sabato 16 febbraio 2013
Ivano Di Cerbo
Non dovremo salire sui tetti per salvare il manifesto assieme alle decine di testate giornalistiche senza fine di lucro condannate a morte certa dalla cancellazione del diritto soggettivo ai contributi pubblici voluta dal “supercreativo” ministro Tremonti. Lo straordinario movimento di solidarietà messo in campo dal mondo politico, sindacale ed editoriale, non poteva essere ignorato dal governo per cui, in attesa che venga varata una riforma che faccia pulizia in un settore profondamente in crisi, è arrivata la moratoria che, seppure insufficiente, consentirà ai giornali veri di andare in edicola ancora per un anno.
Per il manifesto lo scampato soffocamento deve diventare l’occasione per riflettere sulla propria, ineguagliabile, esperienza e sulle prospettive che ancora ha davanti.
Dal giorno in cui Pintor, al quinto piano di via Tomacelli, mostrò la prima copia del quotidiano molta acqua è passata sotto Ponte Cavour. Il clima politico e sociale, che aveva indotto a scommettere che sarebbero bastati i cinquanta milioni raccolti con la sottoscrizione e l’entusiasmo di un piccolo gruppo redazionale per fare un giornale di “informazione e giudizio sulla vita reale della società”, è cambiato radicalmente. I grandi movimenti di lotta interni ed internazionali che avevano caratterizzato la seconda metà degli anni sessanta e la quasi totalità dei settanta, si sono spenti, lasciando il posto ad un sistema che ha sostituito la solidarietà con la competizione, la partecipazione con la delega, il bene comune con la proprietà. Fino ad arrivare all’inimmaginabile trionfo del berlusconismo che, unito alla crisi della sinistra, ha comportato l’affievolimento della speranza di costruire una società diversa: questo ha reso più difficile fare e vendere il giornale.
In tutti questi anni il manifesto ha scelto di stare dalla parte del torto vivendo momenti, più o meno felici, tutti in situazioni di precarietà e instabilità.
Già nel dibattito sul quotidiano fatto nel ’75, Crippa, il mitico amministratore venuto da Bergamo che quando mancavano i soldi per i francobolli scendeva a raccoglierli tra i passanti di Via Tomacelli, denunciava che il numero delle copie vendute non erano sufficienti a coprire le spese, per cui il giornale andava avanti grazie al sacrificio di chi lo faceva, ricompensato con bassi stipendi, salti delle tredicesime e aggravio del lavoro.
Da allora, nonostante la impareggiabile fantasia dimostrata dal collettivo redazionale ad ogni ricorrente crisi e il contributo che, da un trentennio, ci viene dallo stato, la situazione è andata progressivamente peggiorando. Questo significa che il tanto fin qui fatto e il ripristino dei contributi pubblici aiutano ma non garantiscono che possa ripetersi, quotidianamente, il miracolo di trovare il giornale in edicola.
Intanto, oggi, più che mai, c’è bisogno di una voce libera come il manifesto che informi, con un particolare punto di vista, sulla vita reale nella società. Ma perché questo possa continuare ad accadere, i lettori, gli abbonati e gli azionisti devono sentire il giornale come un “bene comune” che va sostenuto in maniera organizzata, e non lasciata al caso, con la consapevolezza che dal “fortino assediato di via Bargoni” non possiamo aspettarci più di quanto ha fin qui dato.
Nella sua lettera, del 16 febbraio, Antonio Rusconi propone di costituire l’associazione “Amici e compagni del manifesto”, ipotizzando che se 20 mila lettori vi aderissero versando 100 euro l’anno, il giornale potrebbe fare a meno del finanziamento pubblico. Penso che un’associazione, fondata sulla costruzione di circoli ovunque sia possibile, ridando un ruolo attivo ai compagni, possa aiutare a superare le persistenti difficoltà, ma dobbiamo aver chiaro che il manifesto sopravviverà solo se al contributo che gli viene dallo stato saprà aggiungere quelli raccolti da una rete fissa e organizzata di sottoscrittori che, per garantire che “il calabrone” possa continuare a volare, si impegnano a contribuire, stabilmente, ciascuno secondo le proprie possibilità.
Io sono pronto, sicuro che moltissimi altri si faranno vivi per dare la propria disponibilità.
Per il manifesto lo scampato soffocamento deve diventare l’occasione per riflettere sulla propria, ineguagliabile, esperienza e sulle prospettive che ancora ha davanti.
Dal giorno in cui Pintor, al quinto piano di via Tomacelli, mostrò la prima copia del quotidiano molta acqua è passata sotto Ponte Cavour. Il clima politico e sociale, che aveva indotto a scommettere che sarebbero bastati i cinquanta milioni raccolti con la sottoscrizione e l’entusiasmo di un piccolo gruppo redazionale per fare un giornale di “informazione e giudizio sulla vita reale della società”, è cambiato radicalmente. I grandi movimenti di lotta interni ed internazionali che avevano caratterizzato la seconda metà degli anni sessanta e la quasi totalità dei settanta, si sono spenti, lasciando il posto ad un sistema che ha sostituito la solidarietà con la competizione, la partecipazione con la delega, il bene comune con la proprietà. Fino ad arrivare all’inimmaginabile trionfo del berlusconismo che, unito alla crisi della sinistra, ha comportato l’affievolimento della speranza di costruire una società diversa: questo ha reso più difficile fare e vendere il giornale.
In tutti questi anni il manifesto ha scelto di stare dalla parte del torto vivendo momenti, più o meno felici, tutti in situazioni di precarietà e instabilità.
Già nel dibattito sul quotidiano fatto nel ’75, Crippa, il mitico amministratore venuto da Bergamo che quando mancavano i soldi per i francobolli scendeva a raccoglierli tra i passanti di Via Tomacelli, denunciava che il numero delle copie vendute non erano sufficienti a coprire le spese, per cui il giornale andava avanti grazie al sacrificio di chi lo faceva, ricompensato con bassi stipendi, salti delle tredicesime e aggravio del lavoro.
Da allora, nonostante la impareggiabile fantasia dimostrata dal collettivo redazionale ad ogni ricorrente crisi e il contributo che, da un trentennio, ci viene dallo stato, la situazione è andata progressivamente peggiorando. Questo significa che il tanto fin qui fatto e il ripristino dei contributi pubblici aiutano ma non garantiscono che possa ripetersi, quotidianamente, il miracolo di trovare il giornale in edicola.
Intanto, oggi, più che mai, c’è bisogno di una voce libera come il manifesto che informi, con un particolare punto di vista, sulla vita reale nella società. Ma perché questo possa continuare ad accadere, i lettori, gli abbonati e gli azionisti devono sentire il giornale come un “bene comune” che va sostenuto in maniera organizzata, e non lasciata al caso, con la consapevolezza che dal “fortino assediato di via Bargoni” non possiamo aspettarci più di quanto ha fin qui dato.
Nella sua lettera, del 16 febbraio, Antonio Rusconi propone di costituire l’associazione “Amici e compagni del manifesto”, ipotizzando che se 20 mila lettori vi aderissero versando 100 euro l’anno, il giornale potrebbe fare a meno del finanziamento pubblico. Penso che un’associazione, fondata sulla costruzione di circoli ovunque sia possibile, ridando un ruolo attivo ai compagni, possa aiutare a superare le persistenti difficoltà, ma dobbiamo aver chiaro che il manifesto sopravviverà solo se al contributo che gli viene dallo stato saprà aggiungere quelli raccolti da una rete fissa e organizzata di sottoscrittori che, per garantire che “il calabrone” possa continuare a volare, si impegnano a contribuire, stabilmente, ciascuno secondo le proprie possibilità.
Io sono pronto, sicuro che moltissimi altri si faranno vivi per dare la propria disponibilità.
ASSEMBLEA
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La Somalia va a pesca
| di Giorgia Fletcher del 21.12.2012 -
La termoelettrica di Huexca
| di Fulvio Gioanetto del 20.12.2012
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Lezioni di dissensoDomenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.7 novembre 2011
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