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Marina Forti
 
Parto dalla sollecitazione di Norma: gli esteri sono troppo politicisti, e hanno ancora troppe camicie ideologiche. Le critiche vanno sempre accolte, ma l'esempio scelto mi lascia  perplessa [la storia dell'uomo a cui è stata rifiutata la  cittadinanza francese perché impone il burqa alla moglie: a ben guardare, nulla in quelle righe difende l'uomo che impone il burqa; è vero però che in una parentesi l'autrice faceva notare come l'idea che la cittadinanza francese “si merita” è un vecchio cavallo di battaglia del Front National. Non difendiamo certo il burqa: ma possiamo ben far notare, come ha fatto più volte Annamaria Merlo, che la campagna lanciata dalla destra francese ha molto di strumentale e fascistoide, mescolando le questioni del burqa con la ricerca della “identità francese”, questo lo possiamo dire?]. Insomma, ci sarà un difetto di politicismo nelle pagine esteri, ma forse c'è anche una certa dose di prevenzione ideologica nel leggerci.

Comunque: il tentativo, o almeno il mio proposito quando ho accettato di fare il caposervizio degli esteri era allargare il nostro campo di interessi, cioè il campo dei temi/paesi/notizie a cui guardano le nostre pagine. Allargare il campo dei collaboratori, recuperarne alcuni persi per strada: penso a Giampaolo Calchi Novati, che invitammo qui a un incontro con noi e la direzione, a cui promettemmo una interlocuzione più sistematica e alcuni pagamenti arretrati (che non so se abbia avuto). Proprio Calchi ci invitava a essere un giornale che spiega gli eventi, contrasta il conformismo dominante anche a sinistra. Su questo tornerò.

In parte, allargare il raggio l'abbiamo fatto: ricordo pagine sulla underclass giapponese, i gay cinesi, la società civile argentina, le molte crisi africane, alcune cose (rare, purtroppo) dall'India, oltre ai reportages cinesi di Angela Pascucci, quelli dall'America... Anche alcune pagine europee, anche se questo resta nel complesso un nostro punto debole, di assenza. Cerchiamo di recuperare: stiamo programmando una serie di servizi dai punti caldi della crisi (Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda), incombono elezioni in Regno unito e in Olanda, stiamo riattivando corrispondenti e collaboratori. L'avvento di Obama negli Usa ha cambiato un clima mondiale, oltre a cambiare le coordinate interne negli Usa. Non abbiamo sottovalutato la portata della novità – l'abbiamo anzi seguita con tutte le forze che potevamo mettere in campo. Su Obama si sono puntate aspettative enormi, ma per questo anche eccessive, difficili da corrispondere. Nella sinistra Usa, nei gruppi sociali che si erano mobilitati per Obama (i sindacati, le varie componenti della sinistra) serpeggia la delusione: ne dobbiamo riferire, senza cadere noi stessi in un banale «tanto non cambia nulla».

Venivamo da un lungo periodo in cui le pagine sono state dominate, giocoforza, dalle cronache di guerra, il lungo ciclo di guerre cominciato dopo l'11 settembre 2001, e almeno in parte mi pare che si siano riaperte.  Certo, dobbiamo mantenere l'attenzione sulle questioni calde della politica internazionale,  dall'Iran alla questione palestinese, alla guerra in Afghanistan - perché la guerra non è affatto finita: cercando di tenere uno sguardo critico, guardare le cose da diversi aspetti e punti di vista, e andare oltre l'ovvio. Un esempio: le forze Usa in Afghanistan hanno appena lanciato un'offensiva nel sud, nel distretto di Marjah in helmand descritto come «hub» della resistenza Taleban: offensiva annunciata con largo anticipo, accompagnata da gesti clamorosi (arresti di dirigenti Taleban) e molto strombazzata dai media internazionali. Noi abbiamo voluto da subito sottolineare l'aspetto che riguarda la popolazione civile.  A distanza di qualche giorno però bisogna anche dire che non è chiaro se l'offensiva sia una dimostrazione di forza diretta più ai Taleban afghani o ai media occidentali (per tenerli occupati), e se lo scopo sia convincere l'opinione pubblica occidentale che la coalizione internazionale in Afghanistan può vincere. Mentre si intensifica una guerra parallela, con le truppe Usa sempre più coinvolte sul terreno in Pakistan, ma fuori dai riflettori – e di questo dobbiamo invece parlare.

Dunque: allargare il campo. La scomparsa della «copertina» esteri però ci ha inflitto un danno, come in generale la riduzione delle pagine: nella quotidiana competizione per lo spazio tende a vincere il fatto del giorno. Oggi una pagina sull'underclass giapponese aspetterebbe un mese prima di trovare spazio. Ma questo rende il giornale più ovvio, prevedibile - e credo che essere prevedibili sia una delle cause principali del nostro progressivo diventare inutili agli occhi di molti lettori. C'è sempre meno spazio sul giornale per le cose che noi stessi vorremmo leggere, storie, inchieste, reportages anche un po' eterodossi rispetto alla notizia quotidiana.

Del resto, cosa sia «il fatto del giorno» è questione di scelta: quanto spesso ci diciamo che dobbiamo scegliere, avere le nostre priorità. Poi però siamo troppo influenzati dai titoli dei tg o dei siti web.

Andare fuori dall'ovvio, guardare oltre le interpretazioni mainstream, «contrastare il conformismo diffuso anche nella sinistra». Soprattutto, essere capaci di cogliere le trasformazioni in corso sul pianeta, cogliere le novità. Questo è il tentativo, e implica che noi stessi siamo capaci di cercare. Mi ha colpito l'invettiva di Michelangelo contro «gli intellettuali»,  che scrivono cose «incomprensibili» e pallose. Abbiamo bisogno di capacità critica, e non significa «cose incomprensibili» - se uno scrive incomprensibile non è un buon intellettuale. Mi sembra una polemica malriposta.

Norma, Loris ci propongono l'interrogativo: essere il più piccolo e povero tra i giornali generalisti o essere un giornate «di tendenza». La risposta mi pare quasi ovvia. Fare un giornale «di tendenza», che si pone come «soggetto politico», è nella nostra storia. Ma questo non significa un giornale che «dà la linea», o almeno intendiamoci su cosa significhi «dare la linea»: io penso a un giornale capace di dare chiavi di lettura, strumenti per interpretare gli eventi e le trasformazioni. Che sia capaci di riconoscere e indicare alcuni trend globali.
Ne cito alcuni, da approfondire. 1) La crisi dello stato nazionale: abbiamo assistito, da tempo, al trasferimento di parti di sovranità dagli stati nazionali a enti sovrannazionali (e si potrebbero ricordare riflessioni interessanti, come quelle di Saskia Sassen sulle “città globali”). Ora però penso all'osservazione di una ricercatrice pakistana, Ayesha Siddiqa. Nella sua analisi sulla crescita dei movimenti fondamentalisti militanti, i «jihadi», trova una delle cause nella crisi dello stato-nazione che, in tutto il mondo, «è diventato ridondante: non è più in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini, ha abdicato alla funzione di redistribuire e investire in welfare; lo stato negozia sulla base della forza, e allora i gruppi esclusi si organizzano a loro volta per contare con la forza. Anche per questo etnicità diventa così attraente come base di rappresentanza», dice.  2) Lo «scontro di civiltà». Pensavamo che con la fine del'era Bush e il ritorno dell'America di Obama a un approccio più multilateralista, il discorso del Cairo etc, si dovesse smontare la costruzione ideologica dello «scontro di civiltà». Mi pare invece che non sia così: come se dopo aver martellato per anni questo concetto sembra depositato nella mente di molti – ad esempio nei giovani jihadi convinti di essere chiamati alla guerra santa per «difendere i musulmani brutalizzati dall'occidente in Bosnia, Palestina, Kashmir». 3) La crisi economica globale sta accelerando un riassetto di poteri mondiali, potenze leader in relativo declino, potenze «emergenti» in ascesa, il G8 soppiantato dal G20, un gruppetto di 5 paesi che si fa leader mondiale (è successo al vertice sul clima a Copenhagen: concluso con un documento imposto a tutti da Usa, Cina, India, Brasile e Sudafrica). Forse dobbiamo rassegnarci al declino dell'Europa. Certo dobbiamo guardare più a fondo cosa siano le cosiddette «economie emergenti». 4) I conflitti per le risorse naturali – dalle battaglie degli sfollati per le grandi opere come le dighe, o per catastrofi ambientali, alle vere e proprie guerre per il controllo di materie prime. Ne parliamo spesso sul giornale, ma restano confinati nella rubrica Terraterra, soprattutto negli ultimi tempi di competizione per spazi e pagine – o se ne escono è solo in modo episodico. Eppure, è un tema che riflette un po' tutto: questioni di giustizia sociale, questioni ambientali cruciali come il clima, o come la salvaguardia biodiversità e le piraterie del mondo ricco,  il ruolo di «rapina» dei poteri economici mondiali, il legame tra economie globalizzate e le crisi ambientali, o la possibilità di una uscita «verde» dalla crisi mondiale.
Ma ho l'impressione che non riconosciamo questi temi come priorità nella scelta quotidiana delle notizie.
Infine, tra le aree di attenzione indicate da Valentino aggiungerei l'India. Non solo perché è la mia passione, lo sapete, né solo perché è una potenza regionale rilevante nel contesto della crisi Af-Pak (l'attacco di Mumbai un anno fa ne è il segno).  O una «economia emergente» piena di contraddizioni. Ma perché è un laboratorio di molte delle questioni che sono anche nostre, dalla convivenza in una società multureligiosa/multiculturale, al ruolo della religione nella costruzione sociale, fino al ruolo delle quote (l'India ha il più ampio sistema di discriminazioni politive al mondo, mirato a gruppi sociali “svantaggiati” come i fuoricasta o i tribali, e ha anche introdotto quote rosa: facendone una questione di potere e di opportunità, non di principio. Ora però infuriano battaglie di gruppi che vogliono essere inclusi nella lista dei gruppi «classificati» per ottenere la propria quota di posti riservati. Così la discriminazione positiva ha cambiato senso: non più superare le caste ma rappresentarle, farne un elemento di forza nella negoziazione sociale. Ora, se in India la sub-casta dei Gujjar fa blocchi stradali per rivendicare le quote può sembrare cosa esotica, ma fanno altrettanto gli arabo-americani negli Stati uniti, per esempio. Insomma, mi chiedo se sia il futuro delle società multiculturali.

Il punto è che di tutto questo ho trovato ben poco nella relazione di Norma. Già altri hanno osservato che la sua analisi si ferma ai confini nazionali. Gli esteri sono sempre stati un punto di forza del manifesto, una delle nostre immagini di marca, e dobbiamo mantenerla. Ma per questo bisogna che tornino a essere parte costitutiva dell'impostazione quotidiana del giornale, mentre negli ultimi tempi abbiamo sempre di più la sensazione di essere un elemento aggiuntivo.

Più in generale, abbiamo troppo ristretto l'ambito a cui ci rivolgiamo: il nostro progetto di rilancio deve mirare al bacino più ampio dei nostri potenziali lettori, intercettare l'attenzione delle tante «intelligenze sociali» deluse dallo stato di cose in cui il paese si è infognato. Dobbiamo tornare a essere luogo di comunicazione tra le diverse culture che non trovano rappresentanza altrove.  Ce lo diciamo spesso: e però poi al nostro interno si levano gli scudi contro interventi che magari argomentano in modo problematico, perfino se vengono dal nostro interno. Abbiamo bisogno di aprire a tutte le intelligenze e culture della sinistra.
 
 
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