sabato 16 febbraio 2013
Norma Rangeri
Avremo modo di analizzare nel dibattito i singoli comparti del giornale, ma prima o insieme dovremmo discutere dell’orientamento politico generale.
LA POLITICA
La fase politica, rispetto a due anni fa, quando fu pensato e costruito il giornale come in parte è ancora adesso, è cambiata e sta cambiando. A sinistra come a destra. Quel giornale era scandito, aveva copertine, la due e la tre svincolate. Un andamento lento, con il rischio che la quantità potesse fare premio sulla qualità. Quel giornale ha freanto la caduta per un paio di mesi, non ha aumentato le copie, e dopo sei mesi, le copie hanno ricominciato a calare. Il giornale è inadeguato alla fase.
LA POLITICA
La fase politica, rispetto a due anni fa, quando fu pensato e costruito il giornale come in parte è ancora adesso, è cambiata e sta cambiando. A sinistra come a destra. Quel giornale era scandito, aveva copertine, la due e la tre svincolate. Un andamento lento, con il rischio che la quantità potesse fare premio sulla qualità. Quel giornale ha freanto la caduta per un paio di mesi, non ha aumentato le copie, e dopo sei mesi, le copie hanno ricominciato a calare. Il giornale è inadeguato alla fase.
Non ci sono più due sinistre. Non solo perché il partito democratico ha cancellato la parola sinistra dall’insegna della ditta. Non solo perché la sinistra alternativa è stata espulsa dal parlamento naufragando nello stagno della sua residua nomenclatura. Siamo da tempo testimoni di un quadro dove si aggirano masse (sempre meno) senza rivoluzione e idee di rivoluzione senza masse.
Al fondo del disorientamento c’è una ragione culturale prima ancora che politica. Una crisi culturale che paralizza, che impedisce alla sinistra-sinistra di rappresentare la metà del paese che non si riconosce nel blocco del centrodestra. Chi pensando che la riconquista del consenso viaggi sulle ali della riforma istituzionale e elettorale (e non vuole vedere la torsione autoritaria della democrazia), chi immaginando che basti megafonare la protesta sociale. Chi suicidandosi con la rincorsa al centro dello schieramento (l’autosufficienza), chi condannandosi alla marginalità della testimonianza. E tutti considerando (noi compresi) la carta dell’antiberlusconismo una scorciatoia populista da evitare.
Finché non è esploso il fenomeno dell’Idv (e del Fatto) che, al contrario, dimostra come ci fosse, e ci sia, nel paese una spinta molto forte per una battaglia di opposizione. Così forte la domanda di opposizione da decretare il successo di un nuovo quotidiano, che vive del sostegno dei lettori, nella crisi globale, mondiale, epocale, della carta stampata. Gli alibi sono caduti. Tutti e per tutti.
Fuori di noi, a sinistra come a destra, c’è un cantiere aperto. Vedo nella frantumazione delle identità e dei modelli organizzativi, cioè nella crisi, le opportunità per una soggettività politico-editoriale a tutto campo. Con un sito che aggrega e un giornale che indica la rotta. Sempre tenendo presente (noi qui possiamo esercitare un forte punto di vista politico-culturale) che da quando in Italia al protagonismo delle masse si è sostituito un protagonismo di massa (è la sostanza mediatico-politica del berlusconismo, la sua forza), tutta la politica ne è stata trasformata (a destra e a sinistra).
Un cantiere aperto nel Pd, nell’Italia dei valori, nella sinistra di movimento. Vendola e Bonino non sono due incidenti di percorso, ma due opportunità, due maturità politiche. Possiamo consentire o dissentire dalle loro posizioni su singoli temi, ma non possiamo non valorizzare, sostenere il fatto che queste due persone ridanno fiducia e dignità alla Politica con la P maiuscola. L’autorevolezza, l’onestà, la competenza, la passione politica sono beni comuni come l’acqua in un paese che sprofonda nell’indifferenza, avvilito, violentato da una corruzione politica e affaristica che si specchia nella fine di una certa idea di politica.
Le distanze tra le forze di opposizione si stanno riducendo.
La fase, mentre indica tutta la degenerazione culturale (ripeto, culturale prima ancora che politica), del nostro mondo (riflesso, in parte speculare, della degenerazione politico-culturale del blocco democristiano nella forma del berlusconismo), tuttavia mostra, per i movimenti di ristrutturazione in corso, con una certa evidenza, la possibilità, per noi del manifesto, di esprimere una soggettività politica.
Tutti i giornali esprimono (da Repubblica a Il Fatto) una forte soggettività. Sono il luogo dove avviene la battaglia delle idee. Sempre in più stretta commissione con i social-network.
Sono soggetti politici per volontà politico-editoriali, per interessi, e, fattore recente, per l’accresciuto ruolo politico che ai giornali deriva dal fatto che si sono ritrovati sostitutivi dei partiti di sinistra, dunque attori protagonisti della battaglia politica, soggetti mobilitanti (la manifestazione sulla libertà di informazione di piazza del popolo, e tutte le raccolte di firme organizzate dal sito di Repubblica) per la battaglia contro Berlusconi, in difesa della Costituzione e dell'assetto democrativo dei poteri.
Negli ultimi sei mesi anche noi abbiamo partecipato a momenti significativi di un’opposizione popolare e di sinistra, occasioni nate e cresciute senza i partiti, per niente scontate. Momenti di mobilitazione che hanno sedimentato consapevolezza,: sulla libertà di informazione, in difesa della costituzione (movimento viola), in rappresentanza delle emergenze sociali e operaie (le manifestazioni sindacali), quelle degli immigrati.
Abbiamo messo il naso fuori. Ma sempre, sempre con grande fatica. Senza alcuna spinta, sempre a rimorchio. Con il deprimente atteggiamento di quelli che stanno affacciati alla finestra per dare i voti. Quello non è abbastanza pacifista, quello è un berlusconiano di sinistra, quelli sono forcaioli, quelli sono vecchi arnesi sindacali. Ritagliandoci un ruolo del tutto superfluo.
IL GIORNALE
Nascondiamo sotto il tappeto di un notiziario dell’ultimo momento (il giornale ha un deficit straordinario di programmazione, difficile avere il DOMANI quotidiano) la mancanza di intenzionalità politica.
Il fatto che la diminuzione delle pagine non abbia portato a una diminuzione delle vendite dovrebbe dirci che fare più pagine non significa salvare il prodotto.
Vogliamo continuare a essere il più piccolo e povero dei giornali generalisti o il primo dei giornali di tendenza?
Di tendenza significa scartare, non nel senso dell’apertura stravagante, della trovata. Scartare nel senso di costruire con gli elementi e del quotidiano alcuni muri portanti dell’intervento politico-culturale: il commento, il corsivo, l’inchiesta, l’analisi, la scheda, il ritratto, l’intervista. A parte il commento, tutto il resto non c’è, e quando c’è (come nel caso dell’inchiesta sulle navi dei veleni, è l’eccezione alla regola). Un giornale “militante” cioè intenrno ai processi, sobrio, pungente, impegnato, polemico, aperto. Niente a che vedere con il giornale “militotno”, cioè lamentoso, conformista, vetero, autoreferenziale.
Quando noi siamo nati, eravamo interni ai mondi di cui scrivevamo, eravamo giornalisti-militanti e militanti giornalisti. Vivevamo nelle assemblee dei movimenti di cui poi scrivevamo sul giornale. Certo, quelli erano movimenti, quella era già politica, ma oggi, quando si creano situazioni di movimento e di impegno, non abbiamo spirito militante, ne restiamo fuori, mentre dobbiamo recuperare internità, per rendere più forte, pertinente, interessante il contenuto giornalistico.
Occorre andare incontro al bisogno di capire e al bisogno del fare. Ora, questa campagna elettorale, di assoluto rilievo politico nazionale, dobbiamo non guardarla, ma farla, intervenire (forum, convegni, numeri speciali: scegliamo una cosa e lavoriamoci, non in due ma in dieci).
LA REDAZIONE
Dobbiamo fare tutti un passo avanti. Se in una situazione così grave, le persone che lavorano al manifesto non vogliono assumersi le responsabilità di rimettere insieme esperienze e competenze, non ce la possiamo fare. Lo stiamo vedendo.
Sarebbe utile che i capiservizio delle sezioni di lavoro contribuissero alla discussione portando un bilancio (nel bene e nel male) del lavoro svolto dal loro gruppo.
L’ufficio dei capiredattore va rafforzato. Ci sono compagni sottoutilizzati che potrebbero invece mettersi nel cuore della progettazione quotidiana.
La politica, valore aggiunto del manifesto, è un settore da potenziare e sempre più integrare con il resto degli interni. I compagni e le compagne che ci lavorano producono pagine scrupolose, articoli, interviste che registrano la giornata. Spesso senza l’aiuto di nessuno, lavorano senza una direzione che ne indirizzi la polemica e l'intervento.
Anche la sezione di cronaca e società, che pure su molte questioni dirompenti (carceri, immigrazione, ambiente) ha fatto vivere le prime pagine del giornale e prodotto inchieste va rafforzata e integrata con il gruppo che lavora alla politica itnerna e alla crisi economica.
Le pagine culturali non sono mai oggetto di discussione, non intervengono mai sulla fisionomia del giornale, il settimanale (che resta il prodotto di maggiore vendita in edicola) vive nel suo isolamento.
L’economico-sindacale è il bollettino della Croce Rossa. Registra, commenta, analizza, sempre con un passo grigio e burocratico. Registra, interviene ma non racconta le storie personali, la vita di chi vive di cassa integrazione. Una faccia, un nome e cognome, un episodio particolare che esca fuori. Per farsi sentire gli operai vanno sul tetto, per farci leggere anche noi dobbiamo trovare un linguaggio nuovo per raccontare una crisi inedita. Abbiamo un’inchiesta sul congresso della Cgil e noi non siamo capaci di valorizzarla, di farne occasione di confronto e scontro all'esterno.
Un po’ come succede agli esteri. Con la differenza che essendo un luogo di viaggiatori del mondo, magari si fanno leggere di più. Ma il politicismo delle pagine è proverbiale, e certe camicie ideologiche anche (come sulla politica interna di Obama). Va bene parlare dagli angoli di un mondo peraltro sempre più piccolo, ma possibile che sulle società europee non ci sia passione per un giornalismo culturale e sociale che sull’ambiente, sulle strutture industriali, sulle forme del governo e del consenso racconti che succede?
Ricominciamo a funzionare come cervello collettivo.
Bisogna riorganizzare tutto il nastro (anche alla luce del nuovo sito), ripensare graficamente il giornale, il formato, il colore.
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