-
|
Ida Dominijanni
Craxi, i conti che non tornano
«Gli italiani allora non credettero a Craxi, ma a Berlusconi oggi credono». La rivendicazione firmata da Stefania Craxi della perfetta identità fra la persecuzione politico-giudiziaria di cui sarebbe stato vittima suo padre nel '93 e quella di cui sarebbe vittima oggi Silvio Berlusconi sigla il teorema della perfetta continuità politica fra il leader socialista morto latitante a Hammamet il 19 gennaio 2000 e il Cavaliere che dal 1994 tiene in scacco la politica italiana. E' un teorema che merita di essere valutato attentamente. Non tanto per l'equazione su cui si basa e che è contestabile punto per punto - uguali le vittime, uguali i magistrati persecutori, uguali i mandanti, uguale il diritto dei due leader di sfuggire al processo -, quanto per la genealogia politica che costruisce. Se c'è un tratto che accomuna Craxi e Berlusconi è precisamente l'assenza, in entrambi, di una genealogia di riferimento: i due «uomini nuovi» - il socialista eccentrico emerso oltre e contro la tradizione socialista, che per primo propose una frattura nella continuità costituzionale, e il Cavaliere venuto dal nulla, che da quindici anni combatte per fratturarla definitivamente - diventano ora i capostipiti di una tradizione politica a venire, di un culto da onorare, di una storia da proseguire?
Ovviamente non si tratta di un'invenzione di Stefania Craxi. Delle continuità politiche fra Craxi e Berlusconi, al di là del loro noto legame di amicizia e di sostegno, è fatta la storia dell'ultimo ventennio, ed è piena la saggistica relativa. E fu lo stesso Berlusconi, in occasione del secondo anniversario della morte di Craxi, a farsene dichiaratamente erede e continuatore, celebrando nel leader socialista «l'uomo forte d'Europa», il premier «che sfidò il sindacato classista» e «vide per primo la crisi dell'Urss», il modernizzatore che buttò a mare «le nefandezze del marxismo» , lanciò il made in Italy e fiutò le magnifiche sorti della tv commerciale, il «figlio del sistema di regole della Costituzione» che per primo ebbe l'ardire di proporne la Grande Riforma. Già allora Berlusconi provò a chiudere il cerchio della transizione italiana mettendo in primo piano il genio politico di Craxi e derubricando a peccato veniale «di tutto il sistema» i suoi reati di corruzione. Oggi la strategia si ribalta: in primo piano torna il protagonista della vicenda giudiziaria, ma come vittima.
I due lati della figura di Craxi, il leader politico e il politico corrotto, continuano del resto a non trovare una sistemazione convincente neanche altrove, e in primis fra quegli eredi del P.C.I. indicati a tutt'oggi come i mandanti e i profittatori della «persecuzione giudiziaria» del leader socialista nel '93 e di Berlusconi oggi. Piero Fassino ha ribadito in questi giorni la sua rivalutazione del «politico della sinistra», del «rivitalizzatore del Psi», del primo leader ad aver intuito «il bisogno di modernizzazione economica e istituzionale» dell'Italia, dell'uomo di stato che seppe decidere su Sigonella e sulla scala mobile; una mole di meriti che rende davvero imperscrutabile perché, come lo stesso Fassino ammette, il Pci-Pds-Ds-Pd abbia reso possibile farne il «capro espiatorio» di quel sistema di finanziamento illecito dei partiti sul quale «mancò allora una seria riflessione». Dal famoso discorso del 29 aprile '93 in parlamento, quando Craxi sfidò tutti, governo e opposizione, a chiamarsi fuori da un meccanismo che coinvolgeva tutti, a oggi, la linea del principale partito della sinistra è rimasta oscillante fra la criminalizzazione giudiziaria e la rivalutazione politica. In morte di Craxi, lo ammise esplicitamente l'allora presidente della Camera Violante: non c'è pace per lui, disse, «e neanche per noi, che l'abbiamo visto trionfatore prima e sconfitto poi, senza essere ancora riusciti a esaminare con spirito di verità né le ragioni del successo né le cause della disfatta», né «ad affrontare con spirito di verità il rapporto fra legalità, corruzione e democrazia». Due motivi di scacco di non poco conto, che dieci anni dopo rischiano di ripresentarsi pari pari in un Pd che se da un lato non ha risolto il nodo del rapporto fra politica e giustizia, anzi ne è sempre più intrappolato, dall'altro lato non ha risolto il nodo della sua identità politica e programmatica, ed è sempre più intrappolato in una visione mitica della «modernizzazione» craxiana, nel senso di colpa per non averla fatta propria o nell'illusione che bastasse e basti farla propria depurandola dalla corruzione perché funzionasse negli anni Ottanta e funzioni ora.
Perché i due lati della medaglia di Craxi, il leader politico e il politico corrotto, trovassero finalmente una sistemazione coerente è proprio quel mito della modernizzazione che bisognerebbe smontare, procedendo finalmente a un'analisi veritiera del decennio craxiano che nel '93 non si fece consegnandone alla magistratura il seppellimento e dopo non si è fatta consegnandone a Berlusconi il proseguimento. Su Repubblica di domenica, Guido Crainz ha messo sull'argomento alcuni punti fermi: non si può definire modernizzazione politica quella di un decennio che ha segnato piuttosto l'inizio della crisi della politica, della partecipazione, della vitalità dei partiti, né si possono scindere questi fenomeni dal dilagare della corruzione. Non si può spacciare per modernizzazione economica una politica inflattiva e di indebitamento pubblico. Non si può spacciare per modernizzazione culturale della sinistra un processo di disfacimento del Psi e di chiusura al P.C.I. che furono ben più decisive dell'apertura a Prudono o della felice stagione della rivista Mondoperaio. Tutto vero; ma c'è ancora dell'altro.
Sempre più schiacciato sul momento della fine - i mesi drammatici che vanno dalla scoperta di Tangentopoli al lancio delle monetine contro Craxi all'uscita dall'hotel Raphael -, e dunque sul nodo del rapporto fra politica, controllo di legalità e giustizialismo, il lungo decennio craxiano attende ancora un ripensamento e una riconsiderazione complessivi, che renda conto della sua presa di lungo periodo sulla storia italiana e del suo allungarsi nel ventennio successivo, a onta delle volontà di rottura proclamate, all'inizio degli anni Novanta, dai fautori della rivoluzione giudiziaria (fra i quali, giova ricordarlo, c'erano molti di quelli che oggi militano nel campo berlusconiano, a cominciare dall'allora Msi di Gianfranco Fini e dalla Lega: diversamente da quello che sostiene Stefania Craxi, le parti in campo non sono sempre le stesse).
Quel lungo decennio fu in realtà più di un quindicennio, cominciò al Midas nel 1976 con l'elezione imprevista di Craxi a segretario di un Psi in declino e si concluse con il suo «esilio» a Hammamet nel '93: in mezzo, c'è una trasformazione sociale, politica e antropologica dell'Italia, che è una molto impropria scorciatoia definire solo «modernizzazione», sia politica sia economica, e che è contrassegnata da una lunga sequenza di ambivalenze, dello stesso craxismo. Per il suo partito, Craxi non fu un innovatore: fu, finita la breve stagione di Mondoperaio, il passaggio da un partito ancora strutturato, malgrado l'esperienza del primo centrosinistra, sulla militanza e il radicamento sociale a una macchina elettorale, diretta da un capo che fu il primo a sperimentare e volere l'elezione diretta in congresso. Il «partito corsaro», che avrebbe meritoriamente voluto spezzare l'egemonia - e la cappa - Dc-Pci strettasi durante la disgraziata stagione dell'unità nazionale, si trasformò in pochi anni nel partito della governabilità che siglò con la Dc la conventio ad excludendum del P.C.I. e si identificò poi nel Caf. La forza libertaria e garantista, che coraggiosamente si oppose al «fronte della fermezza» durante il sequestro di Aldo Moro, si capovolse rapidamente in una forza d'ordine animata da una rigida ideologia che recitava efficienza e decisione. L'innovazione culturale - l'unica che meriti di essere ricordata - che alla conferenza di Rimini dell'82, protagonista Claudio Martelli, propose di sostituire allo schema di analisi classista e lavorista tradizionale della sinistra quello incentrato sulla coppia meriti-bisogni, ovvero sull'analisi dei ceti emergenti di intellettualità diffusa da un lato e della nuova emarginazione sociale dall'altro, si piegò rapidamente alla logica antioperaia che trionfò nel taglio della scala mobile e alla religione del rampantismo e dell'individualismo competitivo. Il mito della modernità si ridusse all'anticipazione dei luccichii berlusconiani, dalle roboanti scenografie congressuali alla Milano da bere. La rottura del monopolio della tv pubblica, giustamente salutata come una boccata d'aria da quanti - non il Pci - avevano intuito quello che la rivoluzione dei media e dell'informazione stava preparando per la società di massa, si risolse nei provvedimenti a favore di Silvio Berlusconi, delle sue tv e del suo modello culturale.
Questa parabola parla ancora di noi, di quello che è venuto dopo Craxi, in mancanza di una elaborazione del craxismo. E annuncia quello che potrà accadere in futuro, dopo Berlusconi, in mancanza di una elaborazione del berlusconismo. Il che dice non solo e non tanto delle continuità fra Craxi e Berlusconi, ma di coloro che avrebbero dovuto contrastarli.
- 31/01/2010 [5 commenti]
- 30/01/2010 [6 commenti]
- 29/01/2010 [8 commenti]
- 28/01/2010 [20 commenti]
- 27/01/2010 [25 commenti]
- 26/01/2010 [8 commenti]
- 25/01/2010 [7 commenti]
- 24/01/2010 [17 commenti]
- 23/01/2010 [36 commenti]
- 22/01/2010 [13 commenti]
- 21/01/2010 [5 commenti]
- 21/01/2010 [9 commenti]
- 20/01/2010 [10 commenti]
- 19/01/2010 [13 commenti]
- 18/01/2010 [15 commenti]
- 17/01/2010 [27 commenti]
- 16/01/2010 [9 commenti]
- 15/01/2010 [12 commenti]
- 14/01/2010 [13 commenti]
- 13/01/2010 [33 commenti]
- 13/01/2010 [2 commenti]
- 12/01/2010 [0 commenti]
- 12/01/2010 [4 commenti]
- 10/01/2010 [33 commenti]
- 09/01/2010 [23 commenti]
- 08/01/2010 [45 commenti]
- 07/01/2010 [17 commenti]
- 06/01/2010 [9 commenti]
- 05/01/2010 [9 commenti]
- 05/01/2010 [14 commenti]
-
La Somalia va a pesca
| di Giorgia Fletcher del 21.12.2012 -
La termoelettrica di Huexca
| di Fulvio Gioanetto del 20.12.2012
-
Bob Lutz in Gm, l'eterno ritornoBob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili.7 novembre 2011
-
Lezioni di dissensoDomenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.7 novembre 2011
-
Dogfighters
di Filippo Brunamonti - 19.09.2013 01:09
-
Confronto pubblico a Roma sul decreto 93 (DL femminicidio V parte)
di Luisa Betti - 18.09.2013 15:09
-
La terra dei fuochi come il Vajont
di francesca - 16.09.2013 21:09
-
Ridiamoci sopra, Alberto Perino
di massimozucchetti - 16.09.2013 12:09
-
Larry Summers fuori
di luca celada - 16.09.2013 08:09
-
E’ morto il biologo Albert Jacquard, un grande umanista
di Anna Maria - 12.09.2013 14:09
-
Le sigle televisive – una carrellata
di nefeli - 11.09.2013 11:09
-
Scuola: precari assunti con lo stipendio bloccato
di Roberto Ciccarelli - 11.09.2013 10:09
-
Metà fumetto e metafisica: Valvoline e dintorni sotto il segno inquietante di Giorgio De Chirico
di Andrea - 05.09.2013 16:09
-
Egitto: da Tahrir a Otranto
di giuseppe.acconcia - 05.09.2013 15:09
-
Ghosn, un uomo (sempre più) solo al comando
di fpaterno - 04.09.2013 17:09
-
La foto
di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
-
Arrivano i vostri ovvero la sindrome di Sansone
di gianni - 06.08.2013 06:08












Anche Maria Francesca ha scritto un gran bel pezzo.
Il mito della modernizzazione ha probabilmente una storia più lunga del craxismo. Ciò che nel craxismo risulta peculiare è la modalità con cui questo mito viene coniugato con quel vuoto individualismo che caratterizzò la stagione del rampantismo e degli yuppies.
E' stato un pessimo modo di tradurre e importare modelli culturali americani, che in fondo servivano solo ad alimentare un consumo più dinamico che consentisse una produzione sempre maggiore.
Ho cominciato a comprendere il mondo negli anni '80. Per me il mondo è in modo naturale craxiano e berlusconiano. E' un luogo dove Marx abita in un posto sconosciuto, braccato, come un delinquente.
Mi chiedo se esista un filone storiografico o giornalistico serio che abbia dimostrato l'esistenza, nell'ambito della magistratura all'inizio degli anni '90, di una volontà politica di sovvertire il quadro politico dominante (il CAF). Cioé se corrisponda, anche solo in parte, al vero la teoria della rivoluzione giudiziaria (mancata), ovvero di un compito specifico che una componente della magistratura si attribuì per favorire il ricambio politico nel paese. 06-01-2010 01:17 - Marco
Berlusconi=P2
OPUS DEI +P2=Craxi.
Mussolini era socialista, poi interventista al soldo del MI5 britannico.
D'alema aveva le molotov, mi pare per sua ammissione oggi e' il leccaculo di berlsconi.
Fassino? basta guardarlo in faccia: un tipo lombrosiano come Violante. 05-01-2010 20:26 - murmillus
Berlusconi,prima parla e poi pensa e smentisce quello che ha detto.
Bettino era uno statista,che rubbava per il potere.
Berlusconi non è un statista e ha il potere per rubbare''.
Però se ci pensi Maurizio, la differenza è minima. Evoluzione. Ad un certo punto anche Craxi rubava per sé e aveva il potere per sé. Andreotti, Craxi e Berlusconi sono stati l'albero evolutivo tra il furto di stato e quello per fini personali.
Scrivo tanto per dire anche che su RTV38 hanno rimesso in programma Kyashan (dopo xxxxx anni); a parte che mi girano perché non sono stati minimamente in grado di programmare tutte e 26 (ma che ci vorrà mai?) puntate di Tekkaman, il concetto che vorrei qui rimarcare, che può interessare, è che l'androide capo dei 'cattivi' è stato fatto a immagine e somiglianza di Mussolini. Vedere per credere.. pensate se l'avessero fatto ad immagine di un noto nanetto da giardino che fa l'imprenditore brianzolo tra una legge ad personam e un inciucio. 05-01-2010 19:26 - s.m.
Dovrebbe essere noto a tutti che un teorema indica esattamente il contrario ossia una affermazione vera in un
definito sistema di principi primi (assiomi) e regole per il ragionamento (regole d'inferenza).
E` a causa della mancanza di metodo che si son scambiate spesso lucciole per lanterne... 05-01-2010 19:06 - luca
Così,tanto per essere pignolo. 05-01-2010 18:40 - mariani maurizio