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COMMENTO
30/12/2009
  •   |   Roberto Natale, Presidente Fnsi
    Quel silenzio distratto

    I numeri sono duri, durissimi. Quelli delle copie perse e quelli dei giornalisti in uscita dalle redazioni: settecento almeno, entro l'anno prossimo. La mappa delle espulsioni non presenta eccezioni: quotidiani e settimanali, nazionali e locali. E ancor più dure sono le storie di vita e di professione dietro le cifre: viene tagliata la generazione dei nemmeno sessantenni, vanno in pensionamento anticipato interi capitoli della storia del giornalismo italiano. Un bilancio che avrebbe potuto essere persino più pesante se non ci fosse stato un corpo a corpo, testata per testata, condotto dalla rappresentanza sindacale per intaccare, talvolta dimezzare, le previsioni di "esuberi".
    Eppure non sta nei numeri, per quanto aspri, il peggio di questa crisi. Ci può stare, in tempi in cui la pubblicità tracolla ovunque nel mondo, la durezza degli editori: è parte del loro mestiere. Quel che non ci può stare, che suscita rabbia, è che sappiano fare solo questo: concentrarsi sui tagli, considerare il dimagrimento un valore assoluto, senza abbinargli uno straccio di idea che restituisca attrattiva al prodotto-giornale e lo sottragga a questo declino nemmeno più tanto lento. Nel rapporto sui media Censis-Ucsi presentato quaranta giorni fa c'è un'indicazione drammatica: cresce in fretta il press divide, aumenta cioè la quota di cittadini italiani che nelle loro diete mediatiche non prevedono il consumo di quotidiani. Anche tra i livelli di istruzione medio-alta, nella cosiddetta classe dirigente, il giornale sembra sempre più un accessorio fuori moda. Una certificazione di imminente inutilità, accolta però da un silenzio distratto, stordito. Proprio come se questi editori avessero ben altro per la testa, che non preoccuparsi dell'editoria: stretto fra edilizia e energia, fra cliniche e petrolio, fra auto e assicurazioni, fra banche e autostrade, il giornale è una voce come un'altra del bilancio aziendale, utile in quanto strumento di pressione e di scambio per puntellare gli interessi extra-editoriali, quelli più autentici. E' di questo che si avverte la mancanza: di editori che abbiano l'orgoglio di sé, della funzione che svolgono, del senso civile di quei fogli di carta che mandano in edicola mentre lo spirito del tempo - aiutato dal conflitto di interessi - soffia impetuoso altrove, gonfiando le vele delle tv (anche in termini di introiti pubblicitari) come non capita in nessun'altra parte d'Europa. Sarebbero temi eccellenti intorno ai quali convocare nel 2010 gli Stati Generali dell'editoria, promessi dal governo italiano sulla scia di quanto aveva fatto Sarkozy: solo che in Francia, dopo pochi mesi, erano disponibili i risultati finali della consultazione; qui da noi siamo rimasti all'annuncio di tredici mesi fa. E' un appuntamento che non può tardare ancora, e se il governo non sarà capace di indirlo dovrà farlo chi lavora nel settore. Per ragionare non di come accompagnare altri addetti all'uscita, ma di come ricostruire un futuro: per esempio andando incontro ai ragazzi delle scuole superiori, che oggi un giornale non lo incrociano nemmeno per sbaglio.

     


I COMMENTI:
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  • Sono un fresco prepensionato di un giornale di provincia, caporedattore di ruolo, redattore di compito.
    La crisi dei giornali, il cui effetto è questo prepensionamento di massa, di persone ancora nel pieno della loro maturità individuale e sociale dipende da:
    l'illeggibilità dei giornali per connaturale frivolezza e supoerficialità di ogni articolo, dagli editoriali, alle cronache;
    l'accesso alla professione non ha mai avuto un minimo di selezione: quindi redazioni e loro anticamere affollate di giovani volenterosi, ma destinati a conoscere poco più dell'abc del mestiere, da qui la loro debolezza anche umana;
    l'elevatissimo costo di produzione dei giornali dovuto a troppe pagine inutili, i cui articoli non interessano nemmeno "i diretti interessati" e dei quali nessuno legge nemmeno i titoli;
    infine, e soprattutto, l'editoria impura, l'essere diventati i giornali megafono, o manganello di interessi politici ed economici.
    I mea culpa dovrebbero essere molti, ma non se ne sente nemmeno un sussurro. Quindi la malattia dei giornali, finché non la si curerà, è destinata ad aggravarsi. 02-01-2010 09:16 - michele
  • Ma è possibile per una persona che vuole vivere facendo il mestiere del giornalista nell'Italia del 2010 sopravvivere senza ricevere in un modo o nell'altro l soldi si Silvio Berlusconi ? 02-01-2010 07:01 - gianni
  • A mio avviso il caos non è nella sola carta stampata il "tengo famiglia" impera intutti i settori oggi si lotta per il proprio posto di lavoro ogni uno pensa per se e questa mancanza di solidarietà si ripercuote contro noi stessi una specie di frammentazione della classe lavoratrice e credo non sia tutta colpa dei sindacati ma appunto del tengo famiglia e questo avviene nei giornalisti nel pubblico impiego nella industria privata fino ai metalmeccanici non intravedo proposte e progetti da parte dei lavoratori insieme ai sindacati ma solo la conservazione del "proprio" posto di lavoro è vero che tra i giornalisti vi siano coloro che negano le verità accondiscendendo ai voleri del padrone del vapore ma questo accade secondo me in tutte le attività del nostro Paese ci vuole uno scatto deciso da parte di tutti ci vuole la solidarietà l'unità 02-01-2010 04:27 - Luciano
  • Forse, tanti giornalisti che per anni hanno attaccato l'asino dove diceva il padrone, ora potranno liberare la loro vera capacità di informare obiettivamente oppure paleseranno l'innata sindrome di stoccolma?! 01-01-2010 22:15 - Agostino
  • Tutto quello che volete..ma i metodi di assunzione dei giornalisti rimangono oscuri..Per esperienza personale..penso che il settore dei media in Italia sia quello con maggiore presenza di raccomandati, corrotti, figli di, assenza totale di merito..e gente col diploma che dirige i tg, mentre se uno vuole fare un semplice stage trova come risposta "Eh ma ci vuole il Master in giornalismo"!!!...a sto punto..lasciate che i giornali muoiano..e fate fare l'informazione alla gente comune..per strada..(Agoravox, You Reporter)!!Il futuro è quello!! 01-01-2010 21:42 - Ezio
  • Le persone che lavorano nel mondo dell'informazione aumenteranno nei prossimi 100 anni, come sono aumentate negli ultimi 100. Però è chiaro che non potranno lavorare nello stesso modo in cui lo fanno ora. Per quanto mi riguarda, trovo i giornali di oggi abbastanza noiosi, salvo qualche commentatore di oltre ottant'anni. Siccome le persone sempre due gambe e due braccia hanno, trovate giovani in gamba, invece che valorizzare i portaborse dei portaborse, e vedrete che le vendite aumenteranno. Anzi, proprio perchè in italia NESSUNO valorizza giovani in gamba, il primo che lo fa spazzerà via tutti gli altri dal mercato. Provateci, prima di dire che non è vero. 01-01-2010 21:10 - andrea61
  • Credo che in primo luogo dovreste chiedervi perché voi abbiate bisogno di un finanziamento pubblico - così come la maggioranza dei quotidiani italiani - quando il Fatto Quotidiano sopravvive con le sole copie vendute. 01-01-2010 16:45 - Andrea
  • meno spazio per i figli della buona borghesia. E' tempo di trovarsi un lavoro 01-01-2010 15:49 - stefano
  • E beati loro che vanno in pensione anticipata!
    Noi consulenti assortiti siamo in mezzo alla strada e basta. Chi ci assume a 50 anni suonati? 01-01-2010 15:09 - gatto rosso
  • il partito dell'amore cerca in tutti i modi di tagliare il superfluo, a loro non interessa minimamente di coloro che in questa italia piena di amore sono ai margini. ma credo vivamente che tutta la sinistra non fa altro che fare il loro gioco bisognerebbe riflettere a fondo della situazione che stiamo vivendo.
    auguro un buon anno a tutti. 31-12-2009 23:00 - gabriele
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marzo 2011 [ 26 ]
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