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COMMENTO
28/10/2009
  •   |   Paolo Flores d'Arcais
    Il Dna della socialdemocrazia

    Credo di aver scritto il primo articolo su «la crisi della socialdemocrazia» circa un quarto di secolo fa, e molti mi avevano preceduto. Questo per dire che il tema non è nuovo, che la socialdemocrazia in un certo senso è stata sempre in crisi (tranne quelle scandinave, che non hanno mai fatto scuola). La radice della sua crisi sta infatti nello scarto (spesso un abisso) tra dire e fare. La socialdemocrazia doveva costituire un'alternativa al comunismo nella difesa dell'eguaglianza contro il sistema del privilegio. L'alternativa al comunismo è restata (giustamente) ma la battaglia per l'eguaglianza (dunque la lotta contro il privilegio) è regredita a flatus vocis. Anche nella forma minimalista delle «eguali chance di partenza», che pure fu teorizzata da tanti liberali come corollario della meritocrazia individuale.
    È perciò più facile ricordare i rari momenti in cui la socialdemocrazia ha davvero alimentato speranze: il laburismo dell'immediato dopoguerra, che realizza con Attlee il welfare teorizzato da Beveridge; gli anni di Brandt, che il 7 dicembre 1970 si inginocchia nel ghetto di Varsavia; la stagione di Mitterrand, che interrompe la lunghissima egemonia gollista che pesava sulla Francia ormai come destino (o dannazione). Realizzazioni riformiste, cui quelle stesse socialdemocrazie non hanno dato seguito.

    Il carattere di casta
    La politica di welfare si è fermata poco oltre il servizio sanitario nazionale (che si è oltretutto rapidamente burocratizzato). La de-nazificazione radicale della Germania, che i governi democristiani avevano trascurato, non viene radicata in altrettanti mutamenti dei rapporti di forza sociali. E l'unità delle sinistre di Mitterrand, dopo la stagione promettente e brevissima dei «club», si risolve in compromessi fra apparati di partito, non in accrescimento del potere effettivo dei cittadini.
    Perché questo è il punto - niente affatto secondario - che le analisi della «crisi della socialdemocrazia» non affrontano mai. Il carattere di apparato, di burocrazia, di nomenklatura, di casta, che sempre più hanno assunto anche a sinistra coloro che, per dirla con Weber, «vivono di politica» e della politica hanno fatto un mestiere. La trasformazione della democrazia parlamentare in partitocrazia, cioè in partiti-macchine autoreferenziali e sempre più simili fra loro, ha vanificato ogni giorno di più il rapporto di rappresentanza tra deputati e cittadini. La politica è diventata sempre più una attività privata, come qualsiasi altra attività imprenditoriale. Ma se la politica, cioè la sfera pubblica, diventa privata, diviene tale in un duplice senso: perché per il politico il proprio interesse (di ceto, di casta) prescinde ormai dagli interessi e valori dei cittadini che dovrebbe rappresentare, e perché il cittadino è ormai privato della sua quota di sovranità, anche nella forma delegata.
    Il politico di destra e di sinistra finiscono per avere interessi di ceto fondamentalmente comuni - mediamente: il ragionamento trova sempre eccezioni sul piano delle singole persone - poiché fanno entrambi parte dell'establishment, del sistema del privilegio. Contro cui avrebbe invece dovuto combattere la socialdemocrazia, in nome dell'eguaglianza. Perché, si badi, era la «eguaglianza» il valore in base al quale si giustificava l'anticomunismo: il dispotismo politico è infatti la prima negazione dell'eguaglianza sociale, e il totalitarismo comunista la calpesta dunque a dismisura.

    Senza la bussola dell'eguaglianza
    La partitocrazia (di cui la socialdemocrazia è parte), poiché costituisce la pratica e crescente vanificazione del cittadino sovrano, la negazione dello spazio pubblico agli elettori, costituisce l'alambicco per ulteriori degenerazioni della democrazia parlamentare, cioè per più radicali sottrazioni di potere al cittadino: nella politica-spettacolo e nelle derive populiste che oggi sempre più attecchiscono in Europa. Ma è vero che la vicenda attuale delle socialdemocrazie sembra manifestare qualcosa di più: interi gruppi dirigenti non solo in crisi ma allo sbando, avvitati (nel senso degli aerei quando precipitano) in un vero e proprio cupio dissolvi. Il fatto è che la colpa originaria, aver dimenticato la bussola del valore «eguaglianza», senza il quale una sinistra diventa priva di senso, presenta ora il conto. Ragioniamo con ordine.
    È paradossale che la socialdemocrazia conosca l'acme della crisi proprio quando più favorevoli sono le condizioni per la critica dell'establishment e per proposte di riforme radicali sul piano finanziario ed economico, poiché è sotto gli occhi di tutti, e anzi patito e sofferto da grandi masse, il disastro sociale prodotto dalla deriva del privilegio senza freni e dal dominio senza controlli e contrappesi del liberismo selvaggio, degli «spiriti animali» del profitto.
    Ma la crisi produce incertezza per il futuro e la paura spinge le masse a destra, si dice. Solo perché la socialdemocrazia non ha saputo dare risposte in termini di riformismo, cioè di crescente giustizia sociale, al bisogno di sicurezza e di «futuro» di questi milioni di cittadini. Facciamo qualche esempio concreto. La paura rispetto al futuro prende facilmente le sembianze dell' «altro», l'immigrato che ci «ruba» il lavoro. Ma l'immigrato può «rubare» il lavoro solo perché accetta salari più bassi. La socialdemocrazia ha mai provato a fare una politica di sistematica punizione degli imprenditori, grandi e piccoli, che hanno impiegato gli immigrati a salari più bassi, e senza le altre costose garanzie normative ottenute da decenni di lotte sindacali? Analogamente per la de-localizzazione delle imprese, il fenomeno più vistoso della globalizzazione. L'imprenditore tedesco, o francese, o italiano, o spagnolo, spostando le attività produttive verso il terzo mondo, lucrava super-profitti sfruttando manodopera a salari infimi e senza tutela sindacale (per non parlare della libertà di inquinare in modo devastante). Ma i governi hanno strumenti potenti, se vogliono, per «sconsigliare» ai propri imprenditorie la corsa alla de-localizzazione, strumenti che la politica della Comunità europea può rendere ancora più convincenti e rafforzare a dismisura.
    La socialdemocrazia si è invece piegata alla mondializzazione, quando non l'ha osannata, ma se l'imprenditore può pagare meno il lavoro, de-localizzando la fabbrica o pagando in nero il clandestino, si creano le condizioni di un «esercito salariale di riserva» potenzialmente infinito, che porterà i salari sempre più in basso, restituendo attualità a categoria marxiste che il welfare - e lotte di generazioni (non la spontaneità del mercato) - aveva rese obsolete. Eppure la socialdemocrazia è organizzata addirittura in una «Internazionale», e nelle istituzioni europee ha avuto a lungo un peso preponderante. Non è dunque che non potesse fare una politica diversa. È che non ha voluto. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Anche la socialdemocrazia ha accettato le più «tossiche» invenzioni finanziarie, e nulla di concreto ha fatto per distruggere i «paradisi fiscali» e il segreto bancario, strumenti dell'intreccio affaristico-mafioso a livello internazionale, col risultato che il potere delle mafie in Europa dilaga, da Mosca a Madrid, dalla Sicilia al Baltico, e neppure se ne parla. E lasciamo stare il problema dei media, assolutamente cruciale, visto che «un'opinione pubblica bene informata» dovrebbe costituire per i cittadini «la corte suprema», a cui potersi «sempre appellare contro le pubbliche ingiustizie, la corruzione, l'indifferenza popolare o gli errori del governo», come scriveva Joseph Pulitzer (oltre un secolo fa!), mentre nulla le socialdemocrazie hanno fatto per approssimare questo irrinunciabile ideale.

    Un progetto riformista
    La socialdemocrazia doveva distinguersi dal comunismo nel metodo, per la rinuncia alla violenza rivoluzionaria, e nell'obiettivo, per la rinuncia alla distruzione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Non era certo nel suo Dna, però, l'abdicazione a condizionare riformisticamente (cioè pesantemente) la logica del mercato, rendendola socialmente «virtuosa», piegandola agli imperativi di una costante redistribuzione del surplus in direzione dell'eguaglianza. Tradendo sistematicamente la sua unica ragion d'essere, la socialdemocrazia è stata in crisi anche quando ha vinto le elezioni e ha governato. Di quanto si sono ridotte le diseguaglianze sociali sotto i governi Blair? Di nulla, semmai il contrario. E con Schroeder? A che può servire una sinistra che fa una politica di destra, se non a preparare il ritorno dell'originale?
    Non è difficile perciò delineare un progetto riformista, basta avere come stella polare l'accrescimento congiunto di libertà e giustizia (libertà civili e giustizia sociale). È impossibile però realizzarlo con gli attuali strumenti, i partiti-macchina. Perché appartengono strutturalmente al «partito del privilegio». Non possono essere la soluzione perché sono parte integrante del problema.


I COMMENTI:
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  • Leggendo le risposte di molti lettori del Manifesto si capisce come avesse ragione da vendere il vecchio Turati quando sosteneva che in Italia c'è sempre qualcuno "più a sinistra" al quale, aggiungo, la parola riformismo fa schifo e la storia ha insegnato molto poco. Anche grazie a questa sinistra cosiddetta radicale, oggi ci troviamo al Governo un fascistoide piduista come Berlusconi (ed uso dei termini ancora moderati). E la beffa è che questa sinistra si è dimenticata per strada pure la lezione del vecchio PCI di Berlinguer, che cercava di coniugare socialismo e democrazia e di trovare "una terza via" (ma forse certe cose le ricordano solo i cinquantenni cattocomunisti come me). 29-10-2009 14:19 - luca1960
  • Cerco di tradurre.
    Al popolo interessa la giustizia sociale solo quando ha da guadagnarci particolarmente.
    Gli intellettuali e la classe dirigente si rendono autosufficienti con astuzia,tramite meccanismi burocratici o sociali.
    E quelli sinceramente interessati da questo tema sono dei futuri delusi.
    Minchia! C'è da essere ottimisti. 29-10-2009 13:24 - t.o.
  • Socialdemocrazia un enigma ,oppure un aiuto al sistema capitalista? Ha sempre cercato una via al capitalismo dal volto umano. Ma come sappiamo il capitalismo e' vorace emarginando coloro che lo vorrebbero piu' giusto nelle scelte di economia e nell' allargamento dei diritti a quelli che pur essendo forza -lavoro e trattati come merce fanno del capitalista una potente casta , che concede il minimo di benessere al lavoratore per il massimo profitto. I socialdemocratici non hanno saputo costriuire niente di alternativo al sistema capitalistico ma sono stati la componente che ha protetto il capitale , dagli attacchi dei lavoratori che giustamente chiedevano l'uguaglianza sociale. COSA VOGLIAMO DI PIU' da una idiologia che nel suo dna ha sempre cercato di essere al servizio dei padroni. 29-10-2009 10:24 - spartaco
  • Mi desta stupore e mi fa un pò sorridere quanto gli intellettuali di sinistra si arrovellino il cervello per trovare termini alternativi al vecchio concetto di classe:ceto,casta ecc.
    termine obsoleto,inadeguato?eppure è l'unico che ci consente di capire perchè tra tutti i governi di destra e di sinistra, che si sono succeduti,non c'è poi alcuna differenza...Mi chiedo inoltre:perchè quando si parla della crisi della politica o dei suoi meriti non si accenna mai alla base economica che, volente o nolente ,condiziona la politica? 29-10-2009 10:10 - milena
  • Flores non spera nella sociademocrazia, ne constata l'inconsistenza e anche l'impossibilità con questa classe politica e quindi si pone in una prospettiva più radicale e fa venire in mente un vecchio quaderno del Manifesto sulle prospettive del riformismo, mi ricordo che c'era anche un articolo di La Malfa figlio, però come mai in Usa dopo tanta destra il capitalismo ha avuto bisogno di Obama, c'è un vecchio saggio di Nolte - mi pare - che parlava di due prospettive dello sviluppo capitalistico e la socialdemocrazia si è da sempre inserita in questa seconda prospettiiva.Dall'altra parte il comunismo è inconciliabile col capitalismo, ma diventa dittatura di una oligarchia che alla fine del suo percorso (di solito tre generazioni) partorisce i vari CEAUSESCU, questo è stato fino adesso. 29-10-2009 09:47 - giancarlo
  • Ottima analisi. Soprattutto perche’ guarda al mondo e non si rinchiude nel cortiletto delle beghe italiane.
    Se la crisi e’ Europea, la Socialdemocrazia dovrebbe progettare il nuovo a livello continentale.
    Partiamo dal fallimento della WTO, tenaglia USA/China per schiantare il modello riformista Europeo. 29-10-2009 08:46 - ahmed
  • caro Slobododan,non puoi dire ad altri che non hanno diritto di parlare,tu che stavi nel PSI del tuo caro Bettino,il riformista...ma prima di tutto e soprattutto il distruttore del socialismo in Italia (in quanto ladro! che non è questione che si possa sorvalare caro Slobodan) 29-10-2009 07:19 - marzio campanini
  • Flores socialdemocratico? ma non era un liberale? già un liblab! Chiede una stampella lab per i lib che hanno fatto crack! Scusate, sono le 7 di mattina e devo occuparmi di cose minuscole e serie come sopravvivere anche oggi. Un consiglio, caro Manifesto: non cancellare quel glorioso carattere di quotidiano comunista che tiene legato a te molti compagni: già lo hai fatto sparire dall'edizione on line, e dall'ottica di molti dei tuoi collaboratori... ciao 29-10-2009 07:07 - piero
  • perché le socialdemocrazie scandinave non avrebbero fatto scuola? 29-10-2009 06:25 - irisblu
  • Flores d'Arcais, tra varie ed interessanti considerazioni, ripete però un argomento sentito molte volte. Il comunismo è fallito perchè era intrinsecamente insostenibile nel metodo e nella sostanza, invece la socialdemocrazia fallisce per le cattive decisioni dei suoi rappresentanti. Troppo comodo.
    Potrebbe darsi proprio il contrario e forse con qualche ragione in più. Il comunismo è fallito perchè i gruppi di potere hanno tralasciato o accuratamente evitato di favorire la partecipazione popolare ed il controllo dal basso, unico antidoto alla sclerosi burocratica. Le socialdemocrazie hanno fallito perchè intrinsecamente deboli al cospetto delle dinamiche oggettive del capitale che incessantemente si adopera per recuperare gli spazi di profitto eventualmente sottrattigli dalle istanze sociali la cui affermazione non è mai acquisita stabilmente nelle società di mercato. Se questa seconda ipotesi è più credibile della prima bisognerebbe tornare a discutere di una prospettiva comunista di superamento dell'attuale sistema dei privilegi e lasciare da parte le chimere della socialdemocrazia. 29-10-2009 05:16 - Carlo carlochao@yahoo.com.ar
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