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COMMENTO
02/11/2009
  •   |   Paolo Cacciari
    Una sinistra, un non partito

    Basta un messaggio anonimo lanciato sulla rete per far scattare una mobilitazione generale antiberlusconi. Lo scorso tre ottobre Roma è stata invasa da un «nuovo soggetto politico» (i migranti) autogestito. Piccole iniziative, come quelle lanciate dal settimanale Carta per un «clandestino day», rimbalzano in centinaia di piazze. Grandi iniziative, come le primarie del Pd, conquistano milioni di persone, oltre gli stessi aderenti a quel partito. Per non parlare della resistenza dei metalmeccanici che dentro le fabbriche è tutt’altro che residuale. Potrei aggiungere le conferenze in giro per l’Italia di (relativamente) nuove personalità del mondo della cultura e del giornalismo che diventano attrazioni di massa (penso a Travaglio, o a Latouche, o a Francuccio Gesualdi). Penso alla mobilitazione che sta crescendo in vista di Coopenaghen.
    Penso, insomma, che appena sotto la crosta del sistema ufficiale di rappresentazione della società, vi sia un fervore di ricerche di forme dello stare assieme che fuoriescono dalle relazioni sociali che impone il mercato. Chi, guardando sondaggi demoscopici, afferma che ormai si sarebbe compiuta una mutazione antropologica tale per cui non ci sarebbe più nulla da fare (il capitalismo sarebbe riuscito a plasmare gli individui alla dimensione unica di produttori/consumatori, a tal punto da averli indotti ad una schiavitù consensuale), fa un errore di registro logico: il parametro di riferimento non possono più essere le elezioni. Queste infatti, sono un gioco truccato, uno specchio che deforma la realtà, non sono la sacra rappresentazione del volere popolare, come ci insegnavano i modelli ideali liberaldemocratici. Le elezioni, in questo sistema politico-economico, hanno cambiato segno: da indice di concretizzazione della democrazia (se mai lo sono state per davvero) sono divenute il più pesante e volgare sistema di manipolazione della «pubblica opinione». E non si tratta solo di proporzionalismo saltato, né del costo astronomico di un voto (e di un rappresentante eletto) nel mercato della politica, dominato dagli strumenti di comunicazione di massa e dell’inevitabile, conseguente leaderismo nella spettacolarizzazione del potere. In realtà tutti questi sono trucchi grossolani e infantili per prolungare artificialmente la vita a un sistema politico-istituzionale la cui missione non è di formare una volontà popolare sovrana, ma di assecondare e trasmettere ordini di lobby, élite, cosmocrati che rappresentano una casta che consiste nell’1% del 20% della popolazione globale ma detiene la totalità della ricchezza globale privata accumulata.
    La gente lo sa e ne prende atto: dalle elezioni è inutile pensare che possa uscire di più di quel che possono dare nell’immediato. Per cui è possibile votare indifferentemente e contemporaneamente per il meno peggio, astenersi, testimoniare un’alterità, premiare il partito che meglio tutela il mio territorio o il mio lavoro, dare fiducia al candidato più simpatico o a quello che credo di conoscere meglio… Ciò non significa che le ragioni del conflitto sociale (sale della democrazia) siano espunte. Né che siano andati perduti le volontà di cambiamento e i desideri di giustizia sociale, inclusione, partecipazione.
    Se vogliamo rigenerare un soggetto politico che abbia nell’equità e nella sostenibilità ambientale (come scrive sul manifesto Alberto Asor Rosa) i suoi capisaldi e che voglia anche riattraversare le istituzioni, «laicamente», allora esso dovrà essere prima di tutto «non elettorale», o meglio non esclusivamente né prevalentemente elettorale. Cioè, non un apparato parastatale, ma un «non-partito», nel senso (vedi Flores d’Arcais, sempre sul manifesto di mercoledì) di capace di non vivere di se stesso nel sistema chiuso, autoreferenziale della partitocrazia. Decisive, quindi, sono le forme dalla politica che si praticano, le modalità d’essere che predeterminano gli stessi risultati.
    Tempo fa Paul Ginsburg (il manifesto del 3 luglio) diceva che c’erano due possibilità per la ricostruzione di una sinistra politica: una richiede «un lungo lavoro territoriale, scrivere decaloghi di interventi programmatici e di comportamento individuale. Bisogna capire che un nuovo soggetto politico, radicalmente diverso dal passato, ha necessità di tempo per crescere e radicarsi prima di dare frutti (…) accompagnare il lavoro sociale con una costante attenzione all’elaborazione teorica». L’altra scelta è «diametralmente opposta e si basa sull’ammissione che l’attuale sinistra italiana è semplicemente incapace di inventarsi qualcosa di nuovo».
    Gruppi e associazioni sparpagliate per il paese, cantieri sociali e officine delle idee nati dentro le pratiche di confitto e portatori di forme di democrazia partecipata, stanno lavorando da tempo per tentare di mettersi in relazione, intrecciare le esperienze, coordinare le proprie agende politiche, sperimentare forme di reciproco ascolto e aiuto. Penso alle molte esperienze di reti e connessioni, di campagne comuni e di mutuo soccorso, di reti territoriali e di vertenze sindacali. È possibile ripartire da qui? «Dalla parte dei senza parte», come ricorda Pezzella, cioè dagli interessi degli «irrapresentabili» nel teatrino della politica istituzionalizzata. Da sotto, dal basso e «da sinistra», se per sinistra intendiamo una forte affezione a un quadro di valori etici e sensibilità sociali. Ritrovare ragioni di stare assieme senza disciplina alcuna che non sia il metodo del consenso. Senza voler produrre identità escludenti. Senza voler imporre alcuna gerarchia predeterminata tra le soggettività, le culture politiche, le idealità e le teorie che muovono individui e movimenti.
    A Firenze il 21 e il 22 novembre, si ritroverà un buon numero di associazioni, circoli, gruppi che nel loro piccolo praticano iniziative unitarie di resistenza, di solidarietà civile, di autogestione e che hanno voglia di conoscersi. Per il momento è nata una rete@sinistra. A loro il compito di esplorare un cammino nuovo, anche e principalmente nei modi e nelle forme del fare politica.


I COMMENTI:
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  • Non dovrebbe sfuggire dalla lettura \i decaloghi di comportamento individuale\,che riporta direttamente alla questione della ricerca di una nuova identità collettiva.

    La ricostruzione di una rappresentanza per senza parte non può che passare attraverso filtri della colta borghesia.

    Ma io duro e puro(eh,eh)penso che sarebbero preferibili costituzioni di nuovi gruppi di persone(tregua istituzionale?) che tra loro attuino un sistema mutualistico comprensibile,
    a partire dalle province e dai luoghi sub urbani.

    Questo tipo di associazionismo embrionale ha bisogno di accordi con le migliori forze dell'ordine
    per evitare conclusioni già viste.
    Un tentativo si può fare,senza aspettarsi grossi risultati. 12-11-2009 19:03 - t.o.
  • Jacopo: credo che diciamo esattamente la stessa cosa.

    Purtroppo, questo non è il mezzo più adatto per capirsi e farsi capire ^___^ 06-11-2009 20:00 - Alan Ross
  • Parlare di rinnovamento delle forme della politica non significa spregiare le istituzioni e la loro pratica. Anzi significa ridare dignità alle forme di rappresentanza e anche ai partiti stessi, non si può buttare via il bambino e l'acqua sporca e a me che non sono un dinosdauro essendo nato nel 1971, viene da sorridere quando sento liquidare con alzate di spalle e parole di sufficienza tutte le eredità del 900 come se politicamente fosse solo un'epoca di vergogna. La corsa alle istituzioni è già stata tentata dalla sinistra rimasta nelle sue forme tradizionali a partire dall'arcobaleno e via via alle europee e alle regionali con risultati sempre più disatrosi. Significa che con ciò che c'è non c'è possibilità di riuscita. Mentre c'è bisogno di un lavoro di lungo periodo che non può avere come primo obiettivo la ricollocazione in una qualche Istituzione...sarebbe l'ennesimo fallimento.
    Jacopo Landi 06-11-2009 18:16 - Jacopo Landi
  • Coglie bene fino ad un certo punto, secondo me.

    Perché, certo: è bellissimo ed estremamente importante che si cominci - finalmente - a risvegliare la sinistra "di popolo", delle persone, o delle reti, che dir si voglia, che si aggrega dal basso, a livello delle "radici", e da lì spinge perché la Politica prenda altre direzioni da quelle che le varie caste le imprimono di volta in volta.

    Ma è anche vero che finché vivremo in uno stato democratico di diritto, in cui una buona parte della vita di tutti dipende dal risultato dell'attività del "potere legislativo", e cioè del parlamento, infischiarsene dell'esito delle elezioni, perché tanto queste - come dice Cacciari - "sono un gioco truccato, uno specchio che deforma la realtà, non sono la sacra rappresentazione del volere popolare, come ci insegnavano i modelli ideali liberaldemocratici" vuol dire agire per il re di Prussia e, anche se solo indirettamente, lavorare perché arrivi il peggio.

    E' l'essere via via usciti dalle istituzioni - perché tanto, appunto, "non è più lì che si fa la vera politica ma sul territorio, in mezzo alle donne e agli uomini concreti", come ho sentito recentemente dire ad un compagno - ad aver consegnato le istituzioni stesse al controllo monopolistico di una "casta" che si autoriproduce e si perpetua al solo scopo di fare gli interessi delle, chiamiamole così, "minoranze più organizzate".

    Ora, tutto - ripeto - poi andrebbe per il meglio, e uno in sostanza se ne potrebbe infischiare, se poi dall'attività legislativa di quella stessa "casta" non derivasse alcun effetto per la vita concreta degli individui. Poiché, però, le cose non stanno, ed è presumibile che per un bel pezzo continueranno a non stare così, come pure è presumibile che la democrazia rappresentativa continuerà per un bel pezzo a "servire", secondo me è invece ora di ricominciare SERIAMENTE a porsi il problema di come rientrare in parlamento per CAMBIARE la direzione della Politica di cui si diceva sopra. Tornare a fare Politica ANCHE dentro le istituzioni, per cambiarle.

    Altrimenti, la profezia della "crisi della democrazia rappresentativa" continuerà inesorabilmente ad autoavverarsi, e tuttavia non è che con questo si starà meglio... ;) 05-11-2009 15:23 - Alan Ross
  • Paolo Cacciari coglie bene il punto.
    C’è una sinistra fatta di persone, di associazionismo, mondo del lavoro, comitati di resistenza contro gli scempi ambientali, c’è la sinistra che autogestisce molte realtà locali, che lavora per l’integrazione, contro ogni discriminazione, la sinistra delle reti. E' la sinistra che parla da sinistra ma spesso non si rende più conto di esserlo o non sa più definirsi. La maggioranza della sinistra ormai sta in questo macro insieme. Dove gli appuntamenti elettorali vengono vissuti come un ritorno alla realtà truccata, a una non rappresentazione della realtà. E' una rappresentazione filmica, mediata, che crea divisioni che spesso nelle pratiche quotidiane degli uomini e delle donne di sinistra non ci sono.Un pezzetto di questa costellazione che non si rassegna all'esistente si ritroverà a Firenze il 21 e 22 Novembre per lavorare insieme, partendo proprio dalle forme della politica e dall'esigenza di un profondo rinnovamento di queste, per ridare fiato e speranza al cambiamento per poter tornare a condurre le proprie vite non solo a viverle.
    Jacopo Landi 04-11-2009 11:29 - Jacopo Landi
  • Tutti i delitti, tutte le pene, tutte le privazioni inaudite che questo regime basato sulla proprietà privata porta con se devono solo pesare sul popolo lavoratore? La classe ricca, la classe padronale deve poter affamare sempre la classe operaia e contadina, perchè i suoi profitti siano salvi, perchè la sua proprietà non subisca mutilazioni, limiti, menomazioni di qualunque sorta?
    Tutto questo è spietato, ma nessun grido di dolore, di umanità potrà impedirlo. La legge della proprietà è più fforte d'ogni stentato sentimento di filantropia.
    Cosa è cambiato, rispetto a questa analisi di Gramsci (24/08/1921)? Perchè la sinistra continua a perdere di vista i suoi valori fondanti, mentre la borghesia impone e rafforma la propria ideologia?
    Su questo bisognerebbe riflettere. 03-11-2009 18:36 - Vincenzo
  • Ho avuto il piacere di conoscere Paolo durante un recente laboratorio sulla Decrescita, organizzato in Basilicata dal Movimento Potenzattiva, di cui faccio parte. Da quell'incontro è nata la nostra adesione a questo nuovo "sciame" (preferibile al termine "rete")di movimenti, associazioni e cittadini, che stanno cercando, faticosamente ma con entusiasmo, di costruire una nuova società, fondata sulla "democrazia", la partecipazione, i diritti, la tutela della vita (in tutte le sue forme); una società che non abbia come unico fine la crescita economica, il PIl, il profitto, la competizione, l'aggressione verso l'altro (uomo, natura o idea diversa). Come scrive Fritjof Capra, siamo in unacrisi di civiltà e di valori: il cambiamento verso un mondo altro verrà dal basso, da quei dissonanti che vedono e pensano al di fuori del pensiero unico dell'immaginario folle della crescita materiale infinita, della distruzione dei beni comuni e della vita sulla terra. 03-11-2009 16:43 - Paolo Baffari
  • ciao, tutte le informazioni sulla prposta e l'appuntamento di Firenze le potete trovare su:
    http://www.forumsinistra.it/web/ 03-11-2009 14:26 - massimo torelli
  • In italia c'e' bisogno di ideologia. Non si puo' formare un partito senza di essa e nemmeno un movimento o almeno un movimento che cammini autonomamente e non solo quando messo in moto da eventi contingenti. La gente deve e vuole sapere dove andare, quale e' l'obiettivo altrimenti si muove solo per fatti contingenti. Non dobbiamo mai dimenticare che ilpotere capitalistico e quindi le destre si basano suideologie ben precise sia qui da noi che altrove.
    Mi si dovrebbe spiegare che vuol dire sinistra se non si ha una strategia e una ideologia. Quali obiettivi si pone etc. Siamo alla santissima trinita' ad un atto di fede. Una e trina e piu' non domandare. Ed e'allora che i partiti o i movimenti diventano come la carta moschicida, attraendo la feccia e i carrieristiovunque provengano. Il PD ne e' un esempio eclatante, pieno come' di carrieristi corrotti e voltagabbna.
    Senza una ideologia un partito od una organzazione muoiono di consunzione perche' quando mancano gli eventi che mettono in moto la rabbia popolare il movimento si assopisce o addirittura muore. In USA sono stati abilssimi, nello studiare e adottare le strategie dettate dalla scienza della pubblicita' per ammansire la gente neuntranizzandone ogni spinta ribellistica. Quando necessario con la forza estrema. Vedi per esempio le tattiche usate contro le Black Panters e gli assassinii nel sonno dei leaders a Chicago o gli assassinii di Luter King e altri. IniTalia ci stiamo arrivando.
    Si devono studiare gli USA non per imitarli scioccamente ma per capire i motivi che ne hanno fatto una nazione cosi' unica. nel ben (poco) e male (tanto). 03-11-2009 14:17 - murmillus
  • Compagni bisogna capire,cosa succede in Italia,ormai la destra,fa cose di sinistra.La sinistra,ha esaurito,la sua funzione politica,non è questione di uomini.Il problema,sono i programmi e le prospettive.Con le vecchie ideologie,staremo all'opposizione per sempre,svegliamoci 03-11-2009 14:15 - vncenzo
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