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Andrea Rossini*
1989, l'attesa che non finisce
Il processo di transizione dei Balcani è come una cena. Quella del "Fascino discreto della borghesia". Gli invitati cercano di sedersi a tavola, ma non ci riescono. L'azione non arriva mai a compimento, l'evento viene sempre procrastinato. L'azione diventa l'attesa.
Questa attesa dura ormai da vent'anni, il tempo che ci separa dal crollo del Muro di Berlino. La fine della divisione del mondo in blocchi ha significato anche la fine della Jugoslavia, e l'utopia che ha accompagnato lo Stato nato e morto nel '900 avrebbe dovuto essere rapidamente sostituita dalle magnifiche sorti e progressive del processo di integrazione europeo. Tranne che per la piccola Slovenia, però, il sogno non si è realizzato. E nel percorso sono cambiati gli attori, il tavolo, le pietanze. Tanto che è lecito chiedersi: transizione verso dove?
L'azione di questa attesa sono stati dieci anni di guerre. Combattute non solo da serbi, albanesi, croati e musulmani, ma anche da americani, da altri europei, caschi blu, Nato e mercenari. La rappresentazione di queste guerre nella nostra pubblicistica è stata talmente viziata dal pregiudizio (le tribù balcaniche che si scannano per i loro odi atavici) da farci perdere di vista, anche dopo anni, la domanda fondamentale per capire il presente. Chi ha vinto?
Per capire in che modo siano cambiati i Balcani e l'Europa, per orientarsi nel labirinto della transizione, è da qui che bisogna partire. Chi vince una guerra infatti – una guerra così lunga e disastrosa - proietta la propria aura su tutto il dopoguerra, plasma il dibattito pubblico, si replica antropologicamente ben oltre i confini entro i quali si è combattuto.
In questi giorni si è aperto all'Aja il processo a Radovan Karadžic. Nonostante il rito giudiziario che invoca la catarsi, è lui il vincitore. Lui e quelli come lui. La Bosnia Erzegovina di oggi assomiglia terribilmente all'idea che ne aveva il leader serbo bosniaco che, all'inizio della guerra, minacciava il popolo musulmano di starsi avviando “verso l'estinzione”. E il problema ovviamente non è solo bosniaco. Il Kosovo è (quasi) del tutto monoetnico, i serbi di Croazia non sembrano ansiosi di voler tornare nelle proprie case (e sono passati 14 anni dall'operazione Oluja) e così via.
Hanno vinto loro. Ha vinto la pulizia etnica, il razzismo, il fascismo. La violenza dell'attacco portato contro le donne e contro disertori e oppositori all'interno di ogni schieramento, la sconfitta delle Nazioni Unite (Srebrenica), hanno prodotto conseguenze incalcolabili. Non sono cambiati solo i Balcani. E' cambiata l'Europa.
Il progetto europeo si è sempre nutrito di due componenti. Da un lato l'Europa politica, l'Europa “libera e unita” di cui scrivevano Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi a Ventotene, prefigurando una vera e propria unione federale a livello continentale. Dall'altro l'Europa economica, una grande area di libero scambio cui aderiscano tante piccole e grandi patrie, ognuna delle quali libera di conservare gelosamente le proprie prerogative nazionali.
All'indomani del crollo del Muro, molti si auguravano che la speranza della riunificazione del continente e la liberazione dall'incubo della Guerra Fredda potesse significare la ripresa del progetto di costruzione di un'Europa politica, superando le incertezze della prima fase del percorso europeo. Non è avvenuto. Anzi, a distanza di venti anni possiamo sostenere che è avvenuto il contrario.
Il violento processo di frammentazione statuale nel Sud Est è infatti progredito parallelamente al declino del progetto di Europa politica, secondo una ambivalente relazione di causa-effetto. Da un lato la vittoria dei nazionalisti è riverberata ben oltre lo spazio balcanico, dall'altro il messaggio inviato alle élite politiche della regione da un'Europa di Stati-nazione era chiaro: per entrare nell'Unione meglio dividersi.
Il lungo processo di frammentazione dell'area ex jugoslava, iniziato nel 1991, potrebbe non essersi ancora concluso. Le direttive della politica europea, però, non sono mutate.
La posizione assunta dall'Unione a fronte delle crisi esplose nello spazio europeo è stata infatti sempre coerente. Ha seguito il mutato clima politico, evolvendo da una iniziale afasia – che ha contraddistinto tutta la prima fase della crisi in ex Jugoslavia – ad una politica di riconoscimenti in ordine sparso delle nuove Repubbliche, fino alle più recenti politiche di allargamento rivolte ai Paesi della regione.
Gli strumenti principali sin qui utilizzati da Bruxelles nell'area ex jugoslava, gli Accordi di Associazione e Stabilizzazione come primo gradino verso la candidatura e infine l'adesione, rivelano infatti un approccio tutto basato sui negoziati con i singoli Stati che continua a prescindere dalla dimensione regionale. A fronte di processi transnazionali che mostrano una forza sempre maggiore, in particolare sul terreno dell'illegalità e della costruzione di reti criminali, l'UE non sembra più in grado di contrapporre un proprio transnazionalismo.
La storia di questi anni sembra mostrare un volto chiaro al presente. Come ha sostenuto la filosofa Rada Ivekovic, con il 1989 l'Europa “ha avuto un'occasione storica per divenire un soggetto più forte, ma questa occasione non è stata colta. Il momento per una soggettività forte europea, a livello internazionale, evidentemente non è ancora giunto”.
La cena continua, ma non è più chiaro chi sia l'ospite.*Osservatorio Balcani e Caucaso
- 28/11/2009 [21 commenti]
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Prima o poi la verita' storica verra' a galla e cioe' che buona parte delle colpe sia stata addossata ingiustamente al popolo serbo. 12-11-2009 23:24 - Marco
Anche se il suo film è una mezza stupidaggine, questo non conta niente. Ma come è possibile che delle persone che dovrebbero essere politicamente preparate, istruite ed intelligenti come i dirigenti dell’Unione degli Istriani si comportino in siffatta assurda maniera ? Mah non so, forse deve avere a che fare con il loro codice genetico. Fatto sta che Massimiliano Lacota, il presidente di quella benemerita Associazione, appena ha sentito parlare di un film intitolato “TRS JE NAŠ” è partito alla carica come un toro infuriato. Ed è subito partita pure una protesta inoltrata addirittura al Ministero degli Esteri nella quale si dichiara che “ i contenuti del film sono contrari allo spirito di pacifica convivenza, apertamente minacciosi ed incitanti all’odio razziale “. Il ministro Frattini grazie alle telefonate allarmate del camerata Roberto Menia ha risposto immediatamente dicendosi indignato ed inoltrando formale protesta presso l’ambasciata slovena e provocando un mezzo indidente diplomatico. Tutto questo per un cortometraggio di 27 minuti che il regista, il 22enne Žiga Virc, aveva subito dichiarato essere una parodia ed una presa in giro dei nostalgici della Jugoslavia di Tito. Per spiegare la proprie la ragioni il regista ha addirittura inviato a Trieste una copia del trailer del suo film poi proiettato nella sede dell’Unione degli Istriani, ma non c’è stato niente da fare. Il filmato è stato visto da una platea affollata di persone prevenute piene di odio nei confronti degli sloveni che non hanno capito assolutamente niente. Anche se il film avesse mostrato Josip Broz Tito in mutande che corre dietro a Jovanka in camera da letto, non sarebbe cambiato nulla. “ Si tratta di un’ ennesima provocazione che ricalca i metodi della propaganda jugoslava dell’immediato dopoguerra che stimolava nelle nuove generazioni il mito della vittoria mutilata di Trieste e Gorizia ingiustamente disgiunte dalla madrepatria ( jugoslava ) “. Ha sentenziato Massimiliano Lacota. E giù applausi. Secondo me tutto questo finirà come la classica tempesta in un bicchiere d’acqua. Ma quale il motivo occulto di simili esagerate reazioni da parte delle associazioni degli esuli istriani ? Mi permetto di avanzare una piccola ipotesi. Dal 2004 esiste la legge 193, quella che ha istituito il cosiddetto “ Giorno del Ricordo “ Grazie ad essa ogni anno vengono versati fior di quattrini nelle casse delle associazioni degli esuli istriani, per quelle che eufemisticamente vengono chiamate “ attività culturali “ e che invece sono in gran maggioranza solo opere di propaganda anti slovena. Tutti sappiamo che a causa della crisi sono stati operati numerosi tagli sui fondi destinati alle attività culturali, sia a livello nazionale che locale. Evidentemente quelli dell’Unione degli Istriani hanno paura di vedere sparire la loro gallina dalle uova d’oro, ed allora fanno di tutto per apparire in pericolo minacciati dai cattivi sloveni che secondo loro sarebbero occupatissimi ad organizzare oscure trame e complotti per la rinascita della defunta Repubblica Federativa Jugoslava. A mio parere tutto questo è assolutamente ridicolo, e potrebbe interessare solo al giovane regista Žiga Virc che a quanto mi dicono è molto amante delle storie paradossali. Ma evidentemente gli esuli istriani sono assolutamente privi di qualsiasi parvenza di senso dell’umorismo. Mi dispiace per loro, ma questo non è un buon motivo perché continuino a rompere la scatole a tutti quanti. 11-11-2009 06:06 - gianni