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COMMENTO
16/10/2009
  •   |   Mario Pianta
    O la Borsa o la vita

    Mille e venti milioni di persone contro quota diecimila. Le prime soffrono la fame, il secondo è il livello raggiunto ora dall’indice Dow Jones della Borsa americana. Quasi un essere umano su sei non ha abbastanza da mangiare, mentre Wall Street recupera valori che la crisi un anno fa aveva dimezzato. In 20 anni il numero di affamati cresce del 20%, in 10 mesi le quotazioni di Borsa rimbalzano del 50%. Mentre Fao e Programma alimentare mondiale pubblicano il loro rapporto The state of food insecurity, vediamo in tv le scene di gioia a New York per il ritorno a un livello già raggiunto nel 1999.
    E’ così che il mondo ha reagito alla crisi: un mare di liquidità alla finanza per recuperare le perdite, e prezzi più alti per il cibo: ricchi più ricchi e poveri senza pane quotidiano. Siamo più precisi: è così che i governi dei paesi ricchi e le banche centrali hanno scelto di tamponare lo scoppio della bolla speculativa. Ignorando – chi più, chi meno – la crisi dell’economia reale e i milioni di nuovi disoccupati nei paesi ricchi, dove - ci informa la Fao - ci sono ora 15 milioni di persone che non si nutrono a sufficienza. A pagare il conto restano i poveri del Sud del mondo, che hanno subito prima la liberalizzazione forzata dei mercati agricoli – devono produrre beni primari per i mercati esteri, non per nutrirsi -, poi l’impennata dei prezzi di beni alimentari che devono importare in misura crescente, e ora la crisi che ha fatto crollare esportazioni, redditi e rimesse degli emigrati.
    La violenza di questi numeri richiama un miliardo di tragedie umane, ma pone a noi tutti un problema politico ed economico: mettere in discussione la distribuzione del reddito a livello mondiale. Non si tratta di lamentare la povertà, ma di combattere disuguaglianze di reddito sempre più gravi. E’ questa emergenza - e la fame che ne consegue – che dovrebbe essere al centro dei progetti di governance globale, insieme al nuovo sistema finanziario e agli accordi sul clima di Copenhagen.
    A guardar bene, gli affamati sono un problema, ma anche una possibile soluzione. Non ci vuole Keynes per immaginare che se il sistema internazionale affrontasse la fame, avremmo la creazione di una grande domanda che ci farebbe uscire dalla recessione mondiale. Dare due dollari al giorno a chi soffre la fame fa meno degli 800 miliardi di dollari stanziati da Obama per la crisi Usa. Per la maggior parte dei poveri questo sarebbe un raddoppio del loro reddito pro capite. Le briciole del Nord sono un miracolo per il Sud.
    Dove trovare questi soldi? Sappiamo già che i governi da decenni promettono, senza mantenere, aiuti contro la fame. Allora prendiamo i soldi dove li ha presi Obama: forse oggi Keynes proporrebbe di creare liquidità a livello mondiale (con un Fondo monetario rivoluzionato) e assegnare le risorse non agli speculatori della finanza, ma ai dannati della terra. Dalle crisi – come nel 1929 – si esce con nuove politiche e nuovi valori. Potrebbe nascere, in tutto il pianeta, una diversa fase di sviluppo, forse degna di questo nome.


I COMMENTI:
  • Il problema è la capacità di esercitare pressioni su chi ha il potere. Le lobby finanziarie ce l'hanno, i poveri del mondo no. Fintanto che le maggioranze resteranno disgregate senza un progetto politico, rimarranno succubi di un sistema gerarchico gestito da altri. Un giorno non tanto lontano, la povertà estrema e i cambiamenti climatici spingeranno milioni di persone verso di noi. A quel punto cominceranno, loro malgrado, ad esercitare un potere anche sulle nostre scelte. Sarà in quel momento che le cose cominceranno a cambiare. Il rischio, però, è che sia troppo tardi. 19-10-2009 16:23 - Lorenzo
  • la cancellazione dei diritti fondamentali di buona parte della popolazione mondiale (parte in rapidissimo e tragico aumento) ci sta portando all'"ognun per sè". Solidarietà, cooperazione, sembrano retaggi di un'era remota, malata di "buonismo". Le guerre tra poveri che finora eravamo abituati a guardare da lontano ci stanno arrivando in casa e ci vedono protagonisti. purtroppo le forze politiche preferiscono cavalcare la tigre della paura ringhiosa che trasforma chiunque in pericoloso nemico, piuttosto che la giusta indignazione per i soprusi che la nostra cecità sazia ci ha fatto finora tollerare.potrà la questa crisi farci aprire gli occhi? Credo di si, ma sarà dura. 17-10-2009 08:24 - Franceri Mauro
  • Bellissime le considerazioni di Mario Pianta. Dove li troviamo i soldi? E' vero... "con nuove politiche e nuovi valori". Benissimo. Perchè anche a sinistra allora è tabù toccare, per esempio, la più grande holding bellica europea quale è Finmeccanica con le sue aziende (AgustaWestland, Aermacchi, Oto Melara, Alenia Aeronautica, DRS Tecnologies, ecc. ecc.). L'investimento in armi dei paesi della NATO, a cui l'Italia vende armi, è altissimo. Abbiamo già dimenticato il problema degli F35? Io ho parlato con numerosi dirigenti di Rifondazione. E, purtroppo, ripeto, è tabù parlare per esempio di riconversione.
    Poi c'è il problema delle banche. Nel 2002 è partita la campagna "banche trasparenti". Alcuni anni prima la campagna "banche armate". Quanto di questo si legge sui quotidiani di sinistra o ne si sente parlare, con indicazioni di prassi svolte con continuità, dai compagni...?
    Per spiegarvi meglio tutto ciò mi piacerebbe inviarvi i miei articoli (scrivo per peacereporter). Vi lascio la mia mail: ste.orme@libero.it. Non ho problemi di privacy. Se volete informazioni più dettagliate, necessarie per l'agire politico, contattatemi.
    un caro saluto a Mario Pianta e alla redazione de Il Manifesto 17-10-2009 03:05 - Stefano Ferrario
  • "allora, forse, non sarebbe magari meglio lasciar perdere, e lasciare che tali paesi si autodetermino in qualche modo?"

    E' proprio la classe dirigente criminale che governa i paesi poveri il cuore del problema.
    Si intascano gli aiuti (che ci sono e no si tratta di elemosine, ma di cifre cospicue) in modo rapace senza produrre niente.
    Dopo aver vissuto 10 anni in un paese in via di sviluppo (Guatemala) non credo piu' alla storia dell'occidente ricco, plutocratico e sfruttatore.
    Inefficenza e corruzione locale sono le vere cause del problema, altrimenti non si spiega perche paesi come il Costa Rica e il Cile (paesi con virtuose classi dirigenti) denotano degli invidiabili standard di vita. 16-10-2009 22:16 - Michele
  • Il capitalismo è ormai appoggiato da tutti, anche da quelli che oggi si lamentano dei danni che esso produce. Hanno scelto i clericoliberali anziché i marxisti e, quello che è ancor più peggio, i governi mondiali hanno optato per le teorie economiche dei Chicago boys piuttosto che per quelle di Keynes. Oggi tutti piangono, tutti si lamentano ma nessuno vuole cambiare politica economica, perché? La risposta è molto semplice, la classe politica, quasi nella sua interezza, è corrotta dal capitalismo, cioè dalla borghesia per dirla alla marxista. Se ne uscirà solo quando ci sarà un vero ricambio della classe dirigente mondiale. 16-10-2009 20:50 - K
  • Sono assolutamente d'accordo con le tesi esposte nell'articolo. Non serve keynes, servirebbe forse un po' più di coscienza morale e attenzione verso queste tematiche. Però, (e credo che questa riflessione manchi nella maggioranza dei dibattiti su questi argomenti) ipotizziamo per un attimo che il problema della fame a livello mondiale si possa risolvere domani (non importa come, ad esempio con una sorta di magia). Chiediamoci: a che prezzo possiamo permetterci di risolvere questo problema? Se il prezzo da pagare per sconfiggere la fame nel mondo è adottare il sistema di sviluppo capitalistico anche in quei paesi più o meno "poveri-sottosviluppati", allora, forse, non sarebbe magari meglio lasciar perdere, e lasciare che tali paesi si autodetermino in qualche modo? Il grande filosofo Nietzsche, in Così parlò Zarathustra: "Che ne sarebbe del gobbo senza la sua gobba?" Che ne sarebbe del povero, senza la sua povertà? 16-10-2009 19:57 - Paolo_F_roma
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