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COMMENTO
14/11/2009
  •   |   Andrea Fabozzi
    Il partito che non c'è

    Incontriamo Fausto Bertinotti nel suo studio di presidente della Fondazione Camera dei deputati. Subito dopo l’elezione di Pierluigi Bersani alla guida del Pd volevamo fare qualche domanda a Bertinotti sul significato di quella novità e sui possibili riflessi nel rapporto tra Pd e sinistra radicale, ma lui ha preferito far passare qualche giorno. L'intervista c’è stata il 13 novembre e a questo punto ci è sembrato giusto partire da qualche considerazione sul ventennale del 1989, cosa che ha inevitabilmente reso più lunga la conversazione. Questa ne è la versione integrale, sul giornale ne abbiamo pubblicato un estratto.

    Bertinotti, per iniziare vorrei chiederti non tanto una riflessione sul ventennale del 1989 quanto un commento sulle rievocazioni di questi giorni che forse sono state puramente celebrative. Hai letto o ascoltato qualche opinione dalla quale possiamo partire?
    Potrei citare lo storico Hobsbawn secondo il quale, trascorsi vent'anni dalla caduta del Muro, il vincitore di allora è dentro una crisi che nessuno avrebbe potuto immaginare. Il 1989 è anche questo: la più grande modernizzazione capitalistica - quella che doveva essere la più definitiva perché fondata sulla sconfitta dell'avversario storico - si rivela in realtà sconfitta anche lei perché portatrice di contraddizioni sostanzialmente ingovernabili: la crisi climatica, la crisi sociale, la crisi di democrazia. Anche per questo colpisce la mancanza di un bilancio critico, a sinistra, dell'89. Di tutta la sinistra, viste le conseguenze della fine di quel mondo. Riguardando la caduta solo i comunisti, all'inizio poteva sembrare che le altre componenti del movimento operaio fossero immuni dalla crisi. Pensa alla socialdemocrazia che aveva fatto Bad Godesberg o al socialismo francese o al Labour che era persino velato di tendenze anticomuniste. E invece dobbiamo verificare che simul stabunt simul cadent. E' una gran catastrofe che la riflessione non la portino i comunisti e nemmeno i socialisti, né i socialdemocratici, né i laburisti. Perché non ragionare su questo vuol dire non ragionare su una parte importante della tua inutilità oggi in Europa. Tanto è vero che in altre parti del mondo la sinistra in qualche modo non figlia di questa storia è ben viva. Vedi il continente latino americano dove un ex capo dei tupamaros può diventare presidente della repubblica in Uruguay. O vedi Obama negli Stati uniti dove pur essendoci una storia di grandi lotte per il lavoro il movimento operaio di storia marxista non esiste. Che la sinistra non rifletta più su queste cose mi pare insopportabile.
    Ragionando sulla sconfitta dopo le disastrose elezioni dell’anno scorso, tu scrivi di «aspettative tradite» e di «talenti dissipati» o non impiegati negli anni successivi al 1989 dalla sinistra anticapitalista italiana. Mi pare cioè che insisti sugli elementi positivi, di possibile apertura, contenuti nel crollo del Muro e persino nella Bolognina. E' così?
    E’ così, c’erano questi «talenti» a disposizione nel 1989, ma era davvero molto difficile riuscire a impiegarli. Per una ragione fondamentale: la caduta dei regimi comunisti seguiva la sconfitta di un altro tentativo di scalata al cielo, quello del 1968-69. Bisognerebbe ragionare sul quarantennale, oltre che sul ventennale. La sconfitta del ’68-‘69 rendeva difficilissimo sviluppare un’ipotesi comunista liberata dalle ragioni del suo fallimento storico. Era crollato un muro di illiberalità ma prima era crollata anche l’ipotesi, per dirla con Gramsci, della rivoluzione in Occidente. Il combinato disposto è stata una spinta alla modernizzazione raccolta poi dalla globalizzazione. Riassumo: in quella sconfitta c’era un talento, ma bisognava saperlo estrarre e non era facile.
    Riassumo ancora di più e domando: era possibile un’uscita da sinistra dalle macerie del Muro?
    Sì, era possibile. Se non c’è stata è perché il Pci non era innocente. Né rispetto all’Urss né dal punto di vista della politica di trasformazione del paese. Non ci possiamo dimenticare che il movimento del ‘68-‘69 in Italia si era riferito criticamente al Pci e al sindacato. E il Pci non ha assunto la tematica liberatoria dei movimenti come revisione della sua strategia. Al contrario, ha assunto il tema delle compatibilità. Nel rapporto tra liberazione del lavoro e produttività si è scelto il secondo versante e tutte le politiche da un certo punto in poi sono state costruite sulla logica del patto tra i produttori. Che significa l’omissione del grande tema del mutamento economico e sociale. Dunque il Pci arriva al 1989 azzoppato nella possibilità di uscita da sinistra. Da un lato ha il vincolo di ferro con l’Urss e dall’altro il fatto che il suo inserimento nella società italiana è stato condotto prevalentemente dal versante della modernizzazione del paese. E non della sua trasformazione. In qualche modo il Pci aveva messo fuori dalla sua costruzione culturale e politica proprio le punte più anticapitalistiche che il movimento aveva messo in campo: la critica all’organizzazione del lavoro, alla neutralità della scienza, al potere e anche alla struttura partito. Per cui di fronte al crollo del muro il partito mette al centro della svolta non il tema dell’eguaglianza ma quello della libertà che è il più interno alla modernizzazione. Nel momento in cui cade il muro sembra che tutto il mondo diventi il regno della libertà. In una parte degli attori della svolta riconosco un elemento di illusione. Ne ho parlato tante volte con Occhetto che mi ha detto «la colpa è vostra», intendendo di Ingrao e di quelli che lo seguivano, «non mi avete dato una mano, la Bolognina poteva svoltare a sinistra o a destra e io volevo svoltare a sinistra, volevo togliere l’impedimento che c’era nel legame con l’Urss e nella tradizione comunista che ormai era diventata moderata e voi me l’avete impedito perché vi avete calcato sopra un segno di destra che in realtà non era obbligato». Secondo me Occhetto trascura un fatto essenziale, con la svolta ha dissipato la più grande risorsa del movimento operaio italiano: il suo popolo organizzato. Adesso noi vediamo qual era il valore del popolo comunista, in sé, indipendentemente da quale connessione aveva e con quale linea del partito. Adesso ci rendiamo conto quale potenziale conteneva quello che Pasolini chiamava «un paese nel paese». Legami umani, relazioni personali, senso di appartenenza: il valore della comunità scelta. Mettendo in discussione questo, la svolta in realtà mette in discussione l’ultimo elemento che era rimasto con una vocazione realmente «altra» rispetto alla società esistente. Non avevamo più la collocazione internazionale del comunismo nel mondo, non avevamo più un’idea di trasformazione del paese, rimaneva il popolo e la svolta ha disperso anche il popolo.
    Da allora in avanti, da quando le sinistre sono diventate due, si è posto il problema del rapporto tra radicali e moderati. Rileggendo le ragioni della sconfitta, mi pare che una resti in ombra: la sinistra radicale in questi anni ha affidato solo alla tattica elettorale il suo rapporto con la sinistra moderata. Non è riuscita a immaginare una relazione, di qualsiasi tipo, in qualche modo strategica. Per cui si è andati dall’alleanza del 1994 alla rottura del 2008 passando attraverso di tutto: desistenze, rotture definitive, nuovi riavvicinamenti, alleanze di governo. Non è questo, da solo, un segno di inadeguatezza?
    Non sono d’accordo, penso che la riflessione critica vada portata più sull’esperienza interna alla sinistra radicale che al modo in cui ha affrontato il tema delle alleanze elettorali. Il problema c’è stato e c’è, intendiamoci, e qualche volta lo abbiamo risolto con delle intuizioni brillanti se pensi alla desistenza, un colpo d’ala spregiudicato. Ma in fondo in Rifondazione comunista questa delle alleanze è sempre stata una questione importante ma in realtà minore. Qualche volta si è posta in maniera drammatica ma mai sul terreno della costruzione della strategia. In parte è stato così, se vuoi, perché era ed è un problema maledettamente difficile visto che in un sistema elettorale maggioritario o ti metti in alleanza a rischio di pregiudicare il progetto politico o fuori dall’alleanza a rischio di condannarti all’inutilità. Forse proprio perché era un problema difficile da risolvere era lasciato in secondo piano. Forse la pensavamo come soluzione indotta, e cioè: se riusciamo a crescere allora il problema dell’alleanza si risolve perché abbiamo la possibilità di condizionare un’alleanza riformatrice. Tutto questo è stato. Ad oggi la mia opinione è che questi tentativi avevano il piombo nelle ali. Lo dico oggi, non lo vedevo allora. Perché penso che l’alleanza di centrosinistra abbia un limite intrinseco: attribuisce sempre alla borghesia del paese un peso molto rilevante, un diritto di veto o addirittura un'egemonia. Lo penso di tutti i centrosinistra, anche di quello degli anni Sessanta con le dovute differenze. In altre parole l’alleanza di centrosinistra si è rivelata sempre interessante nel processo di modernizzazione del paese ma mai idonea ad affrontare il tema della trasformazione.
    Riprendo la metafora, o la parabola, dei talenti: a sinistra si è peccato più di dissipazione o di conservazione?
    Di tutte e due le cose. Abbiamo dissipato i nostri talenti con una propensione che identitaria è dire troppo, diciamo solipsistica. Ogni passaggio della politica è stato vissuto come come costitutivo di identità. Vorrei ricordare che le prime due rotture in Rifondazione sono avvenute su passaggi di governo, la prima con Dini e la seconda con Prodi. Questa dissipazione adesso raggiunge punti patologici. Per conto mio sono arrivato a una conclusione drammatica, non sono più sicuro che un processo democratico dentro il partito abbia in sé sufficiente collante di unità. Purtroppo devo prendere atto che l’orribile centralismo democratico del Pci è stato un antidoto alla spinta centrifuga. La sinistra radicale dal punto di vista della forma partito non ha innovato alcunché. Abbiamo fatto tante discussioni, siamo stati plurali e rispettosi del dissenso ma avevamo quella la stessa forma del partito, meno il centralismo democratico. Invece abbiamo conservato senza impiegare i nostri talenti quando dopo Genova nel 2001 potevamo mettere in discussione radicalmente la forma partito e tentare la costruzione di una nuova soggettività politica in grado di raccogliere tutto ciò che maturava alla sinistra dei Ds prima e del Pd poi. A questo punto posso rispondere alla tua domanda di prima: non abbiamo risolto il rapporto con la sinistra moderata perché non abbiamo risolto il rapporto con i movimenti. Era la nostra unica chance di essere influenti sul Pd. Al punto in cui siamo oggi è completamente caduta l’ipotesi delle due sinistre. Quella che è andata avanti dopo la Bolognina, la divisione cioè tra coloro che hanno pensato che l’ultimo capitalismo globalizzato era il quadro generale dentro il quale muovere la politica e chi pensava invece che al capitalismo della globalizzazione dovesse essere mossa una critica radicale. Questo rapporto, io ho pensato, aveva delle caratteristiche di stabilità, mi è parso un assetto di lungo periodo. Ora penso che non è più così perché sono fallite entrambe le ipotesi. Noi stiamo qui a parlare della crisi della sinistra radicale, ma in tutta Europa è clamorosamente fallita la sinistra moderata.
    Parliamo anche di quella, di Bersani che sembra molto preoccupato di recuperare quel rapporto con il popolo organizzato che hai citato prima. Ammesso che esista ancora, può riuscirci?
    Per me nelle prime mosse di Pierluigi Bersani c’è un elemento chiaro e uno totalmente oscuro. Il primo è una propensione a uscire dalla fase in cui anche per lo schieramento di centrosinistra la politica è stata opinione e organizzazione dell’opinione ai fini del consenso. E i corpi della politica sono stati pensati come corpi leggeri e il partito è stato il partito del leader. L’Italia con il berlusconismo ha avuto la manifestazione più violenta e patologica di una tendenza che è tuttavia generale. A me sembra che questa idea cominci ad incrinarsi. Per esempio per la crisi che investe la credibilità di leadership regionali e locali molto consolidate: in qualche modo deve far pensare alla crisi di un modello. Lo dice anche il dibattito dentro il centrodestra dove non è più vero che c’è un uomo solo al comando; cominciano ad articolarsi delle posizioni che mostrano una sorta di potenziale oligarchia. Non c’è ancora nessuna messa in discussione della leadership di Berlusconi eppure lo vediamo costretto a continui vertici che ricordano il pentapartito. Bersani coglie il bisogno di uscire da questo ciclo proponendo un ritorno al classico. Cioè a un luogo e a un’organizzazione permanente, il partito. Sembra non volersi più affidare soltanto al messaggio televisivo e alla rapsodica messa in ordine di elementi che i sondaggi indicano come favorevoli. Coglie un elemento, la pressione di chi si sente disperatamente solo e teme così di essere condannato a perdere per sempre. Il fatto che nella sfida congressuale del Pd sia stato sconfitto il partito di Repubblica (il quotidiano ha fatto il tifo per Franceschini, ndr) è indicativo di quanto sia forte la pressione per tornare a costruire la politica come forza organizzata. E qui c’è il punto che mi è oscuro di Bersani: su quale ispirazione politica generale intende produrre questa costruzione. Lui dice: “Nella politica devono tornare forme pesanti e partecipate”. Bene. Poi dice ancora: “Deve tornare il lavoro”. Bene, mi pare un elemento importante di riconduzione della politica a un principio di realtà. Ma aggiungo subito: mi pare che contenga una profonda ambiguità. Perché dietro alla parola “lavoro” io leggo “economia”. E vedo sullo sfondo un’idea di patto tra produttori in cui i lavoratori con il loro punto di vista non ci sono mai. Malgrado tutto, malgrado l’accordo separato sul sistema contrattuale, malgrado il fatto che ai lavoratori venga impedito il voto sugli accordi, malgrado la politica della Confindustria. E’ un punto oscuro. Insieme all’autonomia della politica dai conflitti di interesse, dal Vaticano, dai poteri inquinati, il Pd sceglierà l’autonomia dall’impresa e dal mercato? Questa è la domanda chiave, io non so rispondere.
    Se fosse possibile tentare una conclusione da questo ragionamento, non sarebbe consolante per la sinistra radicale. Che a questo punto, tu dici, non ha gli strumenti né la forza per costruirsi come partito ma che deve fronteggiare la concorrenza di un Pd che proprio sul versante della costruzione di una forza organizzata inizierà a tentare i suoi elettori. E’ così?
    E’ così. Io non credo che oggi esista alcuna formazione né esistente né costruibile in grado di costituire la risposta alla crisi della sinistra. E proprio per questo la sinistra radicale dovrebbe tentare un’operazione molto ambiziosa. Lo dico con cautela perché so bene che le idee più intelligenti possono venire solo a chi si cimenta e io non mi cimento. L’operazione ambiziosa dovrebbe essere questa: pensarsi come transitori impegnandosi però come se si fosse di lungo periodo. Neanche il Pd è in grado di dare la soluzione alla crisi della sinistra, anzi direi piuttosto che è il problema. E’ parte del nostro problema. La sinistra radicale, tutta, dovrebbe essere a tal punto una spina nel fianco del Pd da lavorare per un Big Bang generale entro cui elaborare un progetto costituente della sinistra. Un nuovo inizio a sinistra che proponga un nuovo modello economico, sociale, ecologico e dei diritti. In una nuova sinistra ci potranno essere le componenti anticapitaliste, come quelle in cui mi sento di militare, e anche le componenti non anticapitaliste. Per arrivarci serve il Big Bang, per il Big Bang serve pensarsi come transitori. E pensare come transitorio anche il Pd.


I COMMENTI:
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  • vivo e lavoro da anni in belgio,e un personaggio così(Berty)solo la sinistra (?) italiana poteva elaborarlo......Se vogliamo continuare a perdere con le sue analisi, i suoi discorsi(incomprensibili)il komunismo blabla....
    Vi ricordo che altre sinistre -in europa-con discorsi e progetti molto più chiari hanno ottenuto risultati : in belgio i verdi da soli alle europee hanno sfirato il 20%.....fate un po' voi....Salut les copains 27-11-2009 20:56 - luigi
  • l'accusa che io muovo a Bertinotti non è il tradimento ma la sua sfrenata ambizione e il suo narcisismo che gli hanno fatto pretendere la carica di Presidente della camera,ruolo nel quale non poteva fare altro che pavoneggiarsi,senza alcuna possibilità di incidere nella attività di governo e nella attuazione del programma che la coalizione di centrosinistra aveva presentato agli elettori.Rifondazione ottenne per Ferrero un ministero di quart'ordine,che,con tutto il rispetto per le minoranze,si occupava quasi esclusivamente di Rom.In secondo luogo Bertinotti si è sempre messo di traverso a qualsiasi tentativo di riunificare i vari spezzoni della sinistra,e porta la pesantissima responsabilità di averci condotto al punto in cui siamo oggi:la totale scomparsa di una sinistra alternativa.Egli per la vergogna dovrebbe astenersi dal rilasciare interviste,scrivere articoli e quant'altro e il Manifesto astenersi dal pubblicare alcunchè di suo.Stendiamo su di lui un velo di silenzio pietoso e dedichiamoci a più proficue e importanti attività,la più importante delle quali è,in questo momento,farsi venire delle idee per rimettere insieme i cocci della sinistra alternativa,a partire da noi cocci della base.Ma è mai possibile che io non debba trovare 5 punti sui quali si possa essere d'acordo con un militante di Rifondazione del PdCI di SeL e dei verdi??Se poi Ferrero Vendola Diliberto ecc.non saranno d'accordo,beh ce ne faremo una ragione e troveremo altri dirigenti(molti dei commentatori dell'intervista di Bertinotti sarebbero ottimi dirigenti di un futuro partito unico della sinistra.Antonio Sabatella 25-11-2009 17:21 - antonio
  • E' sconcertante: salvo alcune lodevoli eccezioni, il grosso di questa raccolta di commenti all'intervista ormai assume sempre più un'aria da "angolo dei cuori infranti". Il meccanismo mi pare tipico: la classica salva di insulti all'"ex", colpevole di aver sedotto e abbandonato e puntualmente tacciato di essere voltagabbana e traditore, dopo aver constatato che anche lui - come tutti gli esseri umani - ha i suoi bei difettucci e le sue feci - come quelle di tutti - sono marroni e puzzolenti. Nel caso specifico, e fuor di metafora, il tutto mi pare tipico dell'idolatria: si sa, il risveglio dai sogni è sempre molto amaro.

    Ma non è coi sogni che si fa la Politica. La Politica si fa coi piedi ben piantati per terra. E infatti: di Bertinotti, sia ben chiaro, non mi passa nemmeno per l'anticamera del cervello di mettermi a fare il giudice né l'avvocato difensore. Le sue responsabilità nella specifica crisi del PRC, se davvero ce ne sono state, hanno ricevuto nei mesi scorsi già abbastanza enfasi: né, del resto, mi pare di vedere - diversamente da quanto accade ad altri - alcuna forma di autoindulgenza nell'intervista. Anzi: le prese d'atto sono talmente evidenti, per chi abbia davvero letto l'articolo, da non richiedere nemmeno specifiche citazioni. Tuttavia, come si fa ancora a criticarlo per aver appoggiato i due governi Prodi? Di alternative, all'epoca, non ce n'era NEMMENO UNA. O meglio: l'unica alternativa era quella che stiamo vivendo attualmente, lasciare che Berlusconi tornasse al governo. Il che è puntualmente avvenuto l'anno scorso, ma di questo non mi pare si possa attribuire alcuna colpa o responsabilità a Bertinotti.

    Oppure, chi lo accusa di "aver tradito la causa dei lavoratori", ha delle idee alternative su cosa, nella situazione storica contingente del 1995 e del 2006, si potesse e DOVESSE fare, invece della desistenza - prima - e dell'appoggio esplicito - poi? Se ce le avete, fatele sapere al resto del mondo: chissà, può darsi che servano.

    E d'altra parte, mettetevi anche un po' d'accordo con voi stessi: Bertinotti ha tradito la causa dei lavoratori per essere entrato nei governi Prodi, o per esserne uscito? Bertinotti è un cinico opportunista, come tutti, per aver lasciato la guida del PRC dopo la caduta del Prodi 2, o per non essere rimasto al suo posto? Stoicamente (e un po' stolidamente), come il comandante che affonda insieme alla nave: è così che avrebbe dovuto comportarsi?

    Non è che sia ben chiaro, insomma, cosa gli si rimproveri e quale sia la sostanza dei rilievi, al di là delle generiche accuse di "essere come tutti", la solita minestra riscaldata del "politicante del cachemire", dello "pseudo-comunista con la erre moscia" che si direbbe presa pari pari da certa stampaccia e certi giornalacci di quelli che vanno per la maggiore oggi. Non parliamo, poi, della "consistenza" della critica di aver accettato, durante il Prodi 2, la presidenza della Camera: una critica che, secondo me, ai tempi del PCI di Berlinguer avrebbe fatto sbellicare dal ridere. Il problema, semmai, è che Bertinotti ha fatto TROPPO POCO il presidente della Camera, non troppo. Ha sfruttato TROPPO POCO l'occasione, non troppo.

    Ad ogni modo, questi sono appunto problemi dei "sedotti e abbandonati", con l'innamoramento troppo facile, che oggi si devono ancora riprendere dalla "sbornia". Ognuno se li risolva come meglio crede. Venire qui a vomitare insulti, per giunta senza che il diretto interessato abbia la possibilità di controbattere, può darsi che a livello di "psicoterapia di gruppo/individuale" aiuti, ma dubito faccia fare dei gran passi avanti verso l'uscita dalla crisi della sinistra italiana DA SINISTRA (di uscite DA DESTRA, condite di conversione "sulla via di Pontida", abbiamo visto alle ultime elezioni quanto sia semplice farne. Ma per quelle credo che poi ognuno si farà i suoi bravi conti con la propria coscienza, davanti allo specchio, il giorno in cui, grazie alla lungimiranza dei federalisti "allo zafferano" per cui ha votato, per cuocersi una pentola di pasta dovrà "introdurre il gettone nell'apposita fessura").

    Su due o tre punti, sollevati in alcune repliche e ampiamente toccati nell'intervista, mi sembra però importante tornare, e sarebbe utile che nascesse un vero dibattito: la questione "sinistra-istituzioni", la questione "comunismo" e la questione "passato-futuro". Tre punti che poi in realtà sono uno solo.

    SINISTRA & ISTITUZIONI > detta molto francamente, l'idea che una sinistra da 21° secolo possa limitarsi a ricominciare - cito da un intervento qui sotto - da un mitico (e mistico) "corpo vivo delle contraddizioni" - qualunque cosa ciò voglia dire - uscendo definitivamente dalla istituzioni democratiche ("dalle istituzioni dalle sezioni o cosa cazzo sono", sempre citando da qui sotto) perché marce, malate, un cancro, una piaga che infetterebbe - par di capire - il "corpo vivo e SANO della società con le sue SANE contraddizioni", a me pare - tanto per chiamare le cose con il loro nome - una COLOSSALE CAZZATA. Perché a furia di "sciogliersi dentro la società e le sue contraddizioni" va a finire che si diventa talmente diluiti da non contare più un piffero.

    Un esempio di questo errore di prospettiva? Gli anni "sprecati" a lavorare, sulla questione dell'acqua e delle risorse idriche, ESCLUSIVAMENTE SUL TERRITORIO (il che, sia ben chiaro, è FONDAMENTALE, ma non basta), andando in ordine sparso, ciascuno per conto proprio, e nel frattempo lasciando che al livello decisionale, quello appunto delle istituzioni, si insediassero e avessero campo libero tutti i vari attaché dei poteri forti: dando per scontato che, tanto, poi si sarebbe stati sempre in tempo a rimobilitare "la società e le sue contraddizioni" ogni qualvolta fosse stato necessario. Il risultato di tale "lungimiranza"? Che oggi siamo di nuovo qui a fare i conti con un tentativo di privatizzazione integrale della risorsa idrica, NONOSTANTE i due lustri e passa di mobilitazioni territoriali. Conclusione? Le mobilitazioni dal basso servono, eccome, ma non sono sufficienti. Le decisioni VERE, quelle che poi finiscono per vincolare la vita dei milioni di individui formanti "la società", piaccia o meno ai movimentisti, vengono prese nelle istituzioni di cui tipicamente si compone uno stato democratico. Abbandononare le istituzioni a se stesse e al proprio presunto destino, perché irredimibili e irrecuperabili - come sembrerebbe pensare anche Cacciari in quell'articolo di qualche giorno fa - per "sciogliersi nella società e le sue contraddizioni", significa perdere definitivamente la possibilità di esercitare un qualche controllo sulla formazione di quelle decisioni.

    Dopo di che, la mossa successiva quale sarebbe? Dopo avere perso una volta per tutte, per mancanza di attrezzi "concettuali" e di capacità politica, la possibilità, lavorando dentro le varie istituzioni democratiche, di far mettere in agenda questioni, per esempio, di redistribuzione delle risorse, o di allocazioni dei beni comuni/pubblici, o di disparità del reddito, come si penserebbe di fare per impedire che le "contraddizioni" di una società, in cui la ricchezza socialmente prodotta finisce sistematicamente nelle tasche di pochi profittatori, esplodano: tornando al baratto? Riscoprendo le virtù dell'auto-produzione?

    Altro esempio? L'onda universitaria. Le varie ondate non sono riuscite, in questi anni, a far progredire DI UN MILLIMETRO la questione della riforma, né nella direzione di una qualsiasi ipotesi più avanzata né in quella di un eventuale ritorno all'antico. Le generazioni di "surfisti" si susseguono, e siamo sempre lì: nel caos. Adesso, finalmente, mi pare che nell'ambiente dei ricercatori le cose comincino a muoversi, e quel forum pubblicato qualche giorno fa sul giornale forse ne è la riprova. Cinque persone, cinque ricercatori di varia estrazione disciplinare, tutti preparatissimi, ciascuno dei quali starebbe al MURST duecento volte meglio della Gelmini, che cominciano a parlare con una sola voce, e danno ad intendere di starsi finalmente organizzando in realtà strutturata. Ebbene, è così "volgare" e scandaloso pensare che dalla fase delle assemblee permanenti e delle occupazioni ad oltranza si passi alla fase della elaborazione e della proposta, con l'eventualità che si debba un giorno proseguire anche in quella della assunzione di responsabilità in prima persona?

    COMUNISMO > su "socialismo o barbarie" credo si sia in linea di massima tutti d'accordo, a cominciare da Joseph Stiglitz. Invece, di preciso, di che parlate quando continuate ad auspicare la "riscoperta dell'opzione comunista" come unica strada per uscire dalla crisi della sinistra? Essere comunisti oggi - per citare Moretti - che significherebbe? Perché bisognerebbe anche cominciare a spiegare in che consista, la "sostanza" che starebbe dietro a certi termini, se si spera che un giorno qualcuno possa convincersi della "validità del messaggio" da essi trasmesso e aderirvi. Questa faccenda mi ricorda un po' quella dell'"altro mondo possibile", di cui si è continuato - anche qui, per due lustri - a cantare le lodi, senza prendersi mai la briga di descrivere quale aspetto avesse. Morale (anche qui amara)? Che oggi quel messaggio mi pare diventato definitivamente un eco del passato, l'attenzione generale si è spostata altrove, il tema dello "sviluppo economico alternativo" a quello capitalista è per il momento alquanto screditato, e però i drammatici problemi ambientali ed economici contro cui quel messaggio cercava di mobilitare sono ancora tutti lì. Allora, un po' più di pragmatismo magari non guasterebbe.

    A meno che non si stia ancora pensando alla presa del Palazzo d'Inverno: nel qual caso, mi piacerebbe tanto sapere dove le vedete, le masse popolari che poi verranno dietro all'avanguardia rivoluzionaria. Ma soprattutto: dove sarebbe quest'avanguardia?

    PASSATO-FUTURO > come dice giustamente qualcuno qui sotto, si guardi avanti, una buona volta. E basta, con questo bisogno di riferire sempre tutto quel che si fa alla propria storia, per controllare se si sta tradendo una qualche ortodossia, o se i padri nobili si rivoltano nella tomba. I "valori sacri" delle varie "ere auree", e la varie medaglie d'onore (Resistenza, '68, '77, '89, Seattle, 2001, e quant'altro), ciascuno se li porti dentro e se li giochi come meglio crede, nella lotta politica futura, nel QUI e nell'ORA. Ma basta, per carità, col far monopolizzare la discussione da interminabili menate su eredità ideali, e su possibilità che non si sono dispiegate, e su che forma debbano avere i simboli, e insomma su ogni genere di questione "irrilevante", di quelle buone nella migliore delle ipotesi a scrivere un articolo di fondo. In altri termini, basta coll'aggrapparsi al passato.

    Qui c'è bisogno, invece, di presente e di futuro: il che, in concreto, significa ricostruire nel più breve tempo possibile 1) una classe dirigente, in grado di presentarsi alle prossime elezioni con buone probabilità di venire eletta in base a quanto dichiara di voler fare; 2) un'organizzazione seria, radicata nel territorio, con un'etica seria e regole di comportamento certe per tutti coloro che vi aderiscono; 3) un chiaro programma di cose che si intende fare, perché le si ritiene ineludibili, e UN LINGUAGGIO CHIARO con cui far capire al pubblico perché sono ineludibili; e 4) in generale, una credibilità e un'autorevolezza che la sinistra NON HA PIÙ, anche perché - come scriveva qualcuno in un commento nelle pagine precedenti, parole sacrosante! - "la sinistra non dà al popolo l'idea di saper governare l'economia, per cui il popolo preferisce stare coi padroni; il problema è iniziare a dimostrare che si sanno gestire imprese economiche". La sinistra cede e non viene votata, secondo me, non tanto per le schegge impazzite, e per l'impressione di disunione che dà: ma perché NON PERSUADE. I suoi rappresentanti non riescono a convincere di avere davvero in testa delle serie, credibili, praticabili opzioni di governo alternative a quelle della destra e del centro. Non si riesce nemmeno più a spiegarsi e a far capire dove si è diretti e cosa si vuole, al di là delle generiche dichiarazioni di "insofferenza verso il sistema" e i generici auspici di future palingenesi più o meno rivouzionarie - che poi lasciano bellamente il tempo che trovano, quando appunto chi deve votare si trova banalmente a fare i conti con mutui, stipendi o salari esigui e costo della vita in aumento.

    Si tratta, insomma, proprio di ricostruire un partito di sinistra da ventunesimo secolo, e bisogna fare anche in fretta. Non c'è molto tempo: il riscaldamento globale, per esempio, non è che stia lì ad aspettare che la sinistra italiana - e più in generale quella europea - la finisca con i piagnistei e le seghe mentali... ;) 18-11-2009 23:38 - Alan Ross
  • Niente di nuovo da Lione, in fondo... 18-11-2009 19:43 - Estempo
  • non capisco tutto quest'odio, bertinotti si è ritirato, ha sbagliato e ha pagato, la smettiamo di cercare i nemici sempre in casa nostra? invece di preoccuparci di ricosstruire una società distrutta, stiamo qui a filosofeggiare di socialismo e traditori della causa, ma dove sarebbe andato il prc senza bertinotti? dov'è ora, al forse 2%... ma son passati tanti anni, guardiamo avanti, senza bertinotti, certo, ma anche la dirigenza odierna.. se togliamo ferrero... dove si vuole andare? al museo? 18-11-2009 19:39 - Luca
  • Il comunismo ha costruito le peggiori dittature della storia dell'uomo. E' ancora vivo nelle dittature cinesi. cubane, nordcoreane.
    Non cerchiamo di RIFONDARLO: 18-11-2009 18:18 - Giovanni G
  • Non so cosa pensare, vedere un ex compagno, questo si tratta di un ex compagno comunista che si e' piazzato a leccare le palle ai capitalisti mi fa' vomitare, bertinotti (b piccola voluta) tu c'eri nel 89, c'ero anche io , e adesso ti posso dire che se ti incontro ti sputo in testa ex comunista venduto al capitalismo e per una poltrona al parlamento che poi ti hanno tolto da sotto il culo , io sono rimasto comunista, mi sono orientato sempre piu' a sinistra, alla sinistra estrema cosa che tu non sai neppure piu' cosa sia.

    Tu e i tuoi compagni di merende avete consegnato i nostri figli ad una vita di umiliazioni e di perdita di valori, ma ti posso dire questo che finché ci sarà solo un vero comunista il comunismo non sarà morto, e quando mia figlia potrà avere l'età per capire quello che avete fatto sarà mia cura informarla e fargli vedere chi ha tradito i Comunisti Italiani e il Socialismo e se sarà in situazioni sociali critiche saprà contro chi rivolgere la sua rabbia.

    bertinotti (b piccola) fammi un piacere grosso come una casa quando ti chiedono di fare delle interviste fai in modo di non rilasciarle, fai che ci dimentichiamo di te e di quello che hai fatto e seppellisciti in quello studio troppo vicino al culo dei padroni.

    Saluto a pugno chiuso
    Stefano 18-11-2009 18:14 - stefano
  • Ora ho ben capito con che pseudo-compagni avevo a che fare,l'insulto è il loro credo, da oggi mi chiamo fuori da quel ex partito che si chiama prc e sosterrò la Sinistra di Niki Vendola. 18-11-2009 17:51 - Dona
  • Sentir parlare Bertinotti di comunismo è come ascoltare il premier di femminismo. Ti sei piazzato bene ...vero faustino ?La tua sinistra salottiera è una delle RAGIONI VERE delle sconfitte a ripetizione della sinistra. 18-11-2009 17:34 - marco
  • Bello, Bertinotti, vero, essere comunista con 30000 euro al mese e i milioni in banca?
    Bello cambiare giacca di cachemir 2 volte alla settimana, vero?
    TRADITORE DI MERDA!!!! 18-11-2009 13:16 - Anna
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