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COMMENTO
20/07/2009
  •   |   Ida Dominijanni
    Quei nastri «inverosimili»

    Come volevasi dimostrare, Patrizia D’Addario non aveva mentito, non agiva su mandato di nessuno e non era pagata da nessun mandante. Come volevasi dimostrare, a mentire sui suoi rapporti con lei è uno e uno solo, Silvio Berlusconi, che un mese fa aveva tentato di screditarla con una memorabile dichiarazione in un’altrettanto memorabile intervista a uno dei suoi «house organ», il settimanale «Chi»: «C’è qualcuno che ha dato un mandato molto preciso e benissimo retribuito a questa signora». «Questa signora» l’aveva già sfidato a portare delle prove a sostegno delle sue illazioni, ma Berlusconi, com’è noto, non risponde né a domanda né a sfida. E così le prove sono arrivate, ma a sostegno dei racconti di D’Addario. Le pubblica «L’Espresso» e sono gli audio e le trascrizioni delle registrazioni meticolosamente eseguite dalla escort dei suoi incontri con il premier e dei suoi colloqui con il «mediatore» Giampaolo Tarantini. Niente di nuovo rispetto a quanto D’Addario aveva già detto nelle sue interviste a «Repubblica» e al «Paìs»; e quei pochi particolari nuovi che ci sono suscitano perfino più fastidio che interesse, come sempre quando una registrazione, intercettata o spontaneamente consegnata che sia, restituisce la sensazione di una intimità violata. Tanto per tranquillizzare l’avvocato Ghedini, anche noi faremmo volentieri a meno di queste intrusioni nell’intimità altrui: non ce ne sarebbe stato bisogno, se solo il premier avesse ammesso qualche verità. Ma il premier ha preferito negare l’evidenza, e questo è il risultato: adesso sappiamo tutto, ma proprio tutto, della famosa notte a palazzo Grazioli, dei precedenti e del seguito (ma che gentiluomo Silvio, con quella telefonata del giorno dopo alla compagna della notte), dalla sua stessa voce in differita. Per l’avvocato Ghedini però neanche questa fa fede: anche le registrazioni sono «invenzioni inverosimili», tali e quali le foto di villa Certosa che erano fotomontaggi inverosimili. Fino a quando e fino a dove si spingerà l’arte del sultano e dei suoi cortigiani di cancellare la realtà e di tradurla in reality per il popolo bue, che saremmo noi? Fino a quando e fino a che punto Berlusconi e Ghedini si sentiranno in potere e in diritto di prenderci in giro? Fino a quando e fino a che punto arriveranno la connivenza della maggioranza e la debolezza dell’opposizione di fronte a questa sceneggiatura e a questa sceneggiata?
    A proposito di maggioranza e opposizione, si dà già per certo che oggi il senato rinvierà la discussione della mozione Zanda-Finocchiaro-Carofiglio che invoca coerenza fra etica personale e etica pubblica di chi governa (per dire, uno che si intrattiene con le escort è bene che non appoggi il family day) e prudenza nelle frequentazioni onde non creare pericoli alla sicurezza delle istituzioni. La mozione non è granché e si arrampica sugli specchi pur di non nominare lo scandalo politico numero uno di tutta la faccenda, che sta nello scambio sesso-soldi-potere eretto a sistema (misogino) da Berlusconi. Peggio della mozione però è la motivazione contro di essa addotta da Pierluigi Bersani, candidato alla segreteria del Pd: «Non siamo il tribunale morale di Berlusconi». Bersani non è uno sprovveduto, e dunque a maggior ragione la sua reazione è indicativa del tasso di confusione che regna in casa democratica su che cosa è politica, sui rapporti fra politica e etica, fra personale e politico e fra privato e pubblico. Il terrore di essere moralisti, o di essere tacciati di moralismo, può portare a un beato agnosticismo su quello che sta capitando? La distinzione fra politica e morale può diventare cinismo indifferente, o può portare a non vedere quello che ieri scriveva con chiarezza Carlo Galli su «Repubblica»: che c’è in Italia «una questione morale che comporta la cattiva qualità della politica, ma anche l’inquinamento di falde più sotterranee, di livelli più radicali della vita associata»? Che ne è, si chiede Galli e io con lui, della trasparenza e della legalità, nonché della rappresentazione e dell’autorappresentazione collettiva, in un paese in cui vige il comandamento per cui chi è al potere può fare quello che vuole, senza renderne conto e sostituendo sistematicamente ai dati di realtà menzogne e fiction? Qui non si tratta di salvare le prerogative della politica dall’invasione della morale o del moralismo. Si tratta di salvare il salvabile della politica dal «cinismo di massa indotto dall’alto» che è a un passo dal travolgerla definitivamente, e senza troppi distinguo fra destra e sinistra.


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