domenica 17 febbraio 2013
COMMENTO
28/05/2009
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Andrea De Benedetti
Calcio, la lezione del Barcellona
Succederà, presto o tardi, di ascoltare dalla filarmonica blaugrana una nota stonata, un accordo imperfetto, una melodia stucchevole e di maniera. Succederà perché è nell’ordine delle cose, perché tutto finisce, perché certe congiunture astrali di tanti talenti sublimi nati con la stessa camiseta sono irripetibili. Succederà, e qualcuno dirà che era buon da sapersi, che prima o poi le utopie sono condannate a esplodere in tutte le loro contraddizioni, che il calcio moderno non può più permettersi di inseguire il mito del kalòs kài agathòs ma deve accettare l’avvenuta mutazione in disciplina per atleti dai muscoli d’acciaio, il cuore di pietra e i piedi di marmo.
Lo diranno, statene certi, e quel giorno dovremo avere la memoria abbastanza lucida per ricordare loro quello che abbiamo avuto il privilegio di vedere l’altroieri e per tutta la stagione: non un «miracolo», perché i miracoli non si programmano e non sono quasi mai puntuali, ma un prodigio di tecnologia e design, bellezza ed efficienza condensate in un’unica creatura perfetta.
Gli almanacchi registreranno il «triplete» del Barça, le cento reti superate nella Liga, il numero e il volume delle goleade seminate durante l’anno, ma il ricordo che bisognerà preoccuparsi davvero di tramandare è quello di uno spettacolo mai visto prima, di una squadra che non aveva bisogno di difendersi perché non perdeva mai il pallone, di un esercito di giocatori leggeri e sottili come formiche capaci di far correre il pallone e gli avversari fino a consumare il primo e a sfiancare i secondi.
Dovremo raccontare tutto questo ai nostri figli e chiedere ai nostri figli di raccontarlo ai figli loro, perché quando si troveranno davanti a un allenatore che li metterà fuori squadra perché troppo bassi o troppo leggeri abbiano buoni argomenti per rispondergli e mandarlo a quel paese.
Se c’è una lezione, una fra tante, che il Barça e Guardiola hanno impartito a tutto il mondo in questa stagione è che nel calcio, alla fin fine, contano molto più la testa e i piedi di tutte le altre parti del corpo – muscoli, cosce, spalle e gomiti – che allenatori senz’anima e senza pudore insegnano a esibire e utilizzare nelle scuole calcio. Iniesta, Xavi e Messi, i vertici del triangolo magico disegnato mercoledì sera da Guardiola, sono alti in tre come Luca Toni e sono i prototipi dei calciatori che in Italia non riuscirebbero mai a trovare una squadra. Come Giovinco, come Miccoli, come gli stessi Baggio e Zola, che hanno vissuto gli anni più gloriosi e più sereni lontano dalle grandi piazze o addirittura dall’Italia. Eppure adesso siamo tutti lì ad ammirarli, come se fossero degli extraterrestri e non i frutti, per quanto eccellenti, di una programmazione che va avanti dai tempi di Cruijff.
L’altra lezione da non dimenticare è quella di Guardiola, che a trentotto anni, e in una sola stagione, ha completato una collezione di titoli che gente più famosa e pagata di lui non è riuscita a mettere insieme in tutta una carriera. Mentre in Italia siamo in perpetua adorazione del feticcio dell’esperienza (salvo poi cacciare Ranieri una volta realizzato che in vent’anni di “esperienza” il suo score di titoli è ancora fermo a “sero”), uno dei club più importanti del mondo ha avuto il coraggio di affidarsi a un under 40 che fino a quel momento aveva allenato soltanto in quarta serie. Non solo: ma viene fuori che questo ragazzo cresciuto sa farsi ascoltare dai suoi giocatori molto meglio degli special ones alla Capello o alla Mourinho e senza nemmeno il bisogno di assumere il cipiglio accigliato e incazzoso che secondo una accreditata corrente di pensiero sarebbe accessorio indispensabile all’esercizio dell’autorità all’interno dello spogliatoio. Restano due domande: cosa avrebbe combinato Guardiola con Gattuso e Tiago al posto di Xavi e Iniesta? E cosa avrebbero combinato Xavi e Iniesta con Mourinho al posto di Guardiola? Per fortuna non lo sapremo mai.
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