giovedì 19 settembre 2013
Abbonamenti 2012

 
Forum
 
LA ROTTA D'EUROPA
Le crisi senza Unione
di Rossana Rossanda
OGGI IN EDICOLA
giornale giovedì 19 settembre 2013
Ottobre 2011
 
 
 
In edicola
dal 18 Ottobre

a 3€ con il manifesto, a 1,70€ più il prezzo del giornale negli altri giorni
 
Tunisia, la vertigine di poter scegliere
di SERGE HALIMI
Fissione nel cuore del nucleare francese
di TRISTAN COLOMA
 
 
Condividi su facebooktwitteraddthis.com
COMMENTO
24/09/2009
  •   |   Franco Cardini
    I caduti di Kabul e il cuoco di Cesare

    Se lo domandava molto tempo fa il vecchio Bertolt Brecht: Giulio Cesare ha conquistato tutta la Gallia: ma non aveva nemmeno un cuoco? Gli fece eco, anni più tardi, il nostro Lucio Dalla in Itaca: "Capitano, che hai negli occhi – il tuo splendido destino – pensi mai al marinaio – a cui mancan pane e vino? – Capitano, che hai trovato – principesse in ogni porto, - pensi mai al rematore – che sua moglie crede morto?".
    È una bella canzone, questa di Dalla: un po’ vecchia ormai, ma adatta a chi corre l’avventura in paesi lontani. Chissà se la conoscono, i nostri parà in Afghanistan. Fra l’altro, farebbe molto al caso loro: e al nostro.
    Lo dico perché anch’io ho seguito, il 20 settembre, il rientro dei nostri ragazzi caduti. Sono un vecchio ex ufficiale d’aeronautica, i parà li conosco e li amo. Quelli, poi, avrebbero potuto per età essere miei figli. E avrei potuto essere nonno di Simone Valente, il bambino di due anni figlio del sergente maggiore Roberto: uno dei sei tornati a casa forse proprio secondo la descrizione di un altro nostro poeta e musicista, Fabrizio de André, le salme avvolte nelle bandiere "legate strette perché sembrassero intere".
    I politici e i loro gregari gestori dei mass media, che – ne siano consapevoli o no – ce li hanno sulla coscienza, si sono sgolati chiamandoli "vittime", "eroi", "martiri". No: niente di tutto ciò. Un soldato che cade durante un combattimento o un incidente di guerra è, appunto, un caduto: non è una "vittima", perché tale appellativo spetta agli inermi, agli indifesi che avrebbero dovuto restare estranei ai fatti d’arme, laddove i soldati stanno in uniforme e in armi perché di tali fatti sono coprotagonisti. Non è né un "martire", né un "eroe" perché, al di là della retorica facile perché gratuita, tali termini spettano a chi in qualche modo ha compiuto qualcosa di straordinario e di esemplare. E i sei parà, strettamente parlando, non sono caduti nemmeno nell’adempimento del loro dovere, in quanto erano in Afghanistan per una loro libera volontaria scelta. Essi sono caduti nell’esercizio delle loro funzioni, facendo il loro lavoro: in una circostanza tragica, ma che faceva parte purtroppo della loro condizione professionale. E che ne facesse parte ciascuno di loro lo sapeva benissimo. Poiché il loro lavoro aveva ed ha una valenza pubblica, onoriamoli. Ma non infanghiamone la memoria contaminandola con la retorica. Per un soldato, la morte – lo diceva benissimo José Antonio Primo de Rivera, che lo provò con i fatti – "è un atto di servizio".
    Ecco perché è grottesco che il ministro La Russa dichiari che quei parà sono morti "per la Patria". In Italia, se si vuol restare fedeli alla Costituzione le armi s’imbracciano soltanto per difendersi; e il teorema della "difesa preventiva", secondo il quale l’occupazione dell’Afghanistan servirebbe a tutelare le nostre città e le nostre case dalla possibilità di attacchi terroristici, prima di essere infame è ridicolo. La guerra al terrorismo si fa con l’intelligence, con l’infiltrazione e soprattutto con l’eliminazione delle ragioni sociali e politiche suscettibili di far guadagnare simpatie ai terroristi: non con i bombardamenti aerei e con i carri armati. L’occupazione dell’Afghanistan ha avuto tra le sue conseguenze quella di diffondere a macchia d’olio il terrorismo e la simpatia per esso. Lorsignori hanno mandato i nostri soldati a morire per far piacere alla superpotenza statunitense e nel nome di un demenziale teorema geopolitico; ed essi hanno accettato il rischio, al di là delle varianti personali, perché ciò faceva parte della loro condizione professionale. Il che non vuol affatto dire che i nostri ragazzi siano morti invano: al contrario. Quando a troppi italiani sarà caduto dagli occhi il malefico velo della propaganda che ora intralcia loro la vista, apparirà chiaro che quelle vite sacrificate sono state altrettanti passi sulla via della pace e della giustizia: la quale passa per forza attraverso il riconoscimento che l’avventura in Afghanistan è stata tanto infame quanto assurda.
    E non è meno grottesco Umberto Bossi, quando ammettendo di aver votato per mandare in Afghanistan i nostri soldati, precisa che non aveva alcuna intenzione di "mandarli a morire". Non so se Ella abbia fatto il soldato e ignoro quanto Ella sappia di storia, Signor Ministro: ma lasci che Le confidi in un orecchio un piccolo segreto. In guerra ci si muore.
    D’altronde, la gaffe di Bossi è comprensibile. Ma proprio questo la rende più repellente. Le guerre in Iraq e in Afghanistan, come troppi conflitti che oggi insanguinano il mondo dalla Palestina all’Africa, vedono confrontarsi forze armate "regolari" e superarmate contro avversari in condizione militarmente inferiore, a parte le vittime civili e i caduti sotto "fuoco amico" e a causa di "danni collaterali", che in genere si degnano appena di una distratta menzione. È sottinteso che molti pensano che, in una guerra del genere, i "nostri" data la loro superiorità militare siano invulnerabili e che il morire tocchi solo agli altri. Così come nessuno storico si è mai piegato sui problemi e magari i dolori del cuoco di Cesare, che pure era in fondo un uomo come lui e come noi, assistiamo oggi a una terribile ingiustizia, che aggiunge all’orrore del sangue versato l’offesa del disprezzo e della noncuranza.
    Dei nostri sei parà, anche se a pochi giorni dal loro sacrificio essi stanno già purtroppo entrando nell’oblìo (sono queste le regole della società-spettacolo), finché facevano notizia ci hanno detto tutto: ne abbiamo visti i volti, ne abbiamo letti i profili biografici, ne conosciamo i nomi e quelli delle loro mogli, delle loro fidanzate, dei loro figli. Qualcuno di loro avrebbe forse preferito un po’ più di riserbo, di silenzio: di pudicizia. Ma in fondo è forse giusto che sia stato così: erano soldati del nostro esercito, gente nostra. I prossimi, gli affini, i familiari ci sono ovviamente e naturalmente sempre più cari di chi ci sta più lontano.
    Ma non sarebbe né umano, né cristiano continuar a ignorare le vittime degli “altri”, a tenere nell’ombra e nel silenzio quelli “dell’altra parte” (se è un’altra parte: e non lo è, perché con loro non siamo in guerra, e comunque perché condividiamo con loro la condizione umana, la vera patria comune): come le decine di poveri afghani, fra cui donne vecchi e bambini, trucidati non troppi giorni fa da un barbaro disumano e inutile attacco aereo mentre cercavano di alleviar la loro miseria drenando un po’ di benzina da un camion sventrato. Era “complicità col terrorismo”, quel povero gesto? Era un “atto di guerra”, d’una guerra non dichiarata, quella strage barbarica, che teneva dietro a un numero ormai spaventosamente alto di analoghe stragi tutte impunite? Ed è umano, è degno della “nostra civiltà occidentale”, continuar a trattare come dei semplici numeri tutti i poveri morti che giornalmente affollano le cronache distratte di quelle guerre lontane – in Afghanistan come in Iraq, come in Palestina, come in Africa, come nel sud-est asiatico, come nell’America latina, anzi che sovente vengono taciuti del tutto perché “non fanno notizia”?
    Ecco: umanità e giustizia vogliono che anch’essi facciano al contrario notizia; che cessino di essere aridi e anonimi numeri su un bollettino o su una statistica. Perché pesano sulla nostra coscienza. E sono un peso intollerabile soprattutto per noi che all’insensata e infame avventura afghana siamo sempre stati contrari, e nondimeno non siamo riusciti a fermarla.
    Mi chiedo: esiste chi possa raccogliere queste righe e farle proprie? Ed esiste in Italia un giornale che abbia il coraggio di dedicar alle vittime afgane innocenti ogni giorno sei brevi necrologie, tante quanti erano i nostri parà caduti?
    Sarebbe necessario e doveroso specchiarsi in quei volti, imparar a fare i conti con chi è morto anche per colpa del nostro silenzio e della nostra acquiescenza; con quelli della cui uccisione siamo stati complici, e lo abbiamo fatto a cuor leggero perché erano “lontani”, perché erano “diversi”, perché non hanno nessuno che li difenda e ne rivendichi la memoria e il rispetto. Dovremmo meditare sulle loro sembianze e sulla loro vite spezzate, noialtri che non riusciamo a opporci abbastanza efficacemente alle canaglie nostrane, ai mascalzoni che con arroganza ci vanno ripetendo che invadere un paese altrui e bombardare degli inermi da duemila metri è un normalissimo – e perfino “eroico” - atto di guerra per quanto la guerra non sia dichiarata, mentre difendere la propria terra con le armi di cui dispone un popolo che non ha né aerei, né elicotteri, né missili aria terra, né mezzi corazzati, è un atto “infame” e “vile”.



I COMMENTI:
  pagina:  1/2  | successiva  | ultima
  • La patria è dei popoli che ci vivono.
    Anche io amo Cuba,ma non per questo mi metto a fare quello che deve fare un cubano.
    Sono italiano e ho il dovere di difendere la mia patria,ecco perche sento forte la patria di ogni popolo della terra.
    Mica siamo i padroni del mondo come dice Obama: 25-09-2009 13:27 - mariani maurizio
  • Sono d'accordo con Amhed e lo ringrazio, come ringrazio tutti i nostri ragazzi che, anche se sono stati mandati per motivi sui quali si può discutere e se ne discute grazie a Dio, non badano alle battaglie politiche, vivono, faticano, soffrono e perdono la vita per liberare un popolo che ha bisogno del nostro aiuto, per aspirare ad una vita migliore. E questo è ciò che conta.
    Luca Vitali 25-09-2009 12:49 - Luca Vitali
  • “Mellus mala mala mala dat”: un cattivo melo fa cattive mele.
    Se il pensiero di chi invia truppe armate in Afganistan fosse davvero quello del bene della popolazione, fosse anche da ritenersi come un pensiero ingenuo, sarebbe comunque comprensibile e in qualche modo apprezzabile, ma l’idea di chi muove quei militari è solo profitto e gestione politica. È altresì ingenuo il sedicente Ahmed a chiedere che l’impegno armato sia mantenuto come male minore, se non come un bene. Bene (e ingenuo?) sarebbe invece la creazione di quelle condizioni della società che disarmano i talebani, obiettivo che di rado si ottiene con le armi. La democrazia si sviluppa, non s’impone, ci dicono. Quale garanzia di democrazia ci potrà essere al momento (cmq inevitabile prima o poi) in cui l’ultimo soldato dell’ovest sarà stato spostato in un altro luogo di operazioni, quando gli obiettivi politico-economici saranno stati raggiunti e consolidati? La storia (se non gli storici) ci ricorda come l’imposizione armata sia, a lungo o breve termine, in media, fallimentare. Cardini si esprime contro un pensiero fondamentale malvagio (quello imperante) e questo non vuole dire ‘immobilismo’. E fa osservare che ci vogliono veri eroi per una vittoria senz’armi, mentre per quella armata bastano dei sold(at)i. 25-09-2009 12:27 - Jon Osterman
  • Da sempre contrario alla Missione Afghana come a tutte le altre(essendo anch'esse del tutto inutili)...però...c'è sempre un però...ci andrei piano con l'elogio dei "resistenti"...in primis i talebani non sono patrioti (essendo per la maggior parte pashtun pakistani) e tanto meno i signori della guerra e dell'oppio locali o i jihadisti di al qaida... 25-09-2009 12:15 - onyx70
  • Si Gabriella, è lo stesso Cardini. Il medievista, saggista, cattolico e professore universitario cresciuto nelle file del MSI. A dimostrazione che la corrente minoritaria di quel partito, quella legata al socialismo di Beppe Niccolai, pur spegnendosi conserva ancora uomini lucidi e senzienti. 25-09-2009 11:58 - Giuseppe
  • Condivido in pieno! 25-09-2009 10:28 - Franco Pacioccio
  • Ma questo Franco Cardini è lo stesso Cardini saggista, scrittore ecc.?
    Condivido in pieno l'articolo ma il Cardini a cui mi riferisco non è che mi piaccia molto.per cui non vorrei fare errori di attribuzione
    Gabriella 25-09-2009 10:27 - gabriella
  • Un grazie a Cardini: dimostra che si puo essere di destra e intelligenti. Se tante persone oneste che votano a destra per le ragioni piu disparate e comunque rispettabili avessero modo di sentire riflessioni come questa l'Italia sarebbe migliore. 25-09-2009 09:21 - Franco
  • la mia matria è il mondo 25-09-2009 07:12 - Piero
  • Sono mesi che leggo sul Manifesto un tiro incrociato contro la missione in AFG.
    Persino l’ottima Sgrena mi delude (la capisco e la perdono), suggerendo il ritiro della missione militare internazionale.
    Tariq Ali si deve essere dimenticato la storia della regione (dopo tanti anni in UK). Le varie tribu’pashtun si sono scannate per secoli, ed ogni volta che un sovrano cercava qualche riforma per avanzare una societa’ chiusa ed ottusa, c’era sempre uno piu’ integralista, che, con il corano in una mano e la spada nell’altra, organizzava rivolte armate.
    Cardini e’ piu’ razionale nel suo incedere, ma non meno incoerente, assommando gran parte delle contraddizioni e luoghi comuni non sedimentati che compongono la vulgata della sinistra degli ultimi anni.
    Sembra che il risultato (il ritiro) sia forza sufficiente a piegare ogni ragionamento, stravolgere I fatti e confondere I valori.
    Molte le informazioni deformate ad arte per dare l’impressione di un’ingiustizia prolungata nel tempo.

    “Occupanti”. Termine improprio, la parola giusta e’ “difensori” della maggioranza degli afghani. Difensori armati che lavorano fianco a fianco con l’esercito e la polizia afghani legale (ve lo dimenticate sempre), perche’ devono difendere gli afghani e difendersi dagli attacchi armati dei Talebani.

    “Morti”. Sempre specificare chi ammazza chi. Fonte: Human Right Watch.
    Anno 2007. 7.700 Morti ammazzati. 1.109 Poliziotti e militari afghani ammazzati dai Talebani. 4.478 Talebani ammazzati da poliziotti afghani, militari afghani ed internazionali.1.980 civili afghani ammazzati. Di questi il 1406 (71%) ammazzati dai Talebani e 574 (29%) ammazzati nelle azioni militari dalla coalizione internazionale.
    Perche’ non parlate MAI della strage quotidiana operata dai Talebani?

    “Resistenza”. Termine improprio, la parola giusta e’ “assassini mercenari”.
    I talebani sono stati creati dai servizi segreti pakistani, per distruggere il governo progressista filo-sovietico di Najbullah (appoggiato da URSS ed India), ma anche per attaccare I Mujahideen che si scannavano tra di loro. Nel Sept. ’96 I talebani catturarono Najbullah, lo torturarono, castrarono ed uccisero nel compound delle UN. I talebani sono nati prima dell’intervento militare sovietico, come terroristi islamici contro le riforme agrarie che davano la terra ai contadini, il voto e diritti alle donne, la liberta’ religiosa. I Talebani non rappresentano il popolo afghano, ma sono le truppe dell’imperialismo islamico, che attuano il micro-imperialismo pakistano nella regione.

    “Autodeterminazione”. Possibile solo se si continua a proteggere una democrazia fragile ed insicura, migliorandola continuamente, invece che uccidendola nella culla. Se arrivano I Talebani non ci sara’ alcuna autodeterminazione, ma solo un fascismo islamico in cui le decisioni verranno prese dal clero religioso contro la volonta’ popolare. Il governo attuale e’ corrotto ed incapace: la soluzione e’ far ritornare I talebani o spingere per riforme, pulizia ed efficienza?

    “Futuro”. In AFG esiste un futuro solo se si sconfiggono I Talebani (militarmente) e si avviano riforme serie per migliorare il governo, sconfiggere la corruzione, aiutare I lavoratori, le donne, gli studenti. Esiste una prospettiva progressista solo se si attuano entrambe le tattiche: sconfitta dei talebani e riforme.

    “Internazionalismo”. Tipico spirito della sinistra fino a circa 20 anni fa (I cubani in Angola, gli svedesi in Nicaragua etc.), oggi evaporato per far posto ad un piu’ pragmatico “ma a me che me ne fotte degli afghani” nascosto dietro carambole ideologiche del tipo “e’ la loro cultura, che siamo noi per giudicare se sia giusto o meno lapidare una donna perche’ e’ stata violentata?”.
    Scenario 1: siamo solidali con il popolo afghano: quindi ci vuole una strategia per aiutarlo a non finire sotto il tallone del peggior regime che il paese abbia mai conosciuto: il fascismo religioso.
    Il mero ritiro militare quale conseguenze comporta? Ve lo siete mai chiesti? Nel giro di due mesi I Talebani tornano al potere, iniziano ad ammazzare tutti I progressisti, le femministe, I laici.
    Scenario 2: non ce ne frega nulla degli afghani. In questo caso avete ragione voi, meglio ritirarsi immediatamente ed abbandonarli al loro destino. Del resto lo dice anche Bossi, che di egoismo se ne intende… 25-09-2009 07:09 - ahmed
I COMMENTI:
  pagina:  1/2  | successiva  | ultima
INVIA UN COMMENTO
* richiesto
Nome   *
E-mail  
Immagine CAPTCHA per prevenire lo SPAM
Se non riesci a leggere la parola, clicca qui.
Codice   *
Commento   *
 
INDICE
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
marzo 2011 [ 26 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
marzo 2010 [ 30 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
MANIFESTO BLOG
HORROR VACUO Filippo Brunamonti
freccia
ANTIVIOLENZA Luisa Betti
freccia
NAPOLI CENTRALE Francesca Pilla
freccia
LO SCIENZIATO BORDERLINE Massimo Zucchetti
freccia
LOSANGELISTA Luca Celada
freccia
FRANCIAEUROPA Anna Maria Merlo
freccia
POLTERGEIST Nefeli Misuraca
freccia
QUINTOSTATO Roberto Ciccarelli
freccia
NUVOLETTA ROSSA Andrea Voglino
freccia
STREET POLITICS Giuseppe Acconcia
freccia
AUTOCRITICA Francesco Paternò
freccia
ANZIPARLA Giulia Siviero
freccia
  • La foto
    di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
POPOCATÉPETL Gianni Proiettis
freccia
SERVIZI