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Alessandro Dal Lago
Il pantano afghano
Mentre Obama inizia a parlare, anche se con grandissima cautela, di una qualche exit strategy dall’Afghanistan, in Italia tutte le massime autorità dello stato e del governo si affrettano a riaffermare la fedeltà alla missione Nato. Nulla come questa discrepanza rivela l’assoluta marginalità del nostro paese nelle questioni strategiche e la subordinazione a prescindere, mentale oltre che politica, alla Nato e agli Stati Uniti.
Così è andata con l’Iraq e così continuerà ad andare. L’unica differenza è che, a ogni soldato ucciso, cade un altro velo di ipocrisia. Quella a cui l’Italia partecipa, con forze destinate ad aumentare, non è un’operazione di mantenimento della pace o di “nation building”, con i nostri bravi ragazzi che distribuiscono viveri e costruiscono scuole, ma una guerra vera e propria condotta in condizioni proibitive in un paese da cui, negli ultimi trecento anni, nessun esercito straniero è uscito vincitore. Una guerra che, ovviamente, porterà altri lutti in un paese come il nostro, che combatte ma non lo vuole ammettere.
Da mesi, osservatori e anche autorità militari dei paesi più coinvolti (per esempio, gli inglesi) dichiarano che la guerra si è impantanata e che in realtà americani e Nato controllano, a parte l’area di Kabul, e altre poche enclaves, solo le basi militari. Ma le ragioni dello stallo (o, meglio, di una strisciante sconfitta strategica) non sono solo militari – come la mancanza di obiettivi precisi, o l’illusione di venire a capo con i bombardamenti “mirati” e le forze speciali di una resistenza radicata evidentemente nel tessuto sociale pashtun. Sono soprattutto politiche: il governo Karzai è notoriamente corrotto e, per arginare l’influenza dei talebani, viene a patti con le forze più conservatrici, ciò che lo rende sempre meno popolare. Inoltre, i massacri di prigionieri compiuti da alcuni signori della guerra (con la complicità americana) nel 2001 hanno radicato in vaste parti del paese un odio per gli occidentali che non si spiega solo con la propaganda dei talebani.
Obama, ovviamente, ne è consapevole, ma al tempo stesso è costretto a gestire l’eredità avvelenata di Bush: le conseguenze della guerra in Iraq (con il conflitto tra sunniti e sciiti), la crisi del regime iraniano (che impedisce in questa fase qualsiasi negoziato sulla questione nucleare) e il rebus pakistano compongono un puzzle strategico insolubile. Di conseguenza, l’idea di uscire dall’Afghanistan delegando alcune funzioni civili e militari all’inetto governo Karzai suona più come un mettere le mani avanti che non come una vera prospettiva praticabile a breve termine.
Di tutto questo si discute anche aspramente, negli Usa e nei paesi Nato che contano. Ma non da noi, non si sa se per mera insipienza o per nascondere la testa sotto la sabbia. Non lo fa la maggioranza e non lo fa l’opposizione, che a suo tempo, quando era al governo, era altrettanto miope. Da noi si preferisce, da sempre, la retorica dell’unità nazionale di fronte ai lutti. E questo significa semplicemente che altre famiglie dovranno aprire la porta ad alti ufficiali e cappellani che recano notizie funeste.
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Il nostro paese non è in guerra e voi meglio di tutti lo sapete benissimo. Sia in Iraq che in Afghanistan, le nostre truppe hanno compiti ben precisi e, voglio ricordare, che sono giunte sul luogo solo dopo la fine "ufficiale" delle operazioni militari. Purtroppo quello del soldato è un mestrere che espone a questi rischi. Lo sapevano loro e lo sappiamo noi, e quella dell'Unità Nazionale non è certo retorica, ma è semplicemente un modo onesto e dignitoso che il Paese ha per onorare la perdita di un soldato che credeva in quello che faceva e ha portato alto il Nome e l'Onore del Tricolore nel mondo. Ci sono tanti modi di aiutare un paese e questo è uno di quelli. Abbiamo solo da imparare da gente così! 16-07-2009 10:30 - Giordano
La guerra,pacifica dell'Italia,non merita che dei vili talebani mettano le loro bombe sotto i nostri carri armati.
I carri armati ispezionano il territorio alla ricerca delle piantaggioni di oppio che Bin Laden ha fatto in Afganistan.
Non è una guerra vera,ma solo un passeggiata pacifica di una ronda di militari
La ronda grigio verde.
Proprio come la immaginata il governo leghista.
Berlusconi ha detto che vuole mandare suo figlio a sostituire il milite morto.
Questo non solo per dimostrare la giustezza di queste politiche,ma perche vuole dare il suo sangue per la libertà.
PierSilvio e Lapo,hanno gia firmato l'ingaggio e saliranno sul primo aereo che partira da Vicenza.
Questo in barba a una sinistra che non vuole riconoscere i sforzi del governo e delle persone di "Guerra e pace" 15-07-2009 19:51 - mariani maurizio