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COMMENTO
09/11/2009
  •   |   Luciana Castellina
    Sulle celebrazioni del fatidico '89

    Vorrei concedermi – e me ne scuso – una breve nota autobiografica. Mi è necessaria affinché, chi di quei tempi antichi che sono ormai gli anni a cavallo fra i ’60 e i ’70 non può avere memoria (o ha scelto di non averla), non sia spinto a pensare che io sia una incallita ortodossa conservatrice comunista. Perché dico che l’‘89 non è la data di una gioiosa rivoluzione libertaria, ma un passaggio assai più ambiguo e gravido di conseguenze, non tutte meravigliose.

    Insomma: per sgomberare il campo da possibili equivoci voglio ricordare che io, assieme ad altri, dal PCI fui, nel ’69, radiata anche perché ritenevo che il sistema sovietico fosse ormai irriformabile e non più difendibile. Molti di coloro che nei paesi dell’est si battevano per libertà e democrazia sono stati del resto interlocutori diretti (e a lungo esclusivi) della rivista cui demmo vita, Il Manifesto.

    Vent’anni dopo, nell’‘89, era ancora più chiaro che, se il comunismo poteva avere ancora un futuro (come noi pensavamo), non era certo in continuità con l’esperienza sovietica. Una rottura era dunque indispensabile, ma non una qualsiasi. In merito più che mai necessaria appariva una riflessione critica di tutte le forze che a quella storia si erano ispirate se volevano avere ancora un ruolo. Che invece non ci fu.

    Se insisto nel dire – e oggi, ad altri vent’anni di distanza è ancora più evidente – che in quell’autunno dell’‘89, vi fu certo liberazione da regimi diventati oppressivi, ma non una risolutiva liberazione, è perché il crollo del Muro si verificò in un preciso contesto: non per la vittoria di forze animatrici di un positivo cambiamento, ma come riconquista da parte di un occidente che proprio in quegli anni, con Reagan, Thatcher e Kohl, aveva avviato una drammatica svolta reazionaria.

    Quanto seguì non fu infatti certo glorioso. Al dissolversi del vecchio sistema si fece strada, arrogante e pervasivo, il capitalismo più selvaggio e ogni forma di aggregazione nella società civile, espressione di qualche valore collettivo, venne cancellata, lasciando sul terreno solo ripiegamento individuale, egoismi, prepotenza, quando non peggio. Non solo ad est della ormai ex cortina di ferro, del resto, ma anche dal nostro lato. Perché anche qui da noi, la morte del socialismo sovietico è stata vissuta come rinuncia ad ogni ipotesi di cambiamento. Persino un liberal democratico come Bobbio, che certo comunista non era, ebbe – lucidamente – a preoccuparsene.

    Non era scontato che andasse così. La storia non si fa con i se, né può essere accusato il destino “cinico e baro”. Se è andata così non è per caso, ma è per precise responsabilità di cui tutti, chi più chi meno, portiamo il peso. Voglio solo dire che c’erano altri scenari possibili e che a quel risultato si è invece arrivati perché si era nel frattempo consumata una storica sconfitta della sinistra a livello mondiale, e il 1989 è una data che ci ricorda anche questo. Se il Pci avesse operato la rottura che poi operò nel 1981 con il sistema sovietico quando noi lo avevamo chiesto, in quegli anni ’60 in cui i rapporti di forza stavano cambiando a favore delle forze di rinnovamento in tutti i continenti, sarebbe stata ancora possibile una uscita “da sinistra” dall’esperienza sovietica, non la capitolazione al vecchio che invece c’è stata.

    Già all’inizio degli anni ’80 il mondo era cambiato, alla fine del decennio era ulteriormente peggiorato.

    Nel terzo mondo i paesi di nuova indipendenza, che avevano cercato di sottrarsi al neocapitalismo, erano ormai largamente finiti nelle mani di corrotte cosche “compradore”, affossate quasi ovunque le grandi speranze che avevano animato i movimenti di liberazione che li avevano portati all’indipendenza.

    Il solo paese che aveva ostinatamente cercato di seguire un modello diverso da quello imposto dalla burocrazia moscovita, la Jugoslavia, si trovava – morto Tito – alla vigilia di un conflitto interno che l’avrebbe dilaniata. Sotterrata, anche, l’illusione accesa dallo schieramento di Bandung di cui Belgrado era stata animatrice e che per qualche decennio aveva realmente contribuito a limitare l’arroganza delle due grandi potenze.

    Il movimento operaio, in occidente, era costretto a una linea difensiva per impedire che le conquiste dei decenni precedenti fossero rimangiate (e infatti lo furono). Il ’68, appariva ormai addomesticato dalla rivoluzione passiva che i ceti dominanti erano riusciti a effettuare, integrando quanto in quello straordinario movimento c’era di indolore e cancellando ogni suo segno alternativo.

    La leadership socialdemocratica europea – Brandt, Palme, Foot, Kreisky – che aveva coraggiosamente puntato a rimuovere la cortina di ferro col dialogo anziché con la minaccia militare, ovunque ormai scomparsa dalla scena, espulse dall’o.d.g. le proposte di denuclearizzazione almeno della fascia centrale europea.

    In Italia, si collocava un Pci che prima aveva troppo tardato a prendere atto della crisi sovietica, e poi aveva accantonato il tentativo cui Berlinguer, prima della sua morte improvvisa e inaspettata, aveva lavorato: l’idea di non trarre “dall’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre” conclusioni liquidatorie di ogni ipotesi alternativa, ma anzi, l’indicazione di una possibile “terza via”, ipotesi sulla quale aveva del resto intrecciato un fruttuoso scambio anche con settori importanti della socialdemocrazia. Proprio dalla caduta del Muro, il Pci, il più grande partito comunista dell’occidente, ancora forte di quasi due milioni di iscritti e di quasi un terzo dei voti, prendeva spunto per proporre il proprio scioglimento, accingendosi ad una frettolosa abiura. Laddove, proprio in Italia, a differenza di altri paesi, sarebbe stato invece possibile un altro tipo di svolta: perché la rottura con l’Urss si era ormai consumata da tempo e la critica ai sistemi che aveva generato non più patrimonio di piccole minoranze (come per molti versi era stato, vent’anni prima, all’epoca della radiazione del gruppo de Il Manifesto), bensì di una larga maggioranza di iscritti al partito e di elettori. Non c’era voluta la caduta del Muro, insomma, per svelare il fallimento, quanti credevano ancora nel mito erano a quel punto davvero un’esigua minoranza. Non c’era qui, dunque, nessun bisogno di clamorosi pentimenti, e neppure della frettolosa liquidazione del pensiero, dei valori, delle conquiste che costituivano il patrimonio del partito. E così è stato inferto un colpo durissimo alla memoria collettiva, alla soggettività di milioni di donne e di uomini. Avrebbe potuto invece essere l’occasione, finalmente, per una riflessione critica sulla propria storia che così non c’è stata. Non credo sia un caso se anche i posteriori tentativi di dar vita a partiti di sinistra abbiano prodotto formazioni tanto pasticciate, incapaci di fare i conti con la storia. Complessivamente nessuno sforzo serio di riflettere criticamente su cosa era accaduto per trarre forza in vista di un più adeguato tentativo di cambiare il mondo, ma solo qualche ristagno nostalgico e, altrimenti, la resa a un pensiero unico che indicava il capitalismo come solo orizzonte della storia. Per me e molti altri la data dell’‘89 è anche data di questo lutto.

    E’ un discorso che non vale solo per i comunisti, del resto. Per il modo come il Muro è caduto era chiaro che un impatto ci sarebbe stato alla lunga anche sull’altra corrente del movimento operaio, la socialdemocrazia. La cui crisi, sempre più accentuata, è oggi palese testimonianza. Perché è la legittimità stessa di ogni idea di sinistra che è stata messa in discussione. Non solo: anche se i partiti socialdemocratici erano stati sempre molto ostili al blocco sovietico bisogna ben dire che le loro conquiste sociali sono state strappate in Europa anche grazie al fatto che la borghesia era stata costretta a dei compromessi perché c’era una società che, con tutti i suoi difetti, aveva però spazzato via il feudalesimo e la reazione. Senza il vento dell’est quelle conquiste sarebbero state impensabili. È tutta la sinistra, insomma, che da quel tipo di crollo dell’Urss ha sofferto.

    Certo, il Muro avrebbe potuto cadere in modi molto più drammatici: incenerito dai missili che proprio in quegli anni ‘80 erano stati installati in tutta Europa, in attuazione della sconsiderata strategia reaganiana cui, con miopia, aveva risposto la corrispettiva installazione di SS20 da parte di Breznev. Se questo scenario devastante non si inverò fu molto – vorrei ricordarlo – per via del movimento pacifista, la più grande mobilitazione giovanile europea dopo il ‘68, che contenne le spinte belliciste e contribuì a far avanzare un negoziato di disarmo che creò lo spazio in cui Gorbachev – vero artefice della caduta del Muro – poté inizialmente muoversi.

    Non abbastanza, tuttavia, perché il nuovo leader sovietico, che aveva capito che occorreva cambiare e in fretta, e in questo senso si era mosso con imprevedibile coraggio, non trovò interlocutori ad occidente disposti a costruire quella “casa comune europea” che egli aveva in mente e che avrebbe dovuto essere cosa diversa dalla semplice annessione all’UE dei più obbedienti paesi dell’est. Qualche passo in questo senso lo accennò nel gennaio del ‘90 Jaques Delors, allora presidente della Commissione UE, ma nessuno lo seguì. E così l’‘89 segna la data anche di un’altra sconfitta: quella dell’ambizione europea ad assumere un ruolo, che proprio le aperture di Gorbachev consentivano, nel ridisegnare i rapporti internazionali. E così l’equilibrio bipolare non sfociò in un equilibrio multipolare, diventò semplicemente monopolare.

    Se nel nostro pezzo d’Europa ci fosse stata una sinistra più forte e lungimirante, avrebbe potuto cogliere l’occasione dello scioglimento dei due blocchi politico-militari per dare nuova forza al soggetto Europa, così riequilibrando i rapporti di forza nel mondo. E invece la sua debolezza finì solo per avallare una resa incondizionata al blocco atlantico, lasciando tutti alla mercè del dominio incontrastato degli Stati Uniti. La guerra contro l’Iraq, la catastrofe palestinese, e infine l’Afganistan sono lì a provarlo. Quanto alle vecchie “democrazie popolari”, sono tornate allo status vassallo di protettorato a dipendenza del capitalismo occidentale, riservato tra le due guerre all’Europa centrale e balcanica.

    L’esempio forse più illuminante di come malamente hanno proceduto le cose è quello dell’unificazione della Germania, che pure era stata sogno legittimo del popolo tedesco. A 20 anni da quell’evento, una inchiesta pubblicata sul settimanale Spiegel ci dice che il 57% dei cittadini della ex Repubblica Democratica Tedesca hanno nostalgia di quel regime. Che francamente non era davvero bello. Vuol dire dunque che l’integrazione è stata solo conquista, e che l’ovest è arrivato come un rullo compressore, cancellando ogni cosa, anche i diritti sociali che lì erano stati sanciti e oggi vengono rimpianti.

    Se insisto ancor oggi a sottolineare le occasioni mancate dell’‘89, e i guasti che il non averle colte ha provocato, è perché nell’agiografica euforia con cui viene ora celebrato il ventennale della caduta del Muro anche da una bella fetta della stessa sinistra, c’è qualcosa di anche più pericoloso: lo spensierato seppellimento di tutto il XX secolo, come se si fosse trattato solo di un cumulo di orrori, da dimenticare. Senza alcun rispetto storico per quanto di eroico e coraggioso, e non solo di tragico, c’è stato nei grandi tentativi, pur sconfitti, del Novecento. Non solo: una riduzione gretta del concetto di libertà e democrazia, arretrato persino rispetto alla Rivoluzione Francese, che assieme alla parola liberté aveva pur collocato le altre due significative espressioni: egalité e fraternité, ormai considerate puerili e controproducenti obiettivi. Il mercato, infatti, non le può sopportare.

    Io non credo che andremo da nessuna parte se, invece, su quel secolo non torneremo a riflettere, perché si tratta di una storia piena di ombre, ma anche di esperienze straordinarie. Buttare tutto nel cestino significa incenerire anche ogni velleità di cambiamento, di futuro.

    In quelle settimane di precipitosa accelerazione della storia che culminò con la fiumana umana che attraversava festosa la porta di Brandenburgo, a Berlino c’ero anch’io. Certo partecipe di quella gioia, come si è contenti ogni volta che un ostacolo al cambiamento viene abbattuto. Ma la libertà vera, quella per cui in tanti che credono che un “altro mondo” sia possibile si battono, quella non ha trionfato. Per questo l’‘89 non è una festa, è un passaggio contraddittorio e difficile. Un’occasione per riflettere.

    (da www.nuvole.it)

     


I COMMENTI:
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  • La caduta del Muro di Berlino non ha abbattuto il comunisno, bensì il sovietismo staliniano.Sarebbe bastato che Lenin fosse vissuto anche solo qualche anno in più e le teorie marxiste applicate da uomini marxisti-comunisti, si sarebbero irradiate a tal punto che oggi potremmo festeggiare non la caduta di un muro qualsiaisi, ma la
    definitiva caduta del male di tutti i mali, il capitalismo ! 17-11-2009 09:28 - ermanno
  • Quanta animosità verso la memoria storica! Ma come mai? Il comunismo ha fallito? E allora come mai il 57% dei tedesco-orientali vorrebbero ritirare su il muro? E' assurdo, ma dà l'idea. In Romania le cose, da allora, sono nettamente peggiorate. Per loro non c'é molto da festeggiare, anche se ci sono tanti 'pentiti' anche qui che sostengono il contrario. Due torti non fanno una ragione, men che meno se è da una sola parte. Il capitalismo è agli sgoccioli come lo era il comunismo 20 anni fa, è solo questione di anni. E poi scusate, ma anche se in URSS stavano male, non è che vi salta in testa che nel terzo-quarto mondo adesso stanno anche peggio? Ehi, all'epoca c'erano meno affamati di oggi: dove sono finite le magnifiche e progressive sorti del Mondo? I denari risparmiati dalla corsa al riarmo? Ora li usano per cacciare i taleban, e domani che so, gli squatter. E' sempre così, e il popolo bue non lo sa perché non glielo dicono.


    ''Le solite contraddizioni degli intellettuali sinistroidi. 10-11-2009 14:37 - aiace''

    Oh-oh, anche qui il tromboneggiare di Aiace l'é forte. Ma perché non va su l'ALtro, anzi su Gli altri, visto che i comunisti gli fanno tanto schifo e gli intellettuali pure? O parla solo per sentito dire, forte della sua emerita ignoranza? 10-11-2009 19:05 - SM
  • Una analisi precisissima sulla Germania di ieri e di oggi e sulle colpe di quei regimi niente affatto comunisti nel senso marxista del significato di costruire una societa' nuova di liberi ed uguali,. La speranza che in futuro si riconosca ai comunisti italiani e a voi fondatori del manifesto la validita' analitica del fallimento del<< socialismo realizzato>> profetica ,nella implosione del sovietismo, nei paesi dell'est Europa che coincise con la cacciata dal p.c.i, dove , dopo la dipartita del grande BERLINGUER CI FU SOLAMENTE L'INVERNO DELLA POLITICA DELLA SINISTRA ITALIANA . Oggi NON C'E' UN PARTITO CHE SIA VAGAMENTE PORTATORE DI ISTANZE SOCIALI NELLE QUALI I LAVORATORI ITALIANI SI POSSANO RICONOSCERE. Ciao Luciana sempre verde e passionaria nello analizzare la politica di ieri e di oggi. 10-11-2009 17:19 - ernesto
  • Hanno abbattuto il muro ma non hanno abbattuto le differenze tra tedeschi dell'est e dell'ovest.
    Hanno detto si alla libera circolazione,ma poi cacciano via i rumeni con la polizia.
    Hanno la bocca piena di liberta,ma il diritto?
    Quali diritti hanno oggi i cittadini dell'est?
    Venti anni sono passati e ancora siamo diversi.
    Vergognatevi davanti a quel muro di cartone che avete fatto ricadere. 10-11-2009 16:55 - mariani maurizio
  • La caduta del Muro fu in sé un fatto positivo, così come la fine dei regimi del "socialismo reale". Ma il postcomunismo poteva essere ben diverso, se nei paesi dell'Est fosse prevalso un orientamento di tipo socialdemocratico rispetto al neoliberismo. E oggi non ci sarebbe il cospicuo flusso migratorio di lavoratori dall'Est europeo, né la nostalgia per il passato che pervade tanta gente nell'ex blocco sovietico... 10-11-2009 16:50 - pino licandro
  • Carissima Luciana (anche se non ti conosco personalmente),"è ancora presto per dare un giudizio sulla rivoluzione francese" (citazione attribuita da qualcuno a Chou en lai).
    La storia non si costruisce in una generazione; e poche generazioni hanno avuto la fortuna di vedere (e solo molto parzialmente) i desideri realizzati.
    Che fare? Credo ancora che Marx abbia aperto alla scienza un nuovo continente (la storia).
    Credo ancora che Marx abbia solo posto le pietre angolari (cito da Lenin).
    Approfondiamo Marx alla luce di quanto avviene/è avvenuto(applichiamo a Marx il metodo di Marx).
    Forse non vedremo quel che vorremmo, ma chissà che non ne vedremo delle belle! 10-11-2009 16:25 - luca
  • la caduta del Muro non ha avuto per i tedeschi solo il significato della vittoria di un sistema politico -sociale su un altro, come e' scritto nell'articolo di Castellina, ma anche una valenza nazionale: la unità della Germania ritrovata.

    Io feci un viaggio nella ex DDR nel 1991, poco dopo la unificazione, e quando il treno ha passato la ex frontiera ho visto con una certa commozione (io straniero) molte bandiere tedesche attaccate alle torri di guardia dei vopos, ormai abbandonate da mesi; e' stato quindi anche il ritrovarsi di una coscienza bnazionale.

    Lo scrivo perche' da qualche anno la sinistra italiana sembra diventata il difensore e sostenitrice della unità nazionale italiana come e più dei fascisti di una volta; ma evidentemente cio' che e' un valore per l'Italia non lo e' necessariamente per gli altri popoli.

    Le solite contraddizioni degli intellettuali sinistroidi. 10-11-2009 14:37 - aiace
  • il secolo scorso ci ha dato le due uniche guerre mondiali che l'umanità ricordi, il nazi/fascismo e il comunismo. Ma dove sono le esperienze straordinarie? 10-11-2009 14:33 - alberto
  • quando si parla di germania dell'est (o stati socialisti) si tende a parlare di uguaglianza... ma cosa si vuol dire col termine "uguaglianza"? ... nella germania ovest (o stati non socialisti, cioè appartenenti alla NATO) l'ugualgianza non esisteva? non mi sembra proprio.. qln aveva piu diritti di altri? semmai accadeva nella germania est dove i capi imponevano un regime e loro vivevano nel lusso ed agiatezza... un po come accade a cuba o in corea del nord (dove il dittatore -socialista- è il piu grande collezionista di whisky al mondo: celebre prodotto capitalistico-americano)... socialismo = tutti uguali = tutti schiavi 10-11-2009 13:55 - Brizzolato Biondo
  • Ci sono molte cose giuste in quel che ha scritto la Castellina, ma anche molte cose sbagliate (dovute al mancato superamento delle vecchie posizioni sessantottine che mitizzavano la Cina di Mao e anche a un'indebita cecità verso il regime autoritario e repressivo jugoslavo). Cecità che perudra in molti verso il rgime cubano. Io ero a Berlino, nel 1961, quando fu costryuito il muro, e posso ben testimoniare da che parte stesse (piaccia o non piaccia) la maggior libertà (la libertà assoluta non esiste se non nei miti di un comunismo utopico avvenire cui la Castellina sembra continuare a credere c"nonostante tutto"). 10-11-2009 13:09 - Umberto Melotti
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