mercoledì 18 settembre 2013
Michelangelo Cocco
Abbiamo un problema sul quale devono essere concentrati tutti i nostri sforzi: il calo costante – da anni – delle copie vendute, che ci ha portato ad essere quasi irrilevanti, giornalisticamente e politicamente. Il Comitato di gestione ha parlato di tre regioni (Calabria, Sicilia e Sardegna) dove praticamente non arriviamo più in edicola. Qualcuno mi ha spiegato che meno vendiamo più diventa difficile arrivare in tutte le edicole. Vorrei comunque ulteriori chiarimenti sul problema della diffusione, consapevole del fatto che un quotidiano che è difficile trovare ogni giorno in edicola è un giornale a cui è difficile affezionarsi.
Se vendiamo così poco però è anche perché siamo sempre meno interessanti, una conseguenza del fatto che non stiamo NEI processi in atto nel PAESE (i quotidiani in italia, purtroppo, in Italia si vendono quasi esclusivamente per come trattano la politica e la società ITALIANA, siamo politicisti e provinciali).
La nostra realtà in questo momento – e, tutto lo lascia prevedere, anche per gli anni a venire – è segnata da una profonda crisi economica del capitalismo i cui costi sono e saranno pagati dai lavoratori; dallo svuotamento sostanziale e formale della democrazia repubblicana; dalla guerra preventiva e permanente (al “terrorismo”?) nella quale siamo inseriti a pieno titolo con la partecipazione militare al conflitto in Afghanistan.
Sono d’accordo con le relazioni di Mastrandrea-Rangeri-Campetti quando parlano della necessità di fare un giornale “militante”. È sotto gli occhi di tutti che – dato il contesto nazionale abbozzato sopra – ci sono tre giornali della “sinistra” che stanno guadagnando copie o mantenendo le vendite, nonostante la crisi della carta stampata: il Fatto, l'Unità, la Repubblica. È altrettanto evidente che parte dei nostri lettori ci abbandona per rivolgersi proprio a questi giornali. Ebbene tutti e tre sono giornali militanti: il primo si batte contro Berlusconi con un’aggressiva e documentata campagna sui “guai giudiziari” del presidente del Consiglio, il secondo e il terzo fanno un anti-berlusconismo più articolato di Travaglio & Co., e propaganda in favore del Partito democratico. Tutti e tre hanno “intercettato la fase”: il Fatto vende 100.000 copie, l’Unità 50.000: la direttrice De Gregorio guadagna qualche migliaio di copie rispetto alla gestione precedente, Repubblica (è comunque un altro tipo di quotidiano, con centinaia di giornalisti) tiene. A sinistra di questi giornali però c'è uno spazio, quello riservato a chi è in grado di affrontare una critica radicale, da sinistra, al modello economico/sociale nel quale viviamo, cosa alla quale non sono interessati i giornali borghesi (e il perché è nei loro assetti proprietari) che trattano, anche bene!, i sintomi, ma non le cause della crisi. Essere “militanti” significa individuare – nel medio periodo - due/tre tracce di lavoro e farne l’oggetto di un’indagine giornalistica a 360 gradi, sempre caratterizzata da un profondo radicalismo, da una trattazione alternativa delle stesse. Gli strumenti sono quelli classici del giornalismo (CHE PRATICHIAMO SEMPRE MENO): servizi (andando a vedere le cose, dando la parola ai lavoratori), inchieste, reportage, interviste. Quello che conta è la scelta (che deve SPIAZZARE e fare polemica) su quello che PER NOI è notizia e il modo di trattarla.
Sono assolutamente contrario a un giornale che assuma come proprio punto di riferimento qualsiasi élite politica e intellettuale. Mi si dirà: ma il manifesto non è sempre stato anche questo? Beh è il momento di cambiare. La crisi è profonda e ora – SE VOGLIAMO VENDERE - bisogna GRIDARE, nei titoli, nella scelta della notizia, nelle copertine. Per il confronto tra politici e intellettuali ci sono dei contenitori appositi – quelli dei commenti, degli interventi – che vanno valorizzati al massimo dandogli il giusto spazio e risalto grafico e vanno organizzati DANDO SPAZIO A TUTTI A SINISTRA, perché la frammentazione/atomizzazione della sinistra italiana è tale che sarebbe editorialmente suicida assumere qualsiasi punto di riferimento forte, per il semplice fatto che ORA non esiste e che il nostro collettivo – per esperienze politiche passate e idee di società futura – riflette la stessa disgregazione della società in cui vive.
Questo dato di fatto non impedisce la “militanza” giornalistica. Siamo capaci di raccogliere la sfida che la crisi ci lancia? Di mettere da parte ognuno una parte della proprie soggettività/convinzioni/stanchezze per provare a ridefinire la propria identità facendo un giornale di sinistra radicale in una società investita da rapide e profonde trasformazioni? Di imparare a confezionare un quotidiano moderno, che parli un linguaggio più accessibile a tutti e capace di farsi capire anche soltanto leggendo i titoli e la copertina in metropolitana? Che introduca temi e spazi in grado di avvicinarlo ai giovani? La sfida è aperta, davanti abbiamo una prateria, rimbocchiamoci le maniche.
Se vendiamo così poco però è anche perché siamo sempre meno interessanti, una conseguenza del fatto che non stiamo NEI processi in atto nel PAESE (i quotidiani in italia, purtroppo, in Italia si vendono quasi esclusivamente per come trattano la politica e la società ITALIANA, siamo politicisti e provinciali).
La nostra realtà in questo momento – e, tutto lo lascia prevedere, anche per gli anni a venire – è segnata da una profonda crisi economica del capitalismo i cui costi sono e saranno pagati dai lavoratori; dallo svuotamento sostanziale e formale della democrazia repubblicana; dalla guerra preventiva e permanente (al “terrorismo”?) nella quale siamo inseriti a pieno titolo con la partecipazione militare al conflitto in Afghanistan.
Sono d’accordo con le relazioni di Mastrandrea-Rangeri-Campetti quando parlano della necessità di fare un giornale “militante”. È sotto gli occhi di tutti che – dato il contesto nazionale abbozzato sopra – ci sono tre giornali della “sinistra” che stanno guadagnando copie o mantenendo le vendite, nonostante la crisi della carta stampata: il Fatto, l'Unità, la Repubblica. È altrettanto evidente che parte dei nostri lettori ci abbandona per rivolgersi proprio a questi giornali. Ebbene tutti e tre sono giornali militanti: il primo si batte contro Berlusconi con un’aggressiva e documentata campagna sui “guai giudiziari” del presidente del Consiglio, il secondo e il terzo fanno un anti-berlusconismo più articolato di Travaglio & Co., e propaganda in favore del Partito democratico. Tutti e tre hanno “intercettato la fase”: il Fatto vende 100.000 copie, l’Unità 50.000: la direttrice De Gregorio guadagna qualche migliaio di copie rispetto alla gestione precedente, Repubblica (è comunque un altro tipo di quotidiano, con centinaia di giornalisti) tiene. A sinistra di questi giornali però c'è uno spazio, quello riservato a chi è in grado di affrontare una critica radicale, da sinistra, al modello economico/sociale nel quale viviamo, cosa alla quale non sono interessati i giornali borghesi (e il perché è nei loro assetti proprietari) che trattano, anche bene!, i sintomi, ma non le cause della crisi. Essere “militanti” significa individuare – nel medio periodo - due/tre tracce di lavoro e farne l’oggetto di un’indagine giornalistica a 360 gradi, sempre caratterizzata da un profondo radicalismo, da una trattazione alternativa delle stesse. Gli strumenti sono quelli classici del giornalismo (CHE PRATICHIAMO SEMPRE MENO): servizi (andando a vedere le cose, dando la parola ai lavoratori), inchieste, reportage, interviste. Quello che conta è la scelta (che deve SPIAZZARE e fare polemica) su quello che PER NOI è notizia e il modo di trattarla.
Sono assolutamente contrario a un giornale che assuma come proprio punto di riferimento qualsiasi élite politica e intellettuale. Mi si dirà: ma il manifesto non è sempre stato anche questo? Beh è il momento di cambiare. La crisi è profonda e ora – SE VOGLIAMO VENDERE - bisogna GRIDARE, nei titoli, nella scelta della notizia, nelle copertine. Per il confronto tra politici e intellettuali ci sono dei contenitori appositi – quelli dei commenti, degli interventi – che vanno valorizzati al massimo dandogli il giusto spazio e risalto grafico e vanno organizzati DANDO SPAZIO A TUTTI A SINISTRA, perché la frammentazione/atomizzazione della sinistra italiana è tale che sarebbe editorialmente suicida assumere qualsiasi punto di riferimento forte, per il semplice fatto che ORA non esiste e che il nostro collettivo – per esperienze politiche passate e idee di società futura – riflette la stessa disgregazione della società in cui vive.
Questo dato di fatto non impedisce la “militanza” giornalistica. Siamo capaci di raccogliere la sfida che la crisi ci lancia? Di mettere da parte ognuno una parte della proprie soggettività/convinzioni/stanchezze per provare a ridefinire la propria identità facendo un giornale di sinistra radicale in una società investita da rapide e profonde trasformazioni? Di imparare a confezionare un quotidiano moderno, che parli un linguaggio più accessibile a tutti e capace di farsi capire anche soltanto leggendo i titoli e la copertina in metropolitana? Che introduca temi e spazi in grado di avvicinarlo ai giovani? La sfida è aperta, davanti abbiamo una prateria, rimbocchiamoci le maniche.
ASSEMBLEA
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La Somalia va a pesca
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La termoelettrica di Huexca
| di Fulvio Gioanetto del 20.12.2012
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Lezioni di dissensoDomenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.7 novembre 2011
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