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Aldo Garzia
Gli smemorati degli anni Ottanta
Il 19 gennaio, decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, sono annunciate varie iniziative per ricordarlo. La più importante si svolgerà in Senato. Forse è pronta anche la «riabilitazione» da parte del Quirinale. E intanto fa discutere la proposta di Letizia Moratti, sindaco di Milano, di dedicare al leader socialista un giardino o una piazza nella città simbolo del craxismo imperante negli anni ottanta. Per i nostalgici c’è anche un «pacchetto Hammamet». Organizza la Francorosso di Torino. Volo Tunisair, Hotel Mehari (cinque stelle), pensione completa dal 15 al 17 gennaio, costo 450 euro.
Ricordare con più o meno rispetto Craxi non è certo un delitto. Il problema è che siamo in piena «operazione recupero» senza uno straccio di discussione sulla memoria politica italiana. Il giudizio su Craxi oscilla tra considerarlo il capro espiatorio di Tangentopoli o l’artefice di quella degenerazione della Repubblica dei partiti che deflagrò con Mani pulite. Di cosa furono davvero i governi presieduti da Craxi (agosto 1983-aprile 1987) si è persa cognizione, così come del Caf (il patto Craxi, Andreotti, Forlani) che reggeva le sorti d’Italia.
Si dice che Craxi tentò di modernizzare l’Italia con l’obiettivo di una «grande riforma» istituzionale, rimasta «un inutile abbaiare alla luna» come riconobbe lui stesso, e che fu sconfitto dal conservatorismo che ora i ministri Renato Brunetta e Maurizio Sacconi, eredi della stagione craxiana come del resto Berlusconi, vorrebbero distruggere una volta per tutte. Si dimentica il craxismo come peculiare concezione della politica fondata sulla contrapposizione con il resto della sinistra, a iniziare dal Pci. E si preferisce glissare sul soprannome di «Bokassa» che gli fu affibbiato per indicarne il modo ruvido e imperiale di gestire le cose della politica. Ne fu testimonianza il Congresso di Verona del 1984, dove venne confermato segretario per acclamazione, in una cornice maestosa. In platea c’erano nomi dello spettacolo e del made in Italy ribattezzati da Rino Formica – non sospetto di anticraxismo – come «nani e ballerine». Ed è quella anche l’occasione dei fischi a Enrico Berlinguer. «Non ho fischiato solo perché non lo so fare», commentò Craxi con i giornalisti.
Del craxismo, sarebbe un errore dimenticarlo, fa parte anche il positivo sussulto di autonomia nazionale del 1985, quando il premier Craxi impedì agli aerei Usa di ripartire dalla base di Sigonella in Sicilia con a bordo i palestinesi che avevano sequestrato la nave Achille Lauro. Ma i punti neri della stagione craxiana restano innumerevoli e in maggioranza.
Quando 17 febbraio 1992 è arrestato Mario Chiesa, dirigente socialista e presidente del Pio Albergo Trivulzio a Milano, Craxi pensa di poter archiviare il caso come «l’episodio isolato di un mariuolo». Ma era solo l’inizio della bufera. Tangentopoli non fu una rivoluzione, ma neppure una invenzione. E Craxi non fu certo una meteora come si erano illusi le correnti di destra e di sinistra che
lo elessero segretario nei saloni dell’Hotel Midas a Roma il 16 luglio 1976 pensando a un re travicello. E fa ancora discutere, bel paradosso, se i cinque
anni passati ad Hammamet debbano essere considerati «latitanza» o «esilio». Il rifiuto a farsi processare in Italia resta uno dei suoi errori politici, si può continuare a dirlo?
La posizione più critica, nel vuoto a sinistra che si verifica anche in queste polemiche su riabilitazioni, giardini o piazze, è quella di Antonio Di Pietro. Tocca a lui ricordare che Craxi fu condannato in via definitiva a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai, oltre che a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito. Un confronto sul craxismo sarebbe invece utile pure al Pd, per ora silenzioso. Quando Craxi lanciò il progetto di «unità socialista» dopo il 1989 e fece scrivere quelle due parole nel simbolo del Psi, dettò al Pci la via della semplice confluenza. Se non abbiamo in Italia neppure un partito socialista come nel resto d’Europa, chissà che la colpa non sia almeno un po’ di Bettino Craxi.
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Ho già detto che concordo con la tua analisi per cui non ripeterò concetti che hai già espresso. Però, al fine di una corretta comprensione del fenomeno, è bene approfondire alcuni punti.
Intanto la politica internazionale. Craxi era amico personale di Arafat e un sostenitore aperto dei palestinesi che, diciamoci la verità, godevano in quegli anni dell’appoggio politico, finanziario e anche logistico del governo italiano, anche se non per vie ufficiali. Non solo. Prova ad immaginare se un D’Alema e un Bersani avrebbero la forza e il coraggio di schierare i carabinieri contro i marines americani per consentire a quello che oggi sarebbe considerato un superterrorista nemico di Israele e degli USA, di fuggire e di trovare un rifugio sicuro, protetto dal governo italiano. Il tutto dopo che i suoi uomini avevano sequestrato, davanti agli occhi del mondo, una nave passeggeri italiana, prendendo in ostaggio centinaia di uomini e donne, e dopo aver ucciso, durante il sequestro, uno dei passeggeri, peraltro un ebreo americano, se non ricordo male.
La risposta è semplice: no. D’Alema e Bersani non avrebbero mai la forza di fare questo. E perché? Solo perché sono più inetti? In parte anche per questo ma soprattutto perchè, a differenza di Craxi, sono culturalmente e politicamente dei subalterni.
E qui tocchiamo un altro tasto. Craxi, piaccia o meno (anche a lui stesso) era figlio di quel famoso “primato della politica” di gramsciana memoria. Certo lo interpretava a suo modo (il famoso decisionismo) ma una cosa è certa: Craxi non prendeva ordini da nessuno. Né dagli industriali, nè dalle banche, né dal Vaticano né, come abbiamo appena visto dagli americani. E questo perché (anche se sempre a suo modo) concepiva appunto la politica come “prius” e non succedanea alla economia e al mercato. A differenza degli attuali “leader” (tra molte virgolette) di centrosinistra per i quali, per cultura o incultura politica e per pochezza personale, il paradigma è sostanzialmente capovolto. E’ sufficiente uno starnuto da parte di un vescovo o di un esponente della confindustria e questi si mettono subito sull’attenti.
Ancora. Craxi è stato il primo a bombardare la sinistra; non c’è dubbio. La sua presunta modernizzazione altro non era se non la versione politica di un processo di ristrutturazione e trasformazione capitalistica. Per far questo aveva necessità di spappolare la sinistra e soprattutto il PCI che era comunque, fra mille contraddizioni, la forza politica che ancora in qualche modo incarnava una concezione “di classe” che Craxi voleva minare per dar vita ad un partito socialdemocratico ultramoderato e completamente “rinnovato” (dal suo punto di vista). Ma comunque una forza, sia pure con le suddette caratteristiche, di stampo socialista europeo. Ultramoderata, ultrainterclassista, ma comunque saldamente inserita nel socialismo europeo, senza se e senza ma. In soldoni, non gli sarebbe mai passato per la mente di dar vita a quell’insulso minestrone che è il PD con personaggi alla Rutelli (se lo sarebbe mangiato in un sol boccone) o con i Teodem (solo per fare degli esempi) e non avrebbe speso neanche un secondo in una diatriba (che è invece durata anni) sulla collocazione internazionale del suo partito che per lui era scontata e non sarebbe neanche stata mai messa in discussione.
Questione morale. Parliamoci fuori da ogni demagogia. Erano solo Craxi e il suo partito impelagati in quella gigantesca commistione tra affari e politica che Berlinguer, molti anni prima aveva denunciato come il fenomeno che avrebbe portato la politica italiana al collasso? Non mi pare. Era un intero sistema politico. Certo, con differenti responsabilità, ma un intero sistema politico. Ciò non significa assolutamente sottovalutare le responsabilità personali e individuali di ciascuno. Però mi sembra ipocrita e demagogico, specie per coloro che, come noi, sono stati fieri avversari del craxismo, ridurre la figura di Craxi a quella di un delinquente comune ricercato per corruzione, concussione e reati simili. In realtà ha clamorosamente sbagliato quando ha scelto di fuggire (e di diventare un latitante davanti alla legge italiana). Se avesse scelto di restare e avesse fatto la sua battaglia non so se sarebbe finito in quel modo. Ma proprio in quell’occasione ha dimostrato il suo punto debole; non si è comportato da leader e non si è assunto le sue responsabilità, a costo di finire in galera e di continuare a fare la sua battaglia.
Detto ciò, quello che voglio dire è questo: attenzione alle facili demonizzazioni. Evitiamo di creare il bene da un parte e il male dall’altra. Perché in questo modo si rischia di depistare la gente, di confonderla e di fargli apparire lucciole per lanterne. In fondo sta accadendo anche oggi la stessa cosa con Berlusconi (che è senz’altro molto peggio di Craxi, sia chiaro…). Molti ormai sono convinti che il “male” sia lì e che una volta estirpato, magari con un Casini o un Montezemolo presidenti del consiglio le cose vadano meglio. Non scherziamo. E soprattutto non prendiamoci in giro e non prendiamo in giro la gente, la nostra gente. Ci vuole ben altro per ricostruire una forza di sinistra credibile.
Fabrizio Marchi 31-12-2009 12:36 - Fabrizio Marchi