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COMMENTO
25/09/2009
  •   |   Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi, Grazia Zuffa
    Sesso e politica nel post-patriarcato

    Pubblichiamo il testo di convocazione di un incontro nazionale che si terrà il 10 ottobre alla Casa Internazionale delle donne di Roma (Via San Francesco di Sales 1, h. 10). L’incontro è pubblico e la partecipazione è aperta a donne e uomini interessate/i.

    Lo scambio tra sesso, potere e denaro, nel caso-Berlusconi, parla del degrado della cosa pubblica. Dell’uso privato delle istituzioni e del potere. Dell’asservimento dell’informazione - non tutta, ma la maggior parte -, con conseguente aggressione ai pochi spazi di libertà e di critica. 

    Ma resta oscurato, nella rappresentazione che ne è stata data, quello che è il cuore della vicenda: la sessualità maschile e il rapporto con le donne di un uomo di potere. Ci troviamo di fronte a una sessualità e a un potere maschili che si esercitano su donne ridotte a corpi rifatti, per essere oggetti compiacenti di consumo. Nell’harem, a pagamento o meno, di Berlusconi la virilità è messa in scena come protesi del mito del capo. E le donne sono disponibili, perché subalterne a quella messa in scena. O al più interessate a uno scambio. Siamo all’eterno ritorno dei ruoli tradizionali? L’uomo al centro, da vero protagonista, le donne intorno, interscambiabili, accomunate e confuse in una stessa immagine? Noi pensiamo di no.

    La vicenda sessuale e politica del premier e della sua corte ci parla, al contrario, del dopo-patriarcato: intendendo con questo termine non la risoluzione, ma una nuova configurazione del conflitto fra i sessi. La sessualità maschile è, in tutta evidenza, in crisi. Non (solo) di prestazione, con relativo corredo di protesi tecnologiche e farmacologiche: bensì di desiderio, e di capacità di relazione. Gli uomini hanno ancora potere e lo usano nei rapporti con le donne. Ma è un potere senza autorità: nudo, come è nuda la miseria di una virilità tradizionale che si tenta di ripristinare contro la destabilizzazione dei ruoli sessuali provocata da quarant’anni di femminismo.

    Quanto a noi donne. Siamo davvero tutte accomunate in quell’immagine del corpo femminile plastificato, privo di cervello e oggetto del godimento maschile? O c’è uno scarto tra la fiction del femminile allestita dal regime televisivo e politico berlusconiano e la realtà delle vite e dei desideri delle donne? Certamente, quella fiction produce effetti di realtà e ha un forte potere di colonizzazione dell’immaginario e delle aspirazioni femminili. Tuttavia noi crediamo che fra quella fiction e la realtà uno scarto resti, e che proprio questo scarto abbia reso possibili le parole e i gesti di libertà di alcune donne coinvolte nella vicenda, prima tra tutte Veronica Lario, e di quante fra noi hanno dato a quelle parole e a quei gesti rilevanza politica. 

    Si può dunque, e come, lavorare sullo scarto tra fiction e realtà? Spetta a noi leggere la condizione femminile inforcando le lenti giuste per riconoscere tracce di libertà e forme di resistenza e dissociazione che si sviluppano anche laddove la politica e l’informazione non le vedono. In donne differenti tra loro, e anche in quelle in tutto dissimili dalle femministe di ieri e di oggi.

    Vistoso è, nello scambio fra sesso, potere e denaro, il degrado della politica. Lo si denuncia sempre oscurandone, però, il segno sessuato. Certo, non è di oggi la perfetta continuità fra le aziende-spettacolo del presidente e il suo uso privato della cosa pubblica e delle istituzioni. Ma la novità è che il premier-imprenditore dispensa, in cambio di sesso, un provino da velina o un posto da parlamentare come fossero equivalenti. E ancora: Berlusconi si appella al «gradimento degli italiani», pubblico (l’audience) e privato (la complicità sulla sua presunta prestanza sessuale) per sottrarsi a qualsiasi regola di democrazia e di trasparenza. Di più: il «gradimento» legittima la menzogna, o meglio crea la verità di regime «della maggioranza».

    Ma la politica così degradata perde ogni residua autorevolezza. Lo conferma il modo in cui tutta questa vicenda (non) è stata affrontata nelle istituzioni politiche. Per mesi, uomini e donne della maggioranza, ma anche dell’opposizione, si sono attestati sulla linea Maginot della distinzione fra il pubblico e il sacro «privato dell’alcova». Il disprezzo verso le donne è stato coperto con le accuse al «moralismo dei parrucconi». E la manipolazione della verità ad opera dei media controllati dal premier con il rifiuto del gossip. 

    Anche negli appelli alla mobilitazione in nome della democrazia e dei diritti, però, la questione sesso e potere resta opaca. Perché oggi, come e diversamente dagli anni ’70, quell’intreccio chiama in causa una trasformazione radicale della politica, e un’autocritica ruvida delle connivenze culturali dell’opposizione con il berlusconismo. Ed è troppo scomodo per i partiti di opposizione, presenti in parlamento e non, perché mette in questione il patto a cui tutti si attengono nella selezione e cooptazione del ceto politico, femminile e maschile. 

    Mai come oggi i rapporti tra i sessi sono il cuore della politica. Dopo la rivoluzione femminile, nel disordine del presente, si può e come riprendere parola su sessualità e politica? A partire da quali esperienze di relazione (o non) con gli uomini? Da quale desiderio? C’è da confrontarsi sui mutamenti del presente. Sono molte le donne che oggi si sentono schiacciate dalla suddetta fiction del femminile, e invocano una nuova stagione di lotte femministe. Ma c’è da chiedersi quanto siamo state disposte a rischiare, ciascuna nel suo contesto, perché «il modello dominante» fosse meno visibile o meno coccolato, e di converso il pensiero femminista fosse registrato, la parola femminile diventasse più autorevole, la bellezza femminile non venisse colonizzata. 

    La questione dirimente è quella delle pratiche femminili quotidiane di resistenza, conflitto, secessione, autonomia, libertà. Sono queste le pratiche che hanno reso forte il femminismo in Italia e altrove, e molecolare la trasformazione dei rapporti fra i sessi che la fiction berlusconiana combatte e occulta, ma non vanifica. Come valorizzare queste pratiche, sottraendole all’occultamento? Come rilanciare il senso politico della libertà femminile, strappandola al suo stravolgimento in libertà di competere sul mercato del corpo? Come dare alla parola femminile una forza più duratura dell’indignazione? 

    Di tutto questo invitiamo a discutere donne e uomini il 10 ottobre, h.10, alla Casa internazionale delle donne di Roma.


I COMMENTI:
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  • anche se l'articolo è abbastanza intelligente e puntuale da smontare molte delle argomentazione dei berlusconini (lo scambio tra pubblico e privato)quoto quasi tutto l'intervento di Eyre. non ho nessun astio nei confronti del lavoro intellettuale: in un certo senso aspiravo a vivere facendo ciò che sapevo e che mi piaceva fare, ma non ho potuto (più che voluto) farlo, pur appartenendo al mondo occidentale e ad una classe sociale parzialmente privilegiata.per deficit dell'area emotivo-motivazionale, per depressione cronica congenita, per altra malattia ect,oppure non so.quando vado ad una manifestazione (raramente)o mi "indigno" e accanto a me ci sono quelle donne e quelle testimonial che incitano al coraggio so che io non sono come loro: io non ho coraggio, ma le mie condizioni mi hanno portato a non averlo. ricado in alcuni clichès sociali tipici delle donne e delle persone "con poche palle", per usare un'espressione machista, eppure non mi sento una vigliacca e non mi sento inferiore a loro, alle coraggiose già nate (o elevate, a suo tempo) su un piedistallo. penso che oltre alla forza, all'entusiasmo genuino e all'intelligenza che supporta alcune iniziative io non posso non notare tanta superficialità, tante banalità, tanti slogan che impoveriscono ogni idea. ma forse, chissà, per conbattere un macroscopico ed indefinito nemico bisogna assumere temporaneamente le sue sembianze 03-09-2011 01:49 - Artaudette
  • Se si vuole costruire un progetto di svincolamento culturale dalla mentalità maschilista, la prima cosa da fere dovrebbe essere accettare le critiche e renderle uno stimolo, in un'interazione dialettica che diventi arricchimento e confronto di prospettive. Trincerarsi nel proprio essere donne, nel proprio essere emancipate, nel proprio far parte di una categoria (che può essere quella di intellettuali, ma non solo) significa chiudere il dialogo e chiudere alla possibilità di cambiare davvero le cose.
    Perché se dobbiamo rimanere tra noi e ripeterci quanto il patriarcato sia spregevole, quanto le nostre lotte abbiano cambiato le cose e quanto siamo indignate...sinceramente questo lo possiamo fare ognuna a casa sua, davanti al proprio specchio.
    Mi dispiace dovervi dire che non c'è stata nessuna emancipazione femminile, né negli anni '70 né tantomeno successivamente. ALCUNE donne si sono "emancipate", ma la maggioranza delle donne NO. E anzi, vi dirò di più -e questo sicuramente scontenterà e indignerà quante tra voi hanno avuto la fortuna di riuscirvi-: mediamente, l'emancipazione di unA donnA si fonda sulla MANCATA EMANCIPAZIONE di tutta quella rete di donne che si fa carico delle incombenze da cui l'"emancipata" si è emancipata. E lo dico con profonda convinzione e con cognizione di causa e potrei portarvi infiniti esempi.
    Personalmente, pur essendo una ragazza mediamente fortunata, che ha avuto l'opportunità di studiare, non mi sento né "emancipata", né tantomeno contenta della mia presunta "emancipazione": perché una persona democratica non può accontentarsi di un’emancipazione personale, ma solo di una emancipazione collettiva. Quindi, non possiamo sempre mascherarci dietro il fatto che non bisogna sputarsi tra donne, perché non esiste la sorellanza universale, perché esistono delle donne stronze (a meno che non crediate all'esistenza della donna-angelo dovrete rassegnarvi all'idea) e perché questo modo di fare nasconde solo un gretto corporativismo di quelle che dicono "noi siamo arrivate".
    Inoltre, cosa molto importante: non è assolutamente vero che le lotte le fa chi le vuole fare, ma le lotte le fa chi le vuole fare TRA quelle che le POSSONO fare. Ci sono donne che non hanno il tempo per farle, che non hanno il riconoscimento di esseri umani con il diritto di farlo, ci sono quelle che ad esempio non hanno il computer né internet per poter leggere i nostri sproloqui.
    E queste donne, non solo vengono uccise ogni giorno dalla loro vita (e non tutti l'abbiamo potuta scegliere la nostra vita), ma in più vengono anche sbeffeggiate dalle donne "emancipate".
    Provo una rabbia viscerale ogni volta che sento parlare le donne lavoratrici delle “casalinghe”, per esempio. C’è un disprezzo sociale e culturale generalizzato verso le donne “solo casalinghe”: che -ricordiamoci una volta per tutte- sono LAVORATRICI NON RETRIBUITE. Il che significa senza stipendio, senza malattie, senza ferie, senza diritti. Cominciamo a mettere all’ordine del giorno dell’agenda politica la retribuzione per il lavoro domestico e la cura dei figli e forse daremo a queste donne la POSSIBILITA’ di lottare. Al momento, le lavoratrici non retribuite non sono rappresentate da alcun partito. E non venitemi a ridire la tiritera che se si comincia a retribuire le “casalinghe” le donne non andranno più a lavorare: perché forse smetteranno di lavorare le lava-cessi, non certo le giornaliste!
    Non c’è nessuna polemica contro la cultura in tutto ciò, anzi! La cultura, insieme alla politica, è l’unica arma che abbiamo per cambiare le cose –guarda caso, tra le prime vittime di questo governo c’è la scuola-!! Però ricordiamoci che la cultura è di tutti e non è sinonimo di professoresse, politiche, scrittrici, giornaliste ecc. Perché se una donna sbaglia, sbaglia. E glielo si dice, come lo si direbbe a un uomo. Altrimenti, si tratta di razzismo e di corporativismo. Visto che le donne hanno una testa, che si prendano la responsabilità di quello che dicono e non dicono, tutte. Non solo quelle invisibili su cui è facile sputare senza essere visti e senza essere criticati.

    Con rabbia e disperazione (nonostante ci rimanga sempre un grano di speranza),

    Eyre e la sua amica Phlebas che non ha il computer, né il tempo per urlarvi la sua rabbia 30-09-2009 12:14 - eyre
  • Francamente non capisco il commento di Lucia (di Ahmed non mi curo), perchè allo stesso modo si potrebbe chiedere perchè le donne che stanno in fabbrica non hanno sostenuto quelle nelle università.

    A ognuna le sue responsabilità, perchè le lotte le fa solo chi LE VUOLE FARE, non si deve convincere nessuna così come non si devono delegare altre/i a farle per noi.

    E' possibile non condivedere certe analisi (ad es. il prematuro annuncio della morte del patriarcato) o trovare irritanti certi modi di esprimersi, ma senza dimenticarsi che sputare veleno sulle donne significa colpire il bersaglio sbagliato. 29-09-2009 00:42 - Fiamma
  • Anch'io per molti versi concordo con Eyre, ma vorrei ricordare a tutti/e che questo astio per il lavoro intellettuale e` a sua volta un frutto dell'egemonia catodica di Sua Emittenza. In parole povere, e` Berlusconi che ci telecomanda di dividerci: le braccia da una parte, le teste dall'altra. Le donne che lavorano nelle universita` o nei giornali di media guadagnano meno (o nei casi fortunati, poco piu`) di mille euro al mese; ne discende che vanno al mercato come tutte le altre, si recano in posta e in genere fanno le pulizie a casa, visto che la cosiddetta collaboratrice domestica ha uno stipendio pari al loro e quindi costa troppo. Dal punto di vista dei salari, non siamo mai stati/e cosi` "tutti uguali" (eccezion fatta per quel 10% di italiani che ha una dozzina di ville e almeno 1 yacht), ma, ironia della sorte, ci dividiamo di continuo su questioni inconsistenti. E abbiamo una paura fottuta del sapere e della cultura. Che invece, chissa`, potrebbe fornirci qualche utile strumento atto a difenderci. Scanniamoci pure, il suddetto 10% dorme sonni tranquilli. Firmato: un cervello precario (e ora vi saluto, ho i piatti da lavare). 28-09-2009 06:15 - agape
  • ahimé. il commento di Lucia mi ricorda quelli comuni trent'anni fa (sì, sono vecchia, ma continuo a parlare, cercare di comunicare, lottare nel mio piccolo..) di fronte a analisi della complessità sociale portate avanti da donne e uomini che non appartenevano alla classe operaia: "sì ma gli operai? (rigorosamente al maschile, come se gli imteressi delle operaie coincidessero con quelle dei compagni..), parlano bene gli intellettuali, ma conoscono la fatica? il duri lavoro????
    Insomma dalla contrapposizione (quella sì frutto di un del discorso dominante) tra classe operaia e intellettuali(borghesi, ma lavorano anche loro per mantenersi, non vivono di rendita)continua a alimentare diffidenze, divisioni, immobilismo 27-09-2009 11:51 - adriana
  • Quoto eyre 27-09-2009 08:53 - t.o.
  • Chiedo scusa, ma tra l'intervento del pool di intellettuali femministe ed il post di eyre, trovo il secondo meravigliosamente ispirato e profondo. Anche questo mostra l'inconsisenza che certe cerchie intellettualoidi hanno raggiunto.
    Non e' attraverso un commento carico di odio per "gli uomini", intesi come categoria dello spirito, che otterrete alcunche'. Vi sono donne femministe e donne maschiliste, cosi' come uomini femministi e uomini maschilisti.
    Il vostro intervento e' sessista e divisivo. Soprattutto e’ miope in termini politici, che e’ la colpa piu’ grave.
    Un'altra occasione persa, peccato. 27-09-2009 06:35 - ahmed
  • Pur essendo molto giovane, la notizia delle compravendite sessuali/politiche del presidente del consiglio NON mi ha stupita affatto. Sia perché nella mia vita ho spesso assistito e re-esistito a “compravendite umane”, sia perché mi sembra che tali eventi siano assolutamente coerenti con l’orientamento politico dell’attuale capo del governo e con la mercificazione umana che il capitalismo mette in atto sin da quando, neonato, ha azzannato il capezzolo del mondo. Non dicevano Marx ed Engels sin dal 1848 che "Del resto non c'è nulla di più ridicolo del moralissimo orrore che i nostri borghesi provano per la pretesa comunanza ufficiale delle donne fra i comunisti. I comunisti non hanno bisogno d'introdurre la comunanza delle donne; essa è esistita quasi sempre. I nostri borghesi, non paghi d'avere a disposizione le mogli e le figlie dei proletari, per non parlare neppure della prostituzione ufficiale, trovano uno dei loro divertimenti principali nel sedursi reciprocamente le loro mogli."?! Ebbene, condivido l'indignazione di Lucia per la "scoperta dell'acqua calda". E non solo. Come essere umano incidentalmente di sesso femminile, mediamente dotato di un intelletto mediamente coltivato, e coscientemente di sinistra mi rifiuto di considerare/apprezzare come gesto di libertà parole o atti compiuti da un essere umano (donna o uomo davvero non mi importa) connivente con personaggi che incarnano forme di potere mafioso e capitalista. Come donna di sinistra mi rifiuto di apprezzare il tardivo benservito della compagna di un uomo quale l’attuale presidente del consiglio. Come essere provvisto di intelligenza mi rifiuto di credere che le dichiarazioni di Veronica Lario non siano strumentali e trascendenti il ruolo che come singola persona può o meno assumere in tutta la faccenda. Detto questo, analizzare le problematiche REALI e RACCAPRICCIANTI della attuale situazione esclusivamente in termini di genere mi sembra riduttivo e miope, oltre che profondamente fuorviante. La nostra tragedia, come donne, come cittadine/i, come esseri umani, è di matrice politica e culturale. E non può che essere affrontata attraverso la politica e la cultura. Politica non significa classe politica, ma spazio pubblico esistenziale: ovvero anche il metro quadro di ascensore che condividiamo con uno sconosciuto. E, per inciso, cultura non significa accademismo, ma il discorso/l’esempio che vogliamo/riusciamo a costruire nel metro quadro che con-dividiamo. Dunque usciamo dai cenacoli intellettuali (anche le donne lontane dai palazzi si sono accorte che qualcosa non va, ma chi sono i loro interlocutori politici?!) e dai vetero-femminismi (non esistono la donna e l’uomo, ma gli uomini e le donne: e se non riteniamo di essere tutte veline, forse anche gli uomini non sono tutti clienti e “protettori” di prostitute).
    Usciamo.
    E rimbocchiamoci –uomini?donne? ESSERI VIVENTI!!- le maniche. Partendo dalle donne e dagli uomini invisibili che incontriamo al mercato, alla posta…(stra-quoto Lucia!!!) e organizzando un discorso/prassi POLITICO in grado di permeare la società impermeabile.
    Io ci sto.
    PS: Marx ed Engels rassicurano sulla buona riuscita: “con l'abolizione dei rapporti attuali di produzione, scompare anche quella comunanza delle donne che ne deriva, cioè la prostituzione ufficiale e non ufficiale.” Amen 26-09-2009 23:41 - eyre
  • condivido l'iniziativa e vorrei dire a Lucia , se ci sono quelle situazioni che tu denunci e che anch'io vivo, è proppio perche quegli uomini di potere hanno sporcato e infangato la
    POLITICA non rispettano nessuno e nessuna, sono pericolosi , se li lasciamo fare senza reagire ci troveremo in una situazione ancora peggiore di quella che descrivi tu. Io non conosco tutte le promotrici dell'iniziativa ma so e sento che , anche se (forse)non sono operaie,stanno lottando a viso aperto,e sanno capire anche i tuoi discorsi. Peccato che non posso partecipare perchè abito a Brescia , troppo lontano, ma vi sono molto vicina. ciao a tutte 26-09-2009 21:25 - rosa
  • Mi piace l'iniziativa. Sarebbe bello ci fossero sia donne giovani(molto lontane da riflessioni di questo genere, ahimè) che uomini, magari "di sinistra", che però nei rapporti con il sesso femminile non sono poi tanto meglio di Berlusconi. 26-09-2009 18:44 - Elisa
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