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Michele Prospero
Democratici al lavoro
Dove va il Pd? È stato chiaro Bersani nel ridefinire alcuni momenti della cultura politica di un partito che ha, quale suo atto genetico insuperabile, una carenza profonda di identità. Sul nodo gordiano dell'identità è impossibile, per chiunque si trovi alla guida di un partito coalizionale plurale, spingersi oltre. Una identità comune non potrà mai esserci e questo nella sostanza fa del Pd un non-partito, una sorta di confederazione con sovranità limitata a proposito dei confini ideologici (ma anche della lettura della storia d'Italia).
Questa carenza strutturale di identità rispetto ai grandi partiti del Novecento impedisce di rimuovere le ambiguità che per il Pd sono per l'appunto costitutive e, nel medio periodo, non rinegoziabili. Non potendo dirimere i nodi incerti dell'appartenenza (e parlare con voce univoca sul tema della laicità e dei diritti civili), il nuovo segretario ha puntato a invertire la rotta almeno sul piano della cultura politica e istituzionale. E qui, con vari spunti critici, ha estratto dal corpo malato del suo partito il virus letale del nuovismo veltroniano, inteso come una informe cultura che ha condotto il leggero Pd sull'orlo del precipizio etico-politico con striscianti «fenomeni di anarchismo e di feudalizzazione».
Nella denuncia di questa congenita deriva del partito elettorale mediatico, Bersani è stato esplicito: è deleterio ogni partito di un leader e occorre, dice con parole antiche, un gruppo dirigente con militanti, circoli, strutture. Le insostenibili scempiaggini sulla contendibilità della leadership, sul popolo delle primarie, sulla liquidità hanno portato il sistema democratico alla deriva. Occorre una inversione di rotta. Su questo crinale scivoloso, Bersani ha cercato di ricollocare la cultura politica del Pd entro il solco del costituzionalismo che «parla di partiti e non parla di popoli». Ha per questo respinto l'idea malsana secondo cui la partecipazione coincide con l'eleggere un capo e ha rivendicato il ruolo di un partito di massa come antidoto alla «deformazione leaderistica e plebiscitaria».
È un bene che, dopo le catastrofiche fascinazioni per la democrazia immediata, anche il Pd abbia rilanciato il sistema parlamentare, insieme ad una nuova legge elettorale per la ricucitura di una coalizione ampia. Il neoparlamentarismo è apparso come la risposta (da sola certo non sufficiente) alla crisi valoriale della democrazia. Anche Bersani ha riconosciuto la avanzata putrefazione della politica quando ha individuato «un muro molto pericoloso tra realtà sociale e realtà istituzionale» e ha avvertito che «senza dialettica politica e parlamentare non c'è dialettica sociale».
E qui, la descrizione della repentina caduta di ogni nesso tra politica e bisogni della società, avrebbe dovuto (ma il Pd è poi attrezzato a questa riscoperta dell'autonomia politica del lavoro?) indicare come aggirare lo scoglio della totale solitudine del lavoro.
Quando il neo segretario ha affermato che proprio il lavoro è «il problema numero uno», e che quindi una agenda di governo deve prospettare un orientamento del fisco «dal lavoro alla rendita», si è reso conto dei guasti provocati delle illusioni modernizzatrici sorte per la conquista di fantomatici nuovi centri. Resta dinanzi al Pd (ma non solo al Pd) la carenza abissale di rappresentanza sociale e politica sperimentata nel loro vissuto dai soggetti che lavorano.
Appannato sul piano dell'identità ideale, un po' di colore rosso torna, in una qualche modica misura, quando il Pd si autodefinisce come il partito del lavoro. Basterà per curare l'anemia di un partito incolore?
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Puo' rappresentare al massimo una socialdemocrazia saragattiana. Il miscuglio inscindibile tra laici a bigotti crea di fatto l'impossibilita' di formulare ipotesi per un compiuto stato laico e la mancanza di una piattaforma di sinistra rende impossibile una reale alternativa.
Cio' non toglie che alleanze con il PD siano non solo possibili ma auspicabili (ora che si intravede un barlume nella federazione) ma sempre, e sottolineo sempre, nella piena indipendenza ideologica. Chi scivola al centro rotola fino a rompersi il collo. Mi pare che cio' sia stato ampiamente dimostrato.
Il fatto che Veltroni stia stato sconfitto, il belloccio se ne sia andato e Prodi stia insegnando, si fa per dire, in una Universita' americana sono dei segni positivi
Una ultima domanda: perche' Prodi, che non ha mai avuto il tempo di insegnare nella universita' italiana che sicuramente gli ha dato una ottima pensione, cumulabile con le varie pensioni ammassate come presidente iri, ministro, presidente del consiglio, etc ora insegna, faccio sempre per dire, alla Brown university? Misteri delle caste privilegiate. 08-11-2009 21:17 - murmillus
La ricerca del voto di chi non glielo darà mai. Non voterà mai a sinistra la chiesa, non voteranno mai a sinistra gli evasori, non voteranno mai a sinistra i benpensanti conservatori. Valeva proprio la pena di perdere la propria identità? E' vero,gli operai sono ormai una sparuta minoranza, i contadini una specie in via di estinzione, ma allora quali sono le nuove classi sociali? Dove potrebbe un partito di sinistra ritrovare la propria identità? Non basta avere il consenso degli intellettuali, non basta certo per sperare di creare un'alternativa. E allora perché non cercare il consenso della classe sociale più ingannata e sfuttata, quella che più vive il malessere dell'attuale situazione economica? E' una classe trasversale, ma la più numerosa e pesante quando si va a votare. Parlo della classe del reddito fisso, dei dipendenti e dei pensionati. Dipendenti a tempo iindeterminato e precari, che ritroverebbero una ragione per unirsi qualora contrapposti alla classe degli autonomi, di coloro che hanno troppe possibilità di evadere le tasse e che troppo speso ne approfittano, togliendo risorse non solo al welfare, ma anche allo sviluppo economico, giacché i soldi evasi vengono spesso inguattati, anche nei paradisi fiscali. La differenza tra l'Italia e gli altri paesi europei sta prorpio nella mancanza di quei soldi. Non prossiamo permetterci di ridurre le tasse, di fare opere pubbliche, di aiutare le classi disagiate, di far rispettare la legge, di garantire un'istruzione qualificata. Ah! E che fine ha fatto il quoziente famigliare?
La lotta all'evasione fiscale è la vera frontiera, l'unica rivoluzione che possiamo realisticamente permetterci. Proviamo ad unire la gente su questo, almeno. 08-11-2009 19:28 - Marcello Panicali
sono due anni che la sinistra italiana non fa che contarsi.
Si parla di unità,ma si continua contarsi come gruppi politici.
il cedo politico della sinitra,dimentica da anni, quelli che invece non votano.
Nel nostro paese il popolo di sinistra ha perso la voglia di confrontarsi a una elezione,per colpa di un cedo politico che continua a non sentire, l'enorme confusione che fa il "silenzio".
Non parlare e non partecipare per milioni di intellettuali,lavoratori,donne studenti è come un urlo di sofferenza estrema.
Ma non capite, che siamo gente vostra?
Vi abbiamo lasciati a parlare al vento e invece di prendere provvedimenti,vi ricontate in continuazione,al ribbasso.
Eravamo una grande macchina da guerra e stavamo cambiando il mondo, se un pugno di generali senza esercito, non si mettessero a liticare per le medaglie.
Tanto un piccolo generale,con i capelli di gomma e con tacchi,conquista tutto il paese.
Un generale di cartone.
E' brutto morire suicidi! 08-11-2009 18:17 - maurizio mariani