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COMMENTO
07/11/2009
  •   |   Marco Bascetta
    La conoscenza non è mercato

    La questione dell'Università, del suo futuro e del suo significato, fuori dalla retorica della conservazione travestita da riformismo, può ridursi a una semplice domanda: chi deve dettare gli indirizzi, le linee di sviluppo, gli scopi, gli obiettivi? Chi deve invece adattarvisi? È il mercato del lavoro, ovverosia la domanda asfittica di un sistema di imprese intento a salvaguardare i propri profitti nelle forme più banali e meno impegnative possibili, oppure il luogo di produzione e trasmissione di un sapere non piegato ad accompagnare la piatta riproduzione dell'esistente con modeste trovate di razionalizzazione? 
    Il compito dell'Università non è quello di adeguarsi al mercato del lavoro, come decenni di riformismo fallimentare (in larga parte di sinistra) hanno vanamente preteso che facesse, ma di scardinarlo. Non di fornire conoscenze precarie a un ciclo produttivo dominato dalla miope contingenza degli interessi aziendali, ma di rompere, per usare la più classica delle formule, la gabbia dei rapporti di produzione a favore dello sviluppo delle forze produttive. 
    Se non vi è eccedenza, se la ricerca e la didattica ( che non sempre e sempre meno si lasciano nettamente distinguere) non si spingono oltre l'utilità dell'oggi, non rifiutano il «merito» dell'adattamento, non aprono, per così dire, dei «possibili» che solo in parte sono destinati a realizzarsi, allora davvero la nostra Università non meriterebbe né risorse, né attenzione, né pietà. 
    Quando si dice «valore della conoscenza in sé» non si intende chissà quale squisito ideale umanistico, ma la necessità concreta e materiale di questa funzione. Questo dovrebbe essere il metro di una valutazione (scientifica, politica e sociale ad un tempo) al vaglio della quale cadrebbero prima di tutto quella miriade di master, specializzazioni, effimere figure professionali, lauree brevi, titoli (di studio) spazzatura che si sono voluti far passare per la via maestra all'efficienza e all'«eccellenza», con la complicità di un baronato accademico che non ha mancato, insieme all'industria fiorente e truffaldina della formazione privata, di trovarvi il proprio tornaconto. Sebbene i sinistri «riformisti» che pontificano dalle colonne del Corriere della sera non se ne accorgano o fingano di non accorgersene, l'economia (meglio, la diseconomia) della conoscenza risponde a una logica del tutto diversa da quella delle merci. Se si sono ripetutamente date nella storia, e continuano a darsi, crisi da sovrapproduzione di merci, una crisi da sovrapproduzione di sapere (tolto l'episodio di Eva e della mela) suona come un puro e semplice controsenso.
    Lo sa bene l'industria culturale, e non solo, che da questa sovrapproduzione trae profitto, tanto sul versante del consumo (a un certo contenuto culturale dei prodotti deve corrispondere un livello analogo dei consumatori) che su quello della produzione, ripagandola con il precariato, la disoccupazione intellettuale di massa e l'indecente invito all'umiltà, rivolto ai giovani dal ministro Sacconi.


I COMMENTI:
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  • concordo pienamente con l' intervento di Stefano.
    Evidentemente c'è in giro gente che ha più a cuore quest' opera di apologetica dell' ordine costituito, che la comprensione della realtà e dei misteri della natura. Che tristezza. 19-11-2009 16:37 - Daniela Trastulli
  • Volendo fare un'analisi obiettiva, il vero problema è che in Italia vi è una lontanaza difficilmente riscontrabile nel resto d'Europa tra l'università e il mondo del lavoro. Questo si ripercuote, ad esempio, anche sul concetto di meritocrazia: sia il laureato bravo che il laureato meno bravo non hanno nessun tipo di competenza "spendibile" nel mondo del lavoro. Ossia, non sono in grado di fare nulla. Partendo dal presupposto che in Italia circa l'80% dell'occupazioe (dato reale) avviene attraverso i cosiddetti canali informali (raccomandazioni, conoscenze..), tende a trovare lavoro chi è raccomandato e non chi se lo merita. Se non ci fosse tutta questa distanza tra i due mondi, magari il datore di lavoro preferirebbe assumere qualcuno veramente preparato già in grado di essere utile rispetto a un raccomandato.Se invece entrambi devono essere formati completamente, tenderà a scegliere il fglio di un amico, o il cugino di qualche parente alla lontana.
    Quest'articolo poteva essere scritto 10, 20, 30 anni fa, sarebbe andato bene lo stesso. Non c'é notizia, chi può non essere d'accordo? Il vero problema è che non cerca risposte, spara nel mucchio, senza rendersi conto che ci troviamo in uno dei periodi più difficili degli ultimi anni e che i giovani stanno perdendo sempre più i diritti conquistati dai lavoratori dal boom economico in poi. Altro che mercificazione del sapere.. provocatoriamente direi: "magari ci fosse"! Un giovane laureando 13-11-2009 15:18 - Dani
  • Non capisco le critiche all'articolo che per quanto mi riguarda coglie esattamente il nucleo della questione.
    Rompere i rapporti di produzione per liberare le forze produttive è un passo obbligato del pensiero e della pratica comunista.Cosa credete di stare a leggere La Repubblica?Forse l'interrogativo sul "da dove uscite" va rigirato a voi! e se questo non coinvolge anche l'università,di che parliamo?
    Vi manca qualche rudimento mi sa.
    Quanto all'enormità del compito,beh allora è un'altra storia. 08-11-2009 15:53 - Stefano
  • Difficile autoformarsi nella comprensione del linguaggio matematico,ma non impossibile.
    Specie se la traduzione logica di equazione differenziale diventa uguaglianza tra insiemi i cui elementi sono correlati nel variare entro limiti quantificabili.
    Aspetto ancora il momento in cui un lavoratore manuale possa essere ossequiato dalla classe di intellettuali, la cui superbia di classe fa dimenticare che sono le mani a produrre il necessario alla sussistenza del loro privilegio.
    Certo, a ciascuno il suo mestiere, ma la consapevolezza del proletariato vi fa paura al punto da usurparne l'evidenza.
    Non nego che fa paura anche a me. 08-11-2009 15:48 - t.o.
  • Non so se l'articolo di Bascetta tenti di inserirsi nel discorso di A. Dal Lago di ieri, ma credo che nel suo complesso abbia sbagliato mira: il fatto che la ricerca accademica sia pubblica impone, tra le altre cose, la natura pubblica dei 'prodotti' (come vengono ora chiamati, non senza motivo) della ricerca.
    I una università pubblica nessuno mette in dubbio che tutti i risultati ( scoperte, nuove tecnologie, informazioni...) debbano essere pubblicati, cioè messi a disposizione della società. Sta a questa il compito (e dovrebbe eserne in grado) di utilizzare questi strumenti per migliorare il bene di tutti.
    La partecipazione massiccia di 'privati' sia come fonte di finanziamenti che negli organi decisionali limita sempre più la capacità di verificare (a causa della segretezza) ed utilizare (a causa dei brevetti/concessioni) il lavoro di coloro che restano , almeno parzialmente, suoi dipendenti (dipendenti pubblici).
    Come per gli atlri aspetti approfonditi nell'articolo di Dal Lago, qursta degenerazione è in atto da anni, accompagnata degnamente da tuti i governi, di destra e di sinistra. 08-11-2009 14:31 - Monica Zoppè
  • Gabriele ha centrato il bersaglio. Viene infatti da chiedersi chi sia il referente dello scritto di Bascetta. Che siano gli studenti fuoricorso di lauree inutili? Quelli che insomma vogliono "autoformarsi", "studiare con lentezza" e pretendono che i corsi di studio forniscano loro (paradosso dei paradossi) il "pensiero critico"? Per quel che ne so, è molto difficile autoformarsi allo studio delle equazioni differenziali, mentre chi vuole studiare con lentezza in genere è perché può permetterselo. Insomma, se il referente di questa "sinistra" sono i soliti strafattoni onnipresenti in ogni parchetto di ogni università, stiamo freschi. 08-11-2009 13:37 - rambo
  • Sottoscrivo e c'è poco da commentare. Potremmo però anche parlare dei signori impegnati nel rendere gli atenei più attivi nello sfruttamento commerciale della ricerca (curioso che la ricerca universitaria, finanziata con fondi pubblici, diventi proprietà intellettuale dei ricercatori e degli istituti accademici, quando dovrebbe essere patrimonio di tutti), nella fornitura di consulenze alle imprese e nella promozione di aziende spin-off in cui è la stessa Università è azionista. L'Università costruisce, conserva e trasmette la conoscenza attraverso due canali, quello educativo e quello della ricerca che è eccellente se rimane legata all'insegnamento. La ricerca finalizzata al profitto è al di la degli obiettivi naturali dell'Istituzione universitaria e poi, quali e quanti brevetti hanno generato un fatturato consistente ?
    Esiste poi un aspetto deteriore della faccenda, tipico delle vicende italiane. Gli spin-off sono in qualche caso usati come un parco buoi, dove parcheggiare i giovani ricercatori precari nell'attesa che si apra qualche porta verso l'agognata carriera accademica. 08-11-2009 13:23 - peppe
  • Sono perfettamente d'accordo con l'articolo e sottolineo il commento di Bartlo (La Gelimini figlia della riforma Berlinguer). Aggiungo che un discorso del tutto analogo vale per la introduzione della legislazione sul lavoro precario: la Legge 30 (cosidetta Biagi) è figlia di quanto introdotto con la riforma Treu, purtroppo!
    Troppo spesso la sinistra riformista-migliorista si è prestata ad essere strumento di adattamento passivo alla "legge del mercato" , sia esso della cultura o del lavoro.
    Non credo che voterò mai il PD, ma vedo come segnale positivo ciò che Bersani ha affermato mettendo al primo posto il lavoro. Era ora! 08-11-2009 11:39 - Piero
  • Voglio ringraziare Marco Bascetta per la chiarezza del suo articolo. Sono invece letteralmente scandalizzato dall'articolo di Luigi Zingales su L'espresso di questa settimana dal titolo Meno potere ai professori che esprime un punto di vista esattamente opposto. L'università al servizio del mercato. Ha anche il coraggio di affermare che la riforma Gelmini intacca il potere delle lobby dei professori...
    Giorgio 08-11-2009 10:45 - Giorgio
  • Fortuna che non sono mai stato a scuola.
    La scuola borghese è una palestra mentale, dove i cervelli del popolo, devono uniformarsi al sistema di produzione vigente.
    I nostri ragazzi li mandiamo a scuola per farli diventare dei soldati nella macchina da guerra economica di uno stato.
    Il nostro stato è borghese e il sistema di produzione è capitalista,quindi i nostri figli diventano dei bravi soldatini dell'esercito capitalista.
    Un soldato,se si aruola,viene vestito, educato alla guerra dallo stato.
    Un civile invece deve pagare per fare lo stesso mestiere.
    Libro e moschetto, imbecille perfetto!
    Credevo che i giovani, fossero stati meglio di noi anziani,invece....
    Stiamo al punto di partenza.
    Svegliatevi compagni!
    Fatevi pagare per andare alla scuola dei borghesi!
    Studiate tra di voi.
    Autogestitevi. 07-11-2009 19:00 - maurizio mariani
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