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COMMENTO
21/01/2010
  •   |   Alba Sasso
    Ritorno alla scuola del più forte

    Annidato in un emendamento a una legge sul lavoro un colpo mortale al sistema scolastico italiano. In pratica la soppressione dell'obbligo scolastico ma solo per alcuni : «i meno volenterosi». A questi ragazzi si indica sbrigativamente un'altra strada: quella dei percorsi di apprendistato. L'apprendistato è una non scuola e un non lavoro. Una parte dei ragazzi continuerà a studiare, un'altra sarà dirottata a un semilavoro precario e sottopagato. Altro che valenza formativa del lavoro! E vogliamo ancora credere che le imprese abbiano voglia di formare la propria forza lavoro, quando i contratti di apprendistato sono serviti in questi anni a tutt'altro: a ridurre le retribuzioni e ad aggirare le norme per l'applicazione dello Statuto dei lavoratori, dal momento che gli apprendisti sono esclusi dal numero dei dipendenti? 
    Qualche mese fa un rapporto di Bankitalia dimostrava come sia produttivo l'investimento in istruzione. E in questo ultimo anno molti paesi europei e gli Stati uniti hanno affrontato la crisi finanziaria economica e sociale investendo massicciamente nel settore della conoscenza.
    In Italia invece un pauroso salto all'indietro. Drammatico in un Paese dove, come documenta l'Istat, ancora nel 2008 il 47% della popolazione italiana ha come titolo di studio più elevato solo la licenza di scuola media inferiore. Non c'è solo l'assurdità di cancellare l'obbligo di istruzione almeno fino a sedici anni, presente in tutti i paesi civili. C'è una brutale volontà di ritorno al passato: di cancellare quel nesso tra istruzione e sviluppo che fu alla base della riforma della scuola media unica del '62 e persino di negare l'idea positivista d'inizio secolo, secondo la quale il progresso sociale doveva misurarsi con la necessaria alfabetizzazione di vasti strati della popolazione.
    Una scelta confusa e pasticciata (a quindici anni e quindi dopo un anno di permanenza nella scuola secondaria). Ma qualcuno pensa a queste ragazzi e ragazzi più fragili culturalmente, più deboli socialmente sballottolati da un percorso all'altro ai quali si nega formazione e futuro?
    In realtà dietro tutto questo c'è un'idea precisa di società - la società del più forte - e di governo - forte con i deboli e debole con i forti. E c'è un attacco alla democrazia perché è scelta di democrazia, quella di un paese che riesce a garantire livelli diffusi di istruzione al più alto numero di cittadini, combattendo l'idea che la formazione serva solo a selezionare i migliori, piuttosto che a intercettare e valorizzare le capacità specifiche di ognuna e ognuno. La scuola non può essere «un ospedale che cura i sani ed espelle i malati», ma deve essere un luogo, che continuando a garantire a tutti l'accesso all'istruzione , è in grado di intercettare il merito dovunque si nasca e da qualsiasi famiglia si provenga.
    Questa norma -sottratta a ogni discussione- e che bisogna cancellare subito è un attacco alla democrazia sostanziale, è una scorciatoia per non affrontare con riforme vere il tema drammatico della dispersione scolastica . Una ferita per tutto quanto costruisce civiltà, democrazia e futuro per il Paese e per le nuove generazioni.


I COMMENTI:
  • Sono sgomento. Il nuovo medio evo e' gia' qui. Con l'automobile e la TV. 21-01-2010 20:41 - murmillus
  • Non è tardato ad arrivare il commento del ministro Gelmini, che non si sente spogliata delle sue competenze in materia scolastica, e dice: “Sono favorevole a qualsiasi iniziativa per inserire subito i giovani nel mondo del lavoro”. Ma Sig. Ministro si tratta di ragazzini di 15 anni. E’ così grave il ritardo se aspettiamo di inserirli a 16 anni? E’ così problematico se cerchiamo di inserire nel lavoro prima quelli che in questo momento hanno 18 anni e che stanno a spasso? Allora bando alle ciance; con l’approvazione di questo emendamento si è voluto ribadire che:
    5) la scuola è incapace di formare le nuove generazioni, specie se queste nuove generazioni intendono rivolgersi al lavoro manuale;
    6) la cosiddetta formazione culturale, come imparare la Lingua italiana e la Storia, è completamente inutile, e può bastare la formazione che si riceve ascoltando qualche spettacolo televisivo;
    7) non è coniugabile la formazione della scuola con esperienze lavorative e si preferisce sostituire la scuola con il solo apprendistato in un’azienda;
    8) chi si avvia a un lavoro manuale, meno sa e meglio è; avrà meno grilli per la testa.
    Infine, si vogliono perseguire due effetti considerati benefici:
    - per il Governo avere meno studenti e di conseguenza meno insegnanti a cui dare uno stipendio;
    - per le aziende, inquadrare giovani a livelli retributivi più bassi rispetto al lavoro effettivamente svolto, e godere di forti sgravi contributivi con le norme sull’apprendistato.
    Il ragazzo di 15 anni, demotivato o motivato verso lo studio, è un ragazzo in formazione che spesso non sa che cosa vuole, è in quella età di mezzo che a volte si vive drammaticamente. La scuola gli permette di pensare ancora un po’ sulle sue scelte e nel frattempo gli può dare qualche strumento formativo.
    francesco zaffuto www.lacrisi2009.com 21-01-2010 17:33 - francesco zaffuto
  • Di bene in meglio! La società ha bisogno non di persone più istruite, ma di ignoranza, tanta ignoranza per permettere al potere di sfornare giorno per giorno con nonchalance leggi come quella del processo breve o questa che elimina l'obbligo scolastico a 16 anni, o di negare oggi quello che si è affermato ieri! E poi con tutti i licenziamenti di questi tempi cosa c'è di meglio che mandare a lavorare anche i quindicenni?! 21-01-2010 16:46 - patrizia
  • L'ignoranza, l'arroganza, e la demenza, classiche dell'autodichiaratosi ceto industriale del nord catto/calvinista, retaggio dell'occupazione austriaca, stanno porando l'Italia al medio evo. 21-01-2010 15:26 - murmillus
  • Io invece penso che nessun sistema scolastico faccia gli sforzi di quello italiano per tenere a scuola tutto e tutti per quanto possibile. Sforzi a livello individuale (dei singoli docenti) e delle strutture scolastiche (che scolari e studenti li considerano merce preziosa). Il problema resta il rapporto tra la società italiana e la cultura, che rimane essenzialmente strumentale. Ci si pone il problema di quanta gente si diploma, ma non di quanti libri si leggono (abbiamo la media per abitante più bassa dell'universo). Si considera la cultura nell'ottica del riscatto sociale. Giusto, ma non porta fuori dalla mentalità del "a che serve?", si limita a cambiare il fine, senza riuscire a dare valore al mezzo.
    E' alto il livello culturale (diffuso) in quei paesi (esempio, germania o russia) nei quali la cultura è vista come un oggetto d'arte, inutile ma con un valore intrinseco, una sua bellezza. A Mosca nella povertà generale i libri sono comprati, venduti e scambiati di continuo, la gente legge nelle tante attese ed i libri, rilegati in modo vagamente artigianale, hanno un aspetto suggestivo. Le case degli artisti, dei letterati, dei teatranti di inizio secolo sono tutte trasformate in piccoli musei. Insomma, ci sono popoli che considerano la parola, le tradizioni, il pensiero, del proprio paese come un bene collettivo prezioso. Da noi, siamo al "voglio insegnanti che parlino il dialetto".
    Io non me la sento di farne una colpa agli italiani, dato che il problema ha una stranota matrice storica nella controriforma, ma resta il dato attuale. E siccome siamo in democrazia, con questa mentalità un governo con le scuole può fare quel che vuole, non perderà consensi per questo. 21-01-2010 13:56 - andrea61
  • A concepire l'apprendistato come un surrogato di istruzione cominciò Berlinguer, che pensò bene di introdurre, contestualmente all'innalzamento dell'obbligo scolastico (fino a quindici anni), l'obbligo formativo (dai 16 ai 18 anni), cioè la possibilità di assolvere quest'obbligo “scolastico” supplementare anche frequentando corsi di formazione professionale “riconosciuti”, o, appunto, anche tramite l'apprendistato. Continuò la Moratti che, oltre ad aver rinominato l'obbligo scolastico come "diritto-dovere" alla formazione, introdusse l'obbligo formativo (invece di quello scolastico) anche per il primo anno di scuola superiore. Sempre la Moratti, con la legge 296, introdusse l'alternanza scuola-lavoro e, con l'accordo delle Regioni (e dei sindacati "rappresentativi"), sancì la possibilità (già prevista dalla riforma Berlinguer) di assolvere l'obbligo scolastico-formativo attraverso "percorsi triennali di istruzione-formazione", organizzati di concerto tra Regioni, scuole ed enti di formazione professionale. Ora, questo emendamento reintroduce, a prima vista, quello che già prevedeva la legge 30 di Berlinguer. I sindacati confederali si oppongono, visto che, al netto delle motivazioni di facciata, l'apprendistato sottrarrebbe allievi alla iperclientelare formazione professionale (di cui una buona fetta è gestita dai sindacati). Fioroni, che ora grida allo scandalo, durante il suo dicastero non ha innalzato l'obbligo scolastico a 18 anni (come ora, dall’opposizione, qualcuno del suo partito ritiene giustamente necessario): ha, invece, perfezionato il varo dei fallimentari (almeno da noi in Sicilia) percorsi di istruzione-formazione, buoni solo ad ingrassare le clientele degli enti di formazione professionale, e non ha messo in discussione la legge 296, se non "congelandone" i decreti attuativi per la secondaria di II grado ( lavoro sporco ora tranquillamente portato a termine, con gli interessi, dal ministro Gelmini). Sarebbe il caso che, prima di gridare allo scandalo per l'apprendistato di Sacconi, gli esponenti del centrosinistra si documentassero su quanto previsto dalle “riforme” e dai provvedimenti legislativi dei propri passati governi, a cominciare dalla riforma Berlinguer, e cominciassero un indispensabile rivisitazione critica di quanto messo in atto dalla propria azione di governo, a cominciare dal taglio di 4 miliardi di euro stabiliti nella finanziaria 2008, di cui oggi si scontano le conseguenze (e lo faremo sino al 2011), insieme alle prime conseguenze dei tagli di Gelmini-Tremonti. È diventato un gioco sin troppo facile, per la destra, sbertucciare l'opposizione (anche la mia, che però non c'entro) a certi provvedimenti dell'attuale governo, ricordando che erano già stati previsti, più o meno tali e quali, da iniziative legislative e “riforme” del centrosinistra. L’attuale (non) opposizione di centrosinistra non riesce neppure ad immaginare le quote di consenso che guadagnerebbe presso l’ampia compagine sociale dei lavoratori che gravitano attorno al mondo della scuola se si decidesse a sconfessare gli errori del passato e a prendere, tanto per cominciare, un semplice e inderogabile impegno: cancellare i 12 miliardi di tagli stabiliti da Fioroni-Padoa schioppa e da Gelmini-Tremonti. Sarebbe una gran cosa, un’ottima base di partenza per cominciare a parlare di un serio rilancio dell’istruzione pubblica in senso democratico e non classista. E sarebbe una gran cosa anche dalla ristretta prospettiva da cui muovono (o dicono di muoversi) i più “realisti” tra gli esponenti dell’opposizione: non dicono, costoro, che l’importante è vincere? È proprio così che si vince, non con le cosiddette “riforme condivise”… 21-01-2010 13:27 - Roberto Alessi
  • Emendamento di stampo fascista.
    Non è una novità. La novità però è che con il passare del tempo aumenta sempre più il numero di Leggi fasciste in vigore in Italia, fino a quando raggiungeremo a pieno titolo agli occhi del mondo, la denominazione di Stato fascista.
    L'idea di mantenere ignorante il popolo non è nuova, era presente già nell'epoca precristiana in Cina per esempio.
    Le motivazioni a quel tempo e in quei luoghi non erano molto diverse da quelle di oggi.
    la giustificazione principale che veniva usata era che il popolo non doveva essere istruito affinchè l'impero prosperasse.
    Già, a quel tempo c'era un Imperatore che regnava mentre qui oggi abbiamo un presidente del Consiglio che per fortuna e per il momento imperatore ancora non è. 21-01-2010 12:45 - Gb
  • cari compagni ma c'è qualcuno che ancora si stupisce della deriva reazionaria dello stato italiano? dico stato e non governo perchè le connivenze e i silenzi della "sinistra" parlamentare sono pesanti,criminalizzare i poveri e adesso invece che qa scuola,mandarli a fare i garzoni nei bar, vergogna che non si facciano le barricate in parlamento.meglio la bozza violante.... 21-01-2010 12:17 - leonardo
  • Insegno in una scuola professionale. Fare una lezione normale è un'impresa. Tenere a scuola ragazzi non interessati o non scolarizzati è tempo perso. Molti di loro fanno ore pratiche di laboratorio invece che lezione in classe. Voi citate don Milani, ma per istruire i poveri e gli ignoranti la sua scuola era aperta la domenica e tutta l'estate. Era un insegnante rigoroso ed esigente. Qualità oggi non richieste. Il punto centrale è che se i genitori non educano i figli e non si rendono conto che l'istruzione serve, non possiamo pensare che gli alunni lo capiscano da soli. Allora bisogna che i gentori si rendano conto di questo anche con la forza, se occorre: per ogni nota disciplinare ai figli non più una sospensione ma una multa. Io insegno in una scuola dove alle pareti ci sono frasi razziste. I miei alunni ucraini mi hanno detto che quando andavano a scuola i loro genitori ( c'era ancora il comunismo ) i bidelli non c'erano, la scuola la pulivano a turno i ragazzi e chi si comportava male faceva un turno straordinario di pulizie. 21-01-2010 11:43 - alberto
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