sabato 16 febbraio 2013
Francesca Borrelli
Vorrei partire da quello che a me sembra non solo uno dei problemi principali che ci riguardano, ma anche un problema che tende a autoriprodursi, ossia il problema della nostra autoreferenzialità, del nostro ripiegamento su noi stessi, della nostra convinzione che le risorse alle quali attingere vengano principalmente dalla nostra storia e non dalle storie che l'esterno ci può fornire: come si vede anche dalla natura che sta assumendo il nostro nuovo sito, che è molto carino dal punto di vista grafico, e certamente ha una impostazione determinata dal fatto che non possiamo assicurare le forze necessarie a una emittente di notizie in tempo reale, ma che non necessariamente doveva tradursi, perciò, in una cassa di risonanza di noi stessi, come invece – a mio parere – c'è il caso che finisca per essere. Il problema della autoreferenzialità ci era già stato segnalato da quella bellissima inchiesta che venne commissionata a Left Loft e da cui non abbiamo tratto alcun insegnamento. Questa autoreferenzialità è strettamente legata a un problema identitario che ci riguarda, e che ci induce, tra l'altro, riflessi pavloviani, dove tra lo stimolo – che di volta in volta può essere una notizia o un caso da commentare – e la risposta, ossia il modo di trattare quella notizia o quel commento, non c'è nemmeno il tempo di pensare, perché la risposta si propone come già predisposta. E' come se noi avessimo un calco, una formina alla quale aderire, e nella quale anche quando le intenzioni sarebbero altre, si finisce per ricadere: come se fossimo attratti dal già visto, dal già sentito. Più precisamente, a me pare che noi oscilliamo tra un eccesso identitario, che ci porta a essere i guardiani di certe ideologie, per esempio l'ideologia lavorista, e di certi personaggi, per esempio il glorioso colonnello Gheddafi, e un vuoto identitario che ci porta a cavalcare ormai acriticamente ogni tipo di movimento, quando invece ci si aspetterebbe da noi che ci felicitassimo perché qualcosa si muove e però che mantenessimo al tempo stesso una distanza critico-analitica. A questo proposito, riprendo quel che diceva Ida quando notava che noi non siamo capaci di portare la cultura nella politica, perché di questo si tratta. Portare la cultura nella politica non vuole affatto dire, poniamo quando scoppia un terremoto in Cile, parlare dei siti artistici minacciati, o degli scrittori cileni, come ha fatto ieri sul Corriere Paolo Di Stefano, tirando in ballo da Kleist alla Allende, perché questa è una operazione intempestiva, che a me sembra persino di cattivo gusto. Invece, portare la cultura nella politica, e soprattutto nella visione che il giornale restituisce della società, implica il fatto di documentarsi, se se ne ha il tempo e l'interesse, o in alternativa ricorrere a sguardi diversi da quelli dei soliti cinque collaboratori che la pensano sempre allo stesso modo da trent'anni a questa parte. E per fare questo a me pare necessario coinvolgere la sezione cultura non trattandola come una agenda alla quale attingere qualche numero di telefono, bensì chiedendo una sua partecipazione al disegno della fisionomia stessa del giornale. A me sembra che sia necessario un radicale depistamento dei linguaggi e degli strumenti interpetativi, per cogliere almeno alcuni dei fattori che hanno concorso a determinare i mutamenti individuali degli ultimi decenni, e questo aiuterebbe anche a leggere con un occhio meno convenzionale di quello adottato da Repubblica, o di quello filogiustizialista del Fatto, il fenomeno dilagante della corruzione. A proposito di corruzione, trovo tipico della Repubblica fare una indagine sui falsi invalidi, come la si è letta qualche giorno fa, perchè è una indagine moralistica che attira consensi generici, mentre nostro compito dovrebbe essere, per esempio, istruire una inchiesta sugli invalidi veri, sulla assistenza sanitaria su cui possono contare o meno, ossia stanare una di quelle componenti della invisibilità sociale alle quali noi davamo, vent'anni fa, una sistematica messa in luce. Così come va benissimo occuparsi della sanità nella agenda di Obama, ma forse sarebbe ora di guardare con più attenzione anche sotto le nostre finestre e registrare il fatto che da circa sette anni, per opera di una normativa introdotta da Storace, nel Lazio sono stati riaperti - sotto neanche troppo mentite spoglie - i manicomi. Ma più in generale: ormai è stata elaborata una fotografia delle società del benessere che mette in primo piano, per esempio, come gli ultimi decenni siano stati caratterizzati da una relativizzazione della nozione di divieto. La misura dell’individuo ideale per la società contemporanea non è più data dalla sua docilità, ma dalla sua capacità di prendere inziative, e questo si traduce in un confronto continuo delle persone con i propri strumenti conoscitivi, in un aggiornamento continuo dei propri mezzi. Il mercato del lavoro ha da tempo cambiato la sua figura di uomo ideale da sfruttare: oggi non è più il sudore della fronte a venire ricercato, ma il sudore dell'intelletto. Il mercato del lavoro sfrutta da tempo i requisiti più connotanti dell'individuo, attinge a conoscenze antropologiche, sfrutta la neotenia dell'uomo, ossia il suo connaturato infantilismo, mette al lavoro per esempio e prima di tutto il linguaggio: una marea di nuove occupazioni fluttuanti e per antonomasia precarie sono nate intorno alla capacità di sfruttare le istanze comunicative dell'uomo. E tutto ciò porta gli individui delle società post-postfordiste a un genere di fatica diversa da quella tradizionale. E' un genere di fatica che ha portato a individuare nella società contemporanea la società nella quale la depressione ha avuto il maggior “successo sociologico”. La contrapposizone fra il permesso e il vietato, che rendeva più facile, per esempio nel '68, opporsi a una autorità esterna, si è trasformata tendenzialmente in una contrapposizione tra il possibile e l’impossibile. Ossia tra ciò che è effettivamente accessibile in questa società dei consumi dove tutto sembra a portata di mano e ciò che si rivela essere solo per pochi. Questo ha anche a che vedere con il passaggio da una società mossa dal desiderio a una società mossa dall’imperativo al godimento, che sono due cose ben diverse. Le escort di Berlusconi non hanno nulla a che fare con il desiderio, la moltiplicazione dell’offerta di gadget tecnologici non ha nulla a che vedere con il desiderio, entrambe invece hanno a che fare con l’imperativo al godimento. Proprio questa accelerazione consumistica, che è una delle chiavi della società contemporanea e che noi ci limitiamo a dare per acquisita, è stata letta in modo molto interessante come una ricerca compulsiva di rimedi mondani al carattere imperfetto dell’esistenza, o per quanto riguarda i corpi, come la necessità di trovare escamotage che estendano nello spazio e nel tempo i limiti del nostro potere. Il tramonto di una società desiderante e il tendenziale passaggio a una società succube dell'imperativo al godimento implica una trasformazione drammatica del rapporto con l'altro, un rifugio difensivo nell'isolamento, come si vede bene in quella che è la prima e la più dannosa malattia sociale degli adolescenti oggi, ossia i disturbi della alimentazione: l'anoressia e la bulimia. Perché queste patologie rivelano una relazione distorta con il pieno e il vuoto, evocano una nuova religione del corpo, uno storicamente inedito fondamentalismo dell’immagine. L'anoressia è oggi la pratica femminile più diffusa che le adolescenti scelgono per manifestare il loro rifiuto, e è evidente che il suo rovescio, la bulimia, è esemplificativa dello scollamento che la società ha indotto tra l'individuo e il desiderio. Ed è una malattia che testimonia bene ciò che Baudrillard dice del consumo contemporaneo, che non è tanto finalizzato alla cosa che si consuma quanto a se stesso: è un “consumo di consumo”. Io credo che facendo traversare il giornale da queste e altre idee da queste e altre analisi noi potremmo lavorare alla formazione di un senso comune, che ci aiuti, per esempio, a immaginare una società del dopo Berlusconi. Perciò, la mia idea di giornale è opposta a quella che ho letto nell'intervento di Angelo Mastrandrea, che vuole pochi pezzi lunghi, e molti più brevi, perchè mi domando: quale tipo di soggettività potremmo esprimere così? Quando si parla di calo delle copie non ci si domanda mai se per caso il dimezzamento delle pagine della cultura non abbia influito. La questione è archiviata, non è mai stata ripresa nemmeno in considerazione, il che mi sembra – per un giornale come il manifesto – paradossale. Se non fosse che si è andato formando qui dentro un senso comune, che è altro dal buon senso, il quale fa dell'antintellettualismo una bandiera. Noi abbiamo smesso di rivolgerci, dice Ida, e io sono d'accordo, alla sinistra critica, ossia agli intellettuali, che nel discorso di un Michelangelo Cocco, si oppongono - come il demonio al crocifisso - alla cosiddetta gente, concetto quanto mai populista e dunque reazionario. Il fatto di avere smesso di rivolgerci a una sinistra critica e ambire a dare rappresentanza, per esempio, al popolo viola, che non si farà mai rappresentare dal manifesto, ha portato a essere nel tempo sempre più prevedibili e conformisti. In quasi due settimane, a proposito di popolo viola, le adesioni arrivate su Facebook alla pagina da noi creata, vuoi essere amico del manifesto? Sono 223, di cui alcune interne al manifesto, circa 20 al giorno. Non è la gente il nostro interlocutore privilegiato.
Per concludere: già moltissimi anni fa Gigi Sullo, che rappresentava una idea di giornale da me avversata, segnalava tuttavia come l'ambizione di inseguire le notizie avrebbe portato e essere per forza di cose, ossia per debolezza di mezzi, perdenti; perché le notizie si sanno ormai in tempo reale e dunque da un giornale, e soprattutto da un giornale come il nostro, ci si aspettano commenti, analisi, indagini, inchieste, e ci si aspetta di venire almeno ogni tanto stupiti, ossia indotti a quell'atteggiamento di sospensione del giudizio che permette di attivare un processo conoscitivo, piuttosto che impacchettare in formule preconfezionate una idea del mondo. Perciò, la mia idea di giornale dovrebbe abdicare, dichiarandolo, all'idea di seguire l'agenda dettata dalle agenzie, saturando il giornale con una serie di pezzi che fanno in piccolo e peggio quel che fanno gli altri. Il giornale che immagino come necessario ai nostri interlocutori ideali dovrebbe aprire tutte le pagine con un notiziario, una colonnessa di pezzi di 15 righe, dunque 4 pezzetti magnificamente scritti, in cui si selezionerebbero le notizie più importanti. Nella fascia alta, ossia in quello che noi chiamiamo balconcino, dovrebbero invece andare le coordinate di ciò che occupa il corpo centrale della pagina, che dovrebbe essere sempre un approfondimento, nella forma della inchiesta, o della intervista, o della analisi. Faccio un esempio: il mancato golpe in Turchia. La fascia alta dovrebbe essere occupata dal resoconto della dinamica dei fatti, e il corpo centrale della pagina da una storia analitica della familiarità che la storia turca, anche recente, ha con i colpi di stato. E dunque ricostruire i precedenti storici della notizia di attualità, cosa che credo ai lettori interesserebbe molto di più che non vedersi riportare, il giorno dopo, quel che hanno già letto e sentito il giorno prima su internet o alla televisione. Questo permetterebbe di lavorare con più agio, utilizzando a turno pochissime persone per i notiziari, e affidando alle altre il compito di lavorare in tempi il più possibile tempestivi a un approfondimento che sia di attualità, anche se non necessariamente di giornata. In questa prospettiva, naturalmente ripristinerei la doppia pagina della cultura e delle visioni, anche perché a misura della berlusconizzazione che avverto giorno dopo giorno anche tra gli addetti all'industria culturale mi si è evidenziato meglio il ruolo di comunità che le pagine della cultura del manifesto svolgono. Proprio grazie al fatto che noi siamo andati sistematicamente a stanare nuove intelligenze e abbiamo nel tempo approntato nuove cassette degli attrezzi, le pagine della cultura vengono sentite come un luogo di ritrovo, come un luogo comune di una serie di persone e di pensieri che non si sono adeguati all'esistente, e che sono motivate a scrivere sul manifesto soprattutto per il fatto che ci scrivono altri collaboratori che stimano, e dal cui pensiero si sentono sollecitati. Dunque, sentono che il loro lavoro cade in un contesto che li alimenta, che valorizza e dà un senso al loro contributo. Queste comunità, che somigliano molto di più – per dire – alla comunità formata da Adriano Olivetti che non ai circoli del manifesto, dovrebbero espandersi su tutte le pagine del giornale, ma per fare questo è chiaro che è necessario ribaltare l'impostazione del quotidiano, e assegnare assoluta priorità ai pezzi di analisi e di approfondimento.
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