mercoledì 17 marzo 2010
COMMENTO
12/09/2009
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Gianni Mattioli, Massimo Scalia
Allarme per le "vecchie" e le nuove scorie
Lo scoop del manifesto riporta a galla, è il caso di dirlo, l'annosa vicenda delle navi dei veleni, delle "carrette" a perdere che "armatori" tanto criminali quanto astuti facevano affondare, a partire dagli anni '80, attorno alle coste italiane, soprattutto a sud, per smaltire rifiuti tossici o addirittura radioattivi a costo zero invece che a quelli, elevati, previsti. Di più, la perdita delle carrette affondate veniva risarcita dalle case assicuratrici. Nessuna meraviglia quindi se furono i Lloyds di Londra tra i primi a denunciare 39 affondamenti presso le coste italiane.
Nonostante l'impegno della Commissione parlamentare d'inchiesta sui rifiuti ("Ecomafie") che appoggiò con determinazione l'azione delle procure più sensibili e attente alla questione, non si cavò un ragno da un buco, incluse le ricerche fatte espletare dall'Anpa per la "Rigel", affondata nel 1987 in prossimità di capo Spartivento nel sud della Calabria (non si trovò nulla: forse non fu felice la scelta della società operativa cui venne affidata la ricerca).
Si capì subito che il traffico di rifiuti pericolosi aveva alte complicità, si ammantava di progetti "internazionali" quali l'Oceanic Disposal Management di Giorgio Comerio, che intendeva inabissare nei fondali più scoscesi - tipo quelli della Calabria, ma non solo - i "penetratori", cioè dei contenitori ogivali carichi di scorie tossiche e radioattive. Il traffico attraversava tutto il Mediterraneo, aveva superato lo stretto di Suez per raggiungere le coste della Somalia e la "Ecomafie" fu la prima sede istituzionale a ufficializzare l'ipotesi della waste connection - armi ai signori della guerra somali in cambio di territorio per lo smaltimento dei rifiuti tossici - alla base dell'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che attendono ancora giustizia.
Oggi la solerzia di una procura e le precise indicazioni di un pentito cominciano a togliere veli a una verità che era rimasta indimostrata. Ma in quale contesto avviene questo "svelamento"?
Le ricerche del robot a largo di Cetraro avvengono non troppo lontano dalla "collina del Cesio 137", ritornata alla ribalta pochi giorni fa. E viene fuori l'immagine di un Paese in cui la labilità dei controlli è troppo spesso un argine immaginario all'incosciente avidità di ditte e operatori, che si sono storicamente avvalsi della criminalità organizzata, fossero i Casalesi o la 'ndrangheta, per smaltire rifiuti di ogni genere. Si scorge sempre più corposa la minaccia di contaminazioni radioattive in territori già lesi da una loro fragilità di fondo, dal disboscamento selvaggio, da un abusivismo demenziale. Un Paese vulnerato e vulnerabile dove "garantire la sicurezza" è un obiettivo che non riguarda solo la violenza "metropolitana" e non, ma addirittura la capacità e la volontà di assicurare almeno quella fisica. Un Paese che, a proposito di radioattività, non ha ancora un deposito per i rifiuti di "seconda categoria", quelli più gestibili, per colpa di un governo che, proprio col piglio militaresco usato con il decreto Scanzano (novembre 2003) rivelò una vena autoritaria e al tempo stesso fallimentare rispetto alla soluzione del problema.
Un governo che si fa vanto del nucleare e marcia imperturbabile, in una direzione reazionaria, nel senso più proprio della parola, rispetto alla politica dei tre 20% della Ue, divenuta riferimento per Obama e la stessa Cina.
Fa rabbrividire che si possa affrontare il nucleare e il suo complesso ciclo nello stesso modo con cui si acquisisce il titolo di miglior premier degli ultimi 150 anni. Affronti almeno Berlusconi, al suo quarto governo, la gestione delle scorie del nucleare, assai modesto, che si è fatto da noi.
Mentre Scajola va avanti intrepido, fa annusare la mappa dei siti che gli hanno passato Enel e Edf e propone: perché no una centrale atomica a Termini Imerese? Si potrebbe pensare a una riconversione industriale e occupazionale dell'area. Magari trova anche qualche sindacalista disposto a credergli.
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Siamo immersi in questa cultura della divisione, dello sfruttamento, della morte. Non riusciremo a cambiare concretamente le cose se non cambiamo radicalmente questa cultura iniziando col farne un esame pieno, sostanziale e libero da ogni condizionemento. A cominciare dai concetti che rigardano le nostre religioni, le quali, di fatto, costituiscono i pilastri consapevoli o inconsci dei nostri processi mentali e quindi della nostra cultura. Si tratta di abbattere tutti quei muri e vincoli di critica e giudizio che ci sono stati costruiti attorno costringendoci a dere sempre le stesse volute risposte ai problemi della nostra vita. Dobbiamo superare noi stessi, ricreandoci, rinascendo completamente nuovi perché noi siamo i nostri pensieri, cambiarli significa rinascere. 13-09-2009 13:13 - GiorgioVisconti
Ma la cosa paradossale e che sopra questo mare e sopra questa terra ci vivono anche loro.
I responsabili di questa vita,non possono fare a meno di viverci anche loro.
Allora non è solo affari,ma anche pazzia.
Se vivessero in un altro pianeta e noi proletari in questo,potrei anche capirli,ma il bello e che anche loro ci vivono.
Come lo spacciatore di droga che vende a tutti e poi si ritrova il figlio drogato.
Aveva ragione il Padrino a dire che lui la droga non la voleva.
Pazzi,che diventano sempre piu pazzi.
La sete di guadagno fa uscire di senno la gente e ci condanna a tutti a una morte certa.
Bisogna farli smettere,ma con le cattive.
Questi devono pagare i loro crimini,perche sono crimini contro l'umanità.
Non voglio stare nel coro di chi si sdegna.
Voglio combattere.
Voglio fare una guerra a questi assassini e combattere per la nostra terra e per il nostro mare!
Sabotiamo i sabotatori. 13-09-2009 08:53 - maurizio mariani