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Marco Bascetta
La conoscenza non è mercato
La questione dell'Università, del suo futuro e del suo significato, fuori dalla retorica della conservazione travestita da riformismo, può ridursi a una semplice domanda: chi deve dettare gli indirizzi, le linee di sviluppo, gli scopi, gli obiettivi? Chi deve invece adattarvisi? È il mercato del lavoro, ovverosia la domanda asfittica di un sistema di imprese intento a salvaguardare i propri profitti nelle forme più banali e meno impegnative possibili, oppure il luogo di produzione e trasmissione di un sapere non piegato ad accompagnare la piatta riproduzione dell'esistente con modeste trovate di razionalizzazione?
Il compito dell'Università non è quello di adeguarsi al mercato del lavoro, come decenni di riformismo fallimentare (in larga parte di sinistra) hanno vanamente preteso che facesse, ma di scardinarlo. Non di fornire conoscenze precarie a un ciclo produttivo dominato dalla miope contingenza degli interessi aziendali, ma di rompere, per usare la più classica delle formule, la gabbia dei rapporti di produzione a favore dello sviluppo delle forze produttive.
Se non vi è eccedenza, se la ricerca e la didattica ( che non sempre e sempre meno si lasciano nettamente distinguere) non si spingono oltre l'utilità dell'oggi, non rifiutano il «merito» dell'adattamento, non aprono, per così dire, dei «possibili» che solo in parte sono destinati a realizzarsi, allora davvero la nostra Università non meriterebbe né risorse, né attenzione, né pietà.
Quando si dice «valore della conoscenza in sé» non si intende chissà quale squisito ideale umanistico, ma la necessità concreta e materiale di questa funzione. Questo dovrebbe essere il metro di una valutazione (scientifica, politica e sociale ad un tempo) al vaglio della quale cadrebbero prima di tutto quella miriade di master, specializzazioni, effimere figure professionali, lauree brevi, titoli (di studio) spazzatura che si sono voluti far passare per la via maestra all'efficienza e all'«eccellenza», con la complicità di un baronato accademico che non ha mancato, insieme all'industria fiorente e truffaldina della formazione privata, di trovarvi il proprio tornaconto. Sebbene i sinistri «riformisti» che pontificano dalle colonne del Corriere della sera non se ne accorgano o fingano di non accorgersene, l'economia (meglio, la diseconomia) della conoscenza risponde a una logica del tutto diversa da quella delle merci. Se si sono ripetutamente date nella storia, e continuano a darsi, crisi da sovrapproduzione di merci, una crisi da sovrapproduzione di sapere (tolto l'episodio di Eva e della mela) suona come un puro e semplice controsenso.
Lo sa bene l'industria culturale, e non solo, che da questa sovrapproduzione trae profitto, tanto sul versante del consumo (a un certo contenuto culturale dei prodotti deve corrispondere un livello analogo dei consumatori) che su quello della produzione, ripagandola con il precariato, la disoccupazione intellettuale di massa e l'indecente invito all'umiltà, rivolto ai giovani dal ministro Sacconi.
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Evidentemente c'è in giro gente che ha più a cuore quest' opera di apologetica dell' ordine costituito, che la comprensione della realtà e dei misteri della natura. Che tristezza. 19-11-2009 16:37 - Daniela Trastulli
Quest'articolo poteva essere scritto 10, 20, 30 anni fa, sarebbe andato bene lo stesso. Non c'é notizia, chi può non essere d'accordo? Il vero problema è che non cerca risposte, spara nel mucchio, senza rendersi conto che ci troviamo in uno dei periodi più difficili degli ultimi anni e che i giovani stanno perdendo sempre più i diritti conquistati dai lavoratori dal boom economico in poi. Altro che mercificazione del sapere.. provocatoriamente direi: "magari ci fosse"! Un giovane laureando 13-11-2009 15:18 - Dani
Rompere i rapporti di produzione per liberare le forze produttive è un passo obbligato del pensiero e della pratica comunista.Cosa credete di stare a leggere La Repubblica?Forse l'interrogativo sul "da dove uscite" va rigirato a voi! e se questo non coinvolge anche l'università,di che parliamo?
Vi manca qualche rudimento mi sa.
Quanto all'enormità del compito,beh allora è un'altra storia. 08-11-2009 15:53 - Stefano
Specie se la traduzione logica di equazione differenziale diventa uguaglianza tra insiemi i cui elementi sono correlati nel variare entro limiti quantificabili.
Aspetto ancora il momento in cui un lavoratore manuale possa essere ossequiato dalla classe di intellettuali, la cui superbia di classe fa dimenticare che sono le mani a produrre il necessario alla sussistenza del loro privilegio.
Certo, a ciascuno il suo mestiere, ma la consapevolezza del proletariato vi fa paura al punto da usurparne l'evidenza.
Non nego che fa paura anche a me. 08-11-2009 15:48 - t.o.
I una università pubblica nessuno mette in dubbio che tutti i risultati ( scoperte, nuove tecnologie, informazioni...) debbano essere pubblicati, cioè messi a disposizione della società. Sta a questa il compito (e dovrebbe eserne in grado) di utilizzare questi strumenti per migliorare il bene di tutti.
La partecipazione massiccia di 'privati' sia come fonte di finanziamenti che negli organi decisionali limita sempre più la capacità di verificare (a causa della segretezza) ed utilizare (a causa dei brevetti/concessioni) il lavoro di coloro che restano , almeno parzialmente, suoi dipendenti (dipendenti pubblici).
Come per gli atlri aspetti approfonditi nell'articolo di Dal Lago, qursta degenerazione è in atto da anni, accompagnata degnamente da tuti i governi, di destra e di sinistra. 08-11-2009 14:31 - Monica Zoppè
Esiste poi un aspetto deteriore della faccenda, tipico delle vicende italiane. Gli spin-off sono in qualche caso usati come un parco buoi, dove parcheggiare i giovani ricercatori precari nell'attesa che si apra qualche porta verso l'agognata carriera accademica. 08-11-2009 13:23 - peppe
Troppo spesso la sinistra riformista-migliorista si è prestata ad essere strumento di adattamento passivo alla "legge del mercato" , sia esso della cultura o del lavoro.
Non credo che voterò mai il PD, ma vedo come segnale positivo ciò che Bersani ha affermato mettendo al primo posto il lavoro. Era ora! 08-11-2009 11:39 - Piero
Giorgio 08-11-2009 10:45 - Giorgio
La scuola borghese è una palestra mentale, dove i cervelli del popolo, devono uniformarsi al sistema di produzione vigente.
I nostri ragazzi li mandiamo a scuola per farli diventare dei soldati nella macchina da guerra economica di uno stato.
Il nostro stato è borghese e il sistema di produzione è capitalista,quindi i nostri figli diventano dei bravi soldatini dell'esercito capitalista.
Un soldato,se si aruola,viene vestito, educato alla guerra dallo stato.
Un civile invece deve pagare per fare lo stesso mestiere.
Libro e moschetto, imbecille perfetto!
Credevo che i giovani, fossero stati meglio di noi anziani,invece....
Stiamo al punto di partenza.
Svegliatevi compagni!
Fatevi pagare per andare alla scuola dei borghesi!
Studiate tra di voi.
Autogestitevi. 07-11-2009 19:00 - maurizio mariani