domenica 17 febbraio 2013
COMMENTO
30/12/2009
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Roberto Natale, Presidente Fnsi
Quel silenzio distratto
I numeri sono duri, durissimi. Quelli delle copie perse e quelli dei giornalisti in uscita dalle redazioni: settecento almeno, entro l'anno prossimo. La mappa delle espulsioni non presenta eccezioni: quotidiani e settimanali, nazionali e locali. E ancor più dure sono le storie di vita e di professione dietro le cifre: viene tagliata la generazione dei nemmeno sessantenni, vanno in pensionamento anticipato interi capitoli della storia del giornalismo italiano. Un bilancio che avrebbe potuto essere persino più pesante se non ci fosse stato un corpo a corpo, testata per testata, condotto dalla rappresentanza sindacale per intaccare, talvolta dimezzare, le previsioni di "esuberi".
Eppure non sta nei numeri, per quanto aspri, il peggio di questa crisi. Ci può stare, in tempi in cui la pubblicità tracolla ovunque nel mondo, la durezza degli editori: è parte del loro mestiere. Quel che non ci può stare, che suscita rabbia, è che sappiano fare solo questo: concentrarsi sui tagli, considerare il dimagrimento un valore assoluto, senza abbinargli uno straccio di idea che restituisca attrattiva al prodotto-giornale e lo sottragga a questo declino nemmeno più tanto lento. Nel rapporto sui media Censis-Ucsi presentato quaranta giorni fa c'è un'indicazione drammatica: cresce in fretta il press divide, aumenta cioè la quota di cittadini italiani che nelle loro diete mediatiche non prevedono il consumo di quotidiani. Anche tra i livelli di istruzione medio-alta, nella cosiddetta classe dirigente, il giornale sembra sempre più un accessorio fuori moda. Una certificazione di imminente inutilità, accolta però da un silenzio distratto, stordito. Proprio come se questi editori avessero ben altro per la testa, che non preoccuparsi dell'editoria: stretto fra edilizia e energia, fra cliniche e petrolio, fra auto e assicurazioni, fra banche e autostrade, il giornale è una voce come un'altra del bilancio aziendale, utile in quanto strumento di pressione e di scambio per puntellare gli interessi extra-editoriali, quelli più autentici. E' di questo che si avverte la mancanza: di editori che abbiano l'orgoglio di sé, della funzione che svolgono, del senso civile di quei fogli di carta che mandano in edicola mentre lo spirito del tempo - aiutato dal conflitto di interessi - soffia impetuoso altrove, gonfiando le vele delle tv (anche in termini di introiti pubblicitari) come non capita in nessun'altra parte d'Europa. Sarebbero temi eccellenti intorno ai quali convocare nel 2010 gli Stati Generali dell'editoria, promessi dal governo italiano sulla scia di quanto aveva fatto Sarkozy: solo che in Francia, dopo pochi mesi, erano disponibili i risultati finali della consultazione; qui da noi siamo rimasti all'annuncio di tredici mesi fa. E' un appuntamento che non può tardare ancora, e se il governo non sarà capace di indirlo dovrà farlo chi lavora nel settore. Per ragionare non di come accompagnare altri addetti all'uscita, ma di come ricostruire un futuro: per esempio andando incontro ai ragazzi delle scuole superiori, che oggi un giornale non lo incrociano nemmeno per sbaglio.
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