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COMMENTO
21/07/2009
  •   |   Vincenzo Vita
    Ci vorrebbe un altro «manifesto»

    La domanda per chi sente di voler continuare un’esperienza di sinistra aperta, critica, creativa è se c’è ancora spazio nel Pd per un’autonoma - quasi «federata»- attività in un più vasto contenitore. Non è una questione retorica, quanto piuttosto la presa d’atto che ciò finora non è avvenuto. Siamo in una congiuntura dove constatare che ormai la politica senza una visione del mondo, senza un’idea di futuro e di paese in nome della quale rivendicare il consenso, è solo marketing. E non è un caso che a vincere in una fase dove la politica ha deposto l’ambizione dell’idea lunga sia proprio il re del marketing. Ora, alla vigilia di un tracollo epocale, dobbiamo dire basta: o ci si conta sulle idee o allora il resto è solo marketing per fare marketing.
    Quando, ormai molti mesi fa, si decise di partecipare alle primarie con una specifica lista di appoggio alla candidatura di Veltroni, si suppose che il partito sarebbe diventato plurale e realmente rappresentativo di culture diverse. Le differenze come ricchezza. Il pluralismo come aspetto costitutivo della nuova forma politica: non la gentile concessione di un’oligarchia. E ora? Di fronte all’evidente insuccesso dell’impostazione originaria, che rendeva persino accettabile lo scambio tra l’affievolimento delle identità e però un plus di partecipazione (nonché un avvio concreto di disgelo generazionale), il quadro odierno appare davvero amaro.
    La sconfitta elettorale del 2008, seguita dalle gravi flessioni delle regionali e poi dal voto recente europeo ed amministrativo, non va banalizzata. Né le colpe vanno cercate a senso unico. Tuttavia, sono ormai numerosi i milioni di voti perduti e le astensioni diventate clamorosamente ampie con l’assurdo referendum elettorale. È mancata nel corso dei mesi passati un’analisi autocritica, a cominciare dalla rimessa in discussione - ancor prima della «vocazione maggioritaria» - dell’idea «aconflittuale» del dopo Novecento. E così il nuovo partito ha navigato senza una bussola precisa, mentre si assiepava persino negli interstizi della società italiana il «berlusconismo», ormai diventato una sorta di post-ideologia. Espressione distorta dei fenomeni della ipermodernità, fissati sui ritmi e sugli stili della società mediatica: il populismo autoritario dell’era digitale. Una destra pericolosa, densa di nostalgie parafasciste, di localismi corporativi e di richiami plebiscitari. La destra contemporanea richiede un’interlocuzione alternativa in grado di ristrutturare il campo sociale progressista, progressivo, quello che abbiamo chiamato centrosinistra. Ecco perché il Pd ha bisogno di avere una sinistra interna, che dialoghi con quella esterna. Anche per rimettere in causa l’insieme della attuale morfologia delle forze in campo.
    Su quali linee? Il dio socialdemocratico ci salverà? Si può immaginare di fare a meno di una riconsiderazione della sfera stessa della politica, dopo un secolo e mezzo di pratica dei modelli della rappresentanza? È un dato di fatto che le istituzioni democratiche vivano in una condizione difficile, contraddittoria, solcata da fremiti e tendenze autoritari. La stessa politica tradizionale è demotivante e demotivata. Siamo di fronte ad un crescente deficit democratico, con un pericoloso distacco tra la sfera pubblica e i flussi della vita reale, ben oltre la più classica antinomia tra stato e società civile. È anche, e soprattutto, un deficit di motivazione, che dà luogo a forme di nichilismo attivo e passivo. La ricostruzione del politico richiede di scartare le soluzioni solo tattiche, interne alla diaspora dei vecchi schieramenti, per correre - invece - il rischio di reinterpretare la parte pubblica come esperienza etica, al più alto livello possibile.
    Tra l’altro, il politico - malgrado tutto - continua a determinare la vita sociale: per la sua presenza o per la sua assenza. Riprendere il filo del discorso della, sulla politica significa fare i conti (tentare di…) con la conclusione del Novecento in tutti i sensi. E di tutte le grandi narrazioni, ivi compresa la costruzione socialdemocratica. In fondo, l’idea del partito democratico nasceva da qui, dalla volontà di superare identità intaccate dalla corrosione del tempo e dall’inadeguatezza rispetto alle novità clamorose avvenute nell’ultima parte del secolo scorso: la realizzazione della società informazionale. Nessuno ci ha poi provato davvero. La società dell’informazione, con la ridefinizione delle caratteristiche stesse (la «forma») della produzione e del consumo, con l’entrata in scena dei beni immateriali appoggiati su di una catena del valore post-fordista, implode nella politica. È il rovesciamento: la politica si fa comunicazione; la comunicazione è la politica.
    La politica, le culture, l’economia della stagione della rete evocano, richiedono un riformismo forte, ben lontano da quello leggero che ci ha accompagnato negli ultimi anni. Obama docet. Non ha funzionato da noi il partito democratico, non regge la vecchia concezione della sinistra, ancorata al suo «doppio» recente, il capitalismo liberista. È indispensabile un nuovo manifesto, quarant’anni dopo. Non è una forzatura retorica. Mutatis mutandis serve ora, come allora, una ben diversa cultura politica: liberale, libertaria, ecologista, pacifista, socialista, immersa nell’universo digitale.
    La nostra, infatti, è stata innanzitutto una sconfitta culturale. Di qui dobbiamo ripartire. Per sottolineare i punti qualificanti di un programma fondamentale: attenzione straordinaria al lavoro, valorizzazione dell’innovazione tecnologica come strumento anticrisi, politiche ambientali. Impianto locale e globale («glocal»). Solidarietà, economia del dono, lotta alle emarginazioni antiche e a quelle figlie della postmodernità.
    Il Partito democratico nacque probabilmente come strategia difensiva, per l’impraticabilità di una mera continuità con il passato. Né la sinistra è un «copyright», o un recinto da tutelare. Integrazione, valore delle differenze, dialogo tra culture e storie diverse. Questo doveva, voleva essere il Pd. Non lo è stato. Potrà tornare ad esserlo? Sembra essere la domanda congressuale, con le candidature per la segreteria che evocano implicitamente simile scelta di campo, con l’irruzione per di più di categorie come «generazione» e rifiuto della politica professionale.
    Ma è questo davvero l’interrogativo? O non è ben più radicale, ovvero: il Pd non è forse il traghettatore collettivo verso i nuovi confini, che oggi supponiamo siano popolati dai «barbari»? E se è così, il segretario (peccato siano solo uomini) non deve avere le sembianze egli stesso del primo attore di una transizione, in grado innanzitutto di garantire che le diversità si scompongano e si ricompongano in una sintesi più avanzata? Per riaprire la storia interrotta e divisa della sinistra? Insomma, chi «tutela» maggiormente il manifesto?


I COMMENTI:
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  • Scusate il termine, ma voglio essere chiaro: non ho capito un cazzo. 23-07-2009 03:38 - murmillus
  • mi interessa soltanto una cosa,cosa dice il pd su;
    pacs,
    aborto,
    guerra a kabul,
    pensione donne a 65 anni,
    allungamento finestre x tutti dal 2015,
    abbassamneto coefficienti x calcolo pensione,
    fondi pensione,
    restituzione fiscal drag,
    mettere una patrimimoniale per grandi redditi,
    nucleare,
    e si puo continuare per ore...niente in comune con la sinistra cosidetta radicale,almeno che quest'ultima si sia venduta l'anima,cosa probabile o lameno una parte di essa.
    rispondesse vita su questo e poi ne riparliamo altrimente solo chiacchiere
    ciao angelo 22-07-2009 21:09 - angelo
  • Non ci voleva un genio per capire che il PD sarebbe fallito e adesso, dopo aver distrutto la sinistra e aver fatto vincere Berlusconi, questo tipo agita mille parole per dire cosa? che non hanno ancora capito che cavolo fare? Son messi davvero bene nel PD. Vadano a Lourdes a farsi benedire. 22-07-2009 19:47 - Francesco D
  • come al solito dentro il manifesto c'è la nostalgia del centro sinistra, poi però siete sempre critici nel denunciarne il fallimento nel governare; mi volete spiegare perchè non credete nella necessità della ricostruzione di un forte e radicato partiro comunista, che difenda esclusivamente gli interessi dei lavoratori e degli emarginati?; oppure nonostante che il manifesto si definisca quotidiano comunista, ritenete fuori dalla realtà chi ancora crede nella lotta di classe?; certo che i vari barenghi che hanno lavorato con voi, hanno infettato molte cellule nel corpo del quotidiano che dalla nascita ha preferito stare dalla parte del torto; la rivoluzione russa o non russa? 22-07-2009 19:45 - roberto grienti
  • chi se ne frega. andasse male per la sinistra, quella vera, faremo in massa entrismo nel PD e faremo saltare il tavolo. si entra nei circoli e si incomincia a diffondere il verbo marxista ed a eleggere presidenti e dirigente di sinistra. o lo statuto del pd vieta il marxismo? 22-07-2009 19:23 - gio
  • 1) Chiudere il PD;
    2) La componente che si riconosce nelle idee socialiste deve uscire dal PD e fondare una nuova aggregazione socialista riformista.
    3) Alle elezioni ci si presenta con una coalizione di centro sinistra, tipo Ulivo.
    4) Si vincono le elezioni e
    5) Si varano tre leggi fondamentali:
    5.1 Conflitto di interessi;
    5.2 Nuovo sistema elettorale proporzionale con sbarramento al 4%
    5.3 Pulizia delle leggi porcata di B (Intercettazioni, Lodo Alfano, Nucleare, Saccheggio Territorio, etc.) 22-07-2009 17:41 - www.kaizen.eu.com
  • dov'é la sinistra?
    sta peggio del PD, almeno il Pd ha il coraggio di cercare di rimettersi in gioco.
    La sinistra é scomparsa, rimane solo quella con la solita puzza sotto il naso, pronta a criticre ecc, ma MAI a guardarsi dentro. 22-07-2009 17:34 - Sofia
  • Quindi?, che fare qui e adesso?. Anche a sinistra si usa la retorica e la metafisica per ragionare pensando di uscirne indenni culturalmente. La sconfitta culturale di cui accenna il senatore Vita non solo ha ragioni storiche e politiche ma si manifesta proprio nel linguaggio da lui usato per comunicare. Resta un fatto evidente, la crisi culturale della sinistra la pagano solo i lavoratori e non i politici. 22-07-2009 17:11 - renato
  • me piace sto milingo, chiaro, preciso, conciso!
    quasi un rokko smitherson...magari un po' meno poetico..
    Que se vayan todos! 22-07-2009 17:09 - Djsugo
  • ad essere cattivi credo che Vita e tutti i democratici abbiamo disperatamente bisogno del "nostro voto" per governare e quindi cercano in tutti i modi di tenere in piedi un qualche dialogo con la sinistra senza in cambio voler concedere ciò che sarebbe dovuto in caso di un alleanza politica tra partiti. Si vola alto (novecento, destra populista,.... ) per non affrontare realmente le motivazioni che hanno portato al fallimento del progetto "PD" 22-07-2009 15:39 - Gennaro Varriale
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