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Marco Bascetta
Il giustizialismo non è di sinistra
In una lunga intervista, peraltro ricca di osservazioni preziose, pubblicata sul manifesto il 24 dicembre scorso, Marco Revelli esprime un’adesione per così dire incondizionata al tipo di opposizione che Antonio Di Pietro e il suo partito esercitano nei confronti di Berlusconi e della sua corte.
Secondo Revelli, Di Pietro, il suo linguaggio diretto e popolare, sia pure sgrammaticato, il suo richiamo ossessivo alle verità giudiziarie, le sue arringhe contro il potere dei disonesti più che contro la disonestà del potere restituirebbero al dibattito pubblico un elemento di concretezza e di realtà. Infrangerebbero insomma quell’incantesimo nel quale il Partito democratico è irretito e che dunque lo condanna a una ondivaga subalternità al carisma berlusconiano e alla cultura che lo alimenta e lo circonda. Impedendogli di trarre qualsivoglia conclusione dagli stessi drammatici allarmi che ripetutamente lancia e precipitandoci in quella paradossale situazione nella quale si può trattare, il giorno dopo, sulle riforme con chi, il giorno prima, si è accusato di demolire il sistema democratico e la Costituzione.
Converrebbe, tuttavia, chiedersi se Di Pietro, la sua retorica giustizialista e la sua idea di lotta politica non facciano invece parte di quello stesso incantesimo. Un incantesimo che, di fronte al deperimento della politica a comitati di affari e privilegi di casta, finisce con l’affidare ai codici e al sistema giudiziario il compito di salvaguardare la democrazia, disertando il terreno progettuale che alla politica stessa è proprio. Un sortilegio che riduce agli affari (giudiziari e non) del signor Silvio Berlusconi la trasformazione dei rapporti sociali in questo paese e la formidabile mobilitazione dell’egoismo sociale che la ha sostenuta. Un incantesimo, infine, che contrappone alla maligna, ma indubbia, innovazione berlusconiana un quadro statico di norme e una solida corporazione di custodi delle medesime.
La palude nella quale ci troviamo consiste alla fin fine in questa desolante quanto falsa alternativa: di Berlusconi possiamo liberarci mettendolo in galera oppure trattandoci. E di questo quadro l’Italia dei valori e il suo leader sono parti integranti, insieme a Enrico Letta e Pierluigi Bersani. Anche se non v’è dubbio che il successo del moralismo dipietrista sia alimentato da un Partito Democratico a tal punto compromissorio e subalterno alla cultura della destra, sia sul piano formale che su quello sostanziale, da concedere uno spazio spropositato al risentimento e a una soffocante concezione disciplinare della democrazia. Intesa, quest’ultima, più come un galateo tramandato, come legge e ordine, che come un processo conflittuale di approfondimento e di crescita.
Dall’altro lato il pungolo giustizialista, con il suo appeal popolare, spinge il Pd a una eroica resistenza sul fronte della giustizia sospingendolo a trattare con il centrodestra su leggi che danneggeranno milioni di persone (la riforma universitaria, gli ammortizzatori sociali) opponendosi però fieramente a quelle che ne favorirebbero una sola (ad personam).
Come Marco Revelli ho vissuto gli anni Settanta, quelli iniziati a Milano il 12 dicembre del 1969 e, per rovesciare una formula di rito, nutro la più piena sfiducia nell’operato della magistratura. Che le sentenze di Genova, e i trattamenti di favore riservati in numerose altre circostanze ai «servitori dello stato», per non parlare dell’accanimento contro Massimo Tartaglia (al quale i magistrati sono stati indegnamente invitati da Berlusconi stesso mentre gli elargiva il suo «perdono») non hanno fatto altro che confermare. Come poi ci si possa attestare acriticamente sul fronte della «legalità» in un paese infestato da ordinanze razziste e persecutorie, da leggi e normative sempre più restrittive e soffocanti, dall’ossessione della sicurezza, costi quel che costi, resta per me una impossibilità logica oltre che morale.
E' su questo terreno, piuttosto che su una facile retorica antiberlusconiana che i «valori» di Di Pietro andrebbero misurati. Salvo scoprire, alla fine, che si tratta magari degli intramontabili «dio, patria e famiglia». In nome dei quali saremmo chiamati a combattere un premier materialista, dedito al proprio tornaconto personale e puttaniere.
Questo giornale ha solide tradizioni garantiste, dal processo 7 aprile a tangentopoli. E’ un punto di vista, questo, che attiene a una precisa idea della società, del diritto, della politica e della sua funzione non sostituibile con scorciatoie di sorta. Né si tratta di un dettaglio da lasciare in balia degli umori del cosiddetto «popolo di sinistra», se mai questa formula designi ancora qualche cosa.
E' un punto di vista che esclude che la magistratura possa riscrivere la storia e, men che meno, farla, come si può supporre ritenga Di Pietro, il quale trae le sue origini politiche dall’epopea di «Mani pulite». Per quanto devastato possa essere il tessuto sociale, per quanto insignificanti gli epigoni della sinistra, chi conserva memoria di cosa siano il conflitto sociale, lo sfruttamento, il progetto, non può apprezzare il canto di queste sirene.
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Arrivano i vostri ovvero la sindrome di Sansone
di gianni - 06.08.2013 06:08












questi sono i giornalisti che dovrebbero difendere i più deboli e invece annaspano per mantenere lo status quo ancora per un po'.
questi sono i ragionamenti di chi parla con la pancia piena senza aver la minima idea di ciò che è l'inferno. rimanete pure nei vostri loft con i vostri libri. eppure i veri scrittori hanno conosciuto "IL POPOLO DEGLI ABISSI" - J. London.
capisco Bascetta dato che il suo stipendio proviene dai 4.441.529,33 € (fonte www.governo.it) di contributi diretti e indiretti dello stato al suo giornale e che quindi non può essere super partes nel GIUDIZIO nei confronti di chi questi contributi vuole sottrarglieli, tuttavia come volevasi dimostrare la sinistra da un po' di anni a questa parte è abilissima nel vendersi per un piatto di lenticchie servendosi di vecchi ideali come manuale per tirare in ballo decadenti sessantottini (e qualche figlio del 68) poco noti per profondità di spirito critico.
Credo che la popolarità di Di Pietro non è in ciò che ha sottolineato in maniera volutamente erronea "l'illustre giornalista", ma sta nella semplice constatazione di verità basilari sepolte da decenni da articoli del genere (ed anche peggiori provenienti dai colleghi moralmente venduti del PDL come l'ex comunista direttore del Foglio). A ognuno la propria mezza misura. Sta di fatto che i giovani ricercatori che non trovano lavoro, ben più svegli e con problemi diversi rispetto alle generazioni del 68, non abboccano a queste provocazioni e trovano invece conforto nelle tesi OGGETTIVE dell'IDV e dell'intero programma diviso in 12 punti. 03-01-2010 16:17 - marco
Ma mi sembra l'unico o comunque fra i pochi che difende con accanimento una Costituzione che per una sinistra, quale che sia dovrebbe essere irrinunciabile.
Via di Pietro? Viva allora la repubblica presidenziale del padronato 30-12-2009 18:31 - Pier Daniele
favorevole alla sinistra per condurre le sue battaglie contro lo sfruttamento e per affermare il proprio progetto, come all'incontrario l'illegalita' e' la condizione che permette a questa destra di affermate il proprio dominio, come anche la storia degli anni 70 dimostra. La destra e' gia' abbastanza forte e non ha bisogno di ulteriori regali, anche se li sa apprezzare. 30-12-2009 02:08 - Paolo
Leggendo quest'articolo, una volta in più si capisce bene come mai la sinistra non batta più chiodo.
Bascetta, che come tante altre teste dé sinistra sembra un pò quel personaggio della Guzzanti, quello che è uscito dal coma dopo 20 o 30 anni e crede ancora che PC è 'partito comunista'.
Io francamente mi sono rotto le scatole dello snobbismo e la diffidenza che la linea del Manifesto dimostra ogni volta. Bascetta, spero che legga i commenti e che sappia anche contare: la maggior parte delle persone dicono che a loro non interessa definire Di Pietro di sinistra, ma si chiedono cosa sia di 'sinistra':
D'ALEMA? VELTRONI? BERSANI? BERTINOTTI?
Chiedete a loro perché la sinistra ha perso potenza e non è nemmeno più in parlamento. Non a di Pietro. E poi basta con le cialtronate, caro Bascetta, sul 'giustizialismo'. Qui non si chiede 'giustizialismo', qui si chiede che le persone che fanno crimini PAGHINO, perché distruggono lo Stato di Diritto e le garanzie COSTITUZIONALI.
Di Pietro se ne ricorda, la sinistra AFONA e INCIUCISTA no. Lo stesso Di Pietro ha detto più volte che difendere i lavoratori NON è suo compito specifico, ma che loro avrebbero bisogno di una sinistra che facesse questo. E non c'é questa sinistra!
Ancora una volta, si guardano i sintomi e si pensa che siano la malattia: di fronte alla peggiore, peggiore minaccia alla democrazia che esiste in Europa da 60 anni a questa parte, il problema, udite udite, secondo Bascetta è il 'giustizialismo di Di Pietro'.
Bene, continuate così, e poi per carità, dite che la colpa è di chi non capisce le vostre 'raffinate' analisi, ferme all'Italia degli anni '70. Ma quando crescerete? Mi raccomando, lasciate che ammazzino Di Pietro poi ci farete qualche contrito articoletto in cui lo paragonerete a Falcone o a Matteotti. Lunga vita a Silvio e ai 'sinistrati' che fanno di tutto per appoggiarlo: perché oramai la sinistra si divide in due: gli inciucisti che fanno melina con mr.B e quelli 'puri' che invece se la pigliano con Di Pietro. Fate qualcosa di sinistra e unitevi alla protesta, invece di diffidare anche delle vostre ombre e scindervi di continuo in partitini modello protone. 28-12-2009 20:35 - graziano
Non vedo perchè il primo cittadino d'Italia (ma ti rendi conto) oltre a non far sì che ogni dubbio su di lui sia dissipato il prima possibile, non dia neanche l'esempio.
Qualsiasi altro discorso è aria fritta...e mi sembra che questo articolo una bella frittura. 28-12-2009 17:25 - fabio