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Sandro Medici
Quel povero corpo
Povera Brenda. Povero corpo stordito, soffocato e infine spento. Sua unica arma per affrontare la vita, diventato motivo per subire la morte. Cresciuto in un tormentoso smarrimento perché esitante, incerto, di dubbia classificazione, per poi riconoscersi in un genere in transito e affermarsi nella sua orgogliosa diversità. Quella diversità che l’ha definitivamente trasformato in una merce di valore, un prodotto con cui competere sul mercato.
Ma Brenda era solo quel corpo prorompente?
Un corpo che si offriva a una domanda segreta e inconfessabile, anzi deprecabile? «Io non sono cattiva, è che mi disegnano così», recita una battuta di un vecchio film. Per comodità l’abbiamo raccontata e rappresentata come un oggetto di perdizione che con il suo spiazzante magnetismo ha travolto la politica. Chi fosse davvero, nessuno lo sa e nessuno lo vuole sapere. Una delle tante migranti che arrivano da noi come e quando possono, con la speranza di liberarsi di quella povertà che si portano appiccicata addosso, offrendoci l’unico bene che hanno disponibile: il corpo. Abbandonano terre dolenti ma magnifiche e si rifugiano nelle nostre desolate periferie. Disposti a tutto pur di mettere insieme il pranzo con la cena e forse illudendosi anche di raccogliere quanto basta per tornarsene indietro.
Sono loro gli oggetti dei nostri desideri, le persone che andiamo a cercare per la strada o al chiuso degli «studi». Ne abbiamo bisogno. Noi siamo la domanda, loro l’offerta. Esattamente come succede con le badanti, con i muratori, con i braccianti e perfino con i lavavetri ai semafori. Senza di essi, l’industria, le campagne, i servizi si fermerebbero. Ci servono. Sono ormai indispensabili per mandare avanti questo paese. E anche per il nostro intrattenimento sessuale, per coltivare il nostro immaginario erotico, che, come ben sappiamo, difficilmente accetta confini.
Forse il razzismo nasce proprio qui. Si alimenta con la rabbiosa consapevolezza che da soli non ce la faremmo e che dunque dei migranti c’è necessità. A conferma delle nostre insufficienze, dei vuoti che non riusciamo più a colmare, dei desideri che non sappiamo più soddisfare: nemmeno sul piano immateriale delle nostre fantasie sessuali.
Questa ragazzona brasiliana ammazzata ai «due ponti», in quest’angolo anonimo di Roma, ci sbatte in faccia tutta la nostra disumanità. Sì, è così. Ci siamo eccitati per la sua storia licenziosa, per i risvolti piccanti del giro di politici che la frequentava, abbiamo spettegolato per un po’ e infine emesso i nostri verdetti ipocriti. L’abbiamo usata e poi gettata. Ora la sua morte violenta è come se ce la restituisse. Siamo a chiederci se l’abbiano uccisa per farla tacere, per soffocare scomode verità, per impedire che lo scandalo si estenda, ecc. Tutte domande che continueranno per qualche tempo ad animare grandi e piccole discussioni.
Ma di Brenda e di tutte le Brenda che ci circondano, delle loro storie, dei loro sentimenti, continueremo a non volerne sapere.
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Non è stata capace di gestire la sua vita e non ha calcolato cosa volesse dire,riprendere con il telefonino i clienti.
Questo "vizio"di riprendere è stato confermato da tante sue amiche.
I poliziotti che andarono da Natalì,quella notte,a parer mio,ci andarono per una soffiata o un vizio che anche questi avevano.
Ma come dice il proverbio,tanto la gatta va al lardo che ci lascia lo zampino.
La ragazza, si è ritrovata in un gioco più grande di lei.
I carabinieri,la ricattavano e la inducevano a fare quello che loro volevano.
Lei dopo Marazzo si è resa conto del grande casino che avevano messo in piedi quelli dell'arma e voleva scappare.
Ma la fiamma è arrivata prima.
La fiamma!
Chi ha ucciso Brenda,la fiamma! 22-11-2009 08:15 - maurizio mariani
Sebastiano 22-11-2009 08:07 - SALPIETRO SEBASTIANO
Mi auguro che la morte della povera Brenda serva a far uscire allo scoperto i nomi e cognomi di quanti frequentavano Brenda e le sue compagne. 22-11-2009 04:12 - Luciano Coletti