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COMMENTO
28/12/2009
  •   |   Marina Forti
    Iran, un paese diviso

    Che paradosso: in Iran, lo stato nato da una rivoluzione popolare vieta le commemorazioni funebri in memoria di uno dei padri fondatori di quella stessa rivoluzione. Poi, quando le strade si riempiono e la commemorazione diventa contestazione, fa sparare sui manifestanti. ll bilancio è sanguinoso, 15 morti ammette la tv di stato.  Un potere sempre più arroccato si scontra con una protesta che tende a radicalizzarsi.
    Le proteste viste domenica in Iran sono state le più massicce dopo quelle di giugno, quando parecchie centinaia di migliaia di persone scesero per le strade di Tehran e altre città per contestare il risultato delle elezioni presidenziali: segno che la crisi politica aperta da quelle elezioni è tutt'altro che ricomposta. Ad innescare la nuova contestazione è stata la morte del grand ayatollah Hossein Ali Montazeri, anziano religioso che, dopo essere stato tra gli artefici della Repubblica islamica, ne è diventato un grande critico: ha cominciato negli anni '80 denunciando le esecuzioni di oppositori in carcere e ha finito per dichiarare illegittimo un potere che si fa scudo della religione. Si capisce che una figura simile, acclamata dall'opposizione, sia diventata fonte di imbarazzo per il potere. Non solo. La scomparsa è avvenuta nei giorni di Moharram, festività dell'islam shiita in cui convergono passioni religiose e politiche; domenica culminava nell'Ashura, il giorno più importante del calendario shiita, celebrazione del martirio dei giusti contro un sovrano iniquo. Vietare le processioni di Ashura? Paradossale e vano: e infatti le strade si sono riempite di folla, da Tehran a decine di città grandi e piccole.
    Dunque la protesta continua, e va ben oltre il risultato elettorale. Gli slogan urlati dai manifestanti ignorano il presidente Ahmadi Nejad e il suo governo: nominano invece il Leader supremo Ali Khamenei, dicono «morte al dittatore». Invocano a volte Mir Hossein Musavi, l'ex candidato presidenziale divenuto figura di riferimento dell'opposizione: ma la protesta scavalca anche lui.
    L'Iran vive una crisi profonda. Alcune notizie parlavano di agenti di polizia che non hanno voluto sparare sui manifestanti, domenica: se confermato sarà un elemento importante, un altro segno di lacerazione in un paese diviso. Anche l'establishment è diviso: ma il potere è sempre più controllato da una fazione ormai arroccata. Vani sono stati gli appelli alla riconciliazione lanciati anche da molti conservatori moderati. Il potere ha risposto al dissenso da un lato con la forza, dall'altro con il discredito: per Ahmadi Nejad, i manifestanti sono «quattro ragazzini ricchi» della Tehran bene e pochi intellettuali manipolati da potenze straniere. Difficile però spiegare con ingerenze straniere un movimento che continua a sfidare la repressione. E il malessere va oltre i buoni borghesi della capitale: proteste e scontri sono avvenuti nei quartieri bassi di Tehran sud, nella religiosa Qom, nella moderna Isfahan, in cittadine di provincia. Non è neppure un'opposizione organizzata, non ha una struttura. E' un movimento di protesta in nome dei principi repubblicani iscritti nella costituzione, contro anni di divieti e censure.


I COMMENTI:
  • I media gettano benzina sul fuoco parlando di inaudita repressione e di violenze
    gratuite contro i manifestanti, scesi "pacificamente" in piazza in nome della libertà e di uno stile di
    vita simil-occidentale, di cui gli studenti persiani sono strenui sostenitori.
    Che il Politically Correct dei mezzi d’informazione si butti sulla rivolta con tutto lo sciacallaggio di
    cui è capace non mi sorprende affatto, ciò che mi lascia interdetto è, invece, l’adesione alla linea prooccidentale
    della stampa nostrana e delle televisioni da parte di chi professa un antiamericanismo ad oltranza ,
    quando si tratta di criticare le ingerenze statunitensi in Sud America ma poi si fa prendere dai palpiti
    del cuore allorché arrivano le meritatissime randellate sui contestatori, i quali se pur ignari di essere
    eterodiretti da forze estranee alla loro cultura e agenti contro gli interessi del loro paese ancora sovrano, sono
    ancora più meritevoli di repressione.
    In realtà, in questo frangente, i rivoltosi verdi meriterebbero molte più percosse di quelle
    che stanno subendo perché consentono la destabilizzazione del loro Stato, ancora sovrano, in nome e per conto di
    aggressori stranieri.
    gianchi 29-12-2009 23:07 - gianchi
  • Ma perché la sinistra non appoggia i sit-in degli studenti iraniani?
    Perché ci si mobilita solo contro i governi occidentali o filo-occidentali ? 29-12-2009 14:38 - Daniele
  • Però la domanda è: quanto è capillare il malcontento? La storia recente ci ha fornito esempi di grandi proteste in cui alla fine scopri che a protestare era uno strato sociale battagliero ma relativamente esiguo. Dall'esterno vediamo il casino, ma facciamo fatica a capire i rapporti di forza, e poi improvvisamente grande repressione e cala il silenzio.
    Che cos'è che tiene in piedi un regime che parrebbe fuori dalla storia? Nessuno lo spiega. 29-12-2009 13:55 - andrea61
  • Un paradosso? No, è l'essenza delle dittature, dove tutto può essere mistificato, manipolato, strumentalizzato. Pensiamo a sostenere i fratelli e le sorelle iraniani, nella loro lotta per la libertà. 29-12-2009 13:34 - stefano
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