sabato 16 febbraio 2013
Ida Dominijanni
1. Il diagramma delle copie, in costante discesa dal 2002 con un crollo più marcato dal 2008, segnala il rischio che, più che la fase, stiamo mancando l’epoca che si è aperta con l’11 settembre. Ovvero, la lettura del mondo globale, delle sue trasformazioni e delle sue contraddizioni, che comportano un rimescolamento sostanziale delle lenti, delle competenze, delle gerarchie e della partizione in sezioni con cui noi “ordiniamo” quotidianamente la realtà. Quel diagramma ci interroga anche, ineluttabilmente, sulla nostra identità, o meglio sui nodi irrisolti che stanno dietro la testatina «quotidiano comunista». Quanto irrisolti siano, lo dice con chiarezza il lapsus, chiamiamolo così, che ha fatto sì che il manifesto «bucasse», unico giornale in Italia e in occidente, il XX anniversario della caduta di Berlino, come se vent’anni dopo la fine dell’esperimento sovietico non avessimo nulla da dire né sul comunismo perdente né sulla democrazia «vincente», che da allora e non per caso, senza più la sfida che le proveniva dal «nemico» sovietico, è precipitata ovunque in una crisi rovinosa. Su questo tornerò fra poco.
2. Oltre a questi due fattori basilari, ce ne sono a mio avviso altri due che hanno inciso sulla emorragia delle copie. Il primo: abbiamo progressivamente smesso, dall’89 in poi, di rivolgerci alla sinistra critica, diffusa e dispersa e tutta in esodo dalle sigle della sinistra ufficiale, per rivolgerci sempre di più a una sinistra residuale e resistenziale. Il secondo: non siamo stati in grado di confrontarci con la rivoluzione tecnologica che ha investito come uno tsunami il ruolo della carta stampata, e quelle che ancora alla fine degli anni Novanta erano considerate le sue magnifiche sorti e progressive. Il nostro ritardo nella costruzione del sito del manifesto, e la sua attuale povertà, parlano chiaro. Quattro anni fa la proposta, avanzata da alcuni di noi, di «smagrire» il quotidiano cartaceo, riversare sul web grossa parte del nostro lavoro e lanciare un nuovo settimanale sperimentale fu bocciata dall’Assemblea: si preferì reinvestire tutto sul quotidiano. L’articolazione fra giornale e sito proposta ora da Mastrandrea, Rangeri e Campetti – un sito che aggrega, un giornale che orienta – è un passo avanti rispetto al passato, ma è anche un passo insufficiente rispetto alla bisogna, poiché riproduce una divisione fra web e carta che già oggi appare superata. In prospettiva, che lo vogliamo o no, noi dobbiamo pensare a un prodotto, o più prodotti, che vanno su carta, sul web, su supporti come il telefono portatile e l’I- pad, in grado cioè di raggiungere una platea molto più vasta di quella che compra il giornale in edicola la mattina. Naturalmente non si tratta di un passo semplice, al contrario: ne va di un cambiamento del lavoro che non tutti, e lo si può capire, siamo disposti a fare. Ma senza ragionare in questa direzione, non andiamo da nessuna parte, e rischiamo di subire come nuovi media e nuovi supporti come «ladri» di copie, invece che vederli anche come potenziali e potentissimi moltiplicatori del nostro lettorato.
3. Dove dovremmo andare? La nostra crisi di oggi mi ricorda quella in cui ci trovavamo quando Pintor decise di passare al formato tabloid, puntando su un giornale che vendesse 50.000 copie. Fu una scommessa vincente, le vendite risalirono. Oggi dovremmo fare una scommessa analoga: puntare non a 20.000 ma a 40.000 copie, reinventando il giornale con la consapevolezza che – ha ragione Mariuccia Ciotta – il manifesto non è il più grande dei piccoli giornali, ma il più piccolo dei grandi. Esiste oggi, secondo me, un nuovo bacino di pubblico, che nel panorama dei media mainstream, carta stampata e tv, non è rappresentato. E’ il pubblico, soprattutto giovanile ma non solo, saturo sia della tv sia della grande abbuffata di pagine dei giornali generalisti fatti per essere sfogliati ma non letti. Di quelli che vorrebbero poter dire la loro prima di arrivare a cinquant’anni (non esiste in tutta la stampa nazionale un commentatore o un opinionista fra i 30 e i 40 anni). Di quelli che vivono connessi alla Rete e bevono notizie in tempo reale, e da un quotidiano - agile - vorrebbero orientamento, selezione, nessi, contesto, interpretazione. Di quelli macinati dalla crisi che si inventano nuove forme di lotta e non vogliono essere solo la copertina stravagante di Linea notte o il taglio basso di Repubblica. Di quelli, e sono ormai moltissimi, che fra un Erasmus, un master e un esodo volontario dal paese di Berlusconi vivono fra l’Italia e Barcellona o Berlino o Amsterdam o Boston o Pechino, e non si percepiscono come emigrati ma come cittadini globali, che ci leggono on line e di cui noi dovremmo fare i nostri sensori sparsi per l’Europa e per il mondo, nonché la nostra misura esterna su quello che facciamo. Di quelli che sono venuti dopo l’89 e dopo la politica novecentesca, e a cui dovremmo saper trasmettere una storia senza farli sentire orfani di quella storia. E via dicendo. Invece, troppo spesso tendiamo a fare un giornale in cui ciascuno parla a chi gli/le assomiglia: chi viene dal Pci a chi viene dal Pci, chi viene dal 68 a chi viene dal ‘68, i no-global ai no-global.
4. Secondo me, il “giornale militante” che è stato proposto, unito a un sito che si prospetta soprattutto come sito dei club del manifesto, non va in direzione di questo allargamento dei nostri referenti, ma nella direzione opposta di un consolidamento identitario del giornale. Non sto contestando la formula “giornale militante”: è una formula sulla quale è facile essere tutti d’accordo, salvo a dividersi sul che cosa (i contenuti) e sul come (il linguaggio) di questa supposta militanza. Norma ha ragione a sottolineare che oggi tutti i giornali che funzionano sono giornali militanti, da Repubblica al Fatto al Giornale: paradossalmente, l’invenzione originaria del manifesto – un giornale come forma della politica – ha vinto e vive oggi più fuori dal manifesto che nel manifesto. Il paradosso in cui ci troviamo è proprio questo: la nostra crisi è comiciata proprio quando la nostra formula ha vinto, quando cioè la comunicazione si è affermata come forma della politica autonoma dalle o superiore alle forme della politica tradizionali (partiti, sindacati, movimenti). E’ come se – ormai da anni – non fossimo più all’altezza della nostra scommessa originaria. Dunque è vero che dobbiamo ripartire da quella scommessa, aggiornandola. Ma come? Su quale base, con quale ipotesi, con quali referenti? Sempre Norma ha detto, e io concordo, che la crisi della sinistra è soprattutto una crisi culturale, e che la crisi del manifesto è soprattutto una crisi culturale. Non serve a nulla però dirlo, senza entrare nel merito. Provo a entrare nel merito, non in astratto ma a partire dal paragone con gli altri “giornali militanti” cui Norma ha fatto riferimento, Repubblica e il Fatto.
5. Repubblica è un giornale pienamente e militantemente liberaldemocratico. Ridotta all’osso, la sua lettura della crisi italiana è che Berlusconi ha provocato una degenerazione della democrazia liberale-costituzionale italiana, e che si esce dal berlusconismo ripristinandola. Naturalmente questo è vero, e infatti spesso le battaglie di Repubblica e le nostre coincidono; ma è vero solo fino a un certo punto, oltre il quale invece le strade si differenziano. Berlusconi – secondo me – non incarna solo un processo di de-costituzionalizzazione, ma anche una certa, e correlata, forma del capitalismo post-fordista e del neo-liberismo, nonché una certa forma della bio-politica contemporanea, il che comporta un’opposizione articolata su tutti e tre questi fronti e non solo sul primo. Non solo: il processo di de-costituzionalizzazione che Berlusconi incarna in Italia è simile ad analoghi processi che investono tutte le democrazie occidentali, come s’è già visto negli Usa di Bush. Questo pone a) il problema non solo e non tanto del “ripristino” di un modello “corretto” di democrazia, ma di un’analisi più radicale e coraggiosa sui limiti originari del modello liberaldemocratico, sulla sua crisi violenta emersa dopo la caduta dell’alternativa comunista, e su quale sia un “oltre” la democrazia pensabile in assenza di quell’alternativa; b) la necessità di guardare a Berlusconi non come all’eccezione italiana, ma come al laboratorio italiano che condensa, e anticipa, tendenze più larghe (com’è chiaro dalla deriva populista che la politica sta prendendo in tutta Europa). Questa dunque, non quella di Repubblica, dovrebbe essere la nostra agenda. Ed è l’agenda attorno a cui lavora il miglior pensiero politico europeo e americano: Badiou, Ranciere, Balibar, Tronti, Wendy Brown per citarne solo alcuni.
Il Fatto, a sua volta, è il giornale militante di un’ipotesi univoca e semplicissima: che l’illegalità sia il principale problema italiano (patente in Berlusconi e latente nel centrosinistra), che il fronte principale d’opposizione sia la lotta per la legalità, e che la politica sia in sostanza applicazione della legalità. Anche in questo caso, col manifesto c’è fino a un certo punto convergenza, ma da un certo punto in poi totale divergenza. Il rapporto fra politica e legalità infatti è un rapporto complesso e tutt’altro che univoco. Per un verso, è vero che la legalità costituzionale è garanzia della divisone dei poteri, e che il potere politico deve sottostare al controllo di legalità: dunque è ovvio che la battaglia contro il disegno berlusconiano di affrancarsene è anche una nostra, prioritaria, battaglia. Ma non è vero né che la politica sia riducibile solo al potere – c’è una politica sorgiva, come quella dei movimenti, per la quale noi abbiamo sempre e con ragione attaccato le pretese legalitarie di controllo e repressione - , né che la politica, sorgiva e istituzionale, debba solo sottostare alla legge: la politica serve anche a spostare il confine della norma, altrimenti non sarebbe possibile alcuna politica della trasformazione ma solo una gestione legalitaria e d’ordine dell’esistente. Che infratti, a mio avviso, è precisamente lo sbocco naturale che un giornale come Il Fatto è destinato a prendere una volta tramontato l’astro berlusconiano.
Non solo. E’ propria del Fatto, e non solo del Fatto, una rappresentazione dell’Italia e della lotta politica in Italia che sotto un’apparenza radicale e antisistema avalla invece un immaginario lugubre e un senso comune impotente che producono e riproducono solo frustrazione. E’ la rappresentazione dell’Italia come un Far West senza tetto né legge, in mano alla criminalità politica e alla criminalità mafiosa, con i Buoni e gli Onesti, che peraltro non si sa dove siano, perennemente e vanamente in lotta contro i Cattivi e Disonesti. E’ una rappresentazione falsa, che non rende conto delle zone di opposizione, di resistenza e civiltà che pure esistono nell’inciviltà berlusconiana; inutile, perché fa leva solo sull’indignazione morale che in politica porta poco lontano; e depressiva, perché non fa leva su nessuna istanza positiva, non indica vie d’uscita programmatiche, non stimola l’immaginazione politica. Che è invece quello che dovremmo fare noi. Un giornale di tendenza, è stato detto. Io direi meglio, con Mariuccia Ciotta: un giornale d’avanguardia. Che deve sì denunciare tutto il marcio del berlusconismo, ma deve soprattutto ricercare le tendenze, le realtà di fatto, le persone, i laboratori di pensiero che già adesso operano per un’uscita dal berlusconismo , e cominciare a intravederla e farla intravedere. Il che comporta, è evidente, un lavoro giornalistico che indaghi anche e soprattutto quello che dagli altri media resta oscurato, e che si avvalgae di alcune chiavi interpretative culturali.
6. Torno dunque sul punto della cultura politica del giornale, che considero essenziale e cruciale. Ma su questo punto occorre dire una banale verità: il lavoro sulla cultura politica il manifesto non lo vuole, quando c’è non lo riconosce, e fa di tutto per renderlo superfluo. E non è affatto un problema che riguardi la sezione culturale strettamente intesa. Le pagine culturali sulla cultura politica fanno il loro lavoro, anche se a mio avviso in forma troppo saggistica e talvolta perfino accademica: presentano i libri giusti, gli autori giusti, e lo fanno anche con tempismo. Quello che manca nel giornale, è uno scorrimento fra queste pagine e la prima parte del giornale, fra quei libri e quelle idee e il modo di leggere l’attualità politica, sociale, economica, interna e internazionale. Che invece interpretiamo secondo stereotipi (di sinistra), o non interpretiamo. Da anni è questo il punto sul quale siamo fermi. Con una novità, negativa, rispetto agli inizi del manifesto: l’antiintellettualismo montante al nostro interno. Spero sia chiaro che qui non si tratta di dividersi fra chi vuole il giornale fatto di pezzi lunghi e complessi e chi lo vuole fatto di pezzi veloci e facili. Lo so anch’io, e francamente lo sappiamo tutti, che un giornale si fa con le inchieste i corsivi e gli editoriali e non con i saggi con cui si fanno invece le riviste. Ma inchieste corsivi e editoriali devono avere un’idea, altrimenti il giornale è povero. Ancora: da anni il manifesto non fa una politica dei collaboratori che abbia a cuore la cultura politica. Scopriamo Carlo Galli o Franco Cordero quando scrivono per Repubblica dopo averli ignorati quando scriveva per il manifesto, Massimo Luciani quando passa alla Stampa, e via dicendo. Consideriamo le firme femministe optional, e pubblichiamo in prima Paolo Flores e a pagina 14 Judith Butler. Così, per fare degli esempi.
7. Naturalmente un giornale politicamente più colto e avvertito significa in primo luogo un giornale diversamente scandito. Esteri, politica, società, economia, interni, cultura, visioni non sono più scansioni adatte al nostro tempo. La globalizzazione obbligherebbe ad abbattere le barriere fra Italia e mondo, a occuparsi del mondo in modo pluridisciplinare e non solo, né principalmente, dalla prospettiva delle relazioni internazionali, nonché a trattare
le questioni economiche diversamente da come le trattiamo. E le trasformazioni del politico, del sociale nonché dell’”individuale” necessitano di nuove chiavi di lettura, come già fu detto – non ci torno – nell’assemblea dello scorso anno, ma senza conseguenze. Dunque io penso che sia in questa chiave che il giornale andrebbe ripensato, e non solo ridisegnato. Assieme, lo ribadisco, a un approfondimento della questione-Web.
8. Un ultimo punto sui circoli del manifesto. Non ho nulla in contrario a che assumano maggiore peso nella vita del giornale e nello scambio col giornale. Mi chiedo però che cosa sono i circoli, e che cosa escludono. Faccio anche qui un esempio, sgradevole. Il femminismo italiano non è un circolo del manifesto, ma di certo, nelle sue varie espressioni, ha col manifesto un rapporto antico e solido, grazie alle molte fra noi che l’hanno stabilito e mantenuto. Domanda: quando scoppia il caso Pat Carra, perché lo si insabbia in modo sovietico, cestinando le lettere e le polemiche, e non si apre un’interlocuzione pubblica con Pat stessa e con Via Dogana? E’ questo lo scambio con l’esterno che vogliamo? A me pare piuttosto un modo di blindare difensivamente l’identità del giornale, chiudendo la porta a chi ci sostiene.
2. Oltre a questi due fattori basilari, ce ne sono a mio avviso altri due che hanno inciso sulla emorragia delle copie. Il primo: abbiamo progressivamente smesso, dall’89 in poi, di rivolgerci alla sinistra critica, diffusa e dispersa e tutta in esodo dalle sigle della sinistra ufficiale, per rivolgerci sempre di più a una sinistra residuale e resistenziale. Il secondo: non siamo stati in grado di confrontarci con la rivoluzione tecnologica che ha investito come uno tsunami il ruolo della carta stampata, e quelle che ancora alla fine degli anni Novanta erano considerate le sue magnifiche sorti e progressive. Il nostro ritardo nella costruzione del sito del manifesto, e la sua attuale povertà, parlano chiaro. Quattro anni fa la proposta, avanzata da alcuni di noi, di «smagrire» il quotidiano cartaceo, riversare sul web grossa parte del nostro lavoro e lanciare un nuovo settimanale sperimentale fu bocciata dall’Assemblea: si preferì reinvestire tutto sul quotidiano. L’articolazione fra giornale e sito proposta ora da Mastrandrea, Rangeri e Campetti – un sito che aggrega, un giornale che orienta – è un passo avanti rispetto al passato, ma è anche un passo insufficiente rispetto alla bisogna, poiché riproduce una divisione fra web e carta che già oggi appare superata. In prospettiva, che lo vogliamo o no, noi dobbiamo pensare a un prodotto, o più prodotti, che vanno su carta, sul web, su supporti come il telefono portatile e l’I- pad, in grado cioè di raggiungere una platea molto più vasta di quella che compra il giornale in edicola la mattina. Naturalmente non si tratta di un passo semplice, al contrario: ne va di un cambiamento del lavoro che non tutti, e lo si può capire, siamo disposti a fare. Ma senza ragionare in questa direzione, non andiamo da nessuna parte, e rischiamo di subire come nuovi media e nuovi supporti come «ladri» di copie, invece che vederli anche come potenziali e potentissimi moltiplicatori del nostro lettorato.
3. Dove dovremmo andare? La nostra crisi di oggi mi ricorda quella in cui ci trovavamo quando Pintor decise di passare al formato tabloid, puntando su un giornale che vendesse 50.000 copie. Fu una scommessa vincente, le vendite risalirono. Oggi dovremmo fare una scommessa analoga: puntare non a 20.000 ma a 40.000 copie, reinventando il giornale con la consapevolezza che – ha ragione Mariuccia Ciotta – il manifesto non è il più grande dei piccoli giornali, ma il più piccolo dei grandi. Esiste oggi, secondo me, un nuovo bacino di pubblico, che nel panorama dei media mainstream, carta stampata e tv, non è rappresentato. E’ il pubblico, soprattutto giovanile ma non solo, saturo sia della tv sia della grande abbuffata di pagine dei giornali generalisti fatti per essere sfogliati ma non letti. Di quelli che vorrebbero poter dire la loro prima di arrivare a cinquant’anni (non esiste in tutta la stampa nazionale un commentatore o un opinionista fra i 30 e i 40 anni). Di quelli che vivono connessi alla Rete e bevono notizie in tempo reale, e da un quotidiano - agile - vorrebbero orientamento, selezione, nessi, contesto, interpretazione. Di quelli macinati dalla crisi che si inventano nuove forme di lotta e non vogliono essere solo la copertina stravagante di Linea notte o il taglio basso di Repubblica. Di quelli, e sono ormai moltissimi, che fra un Erasmus, un master e un esodo volontario dal paese di Berlusconi vivono fra l’Italia e Barcellona o Berlino o Amsterdam o Boston o Pechino, e non si percepiscono come emigrati ma come cittadini globali, che ci leggono on line e di cui noi dovremmo fare i nostri sensori sparsi per l’Europa e per il mondo, nonché la nostra misura esterna su quello che facciamo. Di quelli che sono venuti dopo l’89 e dopo la politica novecentesca, e a cui dovremmo saper trasmettere una storia senza farli sentire orfani di quella storia. E via dicendo. Invece, troppo spesso tendiamo a fare un giornale in cui ciascuno parla a chi gli/le assomiglia: chi viene dal Pci a chi viene dal Pci, chi viene dal 68 a chi viene dal ‘68, i no-global ai no-global.
4. Secondo me, il “giornale militante” che è stato proposto, unito a un sito che si prospetta soprattutto come sito dei club del manifesto, non va in direzione di questo allargamento dei nostri referenti, ma nella direzione opposta di un consolidamento identitario del giornale. Non sto contestando la formula “giornale militante”: è una formula sulla quale è facile essere tutti d’accordo, salvo a dividersi sul che cosa (i contenuti) e sul come (il linguaggio) di questa supposta militanza. Norma ha ragione a sottolineare che oggi tutti i giornali che funzionano sono giornali militanti, da Repubblica al Fatto al Giornale: paradossalmente, l’invenzione originaria del manifesto – un giornale come forma della politica – ha vinto e vive oggi più fuori dal manifesto che nel manifesto. Il paradosso in cui ci troviamo è proprio questo: la nostra crisi è comiciata proprio quando la nostra formula ha vinto, quando cioè la comunicazione si è affermata come forma della politica autonoma dalle o superiore alle forme della politica tradizionali (partiti, sindacati, movimenti). E’ come se – ormai da anni – non fossimo più all’altezza della nostra scommessa originaria. Dunque è vero che dobbiamo ripartire da quella scommessa, aggiornandola. Ma come? Su quale base, con quale ipotesi, con quali referenti? Sempre Norma ha detto, e io concordo, che la crisi della sinistra è soprattutto una crisi culturale, e che la crisi del manifesto è soprattutto una crisi culturale. Non serve a nulla però dirlo, senza entrare nel merito. Provo a entrare nel merito, non in astratto ma a partire dal paragone con gli altri “giornali militanti” cui Norma ha fatto riferimento, Repubblica e il Fatto.
5. Repubblica è un giornale pienamente e militantemente liberaldemocratico. Ridotta all’osso, la sua lettura della crisi italiana è che Berlusconi ha provocato una degenerazione della democrazia liberale-costituzionale italiana, e che si esce dal berlusconismo ripristinandola. Naturalmente questo è vero, e infatti spesso le battaglie di Repubblica e le nostre coincidono; ma è vero solo fino a un certo punto, oltre il quale invece le strade si differenziano. Berlusconi – secondo me – non incarna solo un processo di de-costituzionalizzazione, ma anche una certa, e correlata, forma del capitalismo post-fordista e del neo-liberismo, nonché una certa forma della bio-politica contemporanea, il che comporta un’opposizione articolata su tutti e tre questi fronti e non solo sul primo. Non solo: il processo di de-costituzionalizzazione che Berlusconi incarna in Italia è simile ad analoghi processi che investono tutte le democrazie occidentali, come s’è già visto negli Usa di Bush. Questo pone a) il problema non solo e non tanto del “ripristino” di un modello “corretto” di democrazia, ma di un’analisi più radicale e coraggiosa sui limiti originari del modello liberaldemocratico, sulla sua crisi violenta emersa dopo la caduta dell’alternativa comunista, e su quale sia un “oltre” la democrazia pensabile in assenza di quell’alternativa; b) la necessità di guardare a Berlusconi non come all’eccezione italiana, ma come al laboratorio italiano che condensa, e anticipa, tendenze più larghe (com’è chiaro dalla deriva populista che la politica sta prendendo in tutta Europa). Questa dunque, non quella di Repubblica, dovrebbe essere la nostra agenda. Ed è l’agenda attorno a cui lavora il miglior pensiero politico europeo e americano: Badiou, Ranciere, Balibar, Tronti, Wendy Brown per citarne solo alcuni.
Il Fatto, a sua volta, è il giornale militante di un’ipotesi univoca e semplicissima: che l’illegalità sia il principale problema italiano (patente in Berlusconi e latente nel centrosinistra), che il fronte principale d’opposizione sia la lotta per la legalità, e che la politica sia in sostanza applicazione della legalità. Anche in questo caso, col manifesto c’è fino a un certo punto convergenza, ma da un certo punto in poi totale divergenza. Il rapporto fra politica e legalità infatti è un rapporto complesso e tutt’altro che univoco. Per un verso, è vero che la legalità costituzionale è garanzia della divisone dei poteri, e che il potere politico deve sottostare al controllo di legalità: dunque è ovvio che la battaglia contro il disegno berlusconiano di affrancarsene è anche una nostra, prioritaria, battaglia. Ma non è vero né che la politica sia riducibile solo al potere – c’è una politica sorgiva, come quella dei movimenti, per la quale noi abbiamo sempre e con ragione attaccato le pretese legalitarie di controllo e repressione - , né che la politica, sorgiva e istituzionale, debba solo sottostare alla legge: la politica serve anche a spostare il confine della norma, altrimenti non sarebbe possibile alcuna politica della trasformazione ma solo una gestione legalitaria e d’ordine dell’esistente. Che infratti, a mio avviso, è precisamente lo sbocco naturale che un giornale come Il Fatto è destinato a prendere una volta tramontato l’astro berlusconiano.
Non solo. E’ propria del Fatto, e non solo del Fatto, una rappresentazione dell’Italia e della lotta politica in Italia che sotto un’apparenza radicale e antisistema avalla invece un immaginario lugubre e un senso comune impotente che producono e riproducono solo frustrazione. E’ la rappresentazione dell’Italia come un Far West senza tetto né legge, in mano alla criminalità politica e alla criminalità mafiosa, con i Buoni e gli Onesti, che peraltro non si sa dove siano, perennemente e vanamente in lotta contro i Cattivi e Disonesti. E’ una rappresentazione falsa, che non rende conto delle zone di opposizione, di resistenza e civiltà che pure esistono nell’inciviltà berlusconiana; inutile, perché fa leva solo sull’indignazione morale che in politica porta poco lontano; e depressiva, perché non fa leva su nessuna istanza positiva, non indica vie d’uscita programmatiche, non stimola l’immaginazione politica. Che è invece quello che dovremmo fare noi. Un giornale di tendenza, è stato detto. Io direi meglio, con Mariuccia Ciotta: un giornale d’avanguardia. Che deve sì denunciare tutto il marcio del berlusconismo, ma deve soprattutto ricercare le tendenze, le realtà di fatto, le persone, i laboratori di pensiero che già adesso operano per un’uscita dal berlusconismo , e cominciare a intravederla e farla intravedere. Il che comporta, è evidente, un lavoro giornalistico che indaghi anche e soprattutto quello che dagli altri media resta oscurato, e che si avvalgae di alcune chiavi interpretative culturali.
6. Torno dunque sul punto della cultura politica del giornale, che considero essenziale e cruciale. Ma su questo punto occorre dire una banale verità: il lavoro sulla cultura politica il manifesto non lo vuole, quando c’è non lo riconosce, e fa di tutto per renderlo superfluo. E non è affatto un problema che riguardi la sezione culturale strettamente intesa. Le pagine culturali sulla cultura politica fanno il loro lavoro, anche se a mio avviso in forma troppo saggistica e talvolta perfino accademica: presentano i libri giusti, gli autori giusti, e lo fanno anche con tempismo. Quello che manca nel giornale, è uno scorrimento fra queste pagine e la prima parte del giornale, fra quei libri e quelle idee e il modo di leggere l’attualità politica, sociale, economica, interna e internazionale. Che invece interpretiamo secondo stereotipi (di sinistra), o non interpretiamo. Da anni è questo il punto sul quale siamo fermi. Con una novità, negativa, rispetto agli inizi del manifesto: l’antiintellettualismo montante al nostro interno. Spero sia chiaro che qui non si tratta di dividersi fra chi vuole il giornale fatto di pezzi lunghi e complessi e chi lo vuole fatto di pezzi veloci e facili. Lo so anch’io, e francamente lo sappiamo tutti, che un giornale si fa con le inchieste i corsivi e gli editoriali e non con i saggi con cui si fanno invece le riviste. Ma inchieste corsivi e editoriali devono avere un’idea, altrimenti il giornale è povero. Ancora: da anni il manifesto non fa una politica dei collaboratori che abbia a cuore la cultura politica. Scopriamo Carlo Galli o Franco Cordero quando scrivono per Repubblica dopo averli ignorati quando scriveva per il manifesto, Massimo Luciani quando passa alla Stampa, e via dicendo. Consideriamo le firme femministe optional, e pubblichiamo in prima Paolo Flores e a pagina 14 Judith Butler. Così, per fare degli esempi.
7. Naturalmente un giornale politicamente più colto e avvertito significa in primo luogo un giornale diversamente scandito. Esteri, politica, società, economia, interni, cultura, visioni non sono più scansioni adatte al nostro tempo. La globalizzazione obbligherebbe ad abbattere le barriere fra Italia e mondo, a occuparsi del mondo in modo pluridisciplinare e non solo, né principalmente, dalla prospettiva delle relazioni internazionali, nonché a trattare
le questioni economiche diversamente da come le trattiamo. E le trasformazioni del politico, del sociale nonché dell’”individuale” necessitano di nuove chiavi di lettura, come già fu detto – non ci torno – nell’assemblea dello scorso anno, ma senza conseguenze. Dunque io penso che sia in questa chiave che il giornale andrebbe ripensato, e non solo ridisegnato. Assieme, lo ribadisco, a un approfondimento della questione-Web.
8. Un ultimo punto sui circoli del manifesto. Non ho nulla in contrario a che assumano maggiore peso nella vita del giornale e nello scambio col giornale. Mi chiedo però che cosa sono i circoli, e che cosa escludono. Faccio anche qui un esempio, sgradevole. Il femminismo italiano non è un circolo del manifesto, ma di certo, nelle sue varie espressioni, ha col manifesto un rapporto antico e solido, grazie alle molte fra noi che l’hanno stabilito e mantenuto. Domanda: quando scoppia il caso Pat Carra, perché lo si insabbia in modo sovietico, cestinando le lettere e le polemiche, e non si apre un’interlocuzione pubblica con Pat stessa e con Via Dogana? E’ questo lo scambio con l’esterno che vogliamo? A me pare piuttosto un modo di blindare difensivamente l’identità del giornale, chiudendo la porta a chi ci sostiene.
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