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Gabriele Polo
Due strade per la Cgil
Tra i tanti modi per risolvere una crisi aziendale e occupazionale, da ieri c'è anche quello suggerito da un gruppo di vigilantes guidati da un amministratore delegato: volto mascherato, piede di porco in mano, fare minaccioso, hanno fatto irruzione in uno stabilimento romano dell'Eutelia, aggredendo i lavoratori prossimi al licenziamento e senza stipendio da mesi. Volevano spaventarli, cacciarli da lì e, poi, ripulire qualche cassetto aziendale per evitare che la magistratura ci possa trovare le prove della grande truffa che ha costruito la crisi del gruppo. Banditismo di strada a servizio di quello finanziario.
L'episodio romano - che ricorda le commistioni tra criminali e padroni negli Stati uniti della grande depressione - si è chiuso con gli operai che hanno chiamato la polizia. Ma non sarà la forza pubblica a poter risolvere il problema cui allude: come affrontare una crisi, come uscirne, chi ne deve pagare i costi. Questioni complicate - e anche per questo parecchio rimosse dal panorama politico e culturale - ma ineludibili, soprattutto per chi è «istituzionalmente» chiamato a occuparsene, come il sindacato.
E' curioso che proprio ieri - nel giorno dell'Eutelia, nella settimana delle mobilitazioni della Fiom, a pochi giorni dalla manifestazione nazionale della Cgil contro la crisi - il più grande sindacato italiano abbia dato il via al proprio congresso (lunghissimo, come sempre) con una divisione. Non organizzativa, naturalmente, ma tutta politica e tutta attorno ai nodi di questi anni critici. Perché tutti, in Cgil, credono a una rappresentanza generale del lavoro; tutti temono e combattono le chiusure, le paure, i corporativismi che una grande crisi economica porta con sé. Ma le divergenze nascono sul «come» rappresentare lavori e lavoratori che il capitalismo tende a dividere e a frammentare sempre più nella condizione come nelle tutele (calanti), persino nella collocazione geografica. E, poi, ci si divide su un'antica ambivalenza della storia sindacale: se considerare il padrone del lavoro (nel privato o nel pubblico, dalla Confindustria al governo) più una controparte o più un interlocutore.
Sono queste due divisioni «preliminari» che produrranno - dopo tanti anni di unità non sempre reale - un congresso della Cgil «vero», cioè autentico nelle sue difficoltà: chiamato a scegliere tra continuità e svolta, tra la centralità delle politiche generali (il peso del fisco sui salari, in primo luogo) e quella dell'azione contrattuale (a partire dalla democrazia di mandato). Diversità che non nascono nella mente di qualche dirigente, ma sono prodotte dalla compressione del lavoro e accelerate dalla crisi economica. Che potrebbero - nel vuoto della politica e nel collasso culturale dell'Italia berlusconiana - produrre lacerazioni e nuove divisioni. Come in un film già visto, a sinistra. Ma che, se affrontate con una discussione libera e aperta tra i lavoratori, potrebbero produrre l'evento più importante dei prossimi mesi. A sinistra, naturalmente.
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Per concludere questo commento, mi permetto questa considerazione profetica : il peggio deve ancora arrivare e non solo dal punto di vista economico ma anche e soprattutto da quello politico. 12-11-2009 09:36 - Gian
Non esistono due strade.
Oggi il sindacato se vuole rimanere alla guida dei lavoratori italiani deve fare quello che i lavoratori italiani vogliono dal sindacato.
Noi vogliamo una "macchina da guerra".
Vogliamo lottare fino alla morte.
In una società dove il reddito è cosi suddiviso è impossibile vivere.
Morire per morire,è meglio con le "armi"in mano.
Se il sindacato vuole stare sui lavoratori deve fare quello che noi vogliamo.
Oggi vogliamo la guerra.Guerra ai padroni.
Al governo dei padroni.
A tutti gli inciuci,presenti e futuri.
Guai a chi si mette contro la volontà della classe! 12-11-2009 08:27 - maurizio mariani