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Alberto Asor Rosa
L'eterna bicamerale
Quando qualche tempo fa scrissi e pubblicai su queste colonne un articolo intitolato Il golpe bianco (5 dicembre), non mi sarei aspettato che di lì a qualche giorno (10 dicembre) il Cavaliere sarebbe volato in soccorso delle mie tesi con le sue clamorose esternazioni al Congresso del Ppe, che sembravano fatte apposta per convalidarle e renderle definitive: ripeto, definitive.
Siamo usciti allora dal clima provvisorio di (presunta) isteria e di (patologica) rabbia: i tre elementi fondatori della strategia berlusconiana, - la denegazione del prestigio, dell'autorevolezza e della funzione di garanzia delle massime cariche dello Stato (Presidenza della Repubblica e Corte costituzionale), lo scardinamento dell'autonomia del potere giudiziario e la revisione del dettato costituzionale in vista di un proprio illimitato e sconfinato nel tempo potere personale, - venivano ormai sotto tutti gli occhi di tutti, il «golpe bianco» prendeva la sua forma finale, per giunta di fronte ad una platea europea, cosa che anch'essa finora non era mai avvenuta (il fatto che non ci siano state reazioni visibili costituisce di per sé un avallo importante alla strategia in quella sede chiaramente delineata).
Questo è avvenuto negli ultimi quindici giorni in Italia e su questo occorre tornare a riflettere, riflettere, riflettere. Insomma, il ragionamento è davvero elementare: se in Italia c'è «lo stato di eccezione» (E. Mauro, La Repubblica, 11 dicembre), la strada da battere è una; se non c'è, è un'altra. Questo è il punto: se sia in atto oppure no in Italia un processo strisciante di natura eversiva, che scende dall'alto, risponde a un disegno preciso (non sussultorio, non puramente difensivo) e si avvale per ora, con estrema durezza, di tutti gli strumenti istituzionali attualmente disponibili. E' ovvio che, in base alle risposte, se ne dipanino due possibili (e ampiamente contrapposte) risposte politiche. Le risposte politiche, e le conseguenti iniziative, invece sembrano arrivare senza che il punto nella sua essenza sia minimamente affrontato. Il massimo che si ottiene è che vengano avvistate, - e qualche volta persino denunciate, - le singole eccezioni alla regola. Ma non si vede, o non si vuole vedere, la trama che le unisce organicamente l'una all'altra, cioè non si vede, per tornare a noi, lo «stato d'eccezione». E questa rimozione (in molti casi voluta) mi sembra di per sé una terribile debolezza. CONTINUA|PAGINA10
Lo strillo di Pier Ferdinando Casini dopo le ultime esternazioni, - «se vuole trasformare la repubblica in una monarchia, faremo fronte comune, e ci saranno delle sorprese», - forse dettato da emotività (ma vivaddio, in casi del genere), poteva essere l'inizio di un discorso, anche dalle ridotte ricadute pratiche sul momento, ma significativo politicamente e idealmente. Invece niente.
In questa davvero eccezionale segmentazione dell'analisi dei singoli fenomeni dalla causa vera che li determina, oltre a vasti settori dei media e dell'informazione, sarebbe vano tentare di celare che si distingue l'attuale gruppo dirigente del Pd. Tutto ciò meriterebbe un lungo ragionamento a parte, me ne rendo conto, ma ne accenno per la parte che riguarda più direttamente questo discorso. Se non c'è lo «stato di eccezione» e se di conseguenza viene scartato lo sforzo più intenso allo scopo di creare un vasto schieramento onde fronteggiarlo, - allora cosa c'è?
Lo dice, a piccoli tocchi e a prudenti dinieghi, l'attuale segretario Bersani, ma lo dice, come al solito con grande decisione e chiarezza, Massimo D'Alema, in una illuminante intervista al Corriere della Sera (17 dicembre). Agli «opposti populismi», - quello di Berlusconi e quello, ca va sans dire, di Tonino Di Pietro, - va contrapposto secondo lui il disegno serio e responsabile di un grande partito riformista, il quale, scrive D'Alema, deve avere «il coraggio di dire che le riforme istituzionali comportano una comune assunzione di responsabilità, senza temere l'accusa (va detto che, comunque, la lingua batte dove il dente duole) di voler fare inciuci». Lo scopo è quello, niente di meno!, «di rifondare il sistema politico e questo è l'unico spazio in cui il Pd può agire, tra gli opposti populismi».
Ma come si fa a pensare che si possa ragionare di riforme con la canea urlante di turibolanti e di corifei che costituisce la corte dell'Uno? Si può benissimo: «interloquendo con quelle componenti riformiste presenti anche nel centrodestra». Ad esempio? Ma è ovvio, come non pensarci: uno che anche nelle opposte, «violente strumentalizzazioni» di questi giorni, fa «considerazioni molto (apprezzare l'intensificazione) ragionevoli», e cioè, of course, Gianni Letta. E Berlusconi (di cui peraltro Gianni Letta è un fedelissimo grand commis)? E il suo disegno eversivo? Non si sa, o, a quanto sembra, non importa.
Dunque la risposta allo «stato d'eccezione», sul quale beninteso D'Alema non spende neanche una parola, né per negarlo né per denunciarlo, è l'«eterna bicamerale», perché non esiste altra parola per definire questa singolare risposta alla crisi verticale del paese.
Sarebbe più ragionevole dire che, se al populismo berlusconiano non si contrappone, e per giunta con qualche fortuna, null'altro che il populismo dipietrista (per quanto, a dir la verità, anche della nutritissima piazza antiberlusconiana non si fa cenno, ed è, occorre dirlo, un silenzio sprezzante, come si conviene ad un adoratore del «politico puro»), la responsabilità sarà se mai proprio del Pd, che non riesce a elaborare una risposta politico-sociale a tale crisi, che appaia più persuasiva di quella del dipietrismo, e al contrario s'infila nel vicolo cieco delle «riforme condivise», nel nome del supremo interesse del paese.
O non l'abbiamo già vista questa storia? Prima di entrare nel merito di una risposta alternativa e possibile, che è la cosa che c'interessa di più, e che cercheremo di fare più avanti, avanziamo alcune facili previsioni. La proposta di una nuova bicamerale con Berlusconi è dirompente: per chi la fa, naturalmente. Bersani potrebbe rapidamente giocarcisi il posto.
Il «populismo» dipietrista risulterebbe agli occhi di un numero sempre più grande di cittadini l'unica opposizione possibile. E il Pd, se non m'inganno, andrebbe a spaccarsi lungo una linea trasversale che taglia tutte le forze che lo compongono.
Siccome a me sembrerebbero tutt'e tre conseguenze non auspicabili, spero che il gruppo dirigente Pd ci ripensi.
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Ma secondo te la Repubblica, accusata tutti i giorni di essere il mandante morale di Tartaglia, fa la quinta colonna?
Repubblica e Corriere sono giornali diversi, ma se D'Alema tira fuori di nuovo l'inciucio, cosa dovrebbero fare, riportare qualcosa di diverso da quello che ha detto?
Se in un sondaggio Di Pietro cala, che fanno, non lo dicono per non fargli dispiacere?
Questo complottismo da quattro soldi e' speculare a quello di Berlusconi, perche' e' altrettanto fanatico ed astratto. Di Pietro, sia pur rozzamente denuncia cose giuste. Se cala nei sondaggi nonostante questo, c'e' da riflettere.
La Sinistra al momento pensa a dividere l'atomo (prossimo congresso al CERN), il PD non ha significato alcuno. Tu che fai? Te la prendi col giornale che ha denunciato tutti gli scandali di Berlusconi.
Ma per piacere... 21-12-2009 17:49 - Francesco Rocchi
Avete visto come il sito di Repubblica.it sta pian piano facendo passare la linea del dialogo con Berlusconi proposta da Dalema?.
Sono tre giorni che pubblica articoli senza dare mai la possibilità di intervenire nei forum, come fa sempre per la maggior parte delle notizie di una certa rilevanza.
Sa benissimo che i commenti a caldo sono più che negativi.
Oggi addirittura pubblica in maniera tempestiva un sondaggio che riporta il ritorno alla popolarità del premier e la conseguente caduta di Di Pietro, accusato di esser stato troppo duro dopo "l'incredibile" attentato della scorsa settimana.
Ed infatti ecco cosa pubblica pochi minuti fa: "Bersani: Sì alle riforme, ma in Parlamento".
Dimenticavo, anche il sito del Corriere applica la stessa strategia, fino a questa mattina apparivano una ventina di commenti ma non era più possibile lasciarne di nuovi (il perchè è chiaro, bastava leggere il tenore degli interventi). 21-12-2009 16:14 - Ger dal+pozzo
Speriamo che questo regalino abbia la stessa sorte del regalino fattogli dagli amichetti del PdL.
Aggiungo che, vista la cultura d'impresa che và tanto nel PD (concordo con quanti, su queste colonne, lo considerano un partito di centro e penso che la loro leadership non pretenda d'altronde di essere altro), perché questa tanto amata cultura d'impresa non la applicano a loro stessi ? Un dirigente d'azienda con i risultati di D'Alema (o Veltroni) sarebbe stato ringraziato e inviato a casa (o in barca), con una bella buonuscita, s'intende.
Vero è, come dice Asor Rosa, che l'unica cosa sensata sembra essere venuta da Casini, il che la dice lunga sulla pochezza della dirigenza PD.
Per quanto riguarda poi l'IDV, penso che sia un'esperienza interessante e vista la mancanza di forze antagoniste in Parlamento (per colpa di dirigenti che son riusciti a spaccarsi in quattro alla ricerca dell'omeopatia politica probabilmente) penso che sia il solo partito che in questo momento faccia opposizione. 21-12-2009 14:21 - Spartacus
quello definitivo di sparire
dalla scena politica ? 21-12-2009 14:16 - Paola