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Matteo Bartocci
La sfida del rigore riguarda tutti
Fini telefona, Tremonti assicura. Il sostegno pubblico ai giornali resterà per le «testate storiche» e di partito. Il ministro corregge se stesso annunciando un decreto entro gennaio che farà pulizia nei contributi. Ma quel testo (almeno in parte) c'è già: è il regolamento Bonaiuti approvato a fine ottobre dal consiglio dei ministri. Soddisfatti a metà Fnsi, testate a rischio, coop e sindacati. C'è il pericolo che la lista dei giornali si compili a tavolino legittimando l'arbitrio del governo. Il modo per fare pulizia è un altro.
Le rassicurazioni di Tremonti da un lato tranquillizzano la maggioranza (che in un primo momento aveva presentato emendamenti contrari al taglio deciso dal governo), dall'altro alimentano la confusione sulle reali intenzioni di via XX settembre.
Per il presidente della Fnsi Roberto Natale il «ripensamento di Tremonti è una buona notizia». Che conferma le preoccupazioni di tutte le forze politiche, del sindacato dei giornalisti e dei giornali interessati. E che rafforza l'esigenza di fare pulizia in una giungla editoriale che a volte nasconde abusi, sprechi o inaccettabili favoritismi. Non a caso, il governo Prodi ha distaccato un nucleo permanente della guardia di finanza a palazzo Chigi proprio per vigilare sui finanziamenti all'editoria.
Si fa presto però a dire rigore e trasparenza. Quali sono i criteri per stabilire chi è meritevole di un costoso sostegno pubblico (178 milioni di euro all'anno in tutto) e chi no? Natale è chiarissimo: «Pulizia e rigore il sindacato li chiede da anni. Ma non sono solo i giornali di partito - di partiti veri - a poter legittimamente esigere quei fondi, ci sono esperienze cooperative, fogli dell'associazionismo, voci di minoranze linguistiche». E' difficile che un articolo di un decreto legge regolamenti una materia così complessa e così delicata come l'informazione. «E' fondamentale perciò - chiede la Fnsi - che questa revisione venga compiuta in stretto dialogo con le rappresentanze del settore: va evitato ogni sospetto che lo sfoltimento della lista degli aventi diritto sia basata su valutazioni discrezionali». Una preoccupazione condivisa da Lelio Grassucci di Mediacoop, l'associazione che rappresenta le testate no profit e in cooperativa: «Il governo deve prima cancellare l'articolo 53bis e poi deve stabilire criteri certi, oggettivi ed equi per il finanziamento. Criteri che si possono stabilire solo con una legge o una riforma vera e non erogando caso per caso i contributi come se fosse un'elargizione del principe».
Come distinguere allora le testate «storiche» per Tremonti da quelle che non lo sono? Non può essere certo l'anno di fondazione (il Corriere mercantile o la voce di Mantova, per fare solo due esempi, sono molto più antichi di Padania o Avvenire). Tuttavia gli strumenti ci sono. I cdr e il sindacato dei giornalisti concordano da sempre: la legge attuale finanzia a prescindere dal contenuto giornali veri e giornali finti, cooperative vere e cooperative sospette. Testate senza neanche un giornalista e testate ben presenti in edicola nonostante il discrimine (mai affrontato) delle risorse pubblicitarie. Com'è noto, su 1,4 miliardi di euro spesi in pubblicità sui giornali nel 2007 solo 6,5 milioni sono andati ai quotidiani politici. Ancora meno, per esempio, a testate per natura critiche con le aziende come il Salvagente o di minoranze linguistiche come l'antichissimo Primorski Dnevnik degli sloveni in Italia.
Come distinguere? Non siamo certo all'anno zero. Nel regolamento Bonaiuti approvato dal consiglio dei ministri il 28 ottobre ci sono già alcune riforme positive. Per esempio si chiede a tutte le cooperative editoriali di trasformarsi entro la fine del 2010 in vere cooperative (simili al manifesto) in cui i giornalisti dipendenti sono almeno la maggioranza dei soci e in cui qualunque giornalista che lo richieda diventa socio. Una norma che da sola trasformerebbe testate importanti come il Riformista o il Foglio. Su altre questioni invece quello stesso regolamento è reticente. Per esempio mantiene un privilegio per i giornali di partito che li sgancia completamente, a differenza da tutti gli altri, dal vincolo tra copie vendute e copie stampate. Un vincolo che invece può discriminare tra strumenti di partiti vivi e gazzette di partiti soltanto di nome o addirittura inesistenti. Sindacati, giornalisti e associazioni hanno dimostrato in diverse sedi di avere molte proposte in merito. Se il governo ne vorrà discutere, magari non per telefono, sarebbe cosa buona e giusta.
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Ma guarda un pò.Sembra come in questura,quando il maresciallo che capisce ferma il sergente che invece mena prima di interrogare.
Il gioco del buono e del cattivo.
Tutti i creduloni con la bocca aperta a credere a quello che dicono.
Ma non è così.Sono uno peggio dell'altro e tutti a spremere il mondo del lavoro e dell'informazione.
Ma da una parte fanno bene,tanto i giornalisti,spesso hanno dimenticato l'etica della notizia.Tutte in sordina.Nessuno che ha il coraggio di fare quello che fece ZOLA,che accusava!
Mezze parole,mai una verità secca e assoluta.
Si direbbe,ci sarebbe.Ma così Berlusconi sta cento anni al potere.
Io accuso!
Accuso una classe dirigente di rubare quello che è del popolo.
Accuso che si stà facendo furto su furto,compresa la liquidazione dei lavoratori che va allo stato per coprire le sue folli spese.Aerei con ballerine e cantanti,tutti diretti alla villa del Duce.
Mappamondi con camere da letto per ospitare le compagnie femminili.Soldi spesi per decoder che non servono che a far impazzire gli italiani con due telecomandi.
Io accuso,una famiglia di affaristi che si sono spartiti un impero e ne gestiscono un altro comune.
L'impero dell'uno è in netto contrasto con quello pubblico.
Ma nessuno dice che questo è un conflitto di interessi.
Io un miserabile,pensionato,accuso tutto questo.Un lavoro che non dovevo fare io,ma voi! 10-12-2009 17:59 - maurizio mariani