berlusconi è caduto: una prima, una seconda, una terza, una quarta volta. Perché non tutte sono nella sua disponibilità. E oggi come all'inizio del sexgate, l'imprevisto si annida nella libertà di quelle che disponibili non sono, o non lo sono fino in fondo. Oggi, l'amica di Nicole Minetti che si fa trascinare a casa del principe al grido di «ne vedrai di ogni» ma ne esce disgustata e testimonia in procura, o la danzatrice del ventre amica di Ruby che anche lei si defila e testimonia. Ieri, Patrizia D'Addario che si autodenuncia per squarciare il primo velo sulla prostituzione di regime e il regime dell aprostituzione. All'inizio di tutto Veronica Lario che strappa il copione della coppia dei reali per denudare il re. Alla fne di tutto due magistrate , Fiorillo e Bocassini, decise a non mollare sui fatti di quella notte del 27 maggio e dintorni. Scritta e descritta perlopiù come la tragedia o la farsa di un uomo solo al comando, la sceneggiatura della fine di Berlusconi è firmata da alcune donne. Quelle che non stanno nella parte assegnata da lui alla Donna. Ovvio e banale, eppure per lui imprevedibile e fatale.
2010
Quando il capo rifiuta ogni freno
Fabrizio Tonello - il manifesto 31 ottobre 2010
Sesso e potere hanno una lunga storia in comune dall'antica Grecia fino ai giorni nostri, passando per Machiavelli e Cicerone. L'immaginario collettivo dell'Europa moderna si è nutrito di guerra di Troia (scoppiata per le grazie di Elena), madame Pompadour con Luigi XIV, John Kennedy con Marilyn Monroe e Bill Clinton con Monica Lewinsky. I casi di cui Berlusconi è protagonista a ripetizione invadono quindi i giornali non solo per pruriginosi interessi di cassetta ma perché toccano corde profonde della società.
Oggi non se ne discute più nelle taverne, nelle piazze o sul sagrato delle chiese ma in televisione, il che impoverisce il dibattito e distorce la prospettiva ma, poiché la televisione non può essere disinventata, c'è ben poco da fare se non cercare di capire di cosa esattamente si sta parlando. Forse si farebbe un piccolo passo avanti se si riconoscesse che sul tema si scontrano due visioni del problema: quella dell'etica pubblica e quella della società dei consumi, quella della libertà dei cittadini e quella della libertà dei servi.
Tutto, in realtà, era già stato detto nelle battute iniziali di Antonio e Cleopatra di Shakespeare, dove l'amico di Antonio Filone dice: «Però, questa frenesia del nostro generale comincia a passare la misura. Quei suoi occhi superbi che fiammeggiavano su schiere e coorti come quelli di Marte in assetto di guerra ora li china al suolo (...) il suo grande cuore di condottiero (...) adesso rifiuta ogni freno, è diventato mantice e ventaglio per raffreddare gli ardori di una zingara».
Sta tutto qui, nelle tre parole «reneges all temper», rifiuta ogni freno, un peccato capitale per i generali e i leader politici, che devono dare prova di saper controllare le proprie pulsioni sessuali. Ciò è necessario perché è il test della loro capacità di dominarsi in generale, di saper prendere decisioni sottraendosi all'ira o ad altre emozioni, un ovvio requisito per ben governare. Se così non fosse, i piaceri della carne ben presto farebbero dimenticare i doveri di stato: nella stessa scena Antonio non vuole ascoltare un messaggero e dice: «Si sciolga nel Tevere Roma, crolli il grande arco del suo ordinato impero. Qui è il mio respiro, i regni sono d'argilla». E, così dicendo, bacia Cleopatra.
Ma è possibile coltivare un'etica repubblicana in una società dei consumi che ha il corpo delle giovani donne come passepartout per vendere qualsiasi cosa? Non il denaro ma il corpo femminile è la merce di scambio universale nella società dello spettacolo. Questo non può che saldare l'invidia popolare per chi può realizzare il desiderio maschile con modelli sociali in cui le donne ricominciano a vedere come naturale usare il proprio corpo come strumento di scalata sociale. I vecchi satiri, se dotati di ricchezza e potere, producono giovani aspiranti veline, soubrette e quant'altro: da Noemi a Patrizia D'Addario che voleva sbloccare la sua concessione edilizia fino a Ruby che si fa scarcerare dopo un furto.
Berlusconi trova quindi un ampio consenso sia tra i maschi che vorrebbero essere al suo posto, sia tra le donne che pensano di aver capito le regole del gioco. Un consenso che le deboli critiche sul tema della sua «ricattabilità» non possono scalfire. Dobbiamo quindi rassegnarci a un premier puttaniere? Nel lungo periodo no, a condizione che la maggioranza degli italiani capisca che i motivi per cacciarlo sono più profondi, e più di interesse collettivo, di quanto non facciano credere i giornali che buttano la cosa in ridere.
Oggi non se ne discute più nelle taverne, nelle piazze o sul sagrato delle chiese ma in televisione, il che impoverisce il dibattito e distorce la prospettiva ma, poiché la televisione non può essere disinventata, c'è ben poco da fare se non cercare di capire di cosa esattamente si sta parlando. Forse si farebbe un piccolo passo avanti se si riconoscesse che sul tema si scontrano due visioni del problema: quella dell'etica pubblica e quella della società dei consumi, quella della libertà dei cittadini e quella della libertà dei servi.
Tutto, in realtà, era già stato detto nelle battute iniziali di Antonio e Cleopatra di Shakespeare, dove l'amico di Antonio Filone dice: «Però, questa frenesia del nostro generale comincia a passare la misura. Quei suoi occhi superbi che fiammeggiavano su schiere e coorti come quelli di Marte in assetto di guerra ora li china al suolo (...) il suo grande cuore di condottiero (...) adesso rifiuta ogni freno, è diventato mantice e ventaglio per raffreddare gli ardori di una zingara».
Sta tutto qui, nelle tre parole «reneges all temper», rifiuta ogni freno, un peccato capitale per i generali e i leader politici, che devono dare prova di saper controllare le proprie pulsioni sessuali. Ciò è necessario perché è il test della loro capacità di dominarsi in generale, di saper prendere decisioni sottraendosi all'ira o ad altre emozioni, un ovvio requisito per ben governare. Se così non fosse, i piaceri della carne ben presto farebbero dimenticare i doveri di stato: nella stessa scena Antonio non vuole ascoltare un messaggero e dice: «Si sciolga nel Tevere Roma, crolli il grande arco del suo ordinato impero. Qui è il mio respiro, i regni sono d'argilla». E, così dicendo, bacia Cleopatra.
Ma è possibile coltivare un'etica repubblicana in una società dei consumi che ha il corpo delle giovani donne come passepartout per vendere qualsiasi cosa? Non il denaro ma il corpo femminile è la merce di scambio universale nella società dello spettacolo. Questo non può che saldare l'invidia popolare per chi può realizzare il desiderio maschile con modelli sociali in cui le donne ricominciano a vedere come naturale usare il proprio corpo come strumento di scalata sociale. I vecchi satiri, se dotati di ricchezza e potere, producono giovani aspiranti veline, soubrette e quant'altro: da Noemi a Patrizia D'Addario che voleva sbloccare la sua concessione edilizia fino a Ruby che si fa scarcerare dopo un furto.
Berlusconi trova quindi un ampio consenso sia tra i maschi che vorrebbero essere al suo posto, sia tra le donne che pensano di aver capito le regole del gioco. Un consenso che le deboli critiche sul tema della sua «ricattabilità» non possono scalfire. Dobbiamo quindi rassegnarci a un premier puttaniere? Nel lungo periodo no, a condizione che la maggioranza degli italiani capisca che i motivi per cacciarlo sono più profondi, e più di interesse collettivo, di quanto non facciano credere i giornali che buttano la cosa in ridere.
L'antiamore vincente di Berlusconi
Christian Raimo - il manifesto 27 novembre 2010
In attesa di governicchi istituzionali, discese in campo di montezemoli, terzi poli e poletti, crisi pilotate, Bersani che racconta per la ventesima volta la metafora del cerino, dilacerazioni interne agli schieramenti, Casini redivivo, resistenze da ultimi giapponesi delle truppe berlusconoidi, Mara Carfagna che si atteggia a pasionaria, ecco, noi, facciamo un'altra ipotesi. Immaginiamo che nei prossimi tempi venga invece fuori un video, finalmente! Venti minuti che ritraggono un rapporto sessuale di Berlusconi con qualcuna delle sue ragazze pagate. Non si sa chi l'ha fatto, non si sa chi come è arrivato alla tale redazione, non si sa se c'è un ricatto dietro... Subito le reazioni sarebbero ovviamente clamorose, ultimative. L'opposizione, i giudici, i giornali, l'opinione pubblica, la Chiesa, chiunque: quello che succede ogni volta, ma stavolta elevato all'ennesima potenza.
E mettiamo che nel video si veda - come per uno qualsiasi dei tanti filmati che vengono caricati ogni giorno su youporn - un Berlusconi che goda e faccia godere questa ragazza, scherzi, mosse da macho, parolacce, sculacciate, pose erotiche: una scopata come tante. Ma mettiamo ancora che il giorno dopo, Berlusconi invece di dimettersi da ogni ruolo pubblico, di nascondersi sommerso dalla vergogna, di ammettere di avere avuto un comportamento dissoluto, di essere ormai incontenibile, o di essere malato addirittura; ancora una volta rilanci e dica: «Avete visto, ho settantacinque anni, e mi faccio minimo una donna al giorno». Dichiarazioni indignate, manifestazioni in piazza, scomuniche.
Potrebbe esserci velocissimo, un super-rimpasto di governo. Un rimescolamento politico globale. Elezioni. Campagne moralizzatrici. Eccetera. E poi? Altri video. Dichiarazioni a gò gò. Sputtanamenti incrociati. Una sessuopoli che coinvolge politici e vari e eventuali.
Ossia. Non è forse questo che stiamo aspettando? Una scena orgiastica terminale che ci faccia veramente dire basta, non a questo governo, ma a questo tardo impero prolungato oltre ogni limite? E se invece il sentimento di massa fosse l'opposto di quello che pensiamo ci accomuni? E se gli italiani non volessero (come auspicava Vendola nella sua videolettera) un paese più sobrio, e rispetto a un video del genere, alzassero invece le spalle, o provassero anche un po' di arrapamento, o di invidia - come di fronte alle foto di una Ruby o di una Nadia Macrì postate con grande dovizia sui siti di Repubblica.it o del Corriere.it ?
Dall'altra parte, in attesa del momento del crollo definitivo, del tempo di non ritorno, con queste crisi ormai cicliche del modello berlusconiano, ogni volta tentiamo di trovare quale sia il punto critico che, come in un sistema di leve instabili, faccia crollare tutto il moloch. C'è per esempio chi dice che a parte tutto la vera questione è quella della legalità (1): è un reato andare con le minorenni, è un reato l'abuso di potere, è un reato gestire palazzo Chigi come la propria garconniere. C'è chi non è d'accordo e ribatte che la vera questione è quella del declino del ruolo delle istituzioni (2): un presidente del consiglio puttaniere non è una bella immagine, chi ci dovrebbe rappresentare nel mondo ci fa vergognare e ridere dietro. Ma per altri il punto non è ancora centrato, per qualcuno si tratta piuttosto di una questione di sicurezza (3): abbiamo un premier ricattabile, in balia dei suoi ruffiani e delle marchette malintenzionate. O ancora, c'è chi replica che anche questo non c'entra nulla, il vero nodo è la questione morale (4): avete presente con che schifoso corruttore di ragazzine, rimestatore di ciarpame, abbiamo a che fare? avete presente quanto quest'uomo se ne frega delle regole, perfino quelle del più comune senso del pudore? E c'è pure chi non è d'accordo con nessuna di queste prospettive e sostiene che l'unico discorso che andrebbe sostenuto è quello politico (5): questo governo non sta facendo nulla per il bene del paese, paralizzato dall'infinito vortice delle beghe sessuali e giudiziarie del suo leader.
E potremmo continuare, o ricominciare da capo.
La cruda realtà però è che su nessuno di questi piani è stata possibile fino ad ora una sconfitta decisiva di Berlusconi ipse e - soprattutto - della sua cultura. Ogni contrasto possibile, o anche tutte queste formule di denuncia messe insieme non hanno dato un risultato acquisito, e soprattutto ci lasciano con l'inquietante sensazione che - a Berlusconi sconfitto, uscito dall'agone, morto - lo scenario sociale e politico che si aprirebbe potrebbe essere anche peggiore.
Qual è forse allora il rimosso che non vogliamo considerare, cos'è che ci permetterebbe di capire quale è il volto del potere berlusconiano? Paradossalmente, la vera facies di Berlusconi è proprio quella che abbiamo di fronte agli occhi. Perché in fondo lui non fa altro che portare l'osceno (l'ob-sceno, quello che è fuori dalla scena) in primo piano. Gli affidi lampo delle igieniste dentali, le selezioni all'ingresso di Fede, le canzoni di Apicella, le barzellette su negri, troie & froci: vi sembra che tutto questo sia nascosto nel suo comportamento? vi sembra che Berlusconi occulti una parte del suo carattere e dei suoi modi di fare?
E allora domandiamoci piuttosto qual è la più profonda oscenità che ci mostra? Non l'illegalità, non l'immoralità, non la volgarità, non l'incompetenza politica. Ma una lesione più lacerante - perché è quella che ci attraversa. Una ferita che abbiamo difficoltà a riconoscere perché riguarda anche noi.
La verità è che le vicende sessuali del nostro presidente del consiglio mettono in evidenza il funzionamento del capitalismo nella sua versione più cristallina, e elementare, indifferente all'umano. L'osceno che ci viene spalancato non è quello di un capo di stato settantaquattrenne che va con le ragazzine infischiandosene della sua sicurezza personale e del buon nome delle istituzioni. No: l'osceno è il consumo dell'essere umano come gadget. Un cinismo abissale mescolato a un narcisismo patologico che ci fa pensare che gli esseri umani siano cose di basso valore. A questo sono state ridotte le Ruby e le Noemi. A puri oggetti. A piccole icone portatili. A nomi sulla bocca di tutti. E non solo perché prostitute, ragazze-immagine (come si dice in un neologismo accettato e aberrante), ma perché figure completamente svincolate dalla loro umanità.
La domanda allora diventa un'altra. Non è più come far cadere Berlusconi, o come sbarazzarci della sua cultura, ma: noi, sapremmo restituirgli questa umanità? Quando, per fare un esempio apparentemente moralista, clicchiamo sulle foto di Ruby sugli schermi dei nostri computer, quale differenza profonda c'è tra noi e Berlusconi che esamina i photo-book che gli procura Emilio Fede? Quale diversità sostanziale c'è tra il ballare il bunga bunga e lo scaricarsi il nuovo calendario di Maxim reclamizzato dal Corriere in questo modo: Jihane senza veli - marocchina (come Ruby) da calendario? Ogni volta, cos'è che stiamo pensando?
È forse in questo senso che potremmo comprendere perché il piano sul quale si può sconfiggere il berlusconismo è proprio quello sul quale lui e i suoi imitatori si dichiarano leader incontrastati. Ed è - sembra una boutade - quello dell'amore. Senza che ce ne accorgessimo, l'impoverimento umano del ventennio berlusconiano ha riguardato fino in fondo la sterilizzazione della forza erotica, ossia di quella possibilità che abbiamo, attraverso l'amore, di unire il desiderio al godimento. L'amore è questo, ed è insieme la capacità di riconoscere il proprio desiderio ma anche il suo limite, la sua incertezza. L'amore, mostrandoci la nostra profonda parzialità, ci rende intimamente umani. E ci libera da quel demonio del vedere gli altri come semplici oggetti o come creature inattingibili. L'amore è quella chance che abbiamo che di conoscere l'altro senza che questa relazione annulli noi o lui.
Il capitalismo cinico, di cui il berlusconismo è solo la versione più compiuta, ha invece svuotato e continua a svuotare l'amore di qualsiasi senso. Non esiste più referente per ciò che significa desiderio, mancanza, intimità, immaginazione. Si vede bene come il suo partito dell'amore è una delle tante ideologie mortifere che ha deturpato la simbolica amorosa. Il rapporto con l'altro (non solo l'altro sesso) nel suo universo di ville certose è ridotto a mero consumo. La seduzione è equiparata al ricatto dei soldi e dei braccialetti uguali per mille. La tenerezza è un'igienista dentale che ti viene a recuperare in questura e poi ti lascia nuovamente per strada. La fiducia è quello di un papi o un Brunetta che ti promette di aiutarti con i tuoi affari ma poi non si fa più sentire.
Berlusconi è l'antiamore. Solo allora se riuscissimo a pensare quanto il cinismo delle nostre vite ci faccia alle volte assomigliare a lui, forse potremmo cominciare a essere veramente diversi da questo tipo di uomo incapace di amare.
E mettiamo che nel video si veda - come per uno qualsiasi dei tanti filmati che vengono caricati ogni giorno su youporn - un Berlusconi che goda e faccia godere questa ragazza, scherzi, mosse da macho, parolacce, sculacciate, pose erotiche: una scopata come tante. Ma mettiamo ancora che il giorno dopo, Berlusconi invece di dimettersi da ogni ruolo pubblico, di nascondersi sommerso dalla vergogna, di ammettere di avere avuto un comportamento dissoluto, di essere ormai incontenibile, o di essere malato addirittura; ancora una volta rilanci e dica: «Avete visto, ho settantacinque anni, e mi faccio minimo una donna al giorno». Dichiarazioni indignate, manifestazioni in piazza, scomuniche.
Potrebbe esserci velocissimo, un super-rimpasto di governo. Un rimescolamento politico globale. Elezioni. Campagne moralizzatrici. Eccetera. E poi? Altri video. Dichiarazioni a gò gò. Sputtanamenti incrociati. Una sessuopoli che coinvolge politici e vari e eventuali.
Ossia. Non è forse questo che stiamo aspettando? Una scena orgiastica terminale che ci faccia veramente dire basta, non a questo governo, ma a questo tardo impero prolungato oltre ogni limite? E se invece il sentimento di massa fosse l'opposto di quello che pensiamo ci accomuni? E se gli italiani non volessero (come auspicava Vendola nella sua videolettera) un paese più sobrio, e rispetto a un video del genere, alzassero invece le spalle, o provassero anche un po' di arrapamento, o di invidia - come di fronte alle foto di una Ruby o di una Nadia Macrì postate con grande dovizia sui siti di Repubblica.it o del Corriere.it ?
Dall'altra parte, in attesa del momento del crollo definitivo, del tempo di non ritorno, con queste crisi ormai cicliche del modello berlusconiano, ogni volta tentiamo di trovare quale sia il punto critico che, come in un sistema di leve instabili, faccia crollare tutto il moloch. C'è per esempio chi dice che a parte tutto la vera questione è quella della legalità (1): è un reato andare con le minorenni, è un reato l'abuso di potere, è un reato gestire palazzo Chigi come la propria garconniere. C'è chi non è d'accordo e ribatte che la vera questione è quella del declino del ruolo delle istituzioni (2): un presidente del consiglio puttaniere non è una bella immagine, chi ci dovrebbe rappresentare nel mondo ci fa vergognare e ridere dietro. Ma per altri il punto non è ancora centrato, per qualcuno si tratta piuttosto di una questione di sicurezza (3): abbiamo un premier ricattabile, in balia dei suoi ruffiani e delle marchette malintenzionate. O ancora, c'è chi replica che anche questo non c'entra nulla, il vero nodo è la questione morale (4): avete presente con che schifoso corruttore di ragazzine, rimestatore di ciarpame, abbiamo a che fare? avete presente quanto quest'uomo se ne frega delle regole, perfino quelle del più comune senso del pudore? E c'è pure chi non è d'accordo con nessuna di queste prospettive e sostiene che l'unico discorso che andrebbe sostenuto è quello politico (5): questo governo non sta facendo nulla per il bene del paese, paralizzato dall'infinito vortice delle beghe sessuali e giudiziarie del suo leader.
E potremmo continuare, o ricominciare da capo.
La cruda realtà però è che su nessuno di questi piani è stata possibile fino ad ora una sconfitta decisiva di Berlusconi ipse e - soprattutto - della sua cultura. Ogni contrasto possibile, o anche tutte queste formule di denuncia messe insieme non hanno dato un risultato acquisito, e soprattutto ci lasciano con l'inquietante sensazione che - a Berlusconi sconfitto, uscito dall'agone, morto - lo scenario sociale e politico che si aprirebbe potrebbe essere anche peggiore.
Qual è forse allora il rimosso che non vogliamo considerare, cos'è che ci permetterebbe di capire quale è il volto del potere berlusconiano? Paradossalmente, la vera facies di Berlusconi è proprio quella che abbiamo di fronte agli occhi. Perché in fondo lui non fa altro che portare l'osceno (l'ob-sceno, quello che è fuori dalla scena) in primo piano. Gli affidi lampo delle igieniste dentali, le selezioni all'ingresso di Fede, le canzoni di Apicella, le barzellette su negri, troie & froci: vi sembra che tutto questo sia nascosto nel suo comportamento? vi sembra che Berlusconi occulti una parte del suo carattere e dei suoi modi di fare?
E allora domandiamoci piuttosto qual è la più profonda oscenità che ci mostra? Non l'illegalità, non l'immoralità, non la volgarità, non l'incompetenza politica. Ma una lesione più lacerante - perché è quella che ci attraversa. Una ferita che abbiamo difficoltà a riconoscere perché riguarda anche noi.
La verità è che le vicende sessuali del nostro presidente del consiglio mettono in evidenza il funzionamento del capitalismo nella sua versione più cristallina, e elementare, indifferente all'umano. L'osceno che ci viene spalancato non è quello di un capo di stato settantaquattrenne che va con le ragazzine infischiandosene della sua sicurezza personale e del buon nome delle istituzioni. No: l'osceno è il consumo dell'essere umano come gadget. Un cinismo abissale mescolato a un narcisismo patologico che ci fa pensare che gli esseri umani siano cose di basso valore. A questo sono state ridotte le Ruby e le Noemi. A puri oggetti. A piccole icone portatili. A nomi sulla bocca di tutti. E non solo perché prostitute, ragazze-immagine (come si dice in un neologismo accettato e aberrante), ma perché figure completamente svincolate dalla loro umanità.
La domanda allora diventa un'altra. Non è più come far cadere Berlusconi, o come sbarazzarci della sua cultura, ma: noi, sapremmo restituirgli questa umanità? Quando, per fare un esempio apparentemente moralista, clicchiamo sulle foto di Ruby sugli schermi dei nostri computer, quale differenza profonda c'è tra noi e Berlusconi che esamina i photo-book che gli procura Emilio Fede? Quale diversità sostanziale c'è tra il ballare il bunga bunga e lo scaricarsi il nuovo calendario di Maxim reclamizzato dal Corriere in questo modo: Jihane senza veli - marocchina (come Ruby) da calendario? Ogni volta, cos'è che stiamo pensando?
È forse in questo senso che potremmo comprendere perché il piano sul quale si può sconfiggere il berlusconismo è proprio quello sul quale lui e i suoi imitatori si dichiarano leader incontrastati. Ed è - sembra una boutade - quello dell'amore. Senza che ce ne accorgessimo, l'impoverimento umano del ventennio berlusconiano ha riguardato fino in fondo la sterilizzazione della forza erotica, ossia di quella possibilità che abbiamo, attraverso l'amore, di unire il desiderio al godimento. L'amore è questo, ed è insieme la capacità di riconoscere il proprio desiderio ma anche il suo limite, la sua incertezza. L'amore, mostrandoci la nostra profonda parzialità, ci rende intimamente umani. E ci libera da quel demonio del vedere gli altri come semplici oggetti o come creature inattingibili. L'amore è quella chance che abbiamo che di conoscere l'altro senza che questa relazione annulli noi o lui.
Il capitalismo cinico, di cui il berlusconismo è solo la versione più compiuta, ha invece svuotato e continua a svuotare l'amore di qualsiasi senso. Non esiste più referente per ciò che significa desiderio, mancanza, intimità, immaginazione. Si vede bene come il suo partito dell'amore è una delle tante ideologie mortifere che ha deturpato la simbolica amorosa. Il rapporto con l'altro (non solo l'altro sesso) nel suo universo di ville certose è ridotto a mero consumo. La seduzione è equiparata al ricatto dei soldi e dei braccialetti uguali per mille. La tenerezza è un'igienista dentale che ti viene a recuperare in questura e poi ti lascia nuovamente per strada. La fiducia è quello di un papi o un Brunetta che ti promette di aiutarti con i tuoi affari ma poi non si fa più sentire.
Berlusconi è l'antiamore. Solo allora se riuscissimo a pensare quanto il cinismo delle nostre vite ci faccia alle volte assomigliare a lui, forse potremmo cominciare a essere veramente diversi da questo tipo di uomo incapace di amare.
Donne anno zero?
Ida Dominijanni - il manifesto 7 marzo 2010
«La donna è l'altro rispetto all'uomo. L'uomo è l'altro rispetto alla donna. L'uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli». «Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell'uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell'esistenza». «La parità di retribuzione è un nostro diritto, ma la nostra oppressione è un'altra cosa». «Per uguaglianza delle donne si intende il suo diritto a partecipare alla gestione del potere nella società mediante il riconoscimento che essa possiede capacità uguali a quelle dell'uomo. Ma...ci siamo accorte che sul piano della gestione del potere non occorrono delle capacità, ma una particolare forma di alienazione. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere. E' per sventare questo possibile attentato della donna che oggi ci viene riconosciuto l'inserimento a titolo di uguaglianza». Sono solo alcune citazioni delle molte possibili dal Manifesto di Rivolta Femminile e da Sputiamo su Hegell, il testo forse più famoso di Carla Lonzi, entrambi datati 1970, ed entrambi al centro, con tutto il resto della sua opera, del partecipatissimo convegno della Casa internazionale delle donne di Roma che in questi giorni (cfr. Maria Luisa Boccia sul manifesto di giovedì scorso) ne ha ripercorso la figura di militante e teorica femminista nonché critica d'arte. Non una commemorazione né una monumentalizzazione, ma una riattualizzazione della radicalità della figura di Lonzi e della radicalità da lei impressa al femminismo italiano degli anni Settanta e seguenti, sul piano del pensiero e della pratica, nel modo di concepire la politica e la libertà femminile, la trasformazione di sé e del mondo, la relazione con le altre e il conflitto con l'altro. Una riattualizzazione tanto più tempistica dopo un anno come questo e in un momento come questo, in cui il discorso sulle donne sembra sequestrato dall'immaginario berlusconiano (e non solo berlusconiano) al potere, e il discorso delle donne rischia una risposta speculare e subalterna.
Quale? Quella, già in voga sui media nei mesi scorsi, che scambia la fiction berlusconiana per la realtà («siamo un paese di veline»), vede passività dove c'è stata reattività (la reiterata denuncia del «silenzio delle donne», che copre e svalorizza la parola delle donne che hanno denudato il re), prescrive ricette del tutto inadatte alla malattia (quote rosa quando è chiaro l'uso che ne fa Berlusconi e non solo lui, parità e diritti quando è chiaro che il conflitto è sulla sessualità e sull'immaginario). Non ne è esente il quadro desolato e desolante delle donne italiane che Caterina Soffici traccia nel suo Ma le donne no, sottotitolo (buono per le vendite in libreria) «Come si vive nel paese più maschilista d'Europa» (Feltrinelli, 210 pagine, 14 Euro, prefazione di Nadia Urbinati), un'inchiesta peraltro ricca di storie e testimonianze femminili interessanti che si presterebbero a un'interpretazione più complessa di quella che l'autrice ne trae: in sostanza, una generalizzata regressione, una generalizzata sottomissione a canoni etico-estetici imposti e lesivi della dignità femminile, una generalizzata incapacità di lottare e di avvalersi dei diritti. E' davvero così? La rappresentazione commercial-televisiva del gentil sesso nell'era berlusconiana coincide davvero con la realtà delle donne? L'eccellenza femminile di cui parlano tutti i dati sulla scolarizzazione e sul mondo del lavoro è davvero annullata dalle discriminazioni salariali e dal carico del lavoro familiare non condiviso con i mariti? Davvero dopo gli anni 70 ci siamo tutte «ritirate ordinatamente e in silenzio», ciascuna per sé e il mercato o l'uomo potente per tutte? E qual è la memoria - o meglio l'immaginario, o il fantasma - degli anni 70 che sostiene questa catena interpretativa?
Scrive Soffici che la sua inchiesta parte da un disagio: «Eravamo cresciute in una bolla felice, nella certezza di essere libere, di poter vivere la vita che volevamo. Ma era solo un'illusione. Non era vero. Il cammino verso la parità dei diritti iniziato negli anni 70 si era interrotto». Una osservazione analoga si ritrova in un altro libro-inchiesta appena uscito, Pensare l'impossibile di Anais Ginori (Fandango, 160 pagine, 14 Euro, prefazione di Concita De Gregorio, vignette di Pat CArra), che però esplicita nel sottotitolo, «Donne che non si arrendono», un'intenzione di segno contrario, ed è esplicitamente attraversato in più d'una pagina dalla domanda su quale sia, se c'è, il rapporto fra la generazione del femminismo storico e quella delle trentenni di oggi, scosse dal torpore dai noti fatti di quest'ultimo anno che Ginori definisce «l'Anno Zero delle donne italiane». Anche lei scrive: «Le ragazze che ho incontrato per scrivere questo libro non sono tutte veline. Molte però provano un senso di disillusione. Sono cresciute pensando che i diritti erano tutti già conquistati, che la parità fosse un dato acquisito. Hanno scoperto che non è così». Viene da rispondere che se è così non tutti i mali, il sexgate berlusconiano compreso, vengono per nuocere. Ma forse è più chiaro a questo punto il senso delle citazioni di Carla Lonzi all'inizio di questo articolo: servono a ricordare due cose. Primo, che non siamo all'Anno Zero. Secondo, che il femminismo degli anni 70 ha messo al mondo una pratica di libertà che non si fida della parità e non si affida ai diritti, che si conquista e si riconquista ogni giorno e in ogni contesto di vita pubblica e personale, e che non si cristallizza in leggi e garanzie. Ricordarlo non serve, spero che sia chiaro, a prescriverla ad altre donne e a un altro tempo, cui magari si addicono tutt'altre pratiche. Serve però a smontare la riduzione - tutta costruita dalla vulgata mediatica di trent'anni - del femminismo come lotta lineare e progressiva per la parità e i diritti. E a ricordare che, come si evince da questi stessi due libri, «l'illusione» dei diritti può avere una conseguenza spoliticizzante per chi ci si affida come a delle garanzie che rendono superflue le battaglie di libertà.
Pensare l'impossibile ha comunque il merito di rendere evidente un'agenda di questioni su cui «lo scontento delle più giovani» preme con maggiore urgenza. Si apre, intanto, con una inchiesta sulla tratta delle nigeriane: meritoria, perché quello del mercato internazionale del sesso, conseguenza tutt'altro che secondaria della globalizzazione, è uno dei tasselli che mancano alla chiacchiera infinita sul sexgate di casa nostra e sull'immaginario sessuale dei tempi nostri. E prosegue indagando sull'uso del corpo femminile nell'industria della pubblicità e della televisione, rendendo evidenti due stacchi cruciali rispetto agli anni 70: lo spostamento del fuoco dal corpo all'immagine del corpo, e lo spostamento della cornice dalla politica al mercato. Che cosa diventa o può diventare, la politica della libertà femminile, quando non si tratta del corpo ma dell'immagine, e si combatte non dentro e contro un contesto segnato dalla politica diffusa com'era nei 70, ma dentro e contro la dittatura del mercato, e quando la politica diventa mero esercizio del potere?
Sono domande che varrebbe la pena di approfondire. Alain Touraine, nel libro che senza ombra di dubbio si può considerare l'unico testo maschile che abbia afferrato e registrato la qualità specifica della rivoluzione femminile novecentesca e il «cambiamento di prospettiva» sul mutamento sociale da essa indotto (Il mondo è delle donne, il Saggiatore, già recensito su queste pagine), aiuta a darsi alcune risposte. Interrogandosi sui cambiamenti generazionali nella storia delle donne degli ultimi decenni, Touraine registra uno degli spostamenti che questi libri segnalano, dalla capacità di lotta della generazione dei 70 all'idea oggi predominante «che le donne siano completamente dominante e manipolate, private di parole e di immagini proprie, e si trovino così ridotte a mera creazione del potere maschile», soprattutto il potere dei professionisti della comunicazione e della pubblicità. Una «immagine caricaturale», scrive Touraine, che rischia di diventare un'ideologia al servizio dello stesso potere maschile; per smontarla, aggiunge, è bene «cercare le attrici dietro le vittime», ovvero, con un gioco di parole, non cadere vittime della (auto)vittimizzazione e aprire gli occhi sulle strategie attive di vita, resistenza, creatività, costruzione di sé e trasformazione del mondo che sono maggioritarie nelle vite femminili di oggi successive alla «grande rivoluzione» dei 70.
Occorre anche capire, scrive Touraine, che la sessualità è diventata, nelle società contemporanee, il terreno su cui per le donne si gioca una aspra battaglia sul confine fra costruzione consapevole di sé e mercificazione. La mappatura di questa battaglia comporta strumenti fini, che non possono esaurirsi nella denuncia estemporanea della galleria degli orrori che ci è passata davanti nell'ultimo anno. Sandra Puccini, nel suo prezioso Nude e crudi. Femminile e maschile nell'Italia di oggi (Donzelli, 200 pagine, 18 Euro), si mette e ci mette sulle tracce di un cambiamento dell'antropologia italiana che ruota attorno al cambiamento dei ruoli sessuali, che oggi esplode ma che è cominciato nei primi anni 80 (con Drive In), e lo storicizza proprio in rapporto alla rivoluzione femminista dei 70: «Contro le femministe sembravano prendere corpo immagini femminili costruite pescando nelle più arcaiche fantasie maschili: con l'antica scissione fra le donne tentatrici e peccaminose dell'immaginario erotico e le altre, quelle da sposare e con cui mettere su famiglia». Da allora a oggi non ci sono state solo la tv spazzatura e la pubblicità a fare la loro parte, ma un fascio di linguaggi che vanno dalla letteratura alla fiction alla fotografia sui settimanali di moda. E non hanno operato univocamente a svilire il corpo femminile, ma più sottilmente a costruire una «tirannia della bellezza» basata su messaggi ambivalenti e su una «molteplicità di rappresentazioni» che dava anche risposte, per quanto illusorie, a un desiderio di libertà e di autonomia, o dava corpo - anoressico - ai nuovi sintomi del disagio, il narcisismo in primo luogo, di quella che altri chiamano «società del godimento»: una società in cui erotismo, sessualità, pornografia tendono a sovrapporsi, e «fare sesso» si sostituisce a «fare l'amore»Crucialmente, scrive Puccini, non si è trattato solo di una manipolazione del femminile, bensì di una riscrittura del femminile e del maschile, dominata per un verso dalla tendenza alla confusività e all'omologazione androgina, per l'altro da un ripristino di maschere sessuali tradizionali - uomini violenti, donne docili - utili a placare l'ansia dovuta alla sparizione reali dei ruoli tradizionali. Una ottimma pista, che ha tra l'altro il merito di porci di fronte alla cruciale domanda: e degli uomini, che ne è stato nel frattempo?
Quale? Quella, già in voga sui media nei mesi scorsi, che scambia la fiction berlusconiana per la realtà («siamo un paese di veline»), vede passività dove c'è stata reattività (la reiterata denuncia del «silenzio delle donne», che copre e svalorizza la parola delle donne che hanno denudato il re), prescrive ricette del tutto inadatte alla malattia (quote rosa quando è chiaro l'uso che ne fa Berlusconi e non solo lui, parità e diritti quando è chiaro che il conflitto è sulla sessualità e sull'immaginario). Non ne è esente il quadro desolato e desolante delle donne italiane che Caterina Soffici traccia nel suo Ma le donne no, sottotitolo (buono per le vendite in libreria) «Come si vive nel paese più maschilista d'Europa» (Feltrinelli, 210 pagine, 14 Euro, prefazione di Nadia Urbinati), un'inchiesta peraltro ricca di storie e testimonianze femminili interessanti che si presterebbero a un'interpretazione più complessa di quella che l'autrice ne trae: in sostanza, una generalizzata regressione, una generalizzata sottomissione a canoni etico-estetici imposti e lesivi della dignità femminile, una generalizzata incapacità di lottare e di avvalersi dei diritti. E' davvero così? La rappresentazione commercial-televisiva del gentil sesso nell'era berlusconiana coincide davvero con la realtà delle donne? L'eccellenza femminile di cui parlano tutti i dati sulla scolarizzazione e sul mondo del lavoro è davvero annullata dalle discriminazioni salariali e dal carico del lavoro familiare non condiviso con i mariti? Davvero dopo gli anni 70 ci siamo tutte «ritirate ordinatamente e in silenzio», ciascuna per sé e il mercato o l'uomo potente per tutte? E qual è la memoria - o meglio l'immaginario, o il fantasma - degli anni 70 che sostiene questa catena interpretativa?
Scrive Soffici che la sua inchiesta parte da un disagio: «Eravamo cresciute in una bolla felice, nella certezza di essere libere, di poter vivere la vita che volevamo. Ma era solo un'illusione. Non era vero. Il cammino verso la parità dei diritti iniziato negli anni 70 si era interrotto». Una osservazione analoga si ritrova in un altro libro-inchiesta appena uscito, Pensare l'impossibile di Anais Ginori (Fandango, 160 pagine, 14 Euro, prefazione di Concita De Gregorio, vignette di Pat CArra), che però esplicita nel sottotitolo, «Donne che non si arrendono», un'intenzione di segno contrario, ed è esplicitamente attraversato in più d'una pagina dalla domanda su quale sia, se c'è, il rapporto fra la generazione del femminismo storico e quella delle trentenni di oggi, scosse dal torpore dai noti fatti di quest'ultimo anno che Ginori definisce «l'Anno Zero delle donne italiane». Anche lei scrive: «Le ragazze che ho incontrato per scrivere questo libro non sono tutte veline. Molte però provano un senso di disillusione. Sono cresciute pensando che i diritti erano tutti già conquistati, che la parità fosse un dato acquisito. Hanno scoperto che non è così». Viene da rispondere che se è così non tutti i mali, il sexgate berlusconiano compreso, vengono per nuocere. Ma forse è più chiaro a questo punto il senso delle citazioni di Carla Lonzi all'inizio di questo articolo: servono a ricordare due cose. Primo, che non siamo all'Anno Zero. Secondo, che il femminismo degli anni 70 ha messo al mondo una pratica di libertà che non si fida della parità e non si affida ai diritti, che si conquista e si riconquista ogni giorno e in ogni contesto di vita pubblica e personale, e che non si cristallizza in leggi e garanzie. Ricordarlo non serve, spero che sia chiaro, a prescriverla ad altre donne e a un altro tempo, cui magari si addicono tutt'altre pratiche. Serve però a smontare la riduzione - tutta costruita dalla vulgata mediatica di trent'anni - del femminismo come lotta lineare e progressiva per la parità e i diritti. E a ricordare che, come si evince da questi stessi due libri, «l'illusione» dei diritti può avere una conseguenza spoliticizzante per chi ci si affida come a delle garanzie che rendono superflue le battaglie di libertà.
Pensare l'impossibile ha comunque il merito di rendere evidente un'agenda di questioni su cui «lo scontento delle più giovani» preme con maggiore urgenza. Si apre, intanto, con una inchiesta sulla tratta delle nigeriane: meritoria, perché quello del mercato internazionale del sesso, conseguenza tutt'altro che secondaria della globalizzazione, è uno dei tasselli che mancano alla chiacchiera infinita sul sexgate di casa nostra e sull'immaginario sessuale dei tempi nostri. E prosegue indagando sull'uso del corpo femminile nell'industria della pubblicità e della televisione, rendendo evidenti due stacchi cruciali rispetto agli anni 70: lo spostamento del fuoco dal corpo all'immagine del corpo, e lo spostamento della cornice dalla politica al mercato. Che cosa diventa o può diventare, la politica della libertà femminile, quando non si tratta del corpo ma dell'immagine, e si combatte non dentro e contro un contesto segnato dalla politica diffusa com'era nei 70, ma dentro e contro la dittatura del mercato, e quando la politica diventa mero esercizio del potere?
Sono domande che varrebbe la pena di approfondire. Alain Touraine, nel libro che senza ombra di dubbio si può considerare l'unico testo maschile che abbia afferrato e registrato la qualità specifica della rivoluzione femminile novecentesca e il «cambiamento di prospettiva» sul mutamento sociale da essa indotto (Il mondo è delle donne, il Saggiatore, già recensito su queste pagine), aiuta a darsi alcune risposte. Interrogandosi sui cambiamenti generazionali nella storia delle donne degli ultimi decenni, Touraine registra uno degli spostamenti che questi libri segnalano, dalla capacità di lotta della generazione dei 70 all'idea oggi predominante «che le donne siano completamente dominante e manipolate, private di parole e di immagini proprie, e si trovino così ridotte a mera creazione del potere maschile», soprattutto il potere dei professionisti della comunicazione e della pubblicità. Una «immagine caricaturale», scrive Touraine, che rischia di diventare un'ideologia al servizio dello stesso potere maschile; per smontarla, aggiunge, è bene «cercare le attrici dietro le vittime», ovvero, con un gioco di parole, non cadere vittime della (auto)vittimizzazione e aprire gli occhi sulle strategie attive di vita, resistenza, creatività, costruzione di sé e trasformazione del mondo che sono maggioritarie nelle vite femminili di oggi successive alla «grande rivoluzione» dei 70.
Occorre anche capire, scrive Touraine, che la sessualità è diventata, nelle società contemporanee, il terreno su cui per le donne si gioca una aspra battaglia sul confine fra costruzione consapevole di sé e mercificazione. La mappatura di questa battaglia comporta strumenti fini, che non possono esaurirsi nella denuncia estemporanea della galleria degli orrori che ci è passata davanti nell'ultimo anno. Sandra Puccini, nel suo prezioso Nude e crudi. Femminile e maschile nell'Italia di oggi (Donzelli, 200 pagine, 18 Euro), si mette e ci mette sulle tracce di un cambiamento dell'antropologia italiana che ruota attorno al cambiamento dei ruoli sessuali, che oggi esplode ma che è cominciato nei primi anni 80 (con Drive In), e lo storicizza proprio in rapporto alla rivoluzione femminista dei 70: «Contro le femministe sembravano prendere corpo immagini femminili costruite pescando nelle più arcaiche fantasie maschili: con l'antica scissione fra le donne tentatrici e peccaminose dell'immaginario erotico e le altre, quelle da sposare e con cui mettere su famiglia». Da allora a oggi non ci sono state solo la tv spazzatura e la pubblicità a fare la loro parte, ma un fascio di linguaggi che vanno dalla letteratura alla fiction alla fotografia sui settimanali di moda. E non hanno operato univocamente a svilire il corpo femminile, ma più sottilmente a costruire una «tirannia della bellezza» basata su messaggi ambivalenti e su una «molteplicità di rappresentazioni» che dava anche risposte, per quanto illusorie, a un desiderio di libertà e di autonomia, o dava corpo - anoressico - ai nuovi sintomi del disagio, il narcisismo in primo luogo, di quella che altri chiamano «società del godimento»: una società in cui erotismo, sessualità, pornografia tendono a sovrapporsi, e «fare sesso» si sostituisce a «fare l'amore»Crucialmente, scrive Puccini, non si è trattato solo di una manipolazione del femminile, bensì di una riscrittura del femminile e del maschile, dominata per un verso dalla tendenza alla confusività e all'omologazione androgina, per l'altro da un ripristino di maschere sessuali tradizionali - uomini violenti, donne docili - utili a placare l'ansia dovuta alla sparizione reali dei ruoli tradizionali. Una ottimma pista, che ha tra l'altro il merito di porci di fronte alla cruciale domanda: e degli uomini, che ne è stato nel frattempo?
2009
La questione è maschile
Ida Dominijanni - il manifesto 27 ottobre 2009
Dopo l'accoppiata Berlusconi - Marrazzo, e fatte salve le dovute differenze, è ormai evidente che il problema del rapporto fra sesso (mercificato) e potere non riguarda solo il presidente del consiglio e non tocca solo la destra: riguarda, l'abbiamo già scritto domenica, un nodo che stringe identità maschile e crisi della politica e che è bene cominciare a nominare come tale, se sullo stato in cui versa la politica vogliamo provare a uscire da un recitativo ormai usurato che non sembra portare da nessuna parte. «La questione è maschile», aveva scritto in tempi non sospetti Lia Cigarini su Via Dogana, interpretando la crisi della politica nella chiave di una mancata risposta maschile al terremoto innescato negli anni Settanta dalla separazione femminista. Nella stessa chiave ragionano Alberto Leiss e Letizia Paolozzi nel loro ultimo libro «La paura degli uomini. Maschi e femmine nella crisi della politica» (Il Saggiatore), che mette il mutamento dei rapporti fra i sessi al centro dell'indagine sulla crisi non solo della politica ma di tutte le principali agenzie che sovrintendono all'ordine socio-simbolico: la famiglia, il mondo del lavoro, la Chiesa, l'informazione, la scuola e l'università. La tesi è che lo scossone impresso dalla rivoluzione femminista dal '68 in poi, in Occidente e ovunque nel mondo, ha destabilizzato il patriarcato e l'autorità maschile, senza che gli uomini abbiano elaborato una presa di coscienza e un cambiamento di sé all'altezza della presa di coscienza e del cambiamento femminile. Tesi raddoppiata da un'altra constatazione, che ovunque in Occidente il discorso democratico tenta con ogni mezzo di cancellare la stagione del Sessantotto, che della crisi della democrazia a ben vedere è uno dei fattori scatenanti, e cancella in particolare il fatto che la stagione del Sessantotto è «tagliata» dalla separazione femminile, dal farsi due di quella rivolta antiautoritaria in cui le donne presero a un certo punto la loro strada contestando non più solo i padri ma anche i fratelli: una separazione che da allora in poi, in Italia e non solo in Italia, non ha mai cessato di riprodursi (ad esempio nei momenti più caldi della storia del Pci, svolta compresa, e nei movimenti antagonisti).
La carrellata sul quarantennio passato in cui Leiss e Paolozzi - che su questi temi lavorano assieme da anni, sul sito www.donnealtri.it - ci guidano partendo dall'oggi e procedendo a ritroso era quella che ci voleva per dare a questa cornice interpretativa la materia e il sostegno della ricostruzione di fatti, dati, statistiche, percorsi legislativi, spostamenti del senso comune e dell'immaginario. Così per quanto riguarda la trasformazione della famiglia, dallo «storico» rifiuto del matrimonio riparatore di Franca Viola nel 1965 ai «nuovi padri» alle prese con l'affido condiviso di oggi. Così sulla violenza sessuale, un reato che non cessa di ripetersi e che non si sa più se interpretare «in termini di continuità, come il permanere di un'antica abitudine maschile, o in termini di novità, come una risposta nel quotidiano alle mutate relazioni fra i sessi». Così nel campo della bioetica, dove i conflitti fra laici e cattolici e fra scienza e religione sottintendono sempre una prestesa di controllo sul corpo femminile, ma sono anche sintomo di un'ansia maschile per la perdita del controllo sulla paternità e sul patronimico. Così nel mondo del lavoro, radicalmente trasformato dall'ingresso massiccio delle donne e da una qualità della loro presenza che sovverte lo schema, purtroppo persistente nel discorso della sinistra, del genere per definizione più oppresso e sfruttato. Così nella Chiesa, l'istituzione che forse più di tutte ha accusato il colpo inferto dalla soggettività femminile all'agenda etica, e che forse per questo più di tutte si para dietro continue riaffermazioni di ortodossia. Così nell'informazione, che nella sua grandissima parte, tuttora gestita da uomini, non riesce ad aprire occhi e orecchie al mutamento delle donne e continua a rappresentarle in base a due stereotipi, «o come vittime o come spregiudicate». Così, infine, nella politica, dove le ultime candidature femminili ai massimi vertici del governo negli Usa, in Francia, in Germania hanno messo in scena altrettanti percorsi sintomatici della difficoltà delle donne di rapportarsi al potere da una parte, e della paura degli uomini di perderlo dall'altra.
«La paura degli uomini» è, in tutti questi casi e in tutto il libro, un'espressione ambivalente: denota la paura che gli uomini tuttora incutono alle donne quando adottano il codice della violenza (sessuale, bellica, discorsiva), ma anche la paura che gli uomini provano per le donne e per un mondo messo sottosopra dalla rivoluzione delle donne. C'è nei due autori, per questo secondo tipo di paura, comprensione ma non indulgenza, né compiacenza: «Nelle società democratiche contemporanee, ci accorgiamo di un venir meno generalizzato dell'autorità maschile. Da qui la moltiplicazione di prese di posizione prometeiche, incapaci di nominare le sconfitte, di risposte dure, aggressive, che in realtà celano una profonda debolezza e grande fragilità». Ma se questa debolezza è vera, è vero anche che «è un linguaggio confuso quello che ascoltiamo in molti attori della politica, dell'informazione, della cultura e della religione, incapace di riconoscere il rapporto fra desideri, diritti, doveri», e che sono tante «le reazioni scomposte e inadeguate rispetto ai mutamenti prodotti dalla libertà femminile». Insomma, se «le donne sono cambiate, gli uomini dovranno cambiare», e di questo cambiamento non si vede per ora una sufficiente consapevolezza, o una consapevolezza che sia in grado di farsi discorso pubblico - anche se, Paolozzi e Leiss lo sottolineano, cominciano a sentirsi da parte maschile - ad esempio nelle ultime campagne sull'aborto e la procreazione assistita, ma anche sul più recente Berlusconi-gate - toni, accenti, autoesposizioni, stili di discorso che ancora fino a pochi anni fa erano sepolti sotto il diktat della razionalità e dell'oggettività.
E le donne? Per le donne, quello che è avvenuto è che «la differenza non è più un ostacolo, ma un vantaggio». Ma neanche loro possono stare semplicemente lì a goderselo: esso comporta anche una nuova forma di responsabilità politica. Non piace a Leiss e Paolozzi l'ipotesi che da parte femminile possa prevalere «una sostanziale estraneità ai destini della democrazia». Viceversa: «Noi pensiamo che spetti a uomini e donne agire nella politica, a ogni livello e in ogni contesto, con la consapevolezza di questo passaggio tanto delicato. Praticando una relazione e un conflitto fra i sessi che non è eliminabile ma che può darsi come non mortifero, non violento. Un incontro-scontro inedito».
La carrellata sul quarantennio passato in cui Leiss e Paolozzi - che su questi temi lavorano assieme da anni, sul sito www.donnealtri.it - ci guidano partendo dall'oggi e procedendo a ritroso era quella che ci voleva per dare a questa cornice interpretativa la materia e il sostegno della ricostruzione di fatti, dati, statistiche, percorsi legislativi, spostamenti del senso comune e dell'immaginario. Così per quanto riguarda la trasformazione della famiglia, dallo «storico» rifiuto del matrimonio riparatore di Franca Viola nel 1965 ai «nuovi padri» alle prese con l'affido condiviso di oggi. Così sulla violenza sessuale, un reato che non cessa di ripetersi e che non si sa più se interpretare «in termini di continuità, come il permanere di un'antica abitudine maschile, o in termini di novità, come una risposta nel quotidiano alle mutate relazioni fra i sessi». Così nel campo della bioetica, dove i conflitti fra laici e cattolici e fra scienza e religione sottintendono sempre una prestesa di controllo sul corpo femminile, ma sono anche sintomo di un'ansia maschile per la perdita del controllo sulla paternità e sul patronimico. Così nel mondo del lavoro, radicalmente trasformato dall'ingresso massiccio delle donne e da una qualità della loro presenza che sovverte lo schema, purtroppo persistente nel discorso della sinistra, del genere per definizione più oppresso e sfruttato. Così nella Chiesa, l'istituzione che forse più di tutte ha accusato il colpo inferto dalla soggettività femminile all'agenda etica, e che forse per questo più di tutte si para dietro continue riaffermazioni di ortodossia. Così nell'informazione, che nella sua grandissima parte, tuttora gestita da uomini, non riesce ad aprire occhi e orecchie al mutamento delle donne e continua a rappresentarle in base a due stereotipi, «o come vittime o come spregiudicate». Così, infine, nella politica, dove le ultime candidature femminili ai massimi vertici del governo negli Usa, in Francia, in Germania hanno messo in scena altrettanti percorsi sintomatici della difficoltà delle donne di rapportarsi al potere da una parte, e della paura degli uomini di perderlo dall'altra.
«La paura degli uomini» è, in tutti questi casi e in tutto il libro, un'espressione ambivalente: denota la paura che gli uomini tuttora incutono alle donne quando adottano il codice della violenza (sessuale, bellica, discorsiva), ma anche la paura che gli uomini provano per le donne e per un mondo messo sottosopra dalla rivoluzione delle donne. C'è nei due autori, per questo secondo tipo di paura, comprensione ma non indulgenza, né compiacenza: «Nelle società democratiche contemporanee, ci accorgiamo di un venir meno generalizzato dell'autorità maschile. Da qui la moltiplicazione di prese di posizione prometeiche, incapaci di nominare le sconfitte, di risposte dure, aggressive, che in realtà celano una profonda debolezza e grande fragilità». Ma se questa debolezza è vera, è vero anche che «è un linguaggio confuso quello che ascoltiamo in molti attori della politica, dell'informazione, della cultura e della religione, incapace di riconoscere il rapporto fra desideri, diritti, doveri», e che sono tante «le reazioni scomposte e inadeguate rispetto ai mutamenti prodotti dalla libertà femminile». Insomma, se «le donne sono cambiate, gli uomini dovranno cambiare», e di questo cambiamento non si vede per ora una sufficiente consapevolezza, o una consapevolezza che sia in grado di farsi discorso pubblico - anche se, Paolozzi e Leiss lo sottolineano, cominciano a sentirsi da parte maschile - ad esempio nelle ultime campagne sull'aborto e la procreazione assistita, ma anche sul più recente Berlusconi-gate - toni, accenti, autoesposizioni, stili di discorso che ancora fino a pochi anni fa erano sepolti sotto il diktat della razionalità e dell'oggettività.
E le donne? Per le donne, quello che è avvenuto è che «la differenza non è più un ostacolo, ma un vantaggio». Ma neanche loro possono stare semplicemente lì a goderselo: esso comporta anche una nuova forma di responsabilità politica. Non piace a Leiss e Paolozzi l'ipotesi che da parte femminile possa prevalere «una sostanziale estraneità ai destini della democrazia». Viceversa: «Noi pensiamo che spetti a uomini e donne agire nella politica, a ogni livello e in ogni contesto, con la consapevolezza di questo passaggio tanto delicato. Praticando una relazione e un conflitto fra i sessi che non è eliminabile ma che può darsi come non mortifero, non violento. Un incontro-scontro inedito».
Silvio, il caso D'Addario e il silenzio-dissenso
Daniela Preziosi intervista Manuela Fraire - il manifesto 9 ottobre 2009
Con Manuela Fraire - psicoanalista romana, approdata alla professione da un intenso percorso nel femminismo e nella pratica dell'autocoscienza, autrice di saggi e pubblicazioni sul pensiero della differenza - parliamo di sesso e potere a partire dall'ultimo schiaffo che Berlusconi ha tentato di tirare a una donna, Rosy Bindi. Schiaffo che lei ha trasformato in un boomerang. Parliamo di Berlusconi, attacca Fraire, perché «se fosse solo un imprenditore ricco non m'importerebbe niente di lui e del suo mondo. Invece, per la sua posizione nelle istituzioni e nei media, è diventato la figura di un transfert collettivo, ha assunto una carica simbolica. Lui pensa di 'privatizzare' tutto il suo rapporto con le donne? Io dico che deve mettere tutto nel pubblico. È il valore simbolico delle istituzioni, del resto. A suo modo Bindi ha detto questo».
Cosa, più precisamente?
Il presidente del consiglio le ha detto: guarda, sei solo una donna. Ti dico addirittura che sei più bella che intelligente, anche se non somigli alle veline che piacciono a me. Come dire: né sei una velina, né hai l'autorevolezza per parlare di politica, per queste cose ci sono i signori Alfano e Casini. E lei gli ha risposto chiaro: non sono a disposizione dell'uso del femminile che tu fai.
Sul rapporto fra sesso e potere, a partire da Berlusconi e le due donne che hanno preso parola pubblica contro di lui - Veronica Lario e Patrizia D'Addario - sono in molti e in molte a pensare che si tratti del 'privato' del premier, di cui non è interessante, o giusto, parlare.
E invece io credo che «leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere tracce di resistenza che si sviluppano anche dove la politica e i media non le vedono», come dice il testo di convocazione del convegno su «Sesso e politica nel postpatriarcato» di domani, sia proprio quello che dobbiamo fare: leggere fra le righe ciò che è cambiato anche nelle donne che agiscono semplicemente una ribellione, senza una piena consapevolezza politica. È come se in qualche modo il femminismo avesse dato loro un'emancipazione aggiuntiva, così la chiamavamo negli anni 70, la possibilità di immaginare che se si ribelleranno troveranno ascolto. La loro parola diventa pubblica non perché parlano pubblicamente - in America le escort del potere parlano da tempo - ma perché c'è un pubblico femminile ormai presente, disturbante. E' questa lettura femminista che infatti ha sfilato le loro parole dalla rivalsa e dalla vendetta maschile. Oggi noi possiamo commentare la vicenda di queste donne perché non abbiamo paura di mescolarci a loro. Abbiamo abbastanza autorevolezza da imprimere a quello che diciamo di loro, e anche a loro. La loro parola viene così sottratta a un contesto di significati nei quali sarebbe stata triturata, magari anche ascoltata, ma solo in termini di scandalo.
Contesti in cui sarebbe stata solo 'parola di velina ingrata' o 'di puttana. Qualche giornale ci ha provato.
Ma non ce l'ha fatta. Perché alcune donne occupano posizioni in cui la loro parola deve essere ascoltata. Posizioni dalle quali esercitano una certa signoria. La signoria di riconoscere, per esempio, che la vicenda D'Addario racconta un rapporto fra sesso e potere che appartiene anche alla nostra storia antica. E non per simpatia con le altre donne, ma perché riconosco che tu, Berlusconi di turno, tenteresti di mettere anche me in questa situazione.
La risposta di Bindi è stata perfetta anche per questo: ha ricordato a Berlusconi che non ha nella propria disponibilità tutte le donne. Un gesto politico. Eppure da queste vicende molti politici, quasi tutti, si sono tenuti alla larga. Proteggendosi con l'ombrello del 'gossip': è gossip, non una storia seria su cui ragionare.
Il ragionamento è: questo è un gossip, noi uomini seri di sinistra vogliamo occuparci del caso Mills e simili. E allora chiedo: perché questa distinzione fra la corruzione di un giudice e la corruzione di tutto lo staff che sta intorno a Berlusconi? Perché gli uomini che gli stanno intorno non gli hanno detto: 'fermati'? Come si sentono ad essere confusi con quest'uomo? Ecco, io chiamerei questo 'la crisi del padre', la difficoltà a identificarsi con figure maschili autorevoli. Questo riguarda il nostro paese, che infatti ha il premier che si merita. Ecco perché si tenta di dividere il pubblico dal privato: perché tutto questo non deve essere assolutamente associato a come loro gestiscono il potere. Il fatto che loro gestiscano il potere attraverso la compravendita di chi è meno forte è solo un 'fatto privato'.
Un modello a cui, in misure diverse, aderirebbero tutti gli uomini?
No, non tutti. Ma è possibile che un uomo possa non vivere la parola e il pensiero femminile su queste sue miserie come una castrazione profonda, se non altro perché lui per primo non ha potuto fermare tutto questo? Ci sono uomini che hanno dentro di loro figure di riferimento maschili, identificazioni primarie dice la psicoanalisi, tali da permettergli un'autocoscienza che non sia soltanto un suicidio? Rispondo io: no. Quindi per un periodo devono solo abbassare la testa di fronte all'enormità dell'autorevolezza femminile, quella che riconoscono quando si rendono conto che in questo momento le donne sono arrivate, nella comprensione del mondo, molto più in là di loro. Ma per loro questo è micidiale. Berlusconi propone agli uomini - che hanno perso potere sociale, economico e simbolico - un modello che loro stessi non possono seguire. Fra loro ci sono gli invidiosi, che si nutrono di un immaginario impraticabile, e quelli che affrontano il cambiamento al costo del crollo dell'autostima e della depressione. Eppure molti avvertono che questo cambiamento ha da donargli qualcosa che non hanno mai avuto: la capacità di governare la relazione con l'altro non solo in modo difensivo, nel senso che o il potere ce l'hai o sei stracciato. Questi uomini, che in questo momento in larga misura tacciono, non sono asserviti a un veccchio immaginario, né sono necessariamente dei vili. Parlano una lingua che noi non conosciamo.
Intende dire che c'è un 'uomo nuovo' che non decifriamo? Che il silenzio non è per forza assenso?
Non hanno l'equivalente del nostro linguaggio della differenza. Il rispecchiamento collettivo degli uomini non ha l'equivalente di quello che hanno le donne, che possono dire 'lo decido io che posso dire che D'Addario ha detto una verità'. Non hanno le parole. Come mai tanti uomini cercano un'analista donna? Perché temono che un uomo non capisca la loro trasformazione. Perché non credono di trovare un uomo 'sensibile come una donna'.
Cosa, più precisamente?
Il presidente del consiglio le ha detto: guarda, sei solo una donna. Ti dico addirittura che sei più bella che intelligente, anche se non somigli alle veline che piacciono a me. Come dire: né sei una velina, né hai l'autorevolezza per parlare di politica, per queste cose ci sono i signori Alfano e Casini. E lei gli ha risposto chiaro: non sono a disposizione dell'uso del femminile che tu fai.
Sul rapporto fra sesso e potere, a partire da Berlusconi e le due donne che hanno preso parola pubblica contro di lui - Veronica Lario e Patrizia D'Addario - sono in molti e in molte a pensare che si tratti del 'privato' del premier, di cui non è interessante, o giusto, parlare.
E invece io credo che «leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere tracce di resistenza che si sviluppano anche dove la politica e i media non le vedono», come dice il testo di convocazione del convegno su «Sesso e politica nel postpatriarcato» di domani, sia proprio quello che dobbiamo fare: leggere fra le righe ciò che è cambiato anche nelle donne che agiscono semplicemente una ribellione, senza una piena consapevolezza politica. È come se in qualche modo il femminismo avesse dato loro un'emancipazione aggiuntiva, così la chiamavamo negli anni 70, la possibilità di immaginare che se si ribelleranno troveranno ascolto. La loro parola diventa pubblica non perché parlano pubblicamente - in America le escort del potere parlano da tempo - ma perché c'è un pubblico femminile ormai presente, disturbante. E' questa lettura femminista che infatti ha sfilato le loro parole dalla rivalsa e dalla vendetta maschile. Oggi noi possiamo commentare la vicenda di queste donne perché non abbiamo paura di mescolarci a loro. Abbiamo abbastanza autorevolezza da imprimere a quello che diciamo di loro, e anche a loro. La loro parola viene così sottratta a un contesto di significati nei quali sarebbe stata triturata, magari anche ascoltata, ma solo in termini di scandalo.
Contesti in cui sarebbe stata solo 'parola di velina ingrata' o 'di puttana. Qualche giornale ci ha provato.
Ma non ce l'ha fatta. Perché alcune donne occupano posizioni in cui la loro parola deve essere ascoltata. Posizioni dalle quali esercitano una certa signoria. La signoria di riconoscere, per esempio, che la vicenda D'Addario racconta un rapporto fra sesso e potere che appartiene anche alla nostra storia antica. E non per simpatia con le altre donne, ma perché riconosco che tu, Berlusconi di turno, tenteresti di mettere anche me in questa situazione.
La risposta di Bindi è stata perfetta anche per questo: ha ricordato a Berlusconi che non ha nella propria disponibilità tutte le donne. Un gesto politico. Eppure da queste vicende molti politici, quasi tutti, si sono tenuti alla larga. Proteggendosi con l'ombrello del 'gossip': è gossip, non una storia seria su cui ragionare.
Il ragionamento è: questo è un gossip, noi uomini seri di sinistra vogliamo occuparci del caso Mills e simili. E allora chiedo: perché questa distinzione fra la corruzione di un giudice e la corruzione di tutto lo staff che sta intorno a Berlusconi? Perché gli uomini che gli stanno intorno non gli hanno detto: 'fermati'? Come si sentono ad essere confusi con quest'uomo? Ecco, io chiamerei questo 'la crisi del padre', la difficoltà a identificarsi con figure maschili autorevoli. Questo riguarda il nostro paese, che infatti ha il premier che si merita. Ecco perché si tenta di dividere il pubblico dal privato: perché tutto questo non deve essere assolutamente associato a come loro gestiscono il potere. Il fatto che loro gestiscano il potere attraverso la compravendita di chi è meno forte è solo un 'fatto privato'.
Un modello a cui, in misure diverse, aderirebbero tutti gli uomini?
No, non tutti. Ma è possibile che un uomo possa non vivere la parola e il pensiero femminile su queste sue miserie come una castrazione profonda, se non altro perché lui per primo non ha potuto fermare tutto questo? Ci sono uomini che hanno dentro di loro figure di riferimento maschili, identificazioni primarie dice la psicoanalisi, tali da permettergli un'autocoscienza che non sia soltanto un suicidio? Rispondo io: no. Quindi per un periodo devono solo abbassare la testa di fronte all'enormità dell'autorevolezza femminile, quella che riconoscono quando si rendono conto che in questo momento le donne sono arrivate, nella comprensione del mondo, molto più in là di loro. Ma per loro questo è micidiale. Berlusconi propone agli uomini - che hanno perso potere sociale, economico e simbolico - un modello che loro stessi non possono seguire. Fra loro ci sono gli invidiosi, che si nutrono di un immaginario impraticabile, e quelli che affrontano il cambiamento al costo del crollo dell'autostima e della depressione. Eppure molti avvertono che questo cambiamento ha da donargli qualcosa che non hanno mai avuto: la capacità di governare la relazione con l'altro non solo in modo difensivo, nel senso che o il potere ce l'hai o sei stracciato. Questi uomini, che in questo momento in larga misura tacciono, non sono asserviti a un veccchio immaginario, né sono necessariamente dei vili. Parlano una lingua che noi non conosciamo.
Intende dire che c'è un 'uomo nuovo' che non decifriamo? Che il silenzio non è per forza assenso?
Non hanno l'equivalente del nostro linguaggio della differenza. Il rispecchiamento collettivo degli uomini non ha l'equivalente di quello che hanno le donne, che possono dire 'lo decido io che posso dire che D'Addario ha detto una verità'. Non hanno le parole. Come mai tanti uomini cercano un'analista donna? Perché temono che un uomo non capisca la loro trasformazione. Perché non credono di trovare un uomo 'sensibile come una donna'.
Sesso e politica nel post-patriarcato
Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Grazia Zuffa -
il manifesto 26 settembre 2009
Testo di convocazione dell'incontro nazionale che si è tenuto il 10 ottobre 2009 alla Casa Internazionale delle donne di Roma
Testo di convocazione dell'incontro nazionale che si è tenuto il 10 ottobre 2009 alla Casa Internazionale delle donne di Roma
Lo scambio tra sesso, potere e denaro, nel caso-Berlusconi, parla del degrado della cosa pubblica. Dell’uso privato delle istituzioni e del potere. Dell’asservimento dell’informazione - non tutta, ma la maggior parte -, con conseguente aggressione ai pochi spazi di libertà e di critica.
Ma resta oscurato, nella rappresentazione che ne è stata data, quello che è il cuore della vicenda: la sessualità maschile e il rapporto con le donne di un uomo di potere. Ci troviamo di fronte a una sessualità e a un potere maschili che si esercitano su donne ridotte a corpi rifatti, per essere oggetti compiacenti di consumo. Nell’harem, a pagamento o meno, di Berlusconi la virilità è messa in scena come protesi del mito del capo. E le donne sono disponibili, perché subalterne a quella messa in scena. O al più interessate a uno scambio. Siamo all’eterno ritorno dei ruoli tradizionali? L’uomo al centro, da vero protagonista, le donne intorno, interscambiabili, accomunate e confuse in una stessa immagine? Noi pensiamo di no.
La vicenda sessuale e politica del premier e della sua corte ci parla, al contrario, del dopo-patriarcato: intendendo con questo termine non la risoluzione, ma una nuova configurazione del conflitto fra i sessi. La sessualità maschile è, in tutta evidenza, in crisi. Non (solo) di prestazione, con relativo corredo di protesi tecnologiche e farmacologiche: bensì di desiderio, e di capacità di relazione. Gli uomini hanno ancora potere e lo usano nei rapporti con le donne. Ma è un potere senza autorità: nudo, come è nuda la miseria di una virilità tradizionale che si tenta di ripristinare contro la destabilizzazione dei ruoli sessuali provocata da quarant’anni di femminismo.
Quanto a noi donne. Siamo davvero tutte accomunate in quell’immagine del corpo femminile plastificato, privo di cervello e oggetto del godimento maschile? O c’è uno scarto tra la fiction del femminile allestita dal regime televisivo e politico berlusconiano e la realtà delle vite e dei desideri delle donne? Certamente, quella fiction produce effetti di realtà e ha un forte potere di colonizzazione dell’immaginario e delle aspirazioni femminili. Tuttavia noi crediamo che fra quella fiction e la realtà uno scarto resti, e che proprio questo scarto abbia reso possibili le parole e i gesti di libertà di alcune donne coinvolte nella vicenda, prima tra tutte Veronica Lario, e di quante fra noi hanno dato a quelle parole e a quei gesti rilevanza politica.
Si può dunque, e come, lavorare sullo scarto tra fiction e realtà? Spetta a noi leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione che si sviluppano anche laddove la politica e l’informazione non le vedono. In donne differenti tra loro, e anche in quelle in tutto dissimili dalle femministe di ieri e di oggi.
Vistoso è, nello scambio fra sesso, potere e denaro, il degrado della politica. Lo si denuncia sempre oscurandone, però, il segno sessuato. Certo, non è di oggi la perfetta continuità fra le aziende-spettacolo del presidente e il suo uso privato della cosa pubblica e delle istituzioni. Ma la novità è che il premier-imprenditore dispensa, in cambio di sesso, un provino da velina o un posto da parlamentare come fossero equivalenti. E ancora: Berlusconi si appella al «gradimento degli italiani», pubblico (l’audience) e privato (la complicità sulla sua presunta prestanza sessuale) per sottrarsi a qualsiasi regola di democrazia e di trasparenza. Di più: il «gradimento» legittima la menzogna, o meglio crea la verità di regime «della maggioranza».
Ma la politica così degradata perde ogni residua autorevolezza. Lo conferma il modo in cui tutta questa vicenda (non) è stata affrontata nelle istituzioni politiche. Per mesi, uomini e donne della maggioranza, ma anche dell’opposizione, si sono attestati sulla linea Maginot della distinzione fra il pubblico e il sacro «privato dell’alcova». Il disprezzo verso le donne è stato coperto con le accuse al «moralismo dei parrucconi». E la manipolazione della verità ad opera dei media controllati dal premier con il rifiuto del gossip.
Anche negli appelli alla mobilitazione in nome della democrazia e dei diritti, però, la questione sesso e potere resta opaca. Perché oggi, come e diversamente dagli anni ’70, quell’intreccio chiama in causa una trasformazione radicale della politica, e un’autocritica ruvida delle connivenze culturali dell’opposizione con il berlusconismo. Ed è troppo scomodo per i partiti di opposizione, presenti in parlamento e non, perché mette in questione il patto a cui tutti si attengono nella selezione e cooptazione del ceto politico, femminile e maschile.
Mai come oggi i rapporti tra i sessi sono il cuore della politica. Dopo la rivoluzione femminile, nel disordine del presente, si può e come riprendere parola su sessualità e politica? A partire da quali esperienze di relazione (o non) con gli uomini? Da quale desiderio? C’è da confrontarsi sui mutamenti del presente. Sono molte le donne che oggi si sentono schiacciate dalla suddetta fiction del femminile, e invocano una nuova stagione di lotte femministe. Ma c’è da chiedersi quanto siamo state disposte a rischiare, ciascuna nel suo contesto, perché «il modello dominante» fosse meno visibile o meno coccolato, e di converso il pensiero femminista fosse registrato, la parola femminile diventasse più autorevole, la bellezza femminile non venisse colonizzata.
La questione dirimente è quella delle pratiche femminili quotidiane di resistenza, conflitto, secessione, autonomia, libertà. Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la fiction berlusconiana combatte e occulta, ma non vanifica. Come valorizzare queste pratiche, sottraendole all’occultamento? Come rilanciare il senso politico della libertà femminile, strappandola al suo stravolgimento in libertà di competere sul mercato del corpo? Come dare alla parola femminile una forza più duratura dell’indignazione?
Di tutto questo invitiamo a discutere donne e uomini il 10 ottobre, h.10, alla Casa internazionale delle donne di Roma.
Una pura finzione
Ida Dominijanni intervista Patrizia D'addario - il manifesto 15 settembre 2009
Dopo tutti i racconti sentiti e le interviste lette era rimasta una curiosità per la donna Patrizia D'Addario. Aumentata pochi giorni fa, quando allo show di Berlusconi alla Maddalena lei ha risposto sfidandolo a un confronto diretto «sulle nostre vicende specifiche, sulle tecniche di conquista, sui rapporti uomo-donna, sul sesso e il potere». Quel confronto, va da sé, è inutile aspettarselo (a proposito: non è vero che Patrizia abbia cercato di imbucarsi all'inaugurazione della Fiera del Levante, per incontrare il premier che poi non c'è andato). Qui di seguito ce n'è però qualche ingrediente. Patrizia ha accettato di parlarne, in presenza delle sue avvocate, solo perché eravamo fra donne senza uomini, come nel primo femminismo o come nel film di Shirin Neshat premiato col leone d'argento a Venezia. Non cercavo, e non troverete, rivelazioni ulteriori sui noti fatti di Palazzo Grazioli, né particolari «piccanti», per usare un aggettivo caro al premier. Quello che viene fuori è il ritratto di una donna alquanto diverso da quelli fin qui pervenutici con l'immancabile didascalia «escort di alto bordo». Credevo di trovarmi di fronte a una professionista che rivendica il suo mestiere, invece Patrizia ne parla al passato e senza alcuna fierezza, arriva all'appuntamento in lacrime perché non riesce a iscrivere sua figlia nella scuola che vorrebbe e racconta a mezza bocca una storia violenta di iniziazione alla prostituzione. Mi aspettavo una ragazza-immagine in grado di calcolare e contrattare le sue mosse, invece scopro una donna impigliata nel risarcimento del suicidio di suo padre, e inciampata nella classica illusione femminile di un incontro con una sensibilità maschile rivelatasi invece un bluff, «una finzione reale pura». In presa diretta, altre cose trovano invece conferma. Un sistema di scambio corpo-danaro-potere che a suo dire è più esteso e radicato di quanto si pensi, incardinato su una colonizzazione dell'immaginario femminile che sogna solo comparsate in tv. Un sistema di mercificazione non solo del sesso ma delle relazioni, in cui si pagano come prestazioni le chiacchierate, la compagnia per un viaggio, la bella presenza a un convegno, una serata a teatro: è la prostituzione al tempo del postfordismo. Una virilità ridotta al resto di niente che non ha bisogno di comprarsi solo il sesso ma anche l'ammirazione e la soddisfazione narcisistica, passando sul confine fra ricattabilità sociale e disponibilità sessuale femminile.
Il presidente del consiglio dice che può denunciarti per reati che comportano fino a 18 anni di carcere. Tu ti senti colpevole di qualche reato?
Assolutamente no, che reato avrei commesso?
Assolutamente no, che reato avrei commesso?
Umberto Bossi dice che dietro le escort c'è la mafia, che gli rispondi?
Dietro di me non c'è proprio nessuno. Sono sola, più sola di così...e anche prima di questa avventura ero una ragazza sola, che cercava di andare avanti in qualche modo e di mantenere la famiglia. Senza grilli per la testa, come si dice. Hanno scritto che mi piace fare la bella vita, io non ho mai fatto la bella vita. I soldi che guadagnavo mi servivano per pagare i debiti di famiglia, dopo il suicidio di mio padre.
Dietro di me non c'è proprio nessuno. Sono sola, più sola di così...e anche prima di questa avventura ero una ragazza sola, che cercava di andare avanti in qualche modo e di mantenere la famiglia. Senza grilli per la testa, come si dice. Hanno scritto che mi piace fare la bella vita, io non ho mai fatto la bella vita. I soldi che guadagnavo mi servivano per pagare i debiti di famiglia, dopo il suicidio di mio padre.
Che facevi negli Stati uniti, prima del suicidio di tuo padre?
L'illusionista e la modella, per un paio d'anni, a Los Angeles. Avevo casa a Hollywood. Adoro gli Stati uniti, la mentalità, l'ambiente artistico.
L'illusionista e la modella, per un paio d'anni, a Los Angeles. Avevo casa a Hollywood. Adoro gli Stati uniti, la mentalità, l'ambiente artistico.
Lì non facevi la escort?
Assolutamente no, è una cosa che ho fatto per poco tempo. E comunque non corrisponde al ritratto di prostituta d'alto bordo che mi hanno cucito addosso.
Assolutamente no, è una cosa che ho fatto per poco tempo. E comunque non corrisponde al ritratto di prostituta d'alto bordo che mi hanno cucito addosso.
Mi spieghi la differenza fra una escort e una prostituta? Mi è parso di capire che le escort fanno prestazioni affettive, non solo sessuali. Rassicurano, gratificano, accompagnano, fanno le fidanzate a tempo in un certo senso.
Le escort vanno a cena, accompagnano a teatro, in viaggio...ma non è che la escort sia quella di lusso e la prostituta quella di strada. C'è dignità anche nelle prostitute di strada. Non credo che si divertano o che gli piaccia la vita che fanno. Escort o prostituta, se una donna fa questo lavoro è per necessità, o per per problemi familiari, o perché è stata portata violentemente a farlo.
Le escort vanno a cena, accompagnano a teatro, in viaggio...ma non è che la escort sia quella di lusso e la prostituta quella di strada. C'è dignità anche nelle prostitute di strada. Non credo che si divertano o che gli piaccia la vita che fanno. Escort o prostituta, se una donna fa questo lavoro è per necessità, o per per problemi familiari, o perché è stata portata violentemente a farlo.
È il tuo caso?
Un fidanzato violento, sì. Un capitolo molto oscuro della mia vita, subito dopo la morte di mio padre. Prima di conoscere quest'uomo non avevo mai fatto la escort.
Un fidanzato violento, sì. Un capitolo molto oscuro della mia vita, subito dopo la morte di mio padre. Prima di conoscere quest'uomo non avevo mai fatto la escort.
Insomma secondo te non è un lavoro come un altro, o che si possa fare per scelta, come talvolta si rivendica nel movimento per i diritti delle prostitute?
Io penso proprio di no. Forse alcune, poche, lo fanno per il piacere di arricchirsi. Io l'ho fatto per superare dei problemi, ma senza mai starci bene. Anche se molte volte si trattava solo di andare a cena e chiacchierare per ore e ore - sono una che sa ascoltare e gli uomini parlano molto con me. Per queste prestazioni non credo che il termine adatto sia prostituta.
Io penso proprio di no. Forse alcune, poche, lo fanno per il piacere di arricchirsi. Io l'ho fatto per superare dei problemi, ma senza mai starci bene. Anche se molte volte si trattava solo di andare a cena e chiacchierare per ore e ore - sono una che sa ascoltare e gli uomini parlano molto con me. Per queste prestazioni non credo che il termine adatto sia prostituta.
Tu fai anche sesso però.
Non prevalentemente, nella maggior parte dei casi accompagnavo gli uomini nei viaggi di lavoro, magari guidavo la macchina mentre loro parlavano di affari al telefono. Non sono «sporca» come mi hanno dipinta: c'è di peggio, ti assicuro.
Non prevalentemente, nella maggior parte dei casi accompagnavo gli uomini nei viaggi di lavoro, magari guidavo la macchina mentre loro parlavano di affari al telefono. Non sono «sporca» come mi hanno dipinta: c'è di peggio, ti assicuro.
Veniamo alla tua sfida a Berlusconi. Hai detto che sei pronta a un confronto diretto «sulle vostre vicende specifiche, sullo scambio sesso-potere, sulle tecniche di seduzione, sui rapporti fra uomini e donne».
Sì, non ha risposto.
Sì, non ha risposto.
Qualcosa puoi dire a distanza. Anche se sulle vostre vicende hai detto già tanto, e io non voglio insistere più di tanto. C'è un punto però su cui non si può non tornare. Berlusconi dice di non avere mai pagato per una prestazione sessuale. Ed effettivamente te non ti ha pagata, no? niente buste, niente soldi dopo quella notte passata insieme. Il presidente avrebbe dovuto farti un regalo, che poi non ti ha fatto.
Infatti. Perché io gli parlai del mio residence, e lui promise di aiutarmi. E io credetti che il suo regalo fosse quella promessa.
Infatti. Perché io gli parlai del mio residence, e lui promise di aiutarmi. E io credetti che il suo regalo fosse quella promessa.
Ad altre ragazze, che tu sappia, le ha date queste buste?
Qualcuna l'ha già detto, che ha ricevuto una busta.
Qualcuna l'ha già detto, che ha ricevuto una busta.
Sì, ma si sarebbe trattato appunto solo di un regalo, diecimila euro. Quindi se il presidente dice di non aver mai pagato per una prestazione sessuale, forse intende che ha fatto solo dei regali, gratuiti.
Sarà...
Sarà...
Del resto, non è che una prestazione sessuale costi 10.000 euro, o sì?
Dipende con chi.
Dipende con chi.
Sesso e potere. Fai finta di essere una sociologa: che idea ti sei fatta di come funziona questo rapporto oggi in Italia?
Semplice: mi son fatta l'idea che dall'Italia è meglio andarsene. In Italia non vai avanti se hai doti, meriti, bravura: devi solo essere al posto giusto, conoscere la persona giusta, e non essere ribelle. Così ottieni tutto.
Semplice: mi son fatta l'idea che dall'Italia è meglio andarsene. In Italia non vai avanti se hai doti, meriti, bravura: devi solo essere al posto giusto, conoscere la persona giusta, e non essere ribelle. Così ottieni tutto.
Vale solo per le donne?
Soprattutto per le donne, ma anche per gli uomini.
Soprattutto per le donne, ma anche per gli uomini.
Ma gli uomini di potere in questo scambio che cosa cercano, e cosa ottengono?
Quello che hanno sempre voluto.
Quello che hanno sempre voluto.
Cioè sesso? Ma solo sesso? O anche ammirazione, compiacimento, compagnia, soddisfazione narcisista? A Repubblica hai detto che a palazzo Grazioli c'era una sorta di harem, ma che mentre «nei veri harem c'è rispetto per le donne, lì c'era solo lui». Puoi spiegarmi meglio? Ti è sembrata una situazione allestita per il narcisismo del Capo?
Lui è lì al centro dell'attenzione. E' un ottimo padrone di casa, cordiale e affettuoso, arrivava con questi pacchettini e tutte erano lì adoranti, facevano la gara a chi ne riceveva di più, e lui era compiaciuto di questo, lui ama circondarsi di ragazze, ogni cena è un'occasione per conoscerne di nuove. E fra queste ragazze c'è molta competizione. Una gara agguerrita per piacergli. E poi c'è la prescelta, o le prescelte.
Lui è lì al centro dell'attenzione. E' un ottimo padrone di casa, cordiale e affettuoso, arrivava con questi pacchettini e tutte erano lì adoranti, facevano la gara a chi ne riceveva di più, e lui era compiaciuto di questo, lui ama circondarsi di ragazze, ogni cena è un'occasione per conoscerne di nuove. E fra queste ragazze c'è molta competizione. Una gara agguerrita per piacergli. E poi c'è la prescelta, o le prescelte.
Tecniche di seduzione. Il presidente dice: «Non ho mai pagato una lira per fare sesso, mi piace la seduzione e la conquista». Tu ti sei sentita sedotta e conquistata da lui?
La prima sera no. Eravamo lì in tante, il presidente alcune le conosceva altre no. Sapeva benissimo chi gli portava Tarantini. E' stato molto galante, è venuto lui da me a presentarsi, mi ha chiesto che cosa faccio e se volevo andare in televisione, ballare, cantare, gli ho risposto di no, che della tv non me ne importava niente. Più tardi ha detto, davanti a tutti, «c'è qui una ragazza che non si fida più degli uomini, le faremo cambiare idea», evidentemente sapeva tutto di me da Tarantini che s'era rivenduto la mia storia, e io mi sono arrabbiata perché parlava dei fatti miei a voce alta. Non ero ammaliata, non ho fatto la ola come le altre, e quando prima Tarantini poi il presidente stesso mi hanno chiesto di restare per la notte ho risposto «no grazie» e me ne sono andata. Forse è stata proprio questa mia freddezza che l'ha incuriosito, mentre tutte fibrillavano per una comparsata in una fiction o al Grande Fratello, e lo ha spinto a richiedermi a Tarantini per la seconda volta. Già che ci sono, su quella prima sera vorrei puntualizzare che io avevo pattuito con Tarantini 2000 euro per la cena e basta, non, come qualcuno ha scritto, 1000 per la cena e altri 1000 se restavo. Invece ne ho avuti solo 1000.
La prima sera no. Eravamo lì in tante, il presidente alcune le conosceva altre no. Sapeva benissimo chi gli portava Tarantini. E' stato molto galante, è venuto lui da me a presentarsi, mi ha chiesto che cosa faccio e se volevo andare in televisione, ballare, cantare, gli ho risposto di no, che della tv non me ne importava niente. Più tardi ha detto, davanti a tutti, «c'è qui una ragazza che non si fida più degli uomini, le faremo cambiare idea», evidentemente sapeva tutto di me da Tarantini che s'era rivenduto la mia storia, e io mi sono arrabbiata perché parlava dei fatti miei a voce alta. Non ero ammaliata, non ho fatto la ola come le altre, e quando prima Tarantini poi il presidente stesso mi hanno chiesto di restare per la notte ho risposto «no grazie» e me ne sono andata. Forse è stata proprio questa mia freddezza che l'ha incuriosito, mentre tutte fibrillavano per una comparsata in una fiction o al Grande Fratello, e lo ha spinto a richiedermi a Tarantini per la seconda volta. Già che ci sono, su quella prima sera vorrei puntualizzare che io avevo pattuito con Tarantini 2000 euro per la cena e basta, non, come qualcuno ha scritto, 1000 per la cena e altri 1000 se restavo. Invece ne ho avuti solo 1000.
Perché non sei rimasta? Solo perché non era nei patti, o perché non eri ammaliata? O per la situazione? Hai già detto che c'erano altre escort, due lesbiche fra le altre. Era una situazione imbarazzante? Era troppo?
Posso solo dirti che c'erano altre ragazze, e che qualcuna dice che non mi conosce e non mi ha mai vista, invece io c'ero e le ho viste, ragazze che lavorano in televisione, la prima sera ce n'era più d'una, compreso qualche nome che non è ancora uscito.
Posso solo dirti che c'erano altre ragazze, e che qualcuna dice che non mi conosce e non mi ha mai vista, invece io c'ero e le ho viste, ragazze che lavorano in televisione, la prima sera ce n'era più d'una, compreso qualche nome che non è ancora uscito.
E la seconda sera?
La seconda sera era diverso. Non c'erano tutte quelle ragazze della prima volta, ed era programmato che restassi. Avevo accettato credendo davvero che lui avesse interesse per me, per la mia vita, per il mio problema. Lui cerca di colpirti dimostrando una grande sensibilità. Ma è tutta una finzione, una finzione reale pura. La verità è che siccome con l'offerta di andare in tv non funzionava, lui è passato per la porta del mio cuore. Ha fatto leva sul suicidio di mio padre.
La seconda sera era diverso. Non c'erano tutte quelle ragazze della prima volta, ed era programmato che restassi. Avevo accettato credendo davvero che lui avesse interesse per me, per la mia vita, per il mio problema. Lui cerca di colpirti dimostrando una grande sensibilità. Ma è tutta una finzione, una finzione reale pura. La verità è che siccome con l'offerta di andare in tv non funzionava, lui è passato per la porta del mio cuore. Ha fatto leva sul suicidio di mio padre.
E' questo che gli diresti sulle tecniche di conquista se accettasse il faccia faccia?
Questo, e altre cose sui momenti intimi che abbiamo avuto. Quella notte è stata lunga, le sue tecniche di conquista ha avuto modo di sfoderarle tutte. Sembrava affettuoso, ma era finto. E ora dice che mi manda in galera per 18 anni...voglio che me lo dica in faccia.
Questo, e altre cose sui momenti intimi che abbiamo avuto. Quella notte è stata lunga, le sue tecniche di conquista ha avuto modo di sfoderarle tutte. Sembrava affettuoso, ma era finto. E ora dice che mi manda in galera per 18 anni...voglio che me lo dica in faccia.
Dalla registrazione della telefonata del giorno dopo, anche tu sembri affettuosa. Era una cosa vera o faceva parte della prestazione?
No, io non recito mai. Avevamo passato insieme la notte e questo per me aveva creato una intimità.
No, io non recito mai. Avevamo passato insieme la notte e questo per me aveva creato una intimità.
Quella notte era il 4 novembre, tutti avevamo altro per la testa. Tu non eri curiosa delle elezioni americane?
Sì, ma finché c'erano anche gli altri le abbiamo seguite su un video. Quando Obama è stato eletto eravamo soli. Il presidente è stato chiamato da qualcuno, è tornato e mi ha detto «abbiamo il nuovo presidente americano».
Sì, ma finché c'erano anche gli altri le abbiamo seguite su un video. Quando Obama è stato eletto eravamo soli. Il presidente è stato chiamato da qualcuno, è tornato e mi ha detto «abbiamo il nuovo presidente americano».
Come l'ha presa?
Era tranquillo. Ma non ne abbiamo parlato tanto.
Era tranquillo. Ma non ne abbiamo parlato tanto.
Com'è Palazzo Grazioli?
Bello. Un po' kitsch però.
Bello. Un po' kitsch però.
Hai esordito dicendo che sei sola, «più sola di così...». Ti senti sola?
Mi aspettavo più solidarietà. Soprattutto da parte delle donne.
Mi aspettavo più solidarietà. Soprattutto da parte delle donne.
Delle donne in generale, o di quelle ragazze che erano lì con te?
Anche da parte di quelle ragazze lì.
Anche da parte di quelle ragazze lì.
I tuoi rapporti con Barbara Montereale come sono? si sono rotti?
Non c'era evidentemente alcuna amicizia. Le vere amiche nei momenti difficili ti stanno vicino, lei ha tentato di infangarmi. Mi ha attribuito una volontà di vendetta, io non ho mai meditato vendette. Avrei potuto fare nomi, descrivere situazioni, ma ho parlato solo di me stessa.
Non c'era evidentemente alcuna amicizia. Le vere amiche nei momenti difficili ti stanno vicino, lei ha tentato di infangarmi. Mi ha attribuito una volontà di vendetta, io non ho mai meditato vendette. Avrei potuto fare nomi, descrivere situazioni, ma ho parlato solo di me stessa.
C'è ancora un sacco di gente che si chiede perché hai parlato, anche se tu l'hai detto un sacco di volte.
C'era stato quel furto orribile che ho vissuto come una violenza.
C'era stato quel furto orribile che ho vissuto come una violenza.
O un avvertimento?
Tutt'e due. M'è sparito tutto, vestiti, agende, cd, computer, foto...hanno invaso la mia vita, la mia personalità, tutto. Hanno lasciato un televisore e altre cose di valore e hanno preso la biancheria intima. È chiaro che cercavano qualcosa.
Tutt'e due. M'è sparito tutto, vestiti, agende, cd, computer, foto...hanno invaso la mia vita, la mia personalità, tutto. Hanno lasciato un televisore e altre cose di valore e hanno preso la biancheria intima. È chiaro che cercavano qualcosa.
Inastri?
Chi era lì cercava qualcosa.
Chi era lì cercava qualcosa.
Fra le donne, femministe e non, c'è un po' di reticenza, capisco che tu dica che ti aspettavi più solidarietà. C'è chi solidarizza con Veronica Lario e con te, e c'è chi diffida di Veronica - è ricca, dicono, e poteva lasciarlo prima - e di te perché comunque sei una escort e «questa storia mi fa complessivamente schifo». L'altra ragione di reticenza, più specificamente femminista, è l'idea che le escort lavorano comunque per il piacere maschile, non per il proprio desiderio, e questo a tante, me compresa, non va giù. Da escort, tu lavori...
Lavoravo: ho smesso.
Lavoravo: ho smesso.
...lavoravi: per il piacere maschile, per il tuo piacere, per i soldi, per i soldi e il piacere, per i soldi contro il piacere?
Io non ho mai provato nessun piacere a fare la escort. Proprio no. L'ho fatto solo per necessità, e comunque cercavo di scegliere uomini con cui almeno potessi parlare. E col caratterino che ho, ho mandato a quel paese un sacco di persone e di situazioni.
Io non ho mai provato nessun piacere a fare la escort. Proprio no. L'ho fatto solo per necessità, e comunque cercavo di scegliere uomini con cui almeno potessi parlare. E col caratterino che ho, ho mandato a quel paese un sacco di persone e di situazioni.
Forse hai potuto parlare proprio perché non eri tanto presa dal gioco.
Non mi sono mai fatta coinvolgere, pur avendo e chiedendo rispetto. Nel caso di persone arroganti rinunciavo. Tante che oggi dicono che non hanno mai fatto la escort e che fanno le modelle, le attrici, le ragazze immagine accettano di ben peggio. E' capitato anche durante un viaggio a Dubai, ho detto di no a uno che mi voleva a cena, non mi piacevano i suoi modi, e lui m'ha detto «chi ti credi di essere, Naomi Campbell?» E io: non mi credo niente, ma non voglio la tua compagnia.
Non mi sono mai fatta coinvolgere, pur avendo e chiedendo rispetto. Nel caso di persone arroganti rinunciavo. Tante che oggi dicono che non hanno mai fatto la escort e che fanno le modelle, le attrici, le ragazze immagine accettano di ben peggio. E' capitato anche durante un viaggio a Dubai, ho detto di no a uno che mi voleva a cena, non mi piacevano i suoi modi, e lui m'ha detto «chi ti credi di essere, Naomi Campbell?» E io: non mi credo niente, ma non voglio la tua compagnia.
Naomi, Noemi. Una volta hai detto che di fronte alla storia di Noemi Letizia eri senza parole. Ne hai trovate nel frattempo?
Tutte recitano un copione e il copione è sempre uguale. Lo vedi anche dalle dichiarazioni che sono state rilasciate. Il ritornello è sempre quello.
Tutte recitano un copione e il copione è sempre uguale. Lo vedi anche dalle dichiarazioni che sono state rilasciate. Il ritornello è sempre quello.
Quale? «Sono senza macchia, non ho fatto niente, voglio solo fare l'attrice»?
Per fare la modella non c'è bisogno di andare a delle cene, una fa i provini, il cast. Quando facevo la modella io non andavo alle cene, mi invitavano ma non ci andavo, ho fatto dei sacrifici, avevo un gruppo di dieci persone che lavoravano con me e con cui dividevo quello che guadagnavo.
Per fare la modella non c'è bisogno di andare a delle cene, una fa i provini, il cast. Quando facevo la modella io non andavo alle cene, mi invitavano ma non ci andavo, ho fatto dei sacrifici, avevo un gruppo di dieci persone che lavoravano con me e con cui dividevo quello che guadagnavo.
Perché hai accettato di candidarti nella lista "La Puglia prima di tutto"? Che t'aspettavi da quella candidatura, o da quella a Strasburgo? E ti sentivi davvero in grado di fare politica?
Tarantini mi chiese il curriculum per le europee, poi mi disse che la moglie di Berlusconi aveva fatto casino e che bisognava soprassedere, e in cambio mi offrì «La Puglia prima di tutto». Perché accettai? Sempre con l'idea che mi potesse essere utile per concludere il progetto che ha portato al suicidio mio padre. E' il mio unico obiettivo, gliel'ho promesso sulla sua tomba.
Tarantini mi chiese il curriculum per le europee, poi mi disse che la moglie di Berlusconi aveva fatto casino e che bisognava soprassedere, e in cambio mi offrì «La Puglia prima di tutto». Perché accettai? Sempre con l'idea che mi potesse essere utile per concludere il progetto che ha portato al suicidio mio padre. E' il mio unico obiettivo, gliel'ho promesso sulla sua tomba.
Secondo te il sistema sesso-potere è legato a Silvio Berlusconi o va avanti anche senza di lui?
E' incardinato su di lui, ma può sopravvivergli.
E' incardinato su di lui, ma può sopravvivergli.
Hai fiducia nell'inchiesta della magistratura?
Sì, certo. Ma il problema è che tutto quello che è successo sta facendo del male alla mia famiglia, mia madre, mia figlia. Non ho protezione. Non ho lavoro. Certo ho la soddisfazione di aver detto la verità, ma che ci faccio?
Sì, certo. Ma il problema è che tutto quello che è successo sta facendo del male alla mia famiglia, mia madre, mia figlia. Non ho protezione. Non ho lavoro. Certo ho la soddisfazione di aver detto la verità, ma che ci faccio?
Perché sei andata a Venezia? Per fare un po' la diva?
No, non è vero. Mi ha convocata lì la Tv australiana Abc per un reportage, io non ero mai stata al Lido e neanche sapevo che la barca mi avrebbe scaricata nel cuore della mondanità.
No, non è vero. Mi ha convocata lì la Tv australiana Abc per un reportage, io non ero mai stata al Lido e neanche sapevo che la barca mi avrebbe scaricata nel cuore della mondanità.
Che vorresti fare adesso?
Finire questo benedetto residence, che mi darebbe anche da vivere. Spero che presto si sblocchi il problema amministrativo che lo blocca. Altrimenti racconterò la sua storia vera.
Finire questo benedetto residence, che mi darebbe anche da vivere. Spero che presto si sblocchi il problema amministrativo che lo blocca. Altrimenti racconterò la sua storia vera.
Sei in partenza per Parigi. Stai meglio lì che qui?
Sì. Qua non respiro più. Anche se mi sforzo di sorridere, che devo fare? se piango è peggio.
Sì. Qua non respiro più. Anche se mi sforzo di sorridere, che devo fare? se piango è peggio.
Che pensi di Veronica Lario?
Mi pare una donna forte, una donna che ha sofferto, anche lei. Giusto stanotte non riuscivo a dormire e ho letto un libro su di lei.
Mi pare una donna forte, una donna che ha sofferto, anche lei. Giusto stanotte non riuscivo a dormire e ho letto un libro su di lei.
Curiosità: hai un'idea del femminismo, e quale?
Penso questo, che ci sono tante donne in gamba, più degli uomini, e che spesso alle donne tocca fare la parte delle donne e degli uomini.
Penso questo, che ci sono tante donne in gamba, più degli uomini, e che spesso alle donne tocca fare la parte delle donne e degli uomini.
Ma non è un sexgate
Ida Dominijanni - il manifesto 8 settembre 2009
La buona notizia è che a Noemi Letizia la politica non interessa. Lei giudica i politici «per quello che fanno per il popolo», fa il tifo per Papi «perché è un leader» e per il resto pensa ai fatti suoi aspettando la manna dal cielo, cioè da Papi medesimo, per andare a fare la controfigura di Cameron Diaz in America: ci risparmia l'incubo di vederla ministra al prossimo giro. Tutte le altre notizie sono pessime: il suo inglese patetico (ma Berlusconi non avevano promesso la scuola con le tre i tre governi fa?), il vestitino a palloncino stile finta ingenua, le dichiarazioni da replicante sulla sua famiglia che «ha affrontato tutta questa storia in modo normale, ne è uscita pulita, non c'era niente di losco, sono gli altri che hanno fatto diventare morbosa una storia di famiglia, abbiamo tutti la coscienza a posto, e i miei sono orgogliosissimi di me». Foto di gruppo stile Mulino Bianco, come al solito, con «l'amicizia di famiglia» che sfuma nella notte dei tempi, «Silvio lo conosco da sempre», ultima versione della favola che contraddice le molte e già contraddittorie fornite da Silvio a più riprese. In compenso su una cosa Cameron bis ha le idee chiare, "la popolarità è divertente finché non invade troppo la mia privacy". Può stare tranquilla perché Papi ha appena annunciato leggi che garantiranno la privacy a tutti.
Le vere dive e i veri divi ragionano così e purtroppo non solo loro. Quattro mesi e passa dopo l'inizio del Berlusconi-gate, c'è un intero establishment che ancora si spende e si spande per separare il politico dal privato e fornire un riparo all'onore perduto del premier. In quattro mesi l'adagio ha cambiato qualche tono ma non la sostanza. All'inizio recitava: l'affare è privato. Adesso recita: smettiamola di spettegolare di quisquilie e parliamo di politica, cioè di cose serie. All'uopo tornano d'attualità perfino la crisi e le questioni sociali, di cui generalmente l'establishment suddetto si occupa poco e nulla; adesso invece si preoccupa perché gli scandali a ripetizione sul premier fanno passare in secondo piano i problemi economici e sociali che ci affliggono e che bisognerebbe affrontare in qualche modo. Così ad esempio Sergio Romano sul Corsera di sabato scorso, in un articolo che pure non risparmia una critica dura a Berlusconi per il modo in cui ha «privatizzato» il suo rapporto con la stampa, calandosi nel ruolo della parte lesa e affidando alla (fin qui vituperata) magistratura la soluzione di un problema squisitamente politico. Ma è il punto di partenza del ragionamento che vacilla, accomunando il caso Berlusconi ad altri variegati scandali (comportamenti licenziosi, foto compromettenti, uso privato del pubblico danaro, menzogne eccetera) che scoppiano qua e là nelle democrazie occidentali, durano lo spazio di un mattino e si concludono o con l'assoluzione o con le dimissioni dell'interessato, mentre qui da noi non se ne vede la fine. La differenza del caso italiano, secondo Romano, sta nel fatto che qui l'interessato non è un uomo politico o di governo qualsiasi, bensì il presidente del consiglio, il che, in mancanza di un'opposizione forte, produce una polarizzazione «fra chi si è ridotto a fare opposizione guardando il premier dal buco della serratura e chi usa dossier e lettere anonime per screditare gli avversari». Pari e patta?
La differenza del caso italiano, in verità, non sta nel fatto che l'interessato è il premier, o non soltanto. Sta nel fatto che in nessun altro paese lo «scandalo» in questione riguarda un intero dispositivo di cooptazione e un intero sistema di produzione del consenso che passano per lo scambio fra sesso, danaro e potere, scambio che a sua volta mette in gioco la forma sociale del rapporto fra i sessi. Se si perde di vista questo punto cruciale, si perde di vista l'asse del problema e la bussola delle conseguenze. In Italia 'non' siamo in presenza di un sexgate, ma dello svelamento di questo dispositivo e di questo sistema. Se si fosse trattato di un sexgate, gli schieramenti pro e contro la privacy sarebbero stati completamente diversi da quelli che sono, e completamente diverse sarebbero state le divisioni fra chi ha a cuore la libertà sessuale e chi ha a cuore il suo disciplinamento. Qualcuno avrebbe certo spiato dal buco della serratura e si sarebbe presto stancato di farlo. Lo scandalo sarebbe durato anche da noi lo spazio di un mattino e nessuno avrebbe potuto sindacare sui comportamenti sessuali personali del premier come di nessuno. Ma qui nessuno ha spiato, semplicemente perché non ce n'è stato alcun bisogno: la porta è stata spalancata da chi di quei comportamenti conosceva e ha denunciato il risvolto pubblico e politico. E su quel risvolto il premier continua a sorvolare, certo che «la maggioranza degli italiani vorrebbe essere come me, si riconosce in me e condivide i miei comportamenti». Dopo quattro mesi e passa, c'è ancora bisogno di tornare sul punto di partenza?
La buona notizia è che a Noemi Letizia la politica non interessa. Lei giudica i politici «per quello che fanno per il popolo», fa il tifo per Papi «perché è un leader» e per il resto pensa ai fatti suoi aspettando la manna dal cielo, cioè da Papi medesimo, per andare a fare la controfigura di Cameron Diaz in America: ci risparmia l'incubo di vederla ministra al prossimo giro. Tutte le altre notizie sono pessime: il suo inglese patetico (ma Berlusconi non avevano promesso la scuola con le tre i tre governi fa?), il vestitino a palloncino stile finta ingenua, le dichiarazioni da replicante sulla sua famiglia che «ha affrontato tutta questa storia in modo normale, ne è uscita pulita, non c'era niente di losco, sono gli altri che hanno fatto diventare morbosa una storia di famiglia, abbiamo tutti la coscienza a posto, e i miei sono orgogliosissimi di me». Foto di gruppo stile Mulino Bianco, come al solito, con «l'amicizia di famiglia» che sfuma nella notte dei tempi, «Silvio lo conosco da sempre», ultima versione della favola che contraddice le molte e già contraddittorie fornite da Silvio a più riprese. In compenso su una cosa Cameron bis ha le idee chiare, "la popolarità è divertente finché non invade troppo la mia privacy". Può stare tranquilla perché Papi ha appena annunciato leggi che garantiranno la privacy a tutti.
Le vere dive e i veri divi ragionano così e purtroppo non solo loro. Quattro mesi e passa dopo l'inizio del Berlusconi-gate, c'è un intero establishment che ancora si spende e si spande per separare il politico dal privato e fornire un riparo all'onore perduto del premier. In quattro mesi l'adagio ha cambiato qualche tono ma non la sostanza. All'inizio recitava: l'affare è privato. Adesso recita: smettiamola di spettegolare di quisquilie e parliamo di politica, cioè di cose serie. All'uopo tornano d'attualità perfino la crisi e le questioni sociali, di cui generalmente l'establishment suddetto si occupa poco e nulla; adesso invece si preoccupa perché gli scandali a ripetizione sul premier fanno passare in secondo piano i problemi economici e sociali che ci affliggono e che bisognerebbe affrontare in qualche modo. Così ad esempio Sergio Romano sul Corsera di sabato scorso, in un articolo che pure non risparmia una critica dura a Berlusconi per il modo in cui ha «privatizzato» il suo rapporto con la stampa, calandosi nel ruolo della parte lesa e affidando alla (fin qui vituperata) magistratura la soluzione di un problema squisitamente politico. Ma è il punto di partenza del ragionamento che vacilla, accomunando il caso Berlusconi ad altri variegati scandali (comportamenti licenziosi, foto compromettenti, uso privato del pubblico danaro, menzogne eccetera) che scoppiano qua e là nelle democrazie occidentali, durano lo spazio di un mattino e si concludono o con l'assoluzione o con le dimissioni dell'interessato, mentre qui da noi non se ne vede la fine. La differenza del caso italiano, secondo Romano, sta nel fatto che qui l'interessato non è un uomo politico o di governo qualsiasi, bensì il presidente del consiglio, il che, in mancanza di un'opposizione forte, produce una polarizzazione «fra chi si è ridotto a fare opposizione guardando il premier dal buco della serratura e chi usa dossier e lettere anonime per screditare gli avversari». Pari e patta?
La differenza del caso italiano, in verità, non sta nel fatto che l'interessato è il premier, o non soltanto. Sta nel fatto che in nessun altro paese lo «scandalo» in questione riguarda un intero dispositivo di cooptazione e un intero sistema di produzione del consenso che passano per lo scambio fra sesso, danaro e potere, scambio che a sua volta mette in gioco la forma sociale del rapporto fra i sessi. Se si perde di vista questo punto cruciale, si perde di vista l'asse del problema e la bussola delle conseguenze. In Italia 'non' siamo in presenza di un sexgate, ma dello svelamento di questo dispositivo e di questo sistema. Se si fosse trattato di un sexgate, gli schieramenti pro e contro la privacy sarebbero stati completamente diversi da quelli che sono, e completamente diverse sarebbero state le divisioni fra chi ha a cuore la libertà sessuale e chi ha a cuore il suo disciplinamento. Qualcuno avrebbe certo spiato dal buco della serratura e si sarebbe presto stancato di farlo. Lo scandalo sarebbe durato anche da noi lo spazio di un mattino e nessuno avrebbe potuto sindacare sui comportamenti sessuali personali del premier come di nessuno. Ma qui nessuno ha spiato, semplicemente perché non ce n'è stato alcun bisogno: la porta è stata spalancata da chi di quei comportamenti conosceva e ha denunciato il risvolto pubblico e politico. E su quel risvolto il premier continua a sorvolare, certo che «la maggioranza degli italiani vorrebbe essere come me, si riconosce in me e condivide i miei comportamenti». Dopo quattro mesi e passa, c'è ancora bisogno di tornare sul punto di partenza?
La realtà femminile nel regime-reality
Ida Dominijanni - il manifesto 25 agosto 2009
Ci dev'essere davvero una qualche diabolica astuzia nella storia se una vicenda come quella che in Italia ha denudato il re grazie a tre donne (nell'ordine: Sofia Ventura, Veronica Lario, Patrizia D'Addario), che è stata subito individuata come politicamente cruciale da altre donne (mentre gli uomini, anche a sinistra, la sminuivano privatizzandola), che tutt'ora viene analizzata e discussa soprattutto da donne, prende a un certo punto la piega della lamentazione sul «silenzio delle donne».
Che stranezza. Ci sarebbe da essere, almeno per un po', grate a quelle che hanno parlato, orgogliose che lo abbiano fatto, felici che i germi della libertà femminile seminati dal femminismo degli anni '70 siano cresciuti anche fra le first lady, le donne di destra e le escort. Invece niente, non si festeggia e il brindisi è rinviato, a quando saremo tutte in piazza. «Quelle» che hanno parlato sono casi isolati, «rondini che non fanno primavera», mentre «le donne» (le «vere» donne?) sono tutte mute, tutte subalterne al modello imperante del velinismo o del labbro rifatto. Tutte vittime di un incantesimo e tutte colpevoli di non svegliarsi - come di regola, perché nella storia delle donne è noto che vittimizzazione e colpevolizzazione vanno sempre a braccetto.
Bianca Pomeranzi, Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa sul manifesto, (18 e 23/8) e più volte la Libreria delle donne di Milano, Letizia Paolozzi e Alberto Leiss su www.donnealtri.it, hanno già spiegato come questa invenzione del silenzio delle donne sia una tecnica sicura per annullare la parola femminile che c'è, nonché il riflesso condizionato di uno schema per cui la soggettività politica femminile è riconoscibile solo se e quando si esprime nei modi canonici (e oltretutto non corrispondenti al femminismo degli anni 70) di un movimento di protesta. È una tecnica sperimentata e rodata dagli uomini. Spiace vederla impugnata, su Repubblica e L'Unità, anche da donne, amiche o comunque prossime a noi per intenzioni (del resto, non è la prima volta: anni fa si parlò di uscire dal silenzio anche in occasione di una bella manifestazione sull'aborto, tema su cui in verità non si era mai smesso di parlare). Dunque, cerchiamo in amicizia di capirci meglio.
Nella rappresentazione delle donne tutte subalterne e mute, tutte vittime e colpevoli c'è a mio avviso un punto molto scivoloso, che ha a che fare con il nocciolo del berlusconismo e con il rischio di interiorizzarlo proprio quando e quanto più lo si vorrebbe combattere. Il nocciolo è quello del rapporto fra fiction e realtà. Sappiamo tutte e tutti che la sovrapposizione fra fiction e realtà è il dispositivo su cui il regime berlusconiano si è imposto nell'immaginario prima che nella politica di questo paese. Ma questa sovrapposizione è davvero totale, o totalmente riuscita? Per usare una nota formula di Baudrillard, la tv ha davvero sterminato la realtà? Nel nostro caso: la fiction che ha ridotto o ricondotto il femminile a labbro rifatto e oggetto compiacente di consumo ha davvero conformato la vita e i desideri delle donne reali? Attenzione, perché convincersi che è andata così significa darla già vinta a Berlusconi, e darla già persa a noi. Se in un regime-reality una speranza per la politica c'è, e a mio avviso c'è, sta proprio nello scarto che fra fiction e realtà resta o, meglio, non smette di prodursi. È solo in quello scarto che possono nascere gesti imprevisti di ribellione e di libertà, come già hanno dimostrato Veronica e le altre. Ed è solo a partire da quello scarto che può rinascere la politica, altrimenti sterminata anch'essa dalla fiction. È in quello scarto dunque che bisogna saper guardare e cercare. Non si tratta, spero che sia chiaro, di dividersi fra chi vede il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Non sto raccomandando soltanto, come ha già fatto Miriam Mafai (Repubblica, 4/8), di valorizzare, a fronte del modello di femminilità mercificata dominante, la vita e l'opera di quante ogni giorno lo tradiscono e lo combattono. Né mi appellerò ad autorevoli analisi sociologiche, come quelle del Censis che da anni indica nella crescita di soggettività, lavoro e competenze femminile una controtendenza alla «mucillagine sociale» italiana, o come quella di Alain Touraine, che interpreta la trasformazione sociale in corso in Occidente tutta nel senso della libertà femminile guadagnata (Il mondo è delle donne, Il Saggiatore). Voglio dire piuttosto che è compito nostro saper leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere, ad esempio, tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione (talvolta silenziose: secondo gli ultimi sondaggi, dopo i noti fatti Berlusconi ha perso il 15% del consenso femminile) che si sviluppano anche laddove la politica tradizionale non le vede, e anche in donne in tutto dissimili da ciò che siamo state/siamo «le femministe» degli anni '70 o da come ci immaginiamo che dovrebbero essere le nostre figlie. E viceversa, le forme di conservazione, tacitamento e autocensura che si annidano anche nell'emancipazione femminile o nelle agenzie deputate della politica democratica d'opposizione, partiti e informazione al primo posto.
A proposito di tacitamento. Il buono della condizione femminile, mi si risponderà, non è visibile, è nascosto dal modello dominante. D'accordo, ma a chi spetta renderlo visibile? Le amiche che lamentano il silenzio delle donne sono tutte donne impegnate con successo nei media, nelle università, nella cultura, nei partiti di sinistra. Mi chiedo e chiedo a loro: quanto siamo state negli ultimi decenni disposte a rischiare, ciascuna nel suo contesto, perché «il modello dominante» fosse meno visibile o meno coccolato, e di converso la parola femminile diventasse più autorevole, il pensiero femminista fosse registrato, la bellezza femminile non fosse colonizzata? Nei giornali, in Rai, nei partiti, nelle università, nei festival di filosofia e di letteratura, abbiamo fatto tutte e sempre la cosa giusta? Prima di evocare l'indignazione, che del lamento non è l'inverso ma la compagna, non sarebbe il caso di interrogarsi ruvidamente sulle pratiche quotidiane di resistenza, conflitto, secessione, autonomia, libertà?
Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la fiction berlusconiana attivamente combatte e occulta, ma non vanifica. Lidia Ravera scrive che la rivoluzione femminista «si è interrotta» e che bisogna di nuovo «portare i nostri corpi in piazza, contarsi per contare». «Contarsi per contare», Lidia lo ricorderà meglio di me, era una di quelle formule dell'antagonismo maschile che a un certo punto noi donne trovammo inadeguate e inefficaci e da cui ci separammo; e in un momento in cui il corpo femminile è sbandierato ovunque bisognerebbe che so, provocazione per provocazione, occupare una moschea col velo addosso, e chiedere agli uomini una bella manifestazione contro la «miseria del maschile» (Pitch) al governo. Piazza o no, è sulla «rivoluzione interrotta» che bisogna intendersi. Intellettuali solitarie da una parte, donne asservite allo sguardo maschile dall'altra: è questo il lascito del femminismo? Non sarei proprio d'accordo. Se Veronica Lario ha trovato un ascolto, se in tante ridono del re nudo, se questo stesso nostro dibattito oggi può avere luogo, è perché quella rivoluzione continua a lavorare.
Questo non significa, ovviamente, suonare la fanfara delle sue magnifiche sorti e progressive. Le rivoluzioni vanno avanti e vanno indietro, subiscono i contraccolpi delle controrivoluzioni conservatrici, si inabissano e rispuntano, come si diceva un tempo del femminismo, carsicamente. Ci sono nuove forme di illibertà femminile? Sì ci sono, e siamo tutte qui per combatterle. Non a partire dalla retorica del «siamo tornate indietro» però, ma dalle nuove combinazioni di oppressione e libertà, omologazione e differenza, asservimento e presa di parola che in trent'anni sono state generate. Per leggerle non ci basta il lessico democratico, né tantomeno il mantra dell'uguaglianza (uguali a chi, in tempi di miseria del maschile?). Ha ragione Mafai, e anche questo dibattito lo dimostra: «il '68 ci perseguita» ed è sempre lì, alla congiuntura 68-femminismo, che bisogna tornare per misurare l'oggi. A patto però di non farne una riserva immaginaria buona per tutti gli usi. Né il 68 né il femminismo furono l'anticamera della teologia democratica oggi imperante: ne furono una critica spietata, l'indicazione puntuale delle opacità, dei poteri, delle trappole che la pretesa «trasparenza» democratica occulta. Cerchiamo di non dimenticarcene: spetta alle donne, oggi, salvare «questa» democrazia?
Che stranezza. Ci sarebbe da essere, almeno per un po', grate a quelle che hanno parlato, orgogliose che lo abbiano fatto, felici che i germi della libertà femminile seminati dal femminismo degli anni '70 siano cresciuti anche fra le first lady, le donne di destra e le escort. Invece niente, non si festeggia e il brindisi è rinviato, a quando saremo tutte in piazza. «Quelle» che hanno parlato sono casi isolati, «rondini che non fanno primavera», mentre «le donne» (le «vere» donne?) sono tutte mute, tutte subalterne al modello imperante del velinismo o del labbro rifatto. Tutte vittime di un incantesimo e tutte colpevoli di non svegliarsi - come di regola, perché nella storia delle donne è noto che vittimizzazione e colpevolizzazione vanno sempre a braccetto.
Bianca Pomeranzi, Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa sul manifesto, (18 e 23/8) e più volte la Libreria delle donne di Milano, Letizia Paolozzi e Alberto Leiss su www.donnealtri.it, hanno già spiegato come questa invenzione del silenzio delle donne sia una tecnica sicura per annullare la parola femminile che c'è, nonché il riflesso condizionato di uno schema per cui la soggettività politica femminile è riconoscibile solo se e quando si esprime nei modi canonici (e oltretutto non corrispondenti al femminismo degli anni 70) di un movimento di protesta. È una tecnica sperimentata e rodata dagli uomini. Spiace vederla impugnata, su Repubblica e L'Unità, anche da donne, amiche o comunque prossime a noi per intenzioni (del resto, non è la prima volta: anni fa si parlò di uscire dal silenzio anche in occasione di una bella manifestazione sull'aborto, tema su cui in verità non si era mai smesso di parlare). Dunque, cerchiamo in amicizia di capirci meglio.
Nella rappresentazione delle donne tutte subalterne e mute, tutte vittime e colpevoli c'è a mio avviso un punto molto scivoloso, che ha a che fare con il nocciolo del berlusconismo e con il rischio di interiorizzarlo proprio quando e quanto più lo si vorrebbe combattere. Il nocciolo è quello del rapporto fra fiction e realtà. Sappiamo tutte e tutti che la sovrapposizione fra fiction e realtà è il dispositivo su cui il regime berlusconiano si è imposto nell'immaginario prima che nella politica di questo paese. Ma questa sovrapposizione è davvero totale, o totalmente riuscita? Per usare una nota formula di Baudrillard, la tv ha davvero sterminato la realtà? Nel nostro caso: la fiction che ha ridotto o ricondotto il femminile a labbro rifatto e oggetto compiacente di consumo ha davvero conformato la vita e i desideri delle donne reali? Attenzione, perché convincersi che è andata così significa darla già vinta a Berlusconi, e darla già persa a noi. Se in un regime-reality una speranza per la politica c'è, e a mio avviso c'è, sta proprio nello scarto che fra fiction e realtà resta o, meglio, non smette di prodursi. È solo in quello scarto che possono nascere gesti imprevisti di ribellione e di libertà, come già hanno dimostrato Veronica e le altre. Ed è solo a partire da quello scarto che può rinascere la politica, altrimenti sterminata anch'essa dalla fiction. È in quello scarto dunque che bisogna saper guardare e cercare. Non si tratta, spero che sia chiaro, di dividersi fra chi vede il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Non sto raccomandando soltanto, come ha già fatto Miriam Mafai (Repubblica, 4/8), di valorizzare, a fronte del modello di femminilità mercificata dominante, la vita e l'opera di quante ogni giorno lo tradiscono e lo combattono. Né mi appellerò ad autorevoli analisi sociologiche, come quelle del Censis che da anni indica nella crescita di soggettività, lavoro e competenze femminile una controtendenza alla «mucillagine sociale» italiana, o come quella di Alain Touraine, che interpreta la trasformazione sociale in corso in Occidente tutta nel senso della libertà femminile guadagnata (Il mondo è delle donne, Il Saggiatore). Voglio dire piuttosto che è compito nostro saper leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere, ad esempio, tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione (talvolta silenziose: secondo gli ultimi sondaggi, dopo i noti fatti Berlusconi ha perso il 15% del consenso femminile) che si sviluppano anche laddove la politica tradizionale non le vede, e anche in donne in tutto dissimili da ciò che siamo state/siamo «le femministe» degli anni '70 o da come ci immaginiamo che dovrebbero essere le nostre figlie. E viceversa, le forme di conservazione, tacitamento e autocensura che si annidano anche nell'emancipazione femminile o nelle agenzie deputate della politica democratica d'opposizione, partiti e informazione al primo posto.
A proposito di tacitamento. Il buono della condizione femminile, mi si risponderà, non è visibile, è nascosto dal modello dominante. D'accordo, ma a chi spetta renderlo visibile? Le amiche che lamentano il silenzio delle donne sono tutte donne impegnate con successo nei media, nelle università, nella cultura, nei partiti di sinistra. Mi chiedo e chiedo a loro: quanto siamo state negli ultimi decenni disposte a rischiare, ciascuna nel suo contesto, perché «il modello dominante» fosse meno visibile o meno coccolato, e di converso la parola femminile diventasse più autorevole, il pensiero femminista fosse registrato, la bellezza femminile non fosse colonizzata? Nei giornali, in Rai, nei partiti, nelle università, nei festival di filosofia e di letteratura, abbiamo fatto tutte e sempre la cosa giusta? Prima di evocare l'indignazione, che del lamento non è l'inverso ma la compagna, non sarebbe il caso di interrogarsi ruvidamente sulle pratiche quotidiane di resistenza, conflitto, secessione, autonomia, libertà?
Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la fiction berlusconiana attivamente combatte e occulta, ma non vanifica. Lidia Ravera scrive che la rivoluzione femminista «si è interrotta» e che bisogna di nuovo «portare i nostri corpi in piazza, contarsi per contare». «Contarsi per contare», Lidia lo ricorderà meglio di me, era una di quelle formule dell'antagonismo maschile che a un certo punto noi donne trovammo inadeguate e inefficaci e da cui ci separammo; e in un momento in cui il corpo femminile è sbandierato ovunque bisognerebbe che so, provocazione per provocazione, occupare una moschea col velo addosso, e chiedere agli uomini una bella manifestazione contro la «miseria del maschile» (Pitch) al governo. Piazza o no, è sulla «rivoluzione interrotta» che bisogna intendersi. Intellettuali solitarie da una parte, donne asservite allo sguardo maschile dall'altra: è questo il lascito del femminismo? Non sarei proprio d'accordo. Se Veronica Lario ha trovato un ascolto, se in tante ridono del re nudo, se questo stesso nostro dibattito oggi può avere luogo, è perché quella rivoluzione continua a lavorare.
Questo non significa, ovviamente, suonare la fanfara delle sue magnifiche sorti e progressive. Le rivoluzioni vanno avanti e vanno indietro, subiscono i contraccolpi delle controrivoluzioni conservatrici, si inabissano e rispuntano, come si diceva un tempo del femminismo, carsicamente. Ci sono nuove forme di illibertà femminile? Sì ci sono, e siamo tutte qui per combatterle. Non a partire dalla retorica del «siamo tornate indietro» però, ma dalle nuove combinazioni di oppressione e libertà, omologazione e differenza, asservimento e presa di parola che in trent'anni sono state generate. Per leggerle non ci basta il lessico democratico, né tantomeno il mantra dell'uguaglianza (uguali a chi, in tempi di miseria del maschile?). Ha ragione Mafai, e anche questo dibattito lo dimostra: «il '68 ci perseguita» ed è sempre lì, alla congiuntura 68-femminismo, che bisogna tornare per misurare l'oggi. A patto però di non farne una riserva immaginaria buona per tutti gli usi. Né il 68 né il femminismo furono l'anticamera della teologia democratica oggi imperante: ne furono una critica spietata, l'indicazione puntuale delle opacità, dei poteri, delle trappole che la pretesa «trasparenza» democratica occulta. Cerchiamo di non dimenticarcene: spetta alle donne, oggi, salvare «questa» democrazia?
Berlusconi story, il fulcro rimosso
Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa - il manifesto 23 agosto 2009
Come sempre il modo è sostanza del discorso. Lo conferma la strana piega del dibattito mediatico sullo scambio fra sesso e potere, innescato dalle pubbliche esibizioni della «virilità» del premier. Sulla «miseria della mascolinità» che sta andando in scena dovrebbero essere gli uomini a dire qualcosa, ha osservato giustamente Tamar Pitch (il manifesto, 3 agosto). È un silenzio, quello degli uomini sulla mascolinità che parla di impotenza a dare senso alla sessualità. E dunque alle relazioni. E che genera arroganza, simbolica e fisica, proprio perché quell'impotenza è negata. Invece di incalzarlo, su Repubblica e su l'Unità si lamenta il «silenzio delle donne». Torna così la più classica rappresentazione, maschile, delle donne. Sono loro le responsabili di quella miseria, sessuale e politica, perché «apprezzano» (o apprezzerebbero) questa mascolinità. Da qui il dibattito sul consenso - femminile!- a Berlusconi, l'uomo e il politico. E sull'identificazione, rassegnata o complice, con l'immagine, degradata e degradante, della donna-oggetto. Che sarebbe la sola, oltre che la solita, offerta dalla Berlusconi story.
Della quale, inforcando gli occhiali patriarcali dei ruoli tradizionali, si perde di vista inevitabilmente il fulcro, con quello che di inedito segnala sulla sessualità e sulla politica. O meglio, come ha scritto Bianca Pomeranzi (manifesto, 18 agosto), sui fili che costituiscono l'ordito comune all'una e all'altra. Su questo sì, merita discutere, sui giornali e non solo. Tra donne, e tra donne ed uomini. Creando, come abbiamo fatto tante volte in questi anni, occasioni e sedi di una sfera pubblica che interagisca con i media, senza dipenderne.
Da mesi Ida Dominijanni offre su questo giornale la lettura più acuta e convincente della vicenda, collocandola nello scenario del «dopo-patriarcato» e smascherando gli equivoci più comuni, cari a uomini (e donne) politici di destra, e di sinistra. In breve, sono due i punti sui quali riflettere. Il primo è il sistema di scambio tra potere, sesso e denaro. Costruito e imperniato sul premier e la sua corte, chiama in causa la politica tutta, e la società. Ed è fenomeno con forti, preoccupanti, connotati nazionali. Ma non è solo e tutto riducibile ad un'anomalia italiana. Il secondo è che questo sistema coinvolge, ovviamente, le donne, ma spesso e volentieri queste non stanno al posto loro assegnato.
Tornando alla parola e al silenzio. Vi è un rovesciamento delle parti che può apparire singolare (di fatto è ignorato) solo a chi non ha esperienza o conoscenza delle pratiche femministe. A prendere parola pubblica sono state infatti donne del e dal privato: la moglie, Veronica Lario, l'escort Patrizia D'Addario, la figlia Barbara Berlusconi. Ed altre. Viceversa c'è stato silenzio, pesante, delle donne delle istituzioni politiche. Soprattutto nell'area dell'opposizione. Rotto solo tardivamente da alcune, segnalando difficoltà e reticenze. Oppure, dalle file della maggioranza, c'è stata parola «a difesa» di Berlusconi. Da una posizione che si può definire «privata», perché dettata da e volta a ribadire la relazione con l'uomo. E a ricondurre le altre, la moglie e l'escort innanzitutto, al loro ruolo. Privato, per l'appunto.
Comunque, come ha più volte ricordato Dominijanni, se questa storia, tutta politica, è pubblica, è per quello che ne hanno detto le donne. Prima tra tutte Veronica Lario. Come ha scritto la redazione del sito della Libreria delle donne di Milano: «Per noi, a noi, Veronica Lario ha parlato chiaro e forte, la sua voce è stata intesa da parecchie persone e altre donne hanno parlato accreditando le sue parole come parola femminile indipendente dalla logica del potere».
È questo discorso a più voci che ha messo a nudo il sistema di scambi tra potere,sesso e denaro. E la miseria della mascolinità. Ed ha altresì evidenziato quanto siano ormai diversificati i modi femminili di farci i conti. Non tutti, ovviamente, apprezzabili. Vi è un guadagno prezioso per tutte in questo. Non siamo più costrette a dividerci tra sante e puttane, tra donne in carriera e mogli. Ma è un guadagno che va perduto se prevale l'abitudine, dura a morire, a non riferirsi esplicitamente alla parola di altre. Per confermare e approfondire. Per correggere o per dissentire. Come non c'è il «silenzio delle donne» , così «le donne» non parlano all'unisono. Non è (più) possibile e neppure auspicabile.
Per alcune, invece, c'è parola femminile solo se c'è grido collettivo. Di più, solo portando «i nostri corpi in piazza» si vince la passività e la rassegnazione (Lidia Ravera, l'Unità 12 agosto). È stato ripreso da molte nelle lettere al giornale, il suo invito a «contarsi per ricominciare a contare». Per riprendere la rivoluzione interrotta del femminismo. Mobilitazione o no, sono in diverse a leggere la «Berlusconi story» come restaurazione del maschilismo. Sintomo o effetto del declino del femminismo. Per Eva Cantarella (l'Unità 26 luglio) è anzi la conferma della «doppia morale, come se nulla fosse accaduto negli ultimi decenni». Tanto più sconfortante, per noi, se sono le giovani che «si lasciano abbagliare da vecchi uomini potenti» (Nadia Urbinati, la Repubblica 30 giugno).
Ma è davvero così? A noi sembra che la Berlusconi story parli di altro. Certo, la complicità femminile non è finita. Certo, il potere è ancora, largamente, nelle mani degli uomini. E dunque vi sono donne che accettano lo scambio fra sesso e potere. Nelle forme prodotte dalla pervasiva privatizzazione del pubblico. Contrattano posti e carriere politiche, non si accontentano dei regali. Ma né Patrizia D'Addario né le altre «intrattenitrici» sembrano «lasciarsi abbagliare» da vecchi uomini potenti. Molte di loro ridono di una sessualità, compulsiva e ossessiva, figurata più che praticata. Quanto al potere, sembrano adattarsi alla logica del mercato che ha invaso a piene mani la politica, più che subire il fascino del maschio potente. A conferma che gli uomini hanno potere ma hanno perduto autorità. E vi si aggrappano ferocemente, nell'illusione di compensare questa perdita.
Questa miseria, della politica e della sessualità, ci preoccupa e ci interroga. Ci preoccupa la paura, di cui ha scritto Pitch, che troppi uomini hanno della libertà delle donne. Comunque si manifesti. Nella contrattazione del sesso, nella parola pubblica di una moglie, nell'autonomia delle scelte di vita. O nella presa di distanza dalla (loro) politica. Ci preoccupa la diffusa incapacità maschile, in tante situazioni e rapporti, a cimentarsi in relazioni con donne non subalterne. E la resistenza ad assumersi l'onore e l'onere di mutare discorso e pratiche della sessualità maschile. Persistendo nella tendenza a fare dei rapporti tra i sessi un «problema di donne». Fatta salva la loro pretesa di dettare legge sui corpi. Ma anche questa, nonostante tutto, è un'arma spuntata del potere. Può fare male, molto male, ma non fa più ordine.
Se non si collocano gesti e parole, di donne e di uomini, nello scenario del «dopo patriarcato», non si capisce, alla lettera, quello che accade. Ed è inutile, oltre che arduo, provare a reinventarsi i ruoli e le identità di genere. Non fanno più presa sui corpi che siamo. E non danno più senso e futuro alle vite e alle storie. La Berlusconi story sancisce la fine non solo della politica di genere e delle pari opportunità (Natalia Aspesi (Repubblica, 13 maggio). Ma complica anche l'analisi della contrapposizione tra oppresse e oppressori. E la conseguente ricetta della mobilitazione di massa per rovesciare il potere.
Come sempre il modo è sostanza del discorso. Lo conferma la strana piega del dibattito mediatico sullo scambio fra sesso e potere, innescato dalle pubbliche esibizioni della «virilità» del premier. Sulla «miseria della mascolinità» che sta andando in scena dovrebbero essere gli uomini a dire qualcosa, ha osservato giustamente Tamar Pitch (il manifesto, 3 agosto). È un silenzio, quello degli uomini sulla mascolinità che parla di impotenza a dare senso alla sessualità. E dunque alle relazioni. E che genera arroganza, simbolica e fisica, proprio perché quell'impotenza è negata. Invece di incalzarlo, su Repubblica e su l'Unità si lamenta il «silenzio delle donne». Torna così la più classica rappresentazione, maschile, delle donne. Sono loro le responsabili di quella miseria, sessuale e politica, perché «apprezzano» (o apprezzerebbero) questa mascolinità. Da qui il dibattito sul consenso - femminile!- a Berlusconi, l'uomo e il politico. E sull'identificazione, rassegnata o complice, con l'immagine, degradata e degradante, della donna-oggetto. Che sarebbe la sola, oltre che la solita, offerta dalla Berlusconi story.
Della quale, inforcando gli occhiali patriarcali dei ruoli tradizionali, si perde di vista inevitabilmente il fulcro, con quello che di inedito segnala sulla sessualità e sulla politica. O meglio, come ha scritto Bianca Pomeranzi (manifesto, 18 agosto), sui fili che costituiscono l'ordito comune all'una e all'altra. Su questo sì, merita discutere, sui giornali e non solo. Tra donne, e tra donne ed uomini. Creando, come abbiamo fatto tante volte in questi anni, occasioni e sedi di una sfera pubblica che interagisca con i media, senza dipenderne.
Da mesi Ida Dominijanni offre su questo giornale la lettura più acuta e convincente della vicenda, collocandola nello scenario del «dopo-patriarcato» e smascherando gli equivoci più comuni, cari a uomini (e donne) politici di destra, e di sinistra. In breve, sono due i punti sui quali riflettere. Il primo è il sistema di scambio tra potere, sesso e denaro. Costruito e imperniato sul premier e la sua corte, chiama in causa la politica tutta, e la società. Ed è fenomeno con forti, preoccupanti, connotati nazionali. Ma non è solo e tutto riducibile ad un'anomalia italiana. Il secondo è che questo sistema coinvolge, ovviamente, le donne, ma spesso e volentieri queste non stanno al posto loro assegnato.
Tornando alla parola e al silenzio. Vi è un rovesciamento delle parti che può apparire singolare (di fatto è ignorato) solo a chi non ha esperienza o conoscenza delle pratiche femministe. A prendere parola pubblica sono state infatti donne del e dal privato: la moglie, Veronica Lario, l'escort Patrizia D'Addario, la figlia Barbara Berlusconi. Ed altre. Viceversa c'è stato silenzio, pesante, delle donne delle istituzioni politiche. Soprattutto nell'area dell'opposizione. Rotto solo tardivamente da alcune, segnalando difficoltà e reticenze. Oppure, dalle file della maggioranza, c'è stata parola «a difesa» di Berlusconi. Da una posizione che si può definire «privata», perché dettata da e volta a ribadire la relazione con l'uomo. E a ricondurre le altre, la moglie e l'escort innanzitutto, al loro ruolo. Privato, per l'appunto.
Comunque, come ha più volte ricordato Dominijanni, se questa storia, tutta politica, è pubblica, è per quello che ne hanno detto le donne. Prima tra tutte Veronica Lario. Come ha scritto la redazione del sito della Libreria delle donne di Milano: «Per noi, a noi, Veronica Lario ha parlato chiaro e forte, la sua voce è stata intesa da parecchie persone e altre donne hanno parlato accreditando le sue parole come parola femminile indipendente dalla logica del potere».
È questo discorso a più voci che ha messo a nudo il sistema di scambi tra potere,sesso e denaro. E la miseria della mascolinità. Ed ha altresì evidenziato quanto siano ormai diversificati i modi femminili di farci i conti. Non tutti, ovviamente, apprezzabili. Vi è un guadagno prezioso per tutte in questo. Non siamo più costrette a dividerci tra sante e puttane, tra donne in carriera e mogli. Ma è un guadagno che va perduto se prevale l'abitudine, dura a morire, a non riferirsi esplicitamente alla parola di altre. Per confermare e approfondire. Per correggere o per dissentire. Come non c'è il «silenzio delle donne» , così «le donne» non parlano all'unisono. Non è (più) possibile e neppure auspicabile.
Per alcune, invece, c'è parola femminile solo se c'è grido collettivo. Di più, solo portando «i nostri corpi in piazza» si vince la passività e la rassegnazione (Lidia Ravera, l'Unità 12 agosto). È stato ripreso da molte nelle lettere al giornale, il suo invito a «contarsi per ricominciare a contare». Per riprendere la rivoluzione interrotta del femminismo. Mobilitazione o no, sono in diverse a leggere la «Berlusconi story» come restaurazione del maschilismo. Sintomo o effetto del declino del femminismo. Per Eva Cantarella (l'Unità 26 luglio) è anzi la conferma della «doppia morale, come se nulla fosse accaduto negli ultimi decenni». Tanto più sconfortante, per noi, se sono le giovani che «si lasciano abbagliare da vecchi uomini potenti» (Nadia Urbinati, la Repubblica 30 giugno).
Ma è davvero così? A noi sembra che la Berlusconi story parli di altro. Certo, la complicità femminile non è finita. Certo, il potere è ancora, largamente, nelle mani degli uomini. E dunque vi sono donne che accettano lo scambio fra sesso e potere. Nelle forme prodotte dalla pervasiva privatizzazione del pubblico. Contrattano posti e carriere politiche, non si accontentano dei regali. Ma né Patrizia D'Addario né le altre «intrattenitrici» sembrano «lasciarsi abbagliare» da vecchi uomini potenti. Molte di loro ridono di una sessualità, compulsiva e ossessiva, figurata più che praticata. Quanto al potere, sembrano adattarsi alla logica del mercato che ha invaso a piene mani la politica, più che subire il fascino del maschio potente. A conferma che gli uomini hanno potere ma hanno perduto autorità. E vi si aggrappano ferocemente, nell'illusione di compensare questa perdita.
Questa miseria, della politica e della sessualità, ci preoccupa e ci interroga. Ci preoccupa la paura, di cui ha scritto Pitch, che troppi uomini hanno della libertà delle donne. Comunque si manifesti. Nella contrattazione del sesso, nella parola pubblica di una moglie, nell'autonomia delle scelte di vita. O nella presa di distanza dalla (loro) politica. Ci preoccupa la diffusa incapacità maschile, in tante situazioni e rapporti, a cimentarsi in relazioni con donne non subalterne. E la resistenza ad assumersi l'onore e l'onere di mutare discorso e pratiche della sessualità maschile. Persistendo nella tendenza a fare dei rapporti tra i sessi un «problema di donne». Fatta salva la loro pretesa di dettare legge sui corpi. Ma anche questa, nonostante tutto, è un'arma spuntata del potere. Può fare male, molto male, ma non fa più ordine.
Se non si collocano gesti e parole, di donne e di uomini, nello scenario del «dopo patriarcato», non si capisce, alla lettera, quello che accade. Ed è inutile, oltre che arduo, provare a reinventarsi i ruoli e le identità di genere. Non fanno più presa sui corpi che siamo. E non danno più senso e futuro alle vite e alle storie. La Berlusconi story sancisce la fine non solo della politica di genere e delle pari opportunità (Natalia Aspesi (Repubblica, 13 maggio). Ma complica anche l'analisi della contrapposizione tra oppresse e oppressori. E la conseguente ricetta della mobilitazione di massa per rovesciare il potere.
Sesso e potere, chi tace e chi parla
Bianca M. Pomeranzi - il manifesto 18 agosto 2009
Molte sono le critiche possibili alle vicende che negli ultimi mesi hanno coinvolto il presidente del consiglio. Ma solo quelle che mettono in luce la profonda connessione che esiste oggi in Italia tra la gestione del potere politico ed economico e la rappresentazione delle relazioni tra uomini e donne riescono a dare prospettiva a una materia complessa, che non può essere circoscritta alla sfera della morale, del privato o del pettegolezzo e che parla della qualità della vita e del futuro di questo paese. Non si tratta, infatti, semplicemente di comportamenti sessuali, ma di tecniche di potere che rimandano a una riflessione approfondita sulla politica, come ha scritto più volte e lucidamente Ida Dominijanni sul manifesto e come hanno argomentato Lea Melandri su l'Altro, Luisa Muraro e altre sul sito della Libreria delle Donne, Letizia Paolozzi e altre su www.donnealtro.it. Sempre sul manifesto, Tamar Pitch ha sottolineato di recente come il populismo autoritario che oggi ci governa si nutra anche della paura della libertà femminile, e per questo ha invitato gli uomini a parlare e a ribellarsi a questa misera visione della politica e della loro sessualità. Circolano inoltre nel web sin da fine giugno commenti e appelli femministi, di cui il sito www.zeroviolenzadonne.it offre un'ampia documentazione dimostrando come il tema sia significativo per la galassia di gruppi di donne attivi a partire dal referendum per la procreazione assistita. Ad onta di tutto questo, nel dibattito mediatico in corso, le donne sono ritenute responsabili di questa deriva o perché femministe silenti o perché mogli, escort o veline di scarsa affidabilità. Negli ultimi giorni infatti, dalle colonne dell'Unità è partito un gran battage per riportare le donne in campo a difendere i loro diritti. Potrebbe anche essere una buona cosa se animasse un vero dibattito, una rimessa in gioco del discorso su sesso e potere, una analisi approfondita e non propagandistica. Invece le analiste coinvolte non fanno parola di quello che sul tema è stato già detto, non lo rilanciano e neppure lo contraddicono, chiamano solo a raccolta le donne in nome della democrazia. E spesso scaricano sulle spalle delle femministe un peso che va attribuito soprattutto a quel ceto politico che dagli anni '90 in poi ha considerato il femminismo un ingombro alle carriere di donne e di uomini o alla santa alleanza con l'area moderata del mondo cattolico. Nessuna e nessuno insomma osa rispondere alle domande delle femministe, forse perché troppo libere e scomode per il patto che continua a selezionare il personale politico maschile e femminile di oggi e di domani. Tutti i partiti infatti, presenti o no in parlamento, vi si attengono rigorosamente, ma sembra che il Pd in questo momento pre-congressuale abbia particolare bisogno del consenso femminile, forse per far dimenticare che su tre candidati non vi è neanche una donna. Sia chiaro, non c'è nulla di paragonabile tra il sessismo e la rappresentazione delle relazioni tra uomini e donne su cui la destra e il premier hanno costruito parte della loro fortuna, e lo spirito con cui le opposizioni cercano consensi tra l'elettorato femminile. Eppure permane una grande opacità, anche nei discorsi «illuminati» che chiamano alla mobilitazione. Non sono chiare le analisi del perché siamo giunti a questo punto, né si fa parola delle risorse critiche e teoriche di cui dispone il femminismo italiano. L'Italia infatti, sotto l'aspetto della presenza e dell'incisività delle donne nello spazio pubblico, rappresenta una anomalia all'interno della scena mondiale perché, nonostante la scarsa presenza femminile nelle istituzioni, sin dagli anni '70 ha avuto un femminismo che reclamava non l'inclusione delle donne negli spazi creati dagli uomini, ma una trasformazione radicale del campo della politica e delle pratiche del conflitto a partire dalla differenza sessuale. Oggi, di fronte a questo governo di destra che non esita a fare cassa sulla pelle delle donne e nell'indubbio cambio di passo che la crisi globale e l'elezione di Obama hanno prodotto, quella trasformazione è più che mai necessaria. Varrebbe dunque la pena di avviare una riflessione più profonda sulle implicazioni dell'intreccio attuale tra sesso e potere, lo stesso intreccio da cui partì la critica femminista degli anni settanta. Facendo anche i conti con le vicende che hanno visto il femminismo cambiare nel corso del tempo. Anche nel movimento delle donne italiane il ciclo lungo della globalizzazione ha confuso il filo di un ragionamento avviato quando il partire da sé assumeva una passione radicale e una tensione rivoluzionaria, perché la presa di parola delle donne trasformava le regole della convivenza. Dagli anni '80 infatti il rapporto con la politica istituzionale si è complicato e l'introduzione spesso acritica delle politiche di genere dell'Unione europea, ispirate soprattutto al concetto di parità e consone all'impostazione liberale e liberal-socialista, hanno creato forti ambiguità disperdendo la creatività delle pratiche e marginalizzando la critica femminista alla politica. Un pensiero originale, quello del femminismo italiano, che avrebbe molto da dire anche al resto d'Europa, specialmente in un momento in cui il capitalismo globalizzato ha sconvolto l'equilibrio tra mercato e welfare e tra privato e pubblico, mettendo a nudo la necessità di rileggere la costruzione dei diritti e della cittadinanza nella democrazia del XXI secolo. Un pensiero che si muove su terreni diversi da quelli delle «politiche di genere» di derivazione anglosassone, ma che può fornire oggi gli strumenti per uscire dall'impasse che si è determinata in Italia, non solo nelle relazioni tra uomini e donne, ma nella gestione del potere tout court. A patto che lo si collochi pienamente nel campo della politica. Il «caso italiano» nasce proprio da qui: non dal «silenzio delle donne», ma dall'ansia di addomesticare un femminismo radicale capace di trarre dalla libertà femminile una forza trasformativa degli assetti di potere tra i sessi. Senza capire quello che è successo negli ultimi quindici anni tra femminismo e politica istituzionale non si riesce a comprendere perché oggi un premier rischi di passare indenne da uno scandalo che umilia l'intero paese. Nella scena istituzionale, la politica del sesso in Italia è come la questione della giustizia: troppo scomoda e oggetto di alleanze bipartisan. Se la campagna dell'Unità sarà capace di mettere in evidenza questa contraddizione ben venga, ma chiamando in causa tutti quelli che di fronte alla crescente «questione maschile» hanno taciuto nel corso degli ultimi anni . Non basta «dire alle donne», né preparare una manifestazione che rischierebbe di non toccare il nocciolo del problema. Se si vuole veramente cambiare proviamo a rispondere alla domanda di Dominijanni (Passaggio Obama, Ediesse 2009, pag. 29) «...Come si valuta di questi tempi il cambiamento? Qual è la misura del cambiamento? I soldi? Il potere? Le parole, le immagini, le narrative? Per dirlo meglio: l'ordine economico? L'ordine politico? L'ordine simbolico? O la relazione in cui si mettono l'ordine economico, l'ordine politico, l'ordine simbolico?...», e scopriremo che il femminismo italiano ha ancora molto da dire alla politica per uscire dal berlusconismo.
Miseria del maschile
Tamar Pitch - il manifesto 2 agosto 2009
Ciò che va in scena da un po' in Italia è la miseria della mascolinità. Più che, genericamente, le donne e, in particolare, le femministe, a dir qualcosa dovrebbero essere gli uomini. Non (soltanto) sulle bugie del presidente del consiglio e sul dibattito pubblico/privato, ma proprio sulla messa in scena di un maschile povero, misero, e, come bene messo in rilievo dalle «puttane», ridicolo. Qui il machismo tradizionale non c'entra proprio. Né c'entrano affatto le osservazioni sulle «donne all'epoca di Berlusconi» di un recente articolo su Repubblica di Michela Marzano. La quale si interroga su qualcosa che non è tipico delle donne italiane né delle donne in genere: ossia, l'ossessione di intervenire sul proprio corpo per renderlo simile a quello di qualche modella o modello. Ossessione rintracciabile ovunque, e in tutti i sessi/generi. Molto ci sarebbe da dire su questo, ma non voglio farlo qui. Invece voglio parlare di questo maschile, della sua deriva ridicola, e poi riflettere su che cosa ci dice sul tipo di regime politico che viviamo.
La miseria: un anziano liftato, truccato, coi capelli finti, assai ricco e potente, ridotto a comprare non tanto sesso, ma ammirazione (le povere ragazze costrette a visionare lunghi video dell'anziano suddetto che si accompagna a capi e cape di stato) mi pare una metafora dell'impotenza del maschile odierno (che nemmeno l'aiutino di qualche medicamento miracoloso riesce a dissimulare).
Un maschile riprodotto dalle patetiche figure dei Bondi, dei Ghedini e dei Cicchitto, nonché dei tristi «tra moglie e marito...», o «...noi non facciamo del moralismo» dei Franceschini e simili.
Vincere, l'ultimo film di Bellocchio, mi ha fatto pensare: com'è che oggi ci rendiamo conto perfettamente di quanto ridicoli (oltre che, va da sé, tutto il resto) fossero Mussolini e la sua esibizione di virilità, quella sì machista, e stentiamo invece a riconoscere lo stesso ridicolo in Berlusconi? Certo, ai tempi le donne erano mogli o puttane, ma stavano al loro posto. Anche oggi per molti uomini sono mogli o puttane, ma al loro posto non ci stanno, tanto che sono state proprio le mogli e le puttane a dire che il re è nudo, e queste ultime a sbeffeggiarlo.
Però, non siamo passati dalla tragedia alla farsa. In realtà, non c'è molto da ridere, giacché questo miserando spettacolo si inserisce perfettamente dentro quel populismo autoritario di cui parla, tra gli altri, Jonathan Simon, a proposito dell'America prima di Obama (Il governo della paura, Cortina). Il populismo autoritario governa con e attraverso la paura e utilizza a piene mani un repertorio simbolico maschilista. In Italia, il tipo ideale di questo populismo è la Lega, dove celodurismo e razzismo sono le due facce della stessa medaglia: «noi», i maschi italiani, ci ergiamo a «protettori» (nei vari sensi di questa parola) delle donne italiane contro gli stranieri barbari e stupratori. Ciò che significa, tra le altre orribili cose, togliere voce alle donne stesse, a dimostrazione del fatto che sessismo e razzismo vanno sempre insieme. Del resto, quando si invocano l'identità e le tradizioni, il popolo e la patria, l'implicito (che nelle pulizie etniche diventa esplicito) è il ferreo controllo sulle donne e i loro corpi, giacché depositarie di identità, tradizioni, e così via.
L'ostilità nei confronti delle donne è però molto visibile anche nei comportamenti e nei discorsi del presidente del consiglio. A lui le donne non piacciono. Gli piaceva, non a caso, la sua mamma. Le tollera se corpi senza voce, se mogli e puttane al modo tradizionale, se gli fanno coro ammirato intorno. Io penso che ne abbia paura.
La paura attraverso cui il populismo autoritario governa e si legittima è in primo luogo la paura delle donne e delle loro libertà, anche se questa paura non è detta esplicitamente. Il consenso diffuso a questo regime va rintracciato anche qui. L'immaginario degli anni novanta, dopo il femminismo, è popolato da mostri femminili, donne onnipotenti padrone della vita e della morte, minaccia per i figli e l'ordine sociale, persecutrici di padri separati, potenziali assassine di embrioni, smisurate. È un immaginario diffuso, che certo non risparmia chi votava o vota «a sinistra».
L'insicurezza propria dell'epoca in cui viviamo trova i suoi capri espiatori (in Italia) nei migranti, ma (anche, se non soprattutto) è di noi parla questa favola.
E certo in Italia saremo speciali (ma non lo era anche Mussolini?), però le destre estreme vincitrici in Europa utilizzano un repertorio linguistico e simbolico non tanto diverso da quello della Lega, e i giornali dell'«amico Putin» inneggiano alla virilità dell'anziano scopatore. Per fortuna (del maschile) c'è Obama, tutto un altro modo di interpretare le virtù virili.
Ciò che va in scena da un po' in Italia è la miseria della mascolinità. Più che, genericamente, le donne e, in particolare, le femministe, a dir qualcosa dovrebbero essere gli uomini. Non (soltanto) sulle bugie del presidente del consiglio e sul dibattito pubblico/privato, ma proprio sulla messa in scena di un maschile povero, misero, e, come bene messo in rilievo dalle «puttane», ridicolo. Qui il machismo tradizionale non c'entra proprio. Né c'entrano affatto le osservazioni sulle «donne all'epoca di Berlusconi» di un recente articolo su Repubblica di Michela Marzano. La quale si interroga su qualcosa che non è tipico delle donne italiane né delle donne in genere: ossia, l'ossessione di intervenire sul proprio corpo per renderlo simile a quello di qualche modella o modello. Ossessione rintracciabile ovunque, e in tutti i sessi/generi. Molto ci sarebbe da dire su questo, ma non voglio farlo qui. Invece voglio parlare di questo maschile, della sua deriva ridicola, e poi riflettere su che cosa ci dice sul tipo di regime politico che viviamo.
La miseria: un anziano liftato, truccato, coi capelli finti, assai ricco e potente, ridotto a comprare non tanto sesso, ma ammirazione (le povere ragazze costrette a visionare lunghi video dell'anziano suddetto che si accompagna a capi e cape di stato) mi pare una metafora dell'impotenza del maschile odierno (che nemmeno l'aiutino di qualche medicamento miracoloso riesce a dissimulare).
Un maschile riprodotto dalle patetiche figure dei Bondi, dei Ghedini e dei Cicchitto, nonché dei tristi «tra moglie e marito...», o «...noi non facciamo del moralismo» dei Franceschini e simili.
Vincere, l'ultimo film di Bellocchio, mi ha fatto pensare: com'è che oggi ci rendiamo conto perfettamente di quanto ridicoli (oltre che, va da sé, tutto il resto) fossero Mussolini e la sua esibizione di virilità, quella sì machista, e stentiamo invece a riconoscere lo stesso ridicolo in Berlusconi? Certo, ai tempi le donne erano mogli o puttane, ma stavano al loro posto. Anche oggi per molti uomini sono mogli o puttane, ma al loro posto non ci stanno, tanto che sono state proprio le mogli e le puttane a dire che il re è nudo, e queste ultime a sbeffeggiarlo.
Però, non siamo passati dalla tragedia alla farsa. In realtà, non c'è molto da ridere, giacché questo miserando spettacolo si inserisce perfettamente dentro quel populismo autoritario di cui parla, tra gli altri, Jonathan Simon, a proposito dell'America prima di Obama (Il governo della paura, Cortina). Il populismo autoritario governa con e attraverso la paura e utilizza a piene mani un repertorio simbolico maschilista. In Italia, il tipo ideale di questo populismo è la Lega, dove celodurismo e razzismo sono le due facce della stessa medaglia: «noi», i maschi italiani, ci ergiamo a «protettori» (nei vari sensi di questa parola) delle donne italiane contro gli stranieri barbari e stupratori. Ciò che significa, tra le altre orribili cose, togliere voce alle donne stesse, a dimostrazione del fatto che sessismo e razzismo vanno sempre insieme. Del resto, quando si invocano l'identità e le tradizioni, il popolo e la patria, l'implicito (che nelle pulizie etniche diventa esplicito) è il ferreo controllo sulle donne e i loro corpi, giacché depositarie di identità, tradizioni, e così via.
L'ostilità nei confronti delle donne è però molto visibile anche nei comportamenti e nei discorsi del presidente del consiglio. A lui le donne non piacciono. Gli piaceva, non a caso, la sua mamma. Le tollera se corpi senza voce, se mogli e puttane al modo tradizionale, se gli fanno coro ammirato intorno. Io penso che ne abbia paura.
La paura attraverso cui il populismo autoritario governa e si legittima è in primo luogo la paura delle donne e delle loro libertà, anche se questa paura non è detta esplicitamente. Il consenso diffuso a questo regime va rintracciato anche qui. L'immaginario degli anni novanta, dopo il femminismo, è popolato da mostri femminili, donne onnipotenti padrone della vita e della morte, minaccia per i figli e l'ordine sociale, persecutrici di padri separati, potenziali assassine di embrioni, smisurate. È un immaginario diffuso, che certo non risparmia chi votava o vota «a sinistra».
L'insicurezza propria dell'epoca in cui viviamo trova i suoi capri espiatori (in Italia) nei migranti, ma (anche, se non soprattutto) è di noi parla questa favola.
E certo in Italia saremo speciali (ma non lo era anche Mussolini?), però le destre estreme vincitrici in Europa utilizzano un repertorio linguistico e simbolico non tanto diverso da quello della Lega, e i giornali dell'«amico Putin» inneggiano alla virilità dell'anziano scopatore. Per fortuna (del maschile) c'è Obama, tutto un altro modo di interpretare le virtù virili.
Ragazze immagine
Ida Dominijanni - il manifesto 23 giugno 2009
Distogliamo lo sguardo da Silvio Berlusconi e spostiamolo sulle giovani donne che hanno raccontato gli incontri a palazzo Graziosi e a Villa Certosa nell'inchiesta di Bari. Tutta questa storia aperta dalla denuncia di Veronica Lario sul «divertimento dell'imperatore» non ha niente di privato ed è tutta politica, stiamo sostenendo da più di un mese, perché porta alla luce un ganglio cruciale del sistema di potere e di consenso di Berlusconi e del berlusconismo. Ma sia il potere sia il consenso sono fatti relazionali: si fanno in due, chi dispone e chi obbedisce, chi propone e chi acconsente, sia pure in posizione dispari tra loro. Dunque c'è il sistema di potere del premier imperniato su una certa politica del sesso e dei rapporti fra i sessi, e ci sono queste giovani donne che vi partecipano e ne consentono il funzionamento, anzi lo hanno consentito fino a un certo punto per poi disvelarlo. Ed è chiaro che, se lo scandalo investe prima di tutto il premier, l'interesse dovrebbe volgersi parimenti a loro, per quello che dicono e che non dicono della società a cui appartengono e dell'immaginario, dei sogni e dei progetti, dell'etica e dell'estetica di cui sono portatrici. E che, salvo liquidare difensivamente escort e ragazze-immagine come eccezioni rispetto alla norma e alla normalità femminile, ci interrogano e ci interpellano: quella società, quell'immaginario, quei sogni e quei progetti, quell'etica e quell'estetica dicono qualcosa a noi tutte.
Leggendo e rileggendo dichiarazioni e interviste di Patrizia D'Addario, Lucia Rossini e Barbara Montereale, e soprattutto guardando e riguardando l'intervista filmata a quest'ultima sul sito di Repubblica, dove il viso e il corpo dicono più della parola scritta, cinque cose impressionano soprattutto. La prima è la padronanza con cui si catalogano e si contrattano mansioni, prestazioni e compensi: tanto per questo, il doppio per quello, «non lavoro per la gloria, se vado a una cena ci vado per avere dei soldi», fare la ragazza-immagine è diverso che fare la escort ma anche per una escort «quello è il suo lavoro, ognuno ha il suo lavoro». Ora, è dagli anni 80 che il movimento per i diritti delle prostitute rivendica - senza convincermi, aggiungo - che fare sesso a pagamento, ovvero vendere il proprio corpo, è un lavoro come un altro, da negoziare come si fa con qualunque lavoro. Ma come siamo arrivati a rendere contabile e negoziabile qualsiasi prestazione del corpo, un sorriso, una presenza a cena, un ballo a una festa, un'impronta che fa immagine? Mansioni come altre, sembra di sentir parlare gli operai che negli anni 70 ti spiegavano la catena di montaggio. Quale cambiamento culturale ha reso il corpo, per queste donne, simile a una macchina, e alienato come una macchina?
La seconda cosa è l'ossessione dell'immagine: non è nel regno delle cose ma in quello della rappresentazione che la vita si svolge. Le ragazze arrivano a palazzo Grazioli, cenano e per prima cosa vanno in bagno a fotografarsi, registe di se stesse, e a immortalare l'evento. L'emozione si deposita in quella foto, non riguarda tanto l'aver varcato la soglia del palazzo del potere (anche se dell'evento «straordinario» si dà notizia all'una di notte per telefono alla mamma che a sua volta tace e acconsente), quanto il registrare di averlo fatto e il poterlo mostrare ad altri. Qui il cambiamento culturale si chiama ovviamente televisione, fine del confine fra realtà e rappresentazione eccetera eccetera. Ma colpisce ugualmente - terza cosa -, a fronte di questo peso dell'immagine, la derubricazione del potere politico in sé e per sé. Che «Silvio» (per Barbara) o «Papi» (per le altre ospiti ancora senza volto) sia casualmente il presidente del consiglio sembra essere tutto sommato un fatto relativo, e certamente non comporta alcun particolare cambio di registro o di galateo. Né alcun sospetto o alcuna cautela: quarta cosa, impressiona l'affidamento cieco all'uomo potente, come se il potere (maschile) avesse d'incanto perso ogni opacità e fosse diventato trasparente, credibile, anch'esso negoziabile (io resto a dormire con te, tu mi aiuti a fare il mio residence sulla costa). Certo aiuta, in questo, l'acclarata «affettuosità» dell'ospite, che tutte conquista, come se - quinta cosa che colpisce - ciascuna stentasse assai a trovarla altrove, e segnatamente in altri uomini: del resto, ci informa Barbara, lei fa la ragazza immagine solo perché non può fare quello che vorrebbe, cioè «la moglie e la madre». E perché è questo che passa il convento, cioè il mercato del lavoro. Ma sul suo viso non passa mai l'ombra del risentimento, né del vittimismo. A conferma che tutta questa storia non si sta giocando nel registro di una rinnovata oppressione patriarcale, ma in quello di una perversa forma di emancipazione femminile, postpatriarcale e postfemminista. Che è forse ciò che la rende così complessa da leggere, in Italia e all'estero.
Distogliamo lo sguardo da Silvio Berlusconi e spostiamolo sulle giovani donne che hanno raccontato gli incontri a palazzo Graziosi e a Villa Certosa nell'inchiesta di Bari. Tutta questa storia aperta dalla denuncia di Veronica Lario sul «divertimento dell'imperatore» non ha niente di privato ed è tutta politica, stiamo sostenendo da più di un mese, perché porta alla luce un ganglio cruciale del sistema di potere e di consenso di Berlusconi e del berlusconismo. Ma sia il potere sia il consenso sono fatti relazionali: si fanno in due, chi dispone e chi obbedisce, chi propone e chi acconsente, sia pure in posizione dispari tra loro. Dunque c'è il sistema di potere del premier imperniato su una certa politica del sesso e dei rapporti fra i sessi, e ci sono queste giovani donne che vi partecipano e ne consentono il funzionamento, anzi lo hanno consentito fino a un certo punto per poi disvelarlo. Ed è chiaro che, se lo scandalo investe prima di tutto il premier, l'interesse dovrebbe volgersi parimenti a loro, per quello che dicono e che non dicono della società a cui appartengono e dell'immaginario, dei sogni e dei progetti, dell'etica e dell'estetica di cui sono portatrici. E che, salvo liquidare difensivamente escort e ragazze-immagine come eccezioni rispetto alla norma e alla normalità femminile, ci interrogano e ci interpellano: quella società, quell'immaginario, quei sogni e quei progetti, quell'etica e quell'estetica dicono qualcosa a noi tutte.
Leggendo e rileggendo dichiarazioni e interviste di Patrizia D'Addario, Lucia Rossini e Barbara Montereale, e soprattutto guardando e riguardando l'intervista filmata a quest'ultima sul sito di Repubblica, dove il viso e il corpo dicono più della parola scritta, cinque cose impressionano soprattutto. La prima è la padronanza con cui si catalogano e si contrattano mansioni, prestazioni e compensi: tanto per questo, il doppio per quello, «non lavoro per la gloria, se vado a una cena ci vado per avere dei soldi», fare la ragazza-immagine è diverso che fare la escort ma anche per una escort «quello è il suo lavoro, ognuno ha il suo lavoro». Ora, è dagli anni 80 che il movimento per i diritti delle prostitute rivendica - senza convincermi, aggiungo - che fare sesso a pagamento, ovvero vendere il proprio corpo, è un lavoro come un altro, da negoziare come si fa con qualunque lavoro. Ma come siamo arrivati a rendere contabile e negoziabile qualsiasi prestazione del corpo, un sorriso, una presenza a cena, un ballo a una festa, un'impronta che fa immagine? Mansioni come altre, sembra di sentir parlare gli operai che negli anni 70 ti spiegavano la catena di montaggio. Quale cambiamento culturale ha reso il corpo, per queste donne, simile a una macchina, e alienato come una macchina?
La seconda cosa è l'ossessione dell'immagine: non è nel regno delle cose ma in quello della rappresentazione che la vita si svolge. Le ragazze arrivano a palazzo Grazioli, cenano e per prima cosa vanno in bagno a fotografarsi, registe di se stesse, e a immortalare l'evento. L'emozione si deposita in quella foto, non riguarda tanto l'aver varcato la soglia del palazzo del potere (anche se dell'evento «straordinario» si dà notizia all'una di notte per telefono alla mamma che a sua volta tace e acconsente), quanto il registrare di averlo fatto e il poterlo mostrare ad altri. Qui il cambiamento culturale si chiama ovviamente televisione, fine del confine fra realtà e rappresentazione eccetera eccetera. Ma colpisce ugualmente - terza cosa -, a fronte di questo peso dell'immagine, la derubricazione del potere politico in sé e per sé. Che «Silvio» (per Barbara) o «Papi» (per le altre ospiti ancora senza volto) sia casualmente il presidente del consiglio sembra essere tutto sommato un fatto relativo, e certamente non comporta alcun particolare cambio di registro o di galateo. Né alcun sospetto o alcuna cautela: quarta cosa, impressiona l'affidamento cieco all'uomo potente, come se il potere (maschile) avesse d'incanto perso ogni opacità e fosse diventato trasparente, credibile, anch'esso negoziabile (io resto a dormire con te, tu mi aiuti a fare il mio residence sulla costa). Certo aiuta, in questo, l'acclarata «affettuosità» dell'ospite, che tutte conquista, come se - quinta cosa che colpisce - ciascuna stentasse assai a trovarla altrove, e segnatamente in altri uomini: del resto, ci informa Barbara, lei fa la ragazza immagine solo perché non può fare quello che vorrebbe, cioè «la moglie e la madre». E perché è questo che passa il convento, cioè il mercato del lavoro. Ma sul suo viso non passa mai l'ombra del risentimento, né del vittimismo. A conferma che tutta questa storia non si sta giocando nel registro di una rinnovata oppressione patriarcale, ma in quello di una perversa forma di emancipazione femminile, postpatriarcale e postfemminista. Che è forse ciò che la rende così complessa da leggere, in Italia e all'estero.
Una storia italiana
Mariuccia Ciotta - il manifesto 5 maggio 2009
Un «tranello mediatico» sarebbe all'origine della deflagrazione berlusconiana, vaso di Pandora scoperchiato da un'insider che ha trasformato una questione domestica in un clamoroso fatto politico. Un paradosso per il re dell'audience. Veronica Lario, sostiene il premier, è stata «sobillata... so io da chi». E il leader del Pd Franceschini, che si sente chiamato in causa, reagisce con furia contro la «cospirazione della sinistra», mentre rivendica il bon ton del suo partito sulla «dolorosa vicenda privata». Si accodano in molti con l'adagio «tra moglie e marito...». Ancora adesso l'opposizione resta cieca, non vede il «ciarpame senza vergogna» e che il caso Veronica-Silvio si presenta come il paradigma di questa Italia modellata sulla compravendita di massa, non solo veline, ma il grande corpo del paese offerto al garante del destino comune.
La politica di Berlusconi è di per sé assunzione del privato, ingerenza sentimentale nelle «quattro mura domestiche» e non solo grazie alla tv. Il flusso narrativo della sua realtà travalica il monitor e si espande nel sociale, disegna un set-mondo dove le persone interpretano tutte i personaggi di «un paese che offre le figlie minorenni in cambio di un'illusoria notorietà» (Veronica) e dove il denaro è l'unico bene di riferimento. Forse non sarà il 75% che lo ama, forse non saranno 8 operai su cento a votarlo, ma la popolarità del presidente del consiglio è un fatto tangibile.
Purtroppo Veronica Lario non è affatto sobillata dalla sinistra, e il suo gesto clamoroso che rompe lo stato di anestesia collettivo non può passare sotto il capitolo divorzio, ovvero questioni tra coniugi. Non a caso, Berlusconi, dopo un'iniziale prudenza, ha proclamato guerra «durissima» contro la moglie - che certo non ha deciso la separazione sull'onda di una scenata di gelosia, il ballo della diciottenne, o per le presunte show-girl arruolate nelle liste europee - perché ha capito che la sua dolce metà ha colpito nel segno. Il regno del cavaliere si è virtualmente sgretolato quando Veronica ha indicato la congiunzione carnale tra privato e pubblico, tra l'uomo così com'è, una specie di Tognazzi di Io la conoscevo bene, il maschio da dopo guerra, corruttore di mestiere, che si «accompagna con minorenni», e il capo del governo, quello che ha regalato il suo «album di famiglia» porta a porta col titolo Una storia italiana. In vendita elettorale la sua intimità, con Veronica e i bambini nel prato di casa. Il «papi», all'improvviso, ha preso il posto del «padre», quello che si è autoproclamato tutore della vita usurpando il ruolo di Beppino Englaro, e che dispensa felicità ai terremotati sotto forma di dentiere, tailleur e prefabbricati. Il biopotere ha mostrato così tutte le sue verità nascoste, i suoi trucchi manipolatori.
È impressionante vedere ora analisti e politici fare a gara per tirarsi fuori come davanti a un lutto personale e lasciare a Berlusconi, ancora una volta, le leve del potere decisionale. Sarà lui con i suoi avvocati a condurre la danza, lenta o rock a seconda le previsioni dell'audience. Alla vigilia delle elezioni, qualcuno cambierà canale o gli concederà ancora «l'immunità morale» secondo Rosy Bindi? La stampa internazionale ci guarda e non dalle pagine gossip. Se l'unica opposizione in Italia resterà ad Arcore non ci resta che divorziare tutti da noi stessi.
Un «tranello mediatico» sarebbe all'origine della deflagrazione berlusconiana, vaso di Pandora scoperchiato da un'insider che ha trasformato una questione domestica in un clamoroso fatto politico. Un paradosso per il re dell'audience. Veronica Lario, sostiene il premier, è stata «sobillata... so io da chi». E il leader del Pd Franceschini, che si sente chiamato in causa, reagisce con furia contro la «cospirazione della sinistra», mentre rivendica il bon ton del suo partito sulla «dolorosa vicenda privata». Si accodano in molti con l'adagio «tra moglie e marito...». Ancora adesso l'opposizione resta cieca, non vede il «ciarpame senza vergogna» e che il caso Veronica-Silvio si presenta come il paradigma di questa Italia modellata sulla compravendita di massa, non solo veline, ma il grande corpo del paese offerto al garante del destino comune.
La politica di Berlusconi è di per sé assunzione del privato, ingerenza sentimentale nelle «quattro mura domestiche» e non solo grazie alla tv. Il flusso narrativo della sua realtà travalica il monitor e si espande nel sociale, disegna un set-mondo dove le persone interpretano tutte i personaggi di «un paese che offre le figlie minorenni in cambio di un'illusoria notorietà» (Veronica) e dove il denaro è l'unico bene di riferimento. Forse non sarà il 75% che lo ama, forse non saranno 8 operai su cento a votarlo, ma la popolarità del presidente del consiglio è un fatto tangibile.
Purtroppo Veronica Lario non è affatto sobillata dalla sinistra, e il suo gesto clamoroso che rompe lo stato di anestesia collettivo non può passare sotto il capitolo divorzio, ovvero questioni tra coniugi. Non a caso, Berlusconi, dopo un'iniziale prudenza, ha proclamato guerra «durissima» contro la moglie - che certo non ha deciso la separazione sull'onda di una scenata di gelosia, il ballo della diciottenne, o per le presunte show-girl arruolate nelle liste europee - perché ha capito che la sua dolce metà ha colpito nel segno. Il regno del cavaliere si è virtualmente sgretolato quando Veronica ha indicato la congiunzione carnale tra privato e pubblico, tra l'uomo così com'è, una specie di Tognazzi di Io la conoscevo bene, il maschio da dopo guerra, corruttore di mestiere, che si «accompagna con minorenni», e il capo del governo, quello che ha regalato il suo «album di famiglia» porta a porta col titolo Una storia italiana. In vendita elettorale la sua intimità, con Veronica e i bambini nel prato di casa. Il «papi», all'improvviso, ha preso il posto del «padre», quello che si è autoproclamato tutore della vita usurpando il ruolo di Beppino Englaro, e che dispensa felicità ai terremotati sotto forma di dentiere, tailleur e prefabbricati. Il biopotere ha mostrato così tutte le sue verità nascoste, i suoi trucchi manipolatori.
È impressionante vedere ora analisti e politici fare a gara per tirarsi fuori come davanti a un lutto personale e lasciare a Berlusconi, ancora una volta, le leve del potere decisionale. Sarà lui con i suoi avvocati a condurre la danza, lenta o rock a seconda le previsioni dell'audience. Alla vigilia delle elezioni, qualcuno cambierà canale o gli concederà ancora «l'immunità morale» secondo Rosy Bindi? La stampa internazionale ci guarda e non dalle pagine gossip. Se l'unica opposizione in Italia resterà ad Arcore non ci resta che divorziare tutti da noi stessi.
2008
Gossip, invece parliamone
Ida Dominijanni - il manifesto 5 luglio 2008
Come al solito, di fronte a uno scacco Silvio Berlusconi fa più uno. «Fatti che non hanno niente a che vedere con il programma del governo», pettegolezzi che non scalfiscono anzi aumentano la popolarità del premier. Si parli d'altro: i miracoli già fatti in due mesi d'attività, l'inasprimento delle pene per la violenza sessuale a opera della chiacchierata ministra per le pari opportunità. L'opposizione-ombra gli fa eco. Fatti personali che non hanno niente a che fare col giudizio politico, «non gli chiederemo mai le dimissioni per quel che ha fatto o detto nella sua vita privata, ma per i danni provocati agli italiani». Si parli d'altro: stipendi, caro-vita, potere d'acquisto.
Il sollievo per la mancata performance del premier a Matrix infatti è generale: si può parlare d'altro appunto, e il più autorevole quotidiano d'Italia può espungere l'argomento dalla prima pagina. Il gossip è stato arginato, il privato archiviato, l'autorità pubblica del governo ripristinata? Non scherziamo.
Ci sono tratti del carattere nazionale che rispuntano puntualmente sempre uguali. Esattamente dieci anni fa, estate 1998, mentre l'opinione pubblica mondiale assisteva connessa in Rete al processo Starr sul sexgate clintoniano, che sanciva urbi et orbi la fine della separazione fra pubblico e privato nella politica occidentale, l'opinione pubblica maschile-democratica italiana si lanciò in una strenua difesa della privacy del presidente americano, accompagnata dalla solita supponente condanna del moralismo bigotto della società d'oltreoceano. Ce n'era di che, perché di moralismo strumentale contro Clinton ne correva a fiumi; ma lungi dall'essere un antidoto al bigottismo americano, quell'anacronistica difesa della privacy perduta suonava già allora come il trionfo del bigottismo all'italiana, ovvero di quella doppia morale cattolica che chiude da sempre due occhi sui comportamenti personali dei politici per salvarne l'intangibilità pubblica. Piccole strategie da provincia dell'Impero: dal centro veniva il segnale inequivoco che il doppio corpo del Re aveva perso l'aura, si era ridotto a uno ed era nudo. E che la linea di confine fra pubblico e privato era saltata per sempre, sotto i colpi della fine del patriarcato prima e del potere tecnologico poi.
Il paragone col sexgate finisce qui, e bene farebbe chi si lancia in approssimative sovrapposizioni fra Monica Lewinsky e le ministre nostrane a riflettere invece sulle differenze fra i due scenari. Lì tutto cominciò dalle confidenze fra Monica e una sua amica, qui le ministre tacciono e spocchiosamente invitano anche loro a parlar d'altro (senza meritarsi in verità la solidarietà femminista che alcune nostre amiche si affrettano a erogare). Lì Clinton provò a mentire e derubricare, ma infine stette alla regola di un processo pubblico e implacabile senza mai gridare al complotto dei giudici. Lì l'opinione pubblica ascoltò e valutò, il presidente pagò un prezzo - troppo alto - che sua moglie ha appena finito di saldare nella sua corsa perdente alla Casa Bianca: e non per colpa del moralismo americano, ma per l'intrigo di contraddizioni fra vizi privati e pubbliche virtù in cui la coppia Clinton risultò da allora inviluppata.
Dieci anni dopo, il piccolo re Berlusconi ha completato l'opera di demolizione del confine fra pubblico e privato. Non politicizzando il personale, come fece il femminismo degli anni Settanta, ma privatizzando il politico: conflitto d'interesse, visite di stato nelle ville sarde con la bandana in testa, lifting e trapianti di capelli rivenduti al mercato della seduzione politica, potenza sessuale farmacodipendente millantata al mercato della suggestione subliminale. Si può volgere lo sguardo e dire «parliamo d'altro», rifugiandosi ancora una volta nella trincea della privacy perduta?
Ora che si sa che le intercettazioni incriminate sono state o saranno, correttamente e secondo garanzie, bruciate perché irrilevanti a fini processuali, bisognerebbe al contrario uscire dalla trincea, e parlare e riparlare solo di questo fastidioso, antiestetico e antietico gossip, che se non è rilevante penalmente lo è invece, eccome, politicamente. Ricordare l'insegnamento dei cattivi maestri e delle cattive maestre degli anni Settanta, che diceva che il regime di sessualità ha sempre a che vedere col regime di verità di una società. Sul regime di sessualità che emerge dal fastidioso gossip, c'è poco da aggiungere a quello che ha scritto ieri Francesco Merlo su Repubblica: nuvola di «impotenza depravata» che aleggia sul palazzo, «corpi senza erotismo, sesso senza eros, ballo senza sapori» che incombono dalla tv e dalla politica berlusconizzate, «degenerazione del potere che prende il sapore del disfacimento fisico e del Viagra». E' il berlusconismo, d'accordo. Ma a quale regime di verità corrisponde? Che cosa dice del consenso che lo sorregge, evidentemente invidiandolo ed emulandolo? Cos'è questa impotenza del desiderio maschile che si arma di potere arrogante e decadente? Cos'è questo commercio di sesso e comparsate televisive, di sesso e ministeri, senza sottrazione né protesta né parola femminile? Quale ombra rimanda, quella nuvola che avvolge il Palazzo, sulle nostre esistenze? E che ne è in tutto questo del desiderio e del piacere, qual è la loro verità che questo regime di verità interdice? Chi da sinistra si interroga sulle ragioni della depressione della politica, non si affretti a parlar d'altro e cerchi anche qui.
Il sollievo per la mancata performance del premier a Matrix infatti è generale: si può parlare d'altro appunto, e il più autorevole quotidiano d'Italia può espungere l'argomento dalla prima pagina. Il gossip è stato arginato, il privato archiviato, l'autorità pubblica del governo ripristinata? Non scherziamo.
Ci sono tratti del carattere nazionale che rispuntano puntualmente sempre uguali. Esattamente dieci anni fa, estate 1998, mentre l'opinione pubblica mondiale assisteva connessa in Rete al processo Starr sul sexgate clintoniano, che sanciva urbi et orbi la fine della separazione fra pubblico e privato nella politica occidentale, l'opinione pubblica maschile-democratica italiana si lanciò in una strenua difesa della privacy del presidente americano, accompagnata dalla solita supponente condanna del moralismo bigotto della società d'oltreoceano. Ce n'era di che, perché di moralismo strumentale contro Clinton ne correva a fiumi; ma lungi dall'essere un antidoto al bigottismo americano, quell'anacronistica difesa della privacy perduta suonava già allora come il trionfo del bigottismo all'italiana, ovvero di quella doppia morale cattolica che chiude da sempre due occhi sui comportamenti personali dei politici per salvarne l'intangibilità pubblica. Piccole strategie da provincia dell'Impero: dal centro veniva il segnale inequivoco che il doppio corpo del Re aveva perso l'aura, si era ridotto a uno ed era nudo. E che la linea di confine fra pubblico e privato era saltata per sempre, sotto i colpi della fine del patriarcato prima e del potere tecnologico poi.
Il paragone col sexgate finisce qui, e bene farebbe chi si lancia in approssimative sovrapposizioni fra Monica Lewinsky e le ministre nostrane a riflettere invece sulle differenze fra i due scenari. Lì tutto cominciò dalle confidenze fra Monica e una sua amica, qui le ministre tacciono e spocchiosamente invitano anche loro a parlar d'altro (senza meritarsi in verità la solidarietà femminista che alcune nostre amiche si affrettano a erogare). Lì Clinton provò a mentire e derubricare, ma infine stette alla regola di un processo pubblico e implacabile senza mai gridare al complotto dei giudici. Lì l'opinione pubblica ascoltò e valutò, il presidente pagò un prezzo - troppo alto - che sua moglie ha appena finito di saldare nella sua corsa perdente alla Casa Bianca: e non per colpa del moralismo americano, ma per l'intrigo di contraddizioni fra vizi privati e pubbliche virtù in cui la coppia Clinton risultò da allora inviluppata.
Dieci anni dopo, il piccolo re Berlusconi ha completato l'opera di demolizione del confine fra pubblico e privato. Non politicizzando il personale, come fece il femminismo degli anni Settanta, ma privatizzando il politico: conflitto d'interesse, visite di stato nelle ville sarde con la bandana in testa, lifting e trapianti di capelli rivenduti al mercato della seduzione politica, potenza sessuale farmacodipendente millantata al mercato della suggestione subliminale. Si può volgere lo sguardo e dire «parliamo d'altro», rifugiandosi ancora una volta nella trincea della privacy perduta?
Ora che si sa che le intercettazioni incriminate sono state o saranno, correttamente e secondo garanzie, bruciate perché irrilevanti a fini processuali, bisognerebbe al contrario uscire dalla trincea, e parlare e riparlare solo di questo fastidioso, antiestetico e antietico gossip, che se non è rilevante penalmente lo è invece, eccome, politicamente. Ricordare l'insegnamento dei cattivi maestri e delle cattive maestre degli anni Settanta, che diceva che il regime di sessualità ha sempre a che vedere col regime di verità di una società. Sul regime di sessualità che emerge dal fastidioso gossip, c'è poco da aggiungere a quello che ha scritto ieri Francesco Merlo su Repubblica: nuvola di «impotenza depravata» che aleggia sul palazzo, «corpi senza erotismo, sesso senza eros, ballo senza sapori» che incombono dalla tv e dalla politica berlusconizzate, «degenerazione del potere che prende il sapore del disfacimento fisico e del Viagra». E' il berlusconismo, d'accordo. Ma a quale regime di verità corrisponde? Che cosa dice del consenso che lo sorregge, evidentemente invidiandolo ed emulandolo? Cos'è questa impotenza del desiderio maschile che si arma di potere arrogante e decadente? Cos'è questo commercio di sesso e comparsate televisive, di sesso e ministeri, senza sottrazione né protesta né parola femminile? Quale ombra rimanda, quella nuvola che avvolge il Palazzo, sulle nostre esistenze? E che ne è in tutto questo del desiderio e del piacere, qual è la loro verità che questo regime di verità interdice? Chi da sinistra si interroga sulle ragioni della depressione della politica, non si affretti a parlar d'altro e cerchi anche qui.
13 FEBBRAIO
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