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Marco Cinque
 
Abbiamo più volte detto e ci siamo confrontati sul fatto che i contenuti del giornale avrebbero dovuto avere una prospettiva di lettura alternativa a quella del cosiddetto “palazzo”.  Nonostante ciò, in molte sezioni non è accaduto nulla e si è deciso di mantenere una linea che ci sta facendo perdere consensi e lettori. Non si può pretendere di rendere il manifesto irrinunciabile se poi si non si propone nulla di davvero speciale, diverso ed anche più fruibile da ciò che oggi si trova nel panorama editoriale.

Tra l’altro il settore dove lavoro, l’archivio, è un punto di vista privilegiato da cui si può facilmente osservare lo stato attuale, i contenuti degli articoli e la qualità complessiva del giornale, compreso un numero rilevante e crescente di errori, orrori, refusi, ripetizioni di notizie e persino articoli pubblicati due volte nella stessa data (vedi articolo di Pasquale Misuraca su Alias del 5/12/09, replicato a pag. 07 ed a pag. 10). Sentire quotidianamente, sia lettori che redattori, lamentarsi per la mancanza di notizie dovuta alla carenza di spazi nelle pagine, per poi trovarvi contributi a dir poco discutibili per un giornale come il manifesto, è un qualcosa che lascia davvero basiti.

Per quel che mi riguarda, e magari sarà certamente un mio limite, questi contributi li percepisco come intrusi, estranei che tolgono spazio a notizie ben più importanti e utili, sia nell’economia che nelle ragioni politico-culturali del nostro giornale. Chiederei perciò a chi gestisce le pagine e le sezioni, quali siano le notizie che sul nostro giornale hanno più diritto di cittadinanza, e se i nostri lettori sentano davvero la necessità e siano soddisfatti da simili pubblicazioni.
Quello che inoltre NON vorrei continuare a leggere sul Manifesto, sono sia le aperture, soprattutto in prima pagina, che gli articoli che seguono le logiche di quella che ormai non è più vera informazione, ma evidente propaganda informativa.  Tra l'altro, il metro con cui si misura l’importanza delle notizie e il valore intrinseco delle stesse, dovrebbero appartenere ad una unità di misura almeno non allineata a quelle della cultura (anzi incultura) dominante.
Sfogliando quotidianamente il giornale per archiviarlo, mi trovo spesso a disagio per varie ragioni. Innanzitutto proprio per le aperture in prima che, un giorno sì e l’alto pure, quasi in una sorta di masochismo cronico, riportano l’immagine del nostro presidente del consiglio (nel 2009 abbiamo visto per 34 volte la sua faccia sulla foto d'apertura, senza contare le vignette di Vauro).  Poi le passerelle, spesso autoreferenziali, della variegata flora e fauna politica in tutte le salse. Quindi, gli entusiasmanti pezzi stracolmi di dati economici sulla borsa che scende e il petrolio che sale, semplicissimi da archiviare ma noiosissimi da leggere (immagino che in parecchi ne saltino la lettura a piè pari). E ancora, i festival sempre più istituzionali che celebrano se stessi e la crème che li alimenta. Poi le recensioni  di libri che premiano, su tutti e di gran lunga, sia Einaudi (dal 2005, recensiti  443 titoli) che Mondadori (dal 2005, recensiti 495 titoli) e, comunque, le case editrici più potenti e attrezzate rispetto ai lavori pubblicati con fatica dai piccoli editori (qui forse dovremmo riconsiderare che ruolo dovrebbe avere un giornale come il nostro all'interno del panorama editoriale e librario). Per non  parlare del linguaggio utilizzato che, spesso, rende proibitivo cogliere le nozioni basilari del giornalismo (chi, cosa, dove, quando)  persino per chi è pagato per fare l’archiviazione, figuriamoci per chi, ahimè, dovrebbe pagare per leggerci.

A proposito di linguaggio, credo che chi scrive dovrebbe fare uno sforzo per non riproporre l’inerzia culturale che sempre più omogeneizza o, al contrario, esclusivizza il mondo dell’informazione e della scrittura più in generale. Un linguaggio semplice e diretto (capisco che, purtroppo, “semplice” non è affatto sinonimo di “facile”) che, appunto, faciliti la comprensione anche e soprattutto riguardo a temi e argomenti complessi ma importanti. Un linguaggio che faccia attenzione a stereotipi e luoghi comuni e che badi alla natura e al senso delle parole utilizzate, soprattutto se queste rischiano di etichettare o discriminare in qualunque modo e a qualsiasi latitudine.

Poi mi piacerebbe che il nostro giornale diventasse in tutti, ma proprio tutti i suoi settori redazionali, la voce di chi non ha voce e si rivolgesse con ancor più attenzione a quella “parte del torto” che ci ha così a lungo contraddistinto e visti in prima linea. Più reportage, più coraggio nella denuncia, più approfondimenti e analisi e, specialmente, più presenza attiva sul territorio.

Vorrei anche dire due parole sul nostro sito internet. Credo che qualcosa non funzioni e forse non abbiamo capito come creare partecipazione e stimoli. I blog principali, quelli che aprono la pagina, sono tendenzialmente davvero poveri di commenti per il sito di un giornale che contra tra i 15mila ed i 20mila lettori. Per non parlare dei blog “personali”, che somigliano a vetrine che espongono notizie su strade quasi deserte. Davvero, c'è molta più partecipazione e interazione in moltissimi minuscoli blog personali che in uno spazio come il nostro, che gode di una visibilità nazionale. Magari questo dovrebbe spingerci a interrogarci su cosa non va. E forse dovremmo capire che un blog non è semplicemente un luogo dove esporci qualcosa e aspettare che qualcuno passi. Avevo pensato anche di aprirne uno sui diritti umani e, in particolare, sulla pena di morte, visto che sul giornale manca una pagina dedicata organicamente e stabilmente all'argomento. Però il timore che potesse diventare qualcosa di troppo impegnativo da gestire mi ha fatto recedere dall'intento. Miravo infatti ad uno spazio che facesse rete, che raccogliesse testimonianze, esperienze, associazioni, comitati e diventasse persino uno strumento utile a promuovere nel territorio e nel vivo del tessuto sociale progetti e iniziative sugli argomenti affrontati. Un approccio così, inevitabilmente, costringebbe ad una presenza e ad un impegno tali che renderebbe difficile, se non impossibile, dedicarmi in maniera soddisfacente al mio settore, dove già siamo sotto organico.

Dovremmo poi interrogarci sulla gran quantità di lettori persi, immaginando ragionevolmente che se il nostro giornale manterrà la sua inerzia, con tutta probabilità non potrà che perderne altri. E interrogarci su cosa si aspetta da noi chi ci legge, su cosa stiamo stancando o perchè non siamo ritenuti più così indispensabili. Insomma, se noi cerchiamo la chiave per aprire la porta su ciò che interessa ai nostri lettori, forse la cosa più giusta da fare sarebbe quella di mettersi dalla parte della serratura.

Situazione finanziaria
Inevitabilmente, sono preoccupato per il nostro stato finanziario e penso a come potervi far fronte. Tendenzialmente sono contrario ai numeri a 50 euro, soprattutto se l’iniziativa non è una tantum, perché rischia di stancare e assottigliare un bacino di lettori già al lumicino. Sono contrario anche perché, teoricamente, potremmo avvalerci di altre soluzioni per reperire denaro o per tagliare sprechi, eccessi o “lussi” che non possiamo più permetterci.

In primo luogo, sempre guardando alle risorse utilizzabili dal mio settore, credo ci sarebbe un modo per migliorare la possibilità di utilizzare con profitto il nostro stesso patrimonio storico-giornalistico, realizzando finalmente questo benedetto progetto che digitalizzi l’intero archivio del nostro giornale. Poi, commercializzando circa  40 CD ROM (dal 1971 in poi), un anno per mese, ad esempio a 10 euro, proponendone la vendita sia singola che allegata al giornale. Avremmo così quasi 40 mesi dove il manifesto, senza alcuno sforzo redazionale, potrebbe proporre un prodotto che porterebbe un introito molto consistente e, forse, anche più ambito sia dai lettori che da istituzioni come biblioteche, scuole e università. Inoltre, la digitalizzazione dell’archivio storico, consentirebbe di rendere più fruibile il nostro patrimonio giornalistico sia per le necessità quotidiane della redazione, sia per altri nostri futuri progetti editoriali. Se il CD ROM dovesse poi essere considerato un prodotto superato, si potrebbe sempre ricorrere agli abbonamenti online dell'archivio storico digitalizzato. Ho sentito persino della possibilità di ricorrere a fondi Ue per finanziare tale progetto, e mi chiedo per quale motivo non se ne verifichi rapidamente la fattività.

E ancora mettere mano agli sprechi e agli eccessi che già conosciamo, da quelli micro a quelli macro. Poi valutare bene e a fondo se alcune risorse editoriali attuali del manifesto non siano (magari anche solo temporaneamente) rinunciabili. Mi chiedo, ad esempio, e chiedo a chi dispone di dati esatti, quante siano le copie in più vendute con i supplementi ordinari allegati e quanti i ricavi, calcolando però con precisione sia il costo dei materiali  utilizzati che quello dei servizi e di tutte le risorse umane impegnate: dai redattori ai collaboratori. Se il risultato è in attivo o anche in pareggio, allora nulla da dire, tanto di cappello e vento in poppa, ma se siamo in perdita credo che dovremmo pensare ad un cambiamento, con l’opportunità eventuale di risparmiare sia sui costi di realizzazione che di potersi avvalere dell’organico giornalistico (libero dalle incombenze dei supplementi), per potenziare e migliorare i settori redazionali in difficoltà. È ovvio che stiamo parlando di supplementi ormai storici, che spesso ospitano contributi fondamentali, specialmente quelli monografici, per i quali sarebbe impossibile trovare spazio nelle pagine del quotidiano. Io stesso, senza questo prezioso spazio, non avrei mai potuto veder pubblicati ampi reportage sulla musica dei nativi americani o sulle loro condizioni carcerarie nei bracci della morte statunitensi. E nemmeno sperare nella pubblicazione di un reportage, in attesa di uscire, sul genocidio e le sterilizzazioni di massa dei bambini nativi nelle scuole residenziali cattoliche canadesi. Ma come possiamo fare se la situazione ci mette con le spalle al muro?
Se le nostre condizioni finanziarie arriveranno ad un punto che ci porterà a scegliere se tagliare risorse umane o pagine di inserti e supplementi, personalmente deciderei, molto a malincuore, per la seconda ipotesi, e non solo perchè tra quei tagli potrei potenzialmente entrarci anch'io.
Tra l'altro, un bacino di redattori più consistente, potenzialmente permetterebbe di concentrarci di più nella  realizzazione di un quotidiano qualitativamente migliore ed anche di avere l'opportunità di una presenza fisica più attiva sul territorio, con la possibilità di promuovere e divulgare ancor più il nostro giornale e i nostri progetti. Abbiamo già sperimentato che avere un rapporto diretto coi lettori porta maggior consenso, attenzione e credibilità; sarebbe quindi autolesionistico non continuare a coltivare questa opportunità.

A mio parere, anche settori come la promozione, la produzione dei CD e di gadget fanno parte di quelle straordinarie risorse interne che andrebbero seguite e potenziate, perché già ora ci portano oggettivamente molti vantaggi e ci danno un aspetto meno vetero, più tangibile ed anche fantasioso, sia agli occhi dei nostri aficionados che a quelli di chi ancora non ci conosce, soprattutto i giovani.

Organizzazione interna
L'organizzazione per sezioni, pure se semplifica per molti versi il lavoro, crea non pochi problemi, tensioni e divisioni all'interno della redazione. Unite alla crescente cultura individualistica, da cui non siamo evidentemente immuni, le logiche settoriali sono andate consolidandosi, diventando una dinamica che sta minando la serenità della vita collettiva, il senso cooperativistico e il sentire comune e trasversale che dovrebbero essere alla base sia del nostro lavoro che delle nostre relazioni.
Le riunioni di redazione, disertate sistematicamente da buona parte del collettivo, non fanno che acuire questo problema, contribuendo a scavare solchi d'incomunicabilità e conflitto tra le sezioni. Sezioni che spesso fanno mondi a sé, microredazioni che si organizzano a prescindere da ciò che accade all'interno del manifesto e dalle priorità che il nostro giornale dovrebbe omogeneamente darsi per decidere sulle notizie da divulgare.
Mi chiedo se non sia sano stabilire, dopo una serie di anni, un principio di rotazione intersettoriale di redattori (e non) che, oltre ad allargarne le competenze, potrebbe anche contribuire ad allentare quel senso di separazione e chiusura attuale che trasforma  i settori in una sorta di compartimenti stagni. Ricordo quando, tra le altre cose, si diceva che il manifesto era anche una “scuola di giornalismo”. Perchè allora non riconsiderare seriamente questa opzione come occasione d'arricchimento, sia del bagaglio umano che di quello  professionale di ciascuno?
In questo senso abbiamo persino storie interne tangibili. Ad esempio, penso alle capacità e qualità specifiche detenute nel campo della musica da Marco Boccitto (tanto per fare un nome). Questo però non gli ha impedito, nonostante le sue competenze conosciute e riconosciute, di regalare al nostro giornale splendidi reportage dalle zone abruzzesi colpite dal terremoto. E non gli impedisce nemmeno di svolgere attualmente mansioni non proprio attinenti alle sue specifiche ed originarie competenze.
E in fondo anch'io ho potuto sperimentare questo arricchimento, che mi è derivato dal lavorare e collaborare in diversi ambiti del manifesto: da fattorino a centralinistra, da segretario di redazione ad archivista, senza disdegnare una partecipazione attiva alla vita redazionale, con una cinquantina di articoli pubblicati oltre a diverse fotografie utilizzate nelle pagine. Ecco, credo che un approccio di questo genere, mirato a sviluppare e allargare le singole capacità e competenze, attingendo alle risorse ed alle potenzialità interne, non possa che dare al nostro giornale maggiori possibilità, qualità e valori aggiunti.

Metaforicamente, stare in un giornale come il manifesto, per me è quasi come un atto d’amore tra chi ne fa attivamente parte e chi ci compra e ci legge.
Sono conscio che dire quel che ci piace e quel che non ci piace del nostro giornale sia una cosa semplicistica, che forse non risolverà nessuno dei problemi che ci affliggono, ma lo stesso credo sia importante che ciascuna persona qui si esprima per quello che può e che sa, almeno per capire se la nostra convivenza sia incompatibile o meno, se potrà avere un futuro.
 
 
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    7 novembre 2011
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