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Tommaso Di Francesco
Obama, Haiti e l'imperialismo degli aiuti
«Che fa Obama, il primo presidente nero degli Stati uniti?» chiede davanti a una telecamera un giovane tra i disperati superstiti che si aggirano per l'inferno di Port-au-Prince devastata da una catastrofe che non ha pari. Viene fatto di rispondere che quel giovane non sa ancora quel che ha deciso Obama, non può saperlo. Oppure lo sa fin troppo bene, e s'interroga sui limiti di questo intervento.
Perché Obama ha fatto tantissimo, forse troppo: ha parlato due-tre volte dalla Casa bianca, l'ultima volta è comparso dalla massima tribuna americana preceduto dai suoi ministri, schierati al lato della tribuna, non era accaduto nemmeno per la decisione di escalation della guerra afghana. E ha preso la decisione d'inviare seimila marine, e subito dopo di aggiungercene altri diecimila, quasi la metà di quelli che stanno partendo in guerra per Kabul. Là c'è il terrorismo - senza nominarlo - di al Qaeda da combattere, qui c'è il terremoto, vale a dire il terrore della natura aiutata dalle devastazioni ambientali dell'uomo, il terrore della morte da disastro, della fame, della disperazione. E, nel più perfetto stile presidenziale Usa, ha nominato responsabili della task force per Haiti i due ex presidenti, Bill Clinton - protagonista delle sconfitte politiche dell'America nella gestione della crisi haitiana dal 1994 in poi - e addirittura George W. Bush, che tutti ricordano come «grande esperto» di disastri naturali nel caso dell'uragano Katrina e degli effetti mortali a New Orleans.
Così, in questa che qualcuno vorrebbe come grande eterogenesi dei fini dove un gigantesco apparato di guerra sarebbe ora a disposizione delle forze del bene, stanno arrivando ad Haiti già le prime migliaia di militari. Quando servirebbero sedici mila medici e personale infermieristico, ingegneri, psicologi, panettieri e cuochi. Hanno invece tute mimetiche i marines, quelle delle guerre, sui vistosi elmetti ancora portano la luce dei puntamenti laser di armi sofisticatissime, imbracciando mitra voluminosi. Se ne arriveranno sedici mila, vorrà dire montagne di spedizioni solo per sostenere la vita dei soldati americani (quattro pasti al giorno, acqua, viveri, sanità, vettovaglie, tende per dormire). L'assetto di guerra, si dirà, alla fine servirà ai civili e intanto serve subito a fugare i malintenzionati col machete che assaltano gli aiuti che devono essere protetti - e alle rivolte dei poveri contro i quartieri dei ricchi intatti nonostante il terremoto come risponderanno i soldati Usa, con i bombardamenti?
È un doppio - una doppiezza? - quello tra militare e civile che non serve e non ha pagato nemmeno nelle zone della guerra afghana e irachena. Tanto meno ad Haiti, dove più che di un corpo di spedizione militare servirebbe una polizia internazionale abituata allo scopo. Ma nessuno mette in evidenza che ci troviamo di fronte all'ennesima occasione persa: quella di restituire potere politico, centralità, ruolo e intervento alle Nazioni unite, peraltro colpite ad Haiti dai crolli anche perché presenti con le proprie strutture e, in queste ore, nonostante tutto quasi le uniche con il Pam e i medici dell'Oms a soccorrere davvero la popolazione.
Esiste, purtroppo, una geopolitica dei disastri. Valse per l'ormai più che dimenticato tsunami che sconvolse il sud est asiatico solo cinque anni fa. E vale tuttora, con gli Stati uniti che hanno deciso un «intervento militare contro il terremoto»: non è un paradosso, le cose stanno proprio così. Non sarà che tra un anno, quando della tragedia di Haiti si parlerà molto meno, avremo in più, insieme a decine di migliaia di fosse comuni, qualche base militare americana strategicamente posizionata ad Haiti - quasi fosse la 51 stella dell'Unione - tra Venezuela e Cuba a ridosso di Guantanamo, e impegnata da subito a controllare la pericolosa immigrazione dei disperati in fuga dalle macerie del terremoto?
Non facciamoci illusioni: senza la centralità di una organizzazione umanitaria internazionale con cui costruire un vero potere d'intervento civile, quale solo l'Onu può essere - e che è l'unico che infatti abbia stanziato 550milioni di aiuti civili - il bisogno di soccorsi per sopravvivere crea solo subalternità e ad Haiti è destinato solo a riprodurre sudditanza all'imperialismo degli aiuti e alle politiche economiche shock e di chi li comanda.
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Si riportano dichiarazione del tipo: non stiamo distribuendo acqua e viveri per paura di sommosse. Dall'aeroporto che è stato preso interamente in carico dalle forze armate degli stati uniti, sembra che non escano proprio gli aiuti di prima necessità per la popolazione che, per giorni, è stata lasciata sola.
L'esercito sembra più diretto a garantire la sicurezza nel senso dell'ordine pubblico, della garanzia della 'proprietà', piuttosto che garantire la distribuzione di viveri e ripari ai disgraziati sopravvissuti.
Per questo è troppo 'generico' fare un ragionamento astratto sull'uso dei militari nelle catastrofi (si, ovviamente, una struttura organizzata come l'esercito può essere necessaria) senza considerare il modo specifico con cui l'esercito viene utilizzato, così come è ingenuo disconoscere che l'esperienza di katrina possa avere lasciato a più d'uno qualche dubbio sul modo in cui gli stati uniti gestiscono queste situazioni. 18-01-2010 19:36 - dc
Aggiungo inoltre che la critica anti-imperialista fatta ad obiettivo esclusivo degli USA (e perchè non anche della Cina?)ha, e non da oggi, aspetti patetici (che proprio una siffatta polemica evidenzia in tutta la sua devastante demenza) nella misura in cui provenga da chi di tale cosidetto "impero" è membro, ancorchè suddito gaudente...
Saluti 18-01-2010 19:20 - Antonio Aghilar
E' chiaro che tutto ciò che arriva ad haiti in questo momento,
e' indispensabile.
Ma cazzo ci vogliamo chiedere perche' non arrivano da altre parti del mondo dove la gente muore di fame anche senza terremoto ? e non da oggi.
Giusto appunto, questo articolo mette in risalto la locazione geografica. I veri sciacalli sono
gli usa cari miei...rivedetevi la
storia. I loro interventi militari,
non sono mai stati umanitari.
Lo scopo, di tutto ciò, e' evidente. Solo gli orbi non lo
colgono. Detto cio', chi non e' d'accordo, puo' tranquillamente
leggere altri giornali, filo-americani, per il gusto di approvare e sentirsi dalla parte degli eroi(in tutti i modi e a tutti i costi) Nessuno mette in dubbio la preparazione militare di operare in certe situazioni.
Ma finchè zio tom controllerà
l' ONU, l'esercito internazionale, resterà
sempre una chimera.
Umanisti dell'ultima ora .......
chiedetevi, se sarebbe sevito
l'esercito, mentre gli hutu e gli hutzi, si scannavano a vicenda,
dando vita ad un genocidio,
senza precedenti ? Questo e' uno dei tanti esempi.
Con il sud America che si organizza per non dipendere più dagli usa, quale migliore occasione di occupare un punto così strategico come haiti ?
Senza neanche sparare un colpo
, per giunta.
Chi non vede in questo, l'imperialismo degli usa.........
mi chiedo; che cazzo leggete a
fare un giornale come questo? 18-01-2010 18:56 - Caneliberonline.blogspot.com
il bilancio politico della gestione dell'emergenza sarà nettamente a favore sia dello Stato-nazione (sovrano ed indipendente), a scapito del concerto internzaionale, sia del mondo militare, a scapito di quello civile ed umanitario.
Caschi blu, polizia internazionale, operazione ONU, sono tutti già stati scavalcati dall'azione degli STati sovrani. Punto.
L'ONU arriverà -se arriverà- solo dopo che stati-nazione e militari avranno fatto la loro bella figura, portando pace, ordine e speranza ai poveri "negretti" disperati...
Questo è l'ennesimo precedente che getta l'ONU ancora più nella crisi di quanto non sia già. Certo, non sono solo gli Stati nazione i responsabili di tale crisi (srebrenica insegna): l'ONU, ed in genere il mondo diplomatico, si sono screditati da soli a furia di mezze soluzioni e sotterfugi vari, evitando sempre di pestare troppo i piedi alla Ragion di Stato e quindi non risoluvendo mai i problemi.
Però, stavolta, con questa "gara a chi aiuta di più" l'unico a perdere, quello più screditato, è il principio dell'agire in comune, l'unico vero principio "di sinistra" che tenga in fatto di questioni internazionali (il dibattito sulla gara umanitaria tra USA e Cuba è proprio frutto della tipica visione nazional-statale, attaccata alla ragion di stato, e sentirlo discusso in questa sede -un forum di un quotidiano di sinistra- mi provoca ribrezzo).
Detto ciò l'emergenza è emergenza.
Non sento di straccarmi le vesti di fronte ad operazioni che, anche se condite di tutta la retorica possibile, sono comunuque di soccorso umanitario internazionale; spero non ci saranno sono fucili, ma anche qualche ruspa ed un pò di calce viva per i cadaveri; spero che i soldati si metteranno anche a seppellire e scavare e ripulire, e non solo a tenere il dito sul grilletto e lo sguardo al miglio, in posa per le foto.
Certo avrei preferito di gran lunga che l'ONU si fosse mosso per primo. Spero fortemente che lo faccia dopo l'emergenza, quando i riflettori saranno spenti ed il lavoro di ricostruzione si farà lungo, snervante e soprattutto non mediaticamente attraente; perchè è li che si legittima un'organismo internazionale, anzi; è lì che si legittima in concetto stesso di Internazionalismo.
E forse solo allora si potrà verificare se gli stati nazione saranno ancora così buoni, bravi, e belli come durante le emergenze.
ST 18-01-2010 18:38 - Sirio
Un pò irritata chiedo: ...à Tommà ma deccché parli?1? 18-01-2010 16:40 - licia