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Gabriele Polo
Il potere operaio quarant'anni dopo
Regolarmente, da quarant’anni, a ogni annuncio di crisi economica o inquietudine sociale ricorre una domanda: «Sarà un autunno caldo?». Sinonimo di conflittualità, l’autunno del 1969 è stato quasi una rivoluzione, un incubo per l’establishment politico e le classi dirigenti dell’epoca. Perché dopo la rivolta studentesca del ’68, furono gli operai a ribellarsi, dando origine al «lungo maggio italiano», segnando tutti gli anni ’70.
Fu un conflitto di potere, nel senso più materiale del termine. Potere di avere salari decenti, potere di decidere sui tempi di lavoro e di vita, potere di discutere della propria condizione in assemblea, potere di votare i propri rappresentanti e giudicare ciò che fanno in tuo nome. Fu un moto di libertà che, partendo dall’insopportabilità cui la grande fabbrica fordista aveva ridotto il lavoro, rovesciò i rapporti di forza: da allora, per un decennio, non fu più possibile trattare un lavoratore come una merce. Fu anche un passaggio di crescita culturale e di partecipazione democratica: nella rivendicazione, nello sciopero, nella manifestazione, donne e uomini diventavano protagonisti cambiando se stessi e il proprio modo di vedere il mondo.
A quei mesi dedichiamo un inserto che troverete in edicola giovedì con il manifesto: «Il potere doveva essere operaio», un viaggio nei temi e nei luoghi di quelle lotte. Per capire, senza nostalgia, quanto e come possiamo ancor aver bisogno di quell’«autunno caldo». O di uno nuovo.
- 28/11/2009 [21 commenti]
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Il fallimento è non riuscire a rendere egemone un'altra cultura del potere e delle organizzazioni.
Uma nuova coscienza individuale e collettiva che può rendere possibile il cambiamento. 19-11-2009 11:33 - Miria
Non saper usare i mezzi di produzione ha segnato l'inizio della nostra disfatta; ed è da lì che bisogna passare, se mai ci sarà un'altra occasione.
All'upereri invece avrei un libro intero di cose da dire: lavoro da 30 anni, ho fatto il postino, adesso sono impiegato, guadagno 1200 euro al mese, ho la tessera CGIL e sono stato delegato per 5 anni, mio padre era un poliziotto e tutti i miei nonni contadini senza terra.
Io al nobday ci vado, sono del PRC da quando è nato:e con tutte le mille minchiate che sono state fatte dal mio partito però da noi uno come Calearo non l'abbiamo mai messo in lista, noi non lo faremmo nemmeno entrare in una nostra sede.
Vogliamo parlarne? 18-11-2009 22:26 - Geronimo
Finche' non si avra' questa unione difficilmente si otterranno risultati.
Io comunque continuo a preferire il maggio francese (68) all'autunno caldo italiano (69): in Francia ci furono tre settimane di sciopero generale
completo, il governo quasi abbattuto, il potere nelle strade, il governatore della banca di francia sequestrato dagli impiegati...l'abolizione del capitalismo era cosa fatta..il problema che nessuna aveva voglia di costruire una societa' alternativa... 18-11-2009 21:20 - pietro
Ecco se adesso non siamo più in quelle condizioni lo dobbiamo all'autunno caldo. Ma se continuiamo con questo andazzo rischiamo di ritornarci. 18-11-2009 14:37 - antonio
Mi ha colpito molto il trailer del suo ultimo film “ Il mio amico Eric “, di prossima programmazione al cinema Ariston, dove un umile impiegato delle poste con la vita a pezzi viene aiutato positivamente ad uscire dalle difficoltà dal grande divo del calcio britannico Eric Cantona che gli si affeziona. Ecco un film che sarebbe stato impossibile realizzare nell’Italia berlusconiana, dove i VIP si tengono a distanza dalla povera gente, esibendo una falsa solidarietà umana che nasconde una montagna di menefreghismo, ipocrisia e meschineria. I ricchi imprenditori nonostante tutte le belle parole non amano mischiarsi con gli operai, e nemmeno i divi del cinema e della televisione. La stessa cosa vale per il mondo del calcio. Giocatori famosi miliardari che vengono idolatrati dai tifosi deficienti non si abbasserebbero mai a diventare amici di un povero impiegato postale. Trasmissioni cretine come “ L’Isola dei Famosi “ che vorrebbero mostrare il lato umano dei più fortunati tra i mortali non fanno altro che sottolineare la differenza fra “ loro “ e “ noi “.
Le cose cambiano quando si scende al livello dei teatranti e dei cantautori di protesta, ma quelli sono povera gente che cerca di arrabattarsi per arrivare a fine settimana come le persone comuni, e perciò vengono fatti bersaglio dei tagli dei già miseri finanziamenti pubblici. Nell’Italia di Berlusconi non c’è posto per la solidarietà umana disinteressata. Tutto deve essere finalizzato ad accumulare denaro e popolarità come la recente indegna sceneggiata operata dal Governo nei confronti dei terremotati abruzzesi.
Saluti da Gianni Ursini 18-11-2009 09:54 - gianni