mercoledì 18 settembre 2013
Valentino Parlato
1) Assai utili gli interventi di Norma, Loris e Angelo. Abbiamo fatto bene a metterli sul sito e a decidere di socializzare l'intero dibattito, ma anche noi dovremmo rileggerli e pensarci. Ho sentito di obiezioni sull’indirizzo politico. Parliamone e chiariamo.
2) Lo stato del giornale è più grave di quanto mai lo sia stato nel passato. Il rischio di chiudere in questo 2010 è forte, nonostante siamo riusciti a salvare – ma solo per il 2009 - il famoso diritto soggettivo. Siamo oppressi dai debiti, siamo troppi e le vendite sono in calo da otto anni.
Le vendite dei primi mesi del 2010 confermano la tendenza.
3) Questa nostra crisi avviene in una situazione generale pessima. Disfacimento delle sinistre, che, a modo loro, si berlusconizzano.
C’è un disfacimento della società (buona l'intervista a Touraine). La corruzione dominante e pervasiva (Corte dei Conti) denuncia questo dissolvimento individualistico della società. Eclissi della volontà e anche della speranza di cambiare qualcosa. Sottolineo l’eclissi della speranza, sulla quale tornare. La Spa della protezione civile e quella delle Forze armate sono soltanto sospese, ma sono l’annuncio di una privatizzazione dello stato, e della Spa Repubblica italiana. Qui la crisi della politica, ma, forse ancora più profonda (e da noi scarsamente considerata), la crisi della cultura, a cominciare dalla scuola.
In questo difficile contesto noi, manifesto, siamo a una brutta crisi del prodotto e, pertanto, anche della macchina che lo fa.
4) La macchina. Siamo 87 dipendenti, dei quali 65 giornalisti. Troppi e per di più lavoriamo male. La macchina siamo anche noi. Però, tiriamo avanti, facciamo finta di niente. Straordinario, apprezzabile il lavoro del desk, dei redattori capo. Ma non basta, non può bastare. Le basse presenze in redazione possono sembrare una questione burocratica, ma non lo sono. Le sezioni di lavoro operano come repubbliche separate: senza una comunicazione con le altre sezioni e con la direzione. Debbo però osservare che nel nostro giornale, anche ai tempi di Pintor, non siamo mai riusciti ad avere una vera direzione, per una sorta di resistenze autonomistiche delle sezioni.
Penso che se vogliamo tentare di aggiustare la macchina dovremo programmare una serie di riunioni (aperte a tutti) delle singole sezioni di lavoro con la direzione, per discutere e programmare il che fare delle singole sezioni e il loro coordinamento con il lavoro complessivo del giornale.
Il prodotto, come ci dice il calo delle vendite non è soddisfacente, ma non si può sperare di migliorarlo se non aggiustiamo la macchina. Di questo dobbiamo discutere e arrivare a qualche conclusione.
Le vendite dei primi mesi del 2010 confermano la tendenza.
3) Questa nostra crisi avviene in una situazione generale pessima. Disfacimento delle sinistre, che, a modo loro, si berlusconizzano.
C’è un disfacimento della società (buona l'intervista a Touraine). La corruzione dominante e pervasiva (Corte dei Conti) denuncia questo dissolvimento individualistico della società. Eclissi della volontà e anche della speranza di cambiare qualcosa. Sottolineo l’eclissi della speranza, sulla quale tornare. La Spa della protezione civile e quella delle Forze armate sono soltanto sospese, ma sono l’annuncio di una privatizzazione dello stato, e della Spa Repubblica italiana. Qui la crisi della politica, ma, forse ancora più profonda (e da noi scarsamente considerata), la crisi della cultura, a cominciare dalla scuola.
In questo difficile contesto noi, manifesto, siamo a una brutta crisi del prodotto e, pertanto, anche della macchina che lo fa.
4) La macchina. Siamo 87 dipendenti, dei quali 65 giornalisti. Troppi e per di più lavoriamo male. La macchina siamo anche noi. Però, tiriamo avanti, facciamo finta di niente. Straordinario, apprezzabile il lavoro del desk, dei redattori capo. Ma non basta, non può bastare. Le basse presenze in redazione possono sembrare una questione burocratica, ma non lo sono. Le sezioni di lavoro operano come repubbliche separate: senza una comunicazione con le altre sezioni e con la direzione. Debbo però osservare che nel nostro giornale, anche ai tempi di Pintor, non siamo mai riusciti ad avere una vera direzione, per una sorta di resistenze autonomistiche delle sezioni.
Penso che se vogliamo tentare di aggiustare la macchina dovremo programmare una serie di riunioni (aperte a tutti) delle singole sezioni di lavoro con la direzione, per discutere e programmare il che fare delle singole sezioni e il loro coordinamento con il lavoro complessivo del giornale.
Il prodotto, come ci dice il calo delle vendite non è soddisfacente, ma non si può sperare di migliorarlo se non aggiustiamo la macchina. Di questo dobbiamo discutere e arrivare a qualche conclusione.
5)Il prodotto. Sul prodotto molte cose giuste le ha scritte Norma a proposito del più povero dei giornali generalisti. Dobbiamo tentare di diventare un vero giornale di opinione, nel suo modo specifico un giornale partito (Repubblica lo è). Un giornale che attraverso notizie, inchieste, editoriali, interviste promuova campagne con precisi obiettivi. Qualcosa in questo senso si è anche fatto, ma direi più per caso che per programma. Siamo poco o niente citati. Non siamo soggetti di polemiche. Berlusconi ci ignora. Da marzo fare campagne con un obiettivo e che caratterizzino il giornale come quello che vuole essere, nei vari campi, denuncia una certa cosa e vuole una certa cosa.
Posso tentare di fare qualche esempio, e chiedo scusa se sbaglio o offendo qualcuno.
Per la politica non solo la berlusconizzazione di tutti (compreso Bersani), ma i primi segni di crisi di Berlusconi. In queste elezioni regionali una forte campagna contro il suo sistema elettorale presidenzialista. Essere meno osservatori e più partecipi per Vendola e anche la Bonino (dare, tentare di dare, un senso positivo all’incontro tra Pd e radicali). Io inviterei la Bonino a una discussione da noi.
Diciamo un giornale di tendenza. Che cosa dovrebbe dire per noi tendenza? La denunzia dello stato di cose esistente e la volontà-possibilità di un cambiamento. Quindi un’analisi delle attuali condizioni e delle minacce alla democrazia. Ma non solo una difensiva, dobbiamo tentare di delineare una unione di forze per contrastare e rovesciare la tendenza nel senso della conquista – proprio perché c’è crisi – di maggiori libertà e diritti per chi lavora. Non dobbiamo solo piangere, ma anche proporre e sostenere che è possibile invertire le attuali tendenze. Il manifesto «quotidiano comunista» deve assumersi la responsabilità della sua denominazione e non buttarla via o dimenticarla.
Proposte da mettere in discussione per le singole sezioni.
Economia. Le specificità italiane della attuale crisi. Ove si esca dalla crisi mondiale l'Italia starà peggio (lezione ai Lincei di Pierluigi Ciocca). Come l’attuale crisi rispacca l’Italia e torna in primo piano, duramente, la questione meridionale (Giorgio Ruffolo e altri).
Questa crisi manda allo sbaraglio l’euro e l’unione europea. Fenomeno migratorio di laureati e ulteriore decadimento del nostro paese. Ma insieme attenzione al positivo che può esserci. Difficile da individuare, almeno a mio avviso. La denazionalizzazione delle imprese italiane (Fiat in testa). La crisi della Cgil (l'inchiesta sul congresso di Gabriele polo dovevano essere più in evidenza).
Sociale. La crescita del precariato e dei poveri. In Italia c'era una maggioranza di proprietari di abitazione: con i prestiti delle banche rischiano l’esproprio. Tutta la questione degli immigrati, con relativi conflitti.
Esteri. La crisi dell’impero Usa e i pericoli derivanti. Tutta la questione del Medio Oriente, come punto debole dell'universo capitalistico. Non perdere attenzione all'Afghanistan. La crisi dell’unione europea. La Cina, ma anche la ricostituzione di un potere della Russia.
Politica. C’è la berlusconizzazione. C’è un antiberlusconismo che diventa eguale al berlusconismo? C’è la tendenza alla privatizzazione della politica (la Spa della Protezione civile e delle Forze armate è solo un avviso). Privatizzazione e presidenzialismo vanno di pari passo. La privatizzazione dei partiti: non ci sono più i partiti di una volta. Le stesse primarie sono la negazione dell’idea di partito. Regioni, province e comuni si stanno rivelando un disastro come aggregati di potere clientelare che diventano la sostanza dei partiti. La questione delle leggi elettorali.
Cultura. E’, dovrebbe essere, nel nostro giornale una sezione di importanza forte, ma sulla quale è più difficile (almeno per me) dare indicazioni. Prevalente dovrebbe essere l’attenzione, più che ai bei romanzi che pure sono importanti, agli scritti critici della società presente e della cultura presente. Al disfacimento consumistico della cultura. C’è però una ricca saggistica critica alla quale noi dovremmo dare più attenzione e provocare interventi sul nostro giornale. Più commenti e più interviste. Avere sulle nostre pagine voci di richiamo.
6) Dette queste cose, molto approssimative, resta il fatto – io credo – che attualmente il nostro male maggiore è la scarsa comunicazione tra di noi. Siamo sempre meno un collettivo e sempre più una somma di individui.
Abbiamo uno straordinario bisogno di direzione, ma non ci può essere una vera direzione senza un collettivo. Dobbiamo darci una direzione vera, della quale il collettivo riconosca l’autorevolezza.
Non abbiamo tempo, ma dobbiamo per questo stringere i tempi di una discussione seria per la definizione di un programma e di un coerente progetto di rinnovamento grafico.
Quindi definire un programma, cioè quel che questo giornale vuole essere. Quindi analisi dello stato delle cose come ho già detto e, di conseguenza, una indicazione di obiettivi, tali da sostenere la possibilità di un cambiamento. Ricostruire una speranza di cambiare. Non solo denunciare e criticare, ma anche proporre, indicare obiettivi: dalla riforma elettorale al welfare, a un serio intervento pubblico (ricordiamoci dell’Iri) nell’economia, nella scuola, per uscire dalla corruzione privatizzante. Per tutto questo farsi un elenco di intellettuali e politici con i quali lavorare.
Tutti dovremmo lavorare alla costruzione di un programma per la futura direzione. Ma non basta. Nella attuale situazione di anarchia individualistica definire un gruppo di compagni di sostegno dichiarato alla direzione, una sorta di consiglio della direzione. E, quindi ancora di un Cda alleato forte della direzione.
Tutto questo dovremmo – come stiamo facendo – renderlo pubblico sul sito, ma fare in modo che anche gli altri giornali scrivano di quel che accade al manifesto.
Indicazione delle campagne che vogliamo fare.
E per questo, quasi ogni giorno, ci deve essere una riunione, uno scambio di idee, dei capiservizio con la direzione. Smetterla con le repubbliche separate.
Programmare (deve essere parte del programma della direzione, al quale tutti dobbiamo contribuire) una serie di incontro con intellettuali e politici con i quali avere iniziative. Il nostro attuale non è uno splendido, ma un misero isolamento dal quale dobbiamo uscire. Io sono pronto a lavorare con la prossima direzione per questi contatti. Una volta di rapporti ne avevamo di più.
So che quel che dico è sempre generico, ma discutiamone subito. Non abbiamo tempo.
La società attraversa una fase di dissolvimento, si presenta come una sommatoria di individui che non avendo più una speranza e un obiettivo di cambiamento si ripiega nella ricerca di soluzioni individuali. Di qui anche il proliferare della corruzione. Dovremmo sforzarci di ridare un senso alla scritta «quotidiano comunista». E oggi penso che si possa intravedere una crisi di Berlusconi, che è già qualcosa.
Posso tentare di fare qualche esempio, e chiedo scusa se sbaglio o offendo qualcuno.
Per la politica non solo la berlusconizzazione di tutti (compreso Bersani), ma i primi segni di crisi di Berlusconi. In queste elezioni regionali una forte campagna contro il suo sistema elettorale presidenzialista. Essere meno osservatori e più partecipi per Vendola e anche la Bonino (dare, tentare di dare, un senso positivo all’incontro tra Pd e radicali). Io inviterei la Bonino a una discussione da noi.
Diciamo un giornale di tendenza. Che cosa dovrebbe dire per noi tendenza? La denunzia dello stato di cose esistente e la volontà-possibilità di un cambiamento. Quindi un’analisi delle attuali condizioni e delle minacce alla democrazia. Ma non solo una difensiva, dobbiamo tentare di delineare una unione di forze per contrastare e rovesciare la tendenza nel senso della conquista – proprio perché c’è crisi – di maggiori libertà e diritti per chi lavora. Non dobbiamo solo piangere, ma anche proporre e sostenere che è possibile invertire le attuali tendenze. Il manifesto «quotidiano comunista» deve assumersi la responsabilità della sua denominazione e non buttarla via o dimenticarla.
Proposte da mettere in discussione per le singole sezioni.
Economia. Le specificità italiane della attuale crisi. Ove si esca dalla crisi mondiale l'Italia starà peggio (lezione ai Lincei di Pierluigi Ciocca). Come l’attuale crisi rispacca l’Italia e torna in primo piano, duramente, la questione meridionale (Giorgio Ruffolo e altri).
Questa crisi manda allo sbaraglio l’euro e l’unione europea. Fenomeno migratorio di laureati e ulteriore decadimento del nostro paese. Ma insieme attenzione al positivo che può esserci. Difficile da individuare, almeno a mio avviso. La denazionalizzazione delle imprese italiane (Fiat in testa). La crisi della Cgil (l'inchiesta sul congresso di Gabriele polo dovevano essere più in evidenza).
Sociale. La crescita del precariato e dei poveri. In Italia c'era una maggioranza di proprietari di abitazione: con i prestiti delle banche rischiano l’esproprio. Tutta la questione degli immigrati, con relativi conflitti.
Esteri. La crisi dell’impero Usa e i pericoli derivanti. Tutta la questione del Medio Oriente, come punto debole dell'universo capitalistico. Non perdere attenzione all'Afghanistan. La crisi dell’unione europea. La Cina, ma anche la ricostituzione di un potere della Russia.
Politica. C’è la berlusconizzazione. C’è un antiberlusconismo che diventa eguale al berlusconismo? C’è la tendenza alla privatizzazione della politica (la Spa della Protezione civile e delle Forze armate è solo un avviso). Privatizzazione e presidenzialismo vanno di pari passo. La privatizzazione dei partiti: non ci sono più i partiti di una volta. Le stesse primarie sono la negazione dell’idea di partito. Regioni, province e comuni si stanno rivelando un disastro come aggregati di potere clientelare che diventano la sostanza dei partiti. La questione delle leggi elettorali.
Cultura. E’, dovrebbe essere, nel nostro giornale una sezione di importanza forte, ma sulla quale è più difficile (almeno per me) dare indicazioni. Prevalente dovrebbe essere l’attenzione, più che ai bei romanzi che pure sono importanti, agli scritti critici della società presente e della cultura presente. Al disfacimento consumistico della cultura. C’è però una ricca saggistica critica alla quale noi dovremmo dare più attenzione e provocare interventi sul nostro giornale. Più commenti e più interviste. Avere sulle nostre pagine voci di richiamo.
6) Dette queste cose, molto approssimative, resta il fatto – io credo – che attualmente il nostro male maggiore è la scarsa comunicazione tra di noi. Siamo sempre meno un collettivo e sempre più una somma di individui.
Abbiamo uno straordinario bisogno di direzione, ma non ci può essere una vera direzione senza un collettivo. Dobbiamo darci una direzione vera, della quale il collettivo riconosca l’autorevolezza.
Non abbiamo tempo, ma dobbiamo per questo stringere i tempi di una discussione seria per la definizione di un programma e di un coerente progetto di rinnovamento grafico.
Quindi definire un programma, cioè quel che questo giornale vuole essere. Quindi analisi dello stato delle cose come ho già detto e, di conseguenza, una indicazione di obiettivi, tali da sostenere la possibilità di un cambiamento. Ricostruire una speranza di cambiare. Non solo denunciare e criticare, ma anche proporre, indicare obiettivi: dalla riforma elettorale al welfare, a un serio intervento pubblico (ricordiamoci dell’Iri) nell’economia, nella scuola, per uscire dalla corruzione privatizzante. Per tutto questo farsi un elenco di intellettuali e politici con i quali lavorare.
Tutti dovremmo lavorare alla costruzione di un programma per la futura direzione. Ma non basta. Nella attuale situazione di anarchia individualistica definire un gruppo di compagni di sostegno dichiarato alla direzione, una sorta di consiglio della direzione. E, quindi ancora di un Cda alleato forte della direzione.
Tutto questo dovremmo – come stiamo facendo – renderlo pubblico sul sito, ma fare in modo che anche gli altri giornali scrivano di quel che accade al manifesto.
Indicazione delle campagne che vogliamo fare.
E per questo, quasi ogni giorno, ci deve essere una riunione, uno scambio di idee, dei capiservizio con la direzione. Smetterla con le repubbliche separate.
Programmare (deve essere parte del programma della direzione, al quale tutti dobbiamo contribuire) una serie di incontro con intellettuali e politici con i quali avere iniziative. Il nostro attuale non è uno splendido, ma un misero isolamento dal quale dobbiamo uscire. Io sono pronto a lavorare con la prossima direzione per questi contatti. Una volta di rapporti ne avevamo di più.
So che quel che dico è sempre generico, ma discutiamone subito. Non abbiamo tempo.
La società attraversa una fase di dissolvimento, si presenta come una sommatoria di individui che non avendo più una speranza e un obiettivo di cambiamento si ripiega nella ricerca di soluzioni individuali. Di qui anche il proliferare della corruzione. Dovremmo sforzarci di ridare un senso alla scritta «quotidiano comunista». E oggi penso che si possa intravedere una crisi di Berlusconi, che è già qualcosa.
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