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Giuliano Pisapia
La giustizia con la divisa
Altro che giustizia eguale per tutti! Tre anni di reclusione per aver rubato un pacco di biscotti (prezzo un euro e 29 centesimi); 2 anni e 8 mesi a un «ladro» di 74 anni per il furto di un etto di prosciutto. Tre anni e 6 mesi per i poliziotti che hanno ucciso, a colpi di manganellate, Federico Aldrovandi; sei anni per l'agente di polizia che ha spezzato la vita di Grabriele Sandri.
In carcere chi viola la legge per fame; a piede libero chi tronca la vita con una violenza inaudita.
Sentenze emesse «in nome del popolo italiano», mentre la maggioranza parlamentare approvava una legge che, tra le altre nefandezze giuridiche e sociali, punisce con 5 anni di carcere i migranti che non ottemperano all'ordine di espulsione; allunga fino a 6 mesi la detenzione amministrativa; modifica (creando nuovi reati e nuove aggravanti) intere parti del codice penale. Il carcere, ne siamo sempre più convinti, deve essere l'extrema ratio. Ma per tutti; non solo per i potenti o per chi indossa una divisa. E, invece, assistiamo, quotidianamente, a una progressiva, quasi inarrestabile, china discendente della nostra civiltà giuridica e della nostra cultura democratica.
Come è possibile considerare colposo (cioè dovuto a imprudenza, negligenza o imperizia) un omicidio da parte di chi, agente di polizia, freddamente, impugna la pistola, la punta e spara mirando un ragazzo seduto in auto? E come si può parlare di eccesso colposo in legittima difesa in un caso, come quello di Federico Aldrovandi, in cui più poliziotti hanno infierito con violenza inaudita sul suo corpo? La regressione è intollerabile. La giustizia, giorno dopo giorno, ritorna ad essere forte con i deboli e debole con i forti.
Anche altro ci deve far riflettere. Dopo la sentenza per la morte di Aldrovandi, i suoi amici e i suoi genitori si sono abbracciati; «volevo che a mio figlio fossero restituiti giustizia e dignità» ha detto il padre di Federico. Del tutto diversa la reazione degli amici di Gabriele Sandri. Insulti ai giudici; il Tribunale e le piazze trasformate in curve da stadio (violente e razziste, non quelle di una sana tifoseria). Eppure sia Federico che «Gabbo» sono vittime della stessa violenza e di una analoga ingiustizia. Ma ben diverse sono state le reazioni. Da un lato chi, come gli amici di Federico, crede in una giustizia che non deve mai trasformarsi in vendetta; dall'altro, chi, invece, pensa alla giustizia (e alla pena) come strumento di vendetta («gli ultras hanno voglia di vendetta», titolava ieri un autorevole quotidiano).
Una ultima considerazione, a proposito di giustizia ed eguaglianza. Forti, e del tutto condivisibili, sono state le proteste, a sinistra e nel centrosinistra, per l'approvazione del pacchetto sicurezza. Ma molti sono stati i silenzi: basti pensare, ad esempio, ai voti favorevoli, anche nel centrosinistra, alla reintroduzione del reato di «oltraggio a Pubblico Ufficiale». Eppure bastava leggere le parole della Corte costituzionale per opporsi al ripristino di un reato che, ripetutamente, la stessa Corte aveva espressamente invitato ad eliminare dal nostro ordinamento penale, onde evitare censure in relazione a vari articoli della Costituzione, tra cui principalmente, ma non solo all'art. 3, che sancisce il principio per cui tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge. I giudici delle leggi, oltre vent'anni fa, aveva detto che tale reato era «espressione di una concezione autoritaria, non consona alla tradizione liberale italiana né a quella europea», e aveva evidenziato come «questo unicum, generato dal codice Rocco» era il prodotto della concezione dei rapporti tra pubblici ufficiali e cittadini tipica dell'ideologia fascista e quindi «estranea alla coscienza democratica instaurata dalla Costituzione repubblicana». La Corte non si era limitata, però, a chiedere espressamente al parlamento l'eliminazione di tale fattispecie penale dal nostro codice, ma - caso rarissimo - aveva autonomamente diminuito la pena allora prevista (massimo 2 anni di reclusione). Ebbene, con il recente pacchetto sicurezza, la pena è stata addirittura aumentata (fino a tre anni di reclusione). Ecco perché, di fonte a decisioni che contrastano con princìpi fondamentali di uno stato di diritto, chi crede nella giustizia non può tacere ma deve usare tutti gli strumenti della democrazia per opporsi a un abisso che ricorda un passato che speravamo definitivamente tramontato.
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Le reazioi sono differenti, perche' diversi sono i pensieri e le modalita' d'agire di chi condivide le due atroci morti.
Tanti avvocato sono i casi inascoltati e tante sono le donne che lottano per avere giustizia e verita', ma noi sempre di piu' viviamo in uno STATO DI NON DIRITTO.
Lotteremo x questo non possiamo cedere e regalare tante vite strappate ingiustamente. Crediamo e vogliamo uno stato democratico e UNA GIUSTIZA UGUALE PER TUTTI, ben sappiamo cosa significa il pacchetto insicurezza e tutto cio' che da questo deriva.
lA ringrazio per aver espresso il suo pensiero.
Stefania Zuccari. 17-07-2009 09:55 - una madre orfana
IL POLIZIOTTO NON DOVEVA SPARARE , MA TUTTI QUEI FASCISTI NON DEVONO FARE LE VITTIME 17-07-2009 08:30 - VINCENZO
che relegano l'articolo nel qualunquismo e nella raccolta di facili consensi che generalmente vengono dimenticati quando si va alle urne.
INIZIAMO A CHIEDERE QUALE CONDANNA INFLIGGERE AL POLIZIOTTO CHE SPARA E UCCIDE, NON PER LEGITTIMA DIFESA.
Quanti anni? 5 oppure 10 oppure 20 oppure 30 oppure ergastolo oppure pena di morte?
Si scatenerebbe una gara per dimostrare chi era più attaccato al tifoso e/o odia di piu la polizia.
Alcuni non parteciperebbero per paura di essere giudicati troppo giustizialisti, che fa rima con fascisti.
Coloro che faranno proposte, difficilmente concorderanno su una e le proposte saranno distribuite praticamente su tutti i numeri. Alla fine la condanna soddisferà quelli che volevano quel numero e lascerà insoddisfatti tutti gli altri.
In generale è facile lamentarsi gratuitamente. E' sempre meglio portare proposte che a volte non portano a niente come riguardo la giustizia: mettiamoci in testa che non è di questo mondo (come diceva uno che è diventato famoso) 17-07-2009 03:30 - fabKL
Noterei: si fa un gran parlare, da perte del centrodestra, della certezza della pena. Prima di questo, bisognerebbe dire della certezza del diritto e dell'uguaglianza di tutti di fronte alla legge, della terzietà, effettiva, del giudice rispetto all'accusa e alla difesa, della riforma del codice penale (che contiene norme e sanzioni che risalgono al ventennio fascista!) che langue non si sa bene dove da anni e anni, e così via.
Giustizia e diritto: è un rapporto difficile tra un'idea (e se ne possono avere tante, dunque tra delle idee) e i fatti concreti della vita, assimilabili, ma mai identici. 17-07-2009 02:12 - bruno