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Tunisia, la vertigine di poter scegliere
di SERGE HALIMI
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di TRISTAN COLOMA
 
 
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Benedetto Vecchi

L’attuale situazione de il manifesto costringe a misurarci con la sua opacità di giornale politico. Nessuna sezione di lavoro può sottrarsi a un'analisi ponderata del proprio operato, perché la crisi del giornale non è solo crisi economica, finanziaria, ma soprattutto di inadeguatezza nella sua forma di giornale politico. Opacità, inadeguatezza a cui si aggiunge la perdita di autorevolezza nel proporre una lettura critica adeguata ai conflitti presenti nella realtà italiana e dello stato delle cose a livello mondiale.
Due anni fa ho partecipato alle attività di un gruppo a supporto de il manifesto formatosi su Facebook. Aveva migliaia di iscritti, che in rete hanno dato vita, al pari di quanto avveniva fuori dello schermo, a iniziative di solidarietà, di sottoscrizione. Con l’amministratore della pagina facebook concordammo un dialogo ravvicinato con i sostenitori. Per due mesi, ho spiegato le iniziative che avevamo deciso, i progetti di rilancio che purtroppo non siamo riusciti, collettivamente, a rendere operativi. Il nuovo sito internet è stato presentato solo due anni dopo; il numero del lunedì è ancora avvolto nel mistero; i circoli del manifesto sono stati messi in quarantena perché pressati da una situazione interna e esterna che toglieva tempo e concentrazione su come lanciarli al meglio. L’intervento di Loris ha sottolineato come i circoli del manifesto siano un obiettivo importante per garantire autonomia del giornale. A patto però che sia evitata una loro deriva identitaria o, peggio, che diventino un simulacro di organizzazione politica. Semmai  possono essere immaginati come spazi pubblici di discussione e di marketing virale di quanto il manifesto, in quanto impresa multimediale, produce. Per farli funzionare al meglio ci vuole umiltà, ma anche disincanto e spregiudicatezza: se un gruppo di lettori mette in campo un’iniziativa dedicata sulla difesa dell’acqua in quanto bene comune, il manifesto deve farla sua, accettando di correre il rischio di essere il media che prova a far interloquire il cosiddetto “giornalismo di strada” con quello per così dire professionale. E se da quell’iniziativa nascesse un articolo, un video, un report cartaceo, il giornale può scegliere di farli circolare come meglio crede. In fondo, abbiamo eletto da poco un direttore editoriale spero anche per questo.
L’esperienza di quel gruppo di Facebook è stata, per me, significativa per un problema non più rinviabile e che sintetizzo così: quale giornale dobbiamo fare per continuare a stare dalla parte del torto senza che questo si traduca in una piatta e sempre meno convincente testimonianza di una stagione politica, intellettuale, giornalistica che è tutta alle nostre spalle?
I sostenitori che presero la parola erano inizialmente rassicuranti sull’indispensabilità del manifesto, ma al tempo stesso erano soprattutto impietosi sul giornale che volevano salvare. La cultura era considerata elitaria, autoreferenziale; oppure, troppa attenta alle tendenze e alle mode culturali. Le visioni erano viste come un gruppo di lavoro autocompiaciuto e prigioniero di un vezzo postmoderno che aveva fatto il suo tempo.  La sezione politica era ripetutamente accusata di dare troppo spazio alla «politica di palazzo» e di avere un atteggiamento altezzoso su quanto avveniva nella sinistra che chissà perché è chiamata radicale; alla sezione sociale veniva rimproverato una lettura pauperistica del sociale e di interpretare i  movimenti sociali come semplici appendici, meglio variabili dipendenti del sistema politico, ignorando il loro,  più o meno riuscito, obiettivo di essere una forma politica autonoma dai partiti.
Le critiche impietose investivano anche il gruppo dell’economia e del sindacale, perché troppo ancorato al sindacato confederale o interessato a una critica di maniera del neoliberismo. Gli esteri, da sempre un punto di forza del manifesto, venivano apprezzati solo quando parlavano di realtà ignorate dagli altri giornali, e quando venivano citati alcuni punti qualificanti della nostra attività giornalistica (la guerra infinita dell’era Bush, il Medio Oriente, l’est europeo post-89, la Cina, quella piccola, grande rivoluzione avvenuta in America latina) i giudizi erano meno indulgenti. In questo caso era messi al microscopio l’incapacità di una griglia analitica di leggere un mondo dove tutto è cambiato.
Con molte di queste posizioni dissentivo. A volte perché semplicistiche, altre perché espressione di un desiderio di purezza ideologica tanto pernicioso quanto, questo sì, autoreferenziale. Non ritengo che chi prese allora la parola posso rappresentare un campione rappresentativo. Ma se tali critiche si ripresentano tali e quali ogni volta che apriamo la discussione all’esterno vanno prese come l’addensarsi di un sentimento sull’inadeguatezza di un giornale come il manifesto di cui il calo delle vendite è il fenomeno più macroscopico. E’ venuto quindi il tempo di cercare di spiegare a noi stessi il perché siamo passati nell’arco di un decennio a quasi dimezzare le vendite. E qui veniamo al nodo che va sciolto: quale manifesto per i prossimi quarant’anni?
Norma Rangeri propone di fare un giornale militante, cioè partigiano. Ma leggendo e rileggendo le sue note ho il dubbio che più che un giornale militante propongae un robusto e solido giornale di opinione, seppur espressione di un'opinione pubblica radicale. Il manifesto è però da sempre un giornale politico che ha creativamente contribuito alla costruzione di un’opinione pubblica di sinistra dagli anni Ottanta. Con tensioni e contraddizioni al nostro interno, ma questo siamo stati: un giornale politico che metteva in evidenza i limiti delle forze politiche e sociali date, proponendo una vision critica dei rapporti sociali dominanti che ha condizionato la vita di partiti, sindacati, movimenti, creando così le premesse di un cambiamento delle loro scelte e del loro agire; premesse che spesso sono rimaste lettera morta, ma che nulla ha tolto alla sua capacità di stare a pieno titolo e da protagonista nella discussione politica e intellettuale. La proposta di Norma ci invita a riprendere quel filo rosso, individuando nella crisi del sistema politico le possibilità di un'inversione di tendenza. La sua proposta è però di continuità con un passato che esiste solo in quel sentimento che definisco di nostalgia.  Più articolato è invece il dissenso rispetto la sua analisi politica.
La crisi del sistema politico italiano non è affrontabile solo come conseguenza di un’anomalia – Silvio Berlusconi e il suo assalto allo stato per depredarlo -. Prendiamo il recente tornado che ha investito la Protezione civile. Al di là degli scandali, al di là della caduta di legalità, emerge un dispositivo già analizzato da una brava e impegnata giornalista come Naomi Klein quando ha analizzato la cosiddetta Shock economy dell’uragano Katrina negli Usa. Di fronte a una situazione di oggettiva emergenza, c’è la concentrazione del potere nelle mani di un organismo o una persona che si fa garante e protagonista di quella che Klein ha chiamato la privatizzazione predatoria: si prendono pezzi dello stato e si privatizzano, rinunciando così a quell’esercizio della sovranità che è prerogativa dello stato nella gestione del territorio o della sicurezza dei cittadini. Lo stato di emergenza diviene così la condizione di normalità in cui un neoliberismo in crisi cerca la via d’uscita a una radicale perdita di legittimazione. Se poi si analizzano le conseguenze delle crisi economiche locali e quello accaduto da due anni a questa parte, ci accorgiamo che proprio l’emergenza è lo sfondo su cui si muove il neoliberismo. Non nego che il manifesto non abbia detto questo. Ma lo ha fatto quasi senza crederci, come una lettura intellettualistica interessante e tuttavia troppo astratta per far capire quello che stava accadendo.
Continuo a pensare che il manifesto debba essere un giornale militante di qualcosa che ancora non c’è. Non è un gioco di parole, ma la convinzione che ben poco di positivo possa venire dalla sinistra data. Più ambizioso è cercare di elaborare un punto di vista alla luce delle grandi trasformazioni che hanno investito il mondo e di cui la crisi segnala certo la lenta e contraddittoria eclissi del neoliberismo, senza che sopraggiunge nessun New Deal. Le difficoltà di Barack Obama segnalano l’assenza di una vera politica riformista, in senso positivo, che faccia leva su quel movimento di uomini e donne che hanno portato alla Casa Bianca un afro-americano.  E questo non solo perché c’è un'incapacità o un limite dei liberal americani, ma sopratutto perché la cosiddetta «politica insorgente» amplificata dal mezzo scelto per  manifestarsi (Internet) segnala una crisi altrettanto radicale, quella della «forma-movimento», di cui il manifesto dovrebbe farsi interprete.  
Dunque un giornale militante per una sinistra che non c’è e che tuttavia riesce a parlare a quella sinistra diffusa che ha preso da anni congedo dai meccanismi della rappresentanza politica. Un giornale militante capace di parlare e farsi attraversare da esperienze politiche, sociali e culturali che ha preso congedo da quelle culture politiche che hanno, nel bene e nel male, caratterizzato la sinistra politica, sindacale e sociale dell’Italia Repubblicana.

Piccola parentesi sulla sezione cultura dove lavoro.  Potrei citare molte pagine buone fatte. E altrettanto potrei ricordare la presenza di nuovi collaboratori, tutti a titolo gratuito, perché uno dei problemi della cultura è proprio il fatto che non siamo in grado di pagare collaborazioni continuative, anche eccellenti, ma che richiedono un corrispettivo economico.  Ma questo non significa che i problemi di opacità della sezione cultura non esistano. Consentitemi però uno scatto di orgoglio rispetto a chi le giudica come un insieme di pagine magari ben fatte, ma tutto sommato politicamente inutili. Le pagine culturali sono ossessivamente politiche. Difficili da leggere, talvolta, ma politiche nel senso migliore del termine. Perché cercano sempre di andare alla radice dei problemi che presentano. E sono esposte al pari di altre pagine del giornali al giudizio impietoso della realtà. Rispetto a molte delle critiche che vengono fatte sono però portato a respingere chi chiede che la cultura sia più  nazional-popolare, cioè riduttiva, esemplificativa. Un giornale politico come il manifesto deve fare altro.  Abbiamo dato spazio a minoranze intellettuali che hanno molto da dire sul presente e fa sorridere sentire un redattore che si scaglia contro l’astrusità di intellettuali impegnati politicamente in nome della gente che lotta e soffre a causa della crisi economica. L’idea di un giornale megafono è non solo impraticabile, ma suicida politicamente, editorialmente e intellettualmente.  La cultura al manifesto non ha altra funzione se non quella di cercare di definire un’agenda che intervenga sulla contingenza, ma punti anche a proporre altre prospettive da cui guardare alla realtà.  Deve cioè compiere sempre un doppio movimento: guardare criticamente ai prodotti culturali e, al tempo stesso, indicare percorsi di ricerca su temi che eccedono l’agenda politica. Esemplifico: recentemente è uscita una piccola intervista a George Lakoff, nonché una rubrica di Ida Dominijanni dedicata alle tesi di questo filosofo della mente statunitense.
Nel recente passato, le pagine culturali sono state inondati di articoli sulle cosiddette scienze cognitive. Disciplina che affronta tematiche che attengono al funzionamento del cervello. Se poi però viene operato un cortocircuito si scopre che il pensiero neoliberista ha attinto a piene mani dalle scienze cognitive per far passare ciò che Lakoff defnisce il frame conservatore, cioè quel livello profondo di percezione della realtà che porta a scegliere le politiche populiste in nome magari della libertà. Ho citato questo caso per illustrare il fatto che la sezione cultura del manifesto deve porsi l’obiettivo di registrare il noto e raccontare i punti forti di percorsi di ricerca intrapresi da minoranze culturali. E se Alain Touraine, cioè uno studioso noto e tutto sommato legittimato dall’establishment culturale, parla di fine del sociale e centralità di un individualismo democratico radicale, analogo interesse va manifestato per studiosi come Ernesto Laclau, Jacques Ranciere, Judith Bluter, Ned Rossiter, Geert Lovink, Manuel Castells che hanno affrontato questo nodo in una prospettiva più interessante e radicale.  Etienne Balibar ha scritto un saggio in cui affronta i temi del transindividuale e dell’etica. Un saggio che punta a una lettura materialista delle relazioni sociali, dove la centralità dell’individuo è spiegata dalla sua unicità e incommensurabilità. Temi portati avanti dalla destra, ma che potrebbero essere spiegati da quello stupendo ossimoro marxiano che è l’individuo sociale.  
Stabilire interlocuzione con minoranze intellettuali e sguardo critico rispetto alla produzione culturale. Tutto ciò è possibile a partire da una ricognizione, analisi puntale sulle trasformazioni dell’industria culturale. Ma anche dell’ordine del discorso proposto da questa «fabbrica del consenso». E scopriremmo che la forza del populismo e che l’egemonia culturale della destra francese, italiana, statunitense si fonda sulla loro capacità di lavorare politicamente sull’ambivalenza dei sentimenti dominanti nel capitalismo contemporaneo.  Il desiderio di libertà, la ricerca di autonomia, la sicurezza, la paura prefigurano tanto l’individualismo proprietario della destra, ma anche la possibilità di conflitti sociali e di classe che mettano in discussione il capitalismo. Il manifesto può quindi porsi l’obiettivo di svelare tale ambivalenza laddove si manifesta, sapendo che questo non si traduce in una linea, ma nell’obiettivo ambizioso di sviluppare un punto di vista, forse parziale, ma come dice Mario Tronti è una parzialità che vuole diventate il tutto. Per fare questo, occorre però che venga messa in cantiere un'inchiesta sul modo di produzione della cultura. Dopo le iniziative sugli indipendenti, serve una lettura meno episodica dell’industria culturale. Non solo mettere in evidenza il dilagante ricorso a lavoro intellettuale precario, ma soprattutto ai meccanismi di costruzione dei cataloghi per quanto riguarda le case editrici. E va da sé che non si possono solamente giudicare come una spettacolarizzazione e mercificazione della cultura i tanti festival culturali che costellano molte grandi e piccole città italiane. Un lettore ha scritto sul sito del manifesto che sono affari che riguardano solo poche migliaia di persone che aspirano a fare gli intellettuali. Un riflesso antintellettuale che porta a chiudere gli occhi sul fatto che sono iniziative produttive che mettono al lavoro decine di migliaia di uomini e donne, puntando a una diversificazione economica di aree del paese che hanno conosciuto fenomeni di deindustrializzazione o di declino produttivo a causa della globalizzazione. Miopia che impedisce la comprensione di come l’accesso alla cultura, cioè al sapere sia oramai parte integrante dei comportamenti, degli stili di vita nel capitalismo contemporaneo. E la cultura deve riscoprire quel gusto di trattare la cultura di massa. Recentemente, è uscita una pagina su Twilight, dei libri e film seriali in cui l’ambivalenza, anche qui, regna sovrana. Non c’è solo la riproposizione di un asfittico sogno d’amore, ma anche la presenza di figure femminili poco disposte a rientrare nei ranghi. Donne che amano certo, ma che affermano una libertà femminile che atterrisce i maschiettti, i quali non possono fare altro che rientrare, loro, nei ranghi di un ruolo che ha perso il suo potere. Insomma, vedere come la destra ha saputo intercettare, lavorare, rielaborare comportamenti aperti alla trasformazione. La cultura di massa è un campo dove agire guerriglia culturale. il manifesto ha ancora tutte la carte in regola per starci in modo originale.  Come ha tutte le carte in regola per riprendere l’analisi della globalizzazione dopo l’era Bush. Anche qui serve una cartografia delle tesi presenti “a sinistra”, ma anche e soprattutto cercare di capire come la tensione tra Stati Uniti e Cina più che una situazione di guerra prossima ventura tra i due paesi punti a definire una sorta di commonwealth che stabilisca relazioni gerarchiche che riconducano all’ordine paesi e movimenti che hanno manifestato ostilità verso l’egemonia statunitense o, per usare il lunguaggio odioso dei fodamentalisti, dell’Occidente. Vi risparmio infine la solita tirata sulla centralità della precarietà, del lavoro cognitivo in una situazione di crisi economica come quella attuale. Le pagine culturali sono state piene di tutto ciò.
Per fare un giornale militante per la sinistra che ancora non c’è bisogna però stare in rete con umiltà, puntando certo a qualificare  la sua presenza  come polo attrattore di elaborazione, esperienze di aggregazione sociale, ma al tempo stesso manifestare l’ambizione di compiere quel superamento dialettico della realtà data. Non c’è, infatti, nessun apriori dietro a cui nascondersi. E di tempo non ne abbiamo molto.

 
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    7 novembre 2011
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