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Giuseppe Caliceti
La scuola (e l'Italia) sempre più indietro
Il governo in carica ci tiene ad avere un popolo sempre più ignorante. Sono i fatti a dirlo. C’era una volta l’obbligo scolastico, ora non c’è più: per questa maggioranza si può andare tranquillamente al lavoro a 15 anni d’età, un anno prima dell'attuale obbligo fissato a 16 anni. Così la scuola italiana continua a fare passi indietro. Gli ultimi studi dell'Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico e la Banca d'Italia raccomandano esattamente l’opposto? Cioè ripetono di investire in istruzione? Questo governo se ne frega. Come se ne è fregato di tutti i docenti, degli studenti e dei genitori degli alunni che sono da mesi contro le riforme targate Gelmini.
Se qualche mese fa, grazie a una proposta della Lega, si è ridotto a carta straccia il titolo di studio perché considerato qualcosa di «troppo burocratico», adesso è stato leso direttamente il diritto allo studio dei nostri studenti. Un anno in più sui banchi di scuola renderebbe, secondo gli economisti Federico Cingano e Piero Cipolline, esperti di Bankitalia, nel medio-lungo periodo, quasi il 9% in termini di remunerazione del lavoro; i vantaggi maggiori sarebbero per i laureati, il cui titolo di studio può fruttare più del 10% e il diploma di maturità, il 9,7%. Ma a questo governo non interessa. La possibilità di tornare all’apprendistato a 15 anni, nonostante l’obbligo scolastico arrivi fino a 16 anni, è stato un cavallo di battaglia del ministro del welfare Maurizio Sacconi che aveva lanciato l’idea già alla fine dello scorso anno. Adesso a prevederlo è un emendamento del relatore del ddl lavoro, Giuliano Cazzola, approvato ieri dalla commissione Lavoro della Camera. La cosa ridicola è che secondo Cazzola «la norma consente di contrastare l’evasione dell’obbligo scolastico che è molto diffusa nell’ultimo anno». Certo: sbattendo i ragazzi fuori dalla scuola un anno prima del previsto. E prevedendo per legge che l'apprendistato possa valere a tutti gli effetti come assolvimento dell'obbligo di istruzione. Come se si trattasse della stessa cosa. L'Unione europea e tutti i più recenti studi ci chiedono di aumentare la permanenza a scuola dei nostri adolescenti e ridurre la dispersione scolastica. Niente da fare, questo governo non ascolta nessuno. Non si occupa degli italiani di oggi, figurarsi di quelli di domani.
E così, addirittura, anche il senatore Antonio Rusconi, componente della commissione cultura di Palazzo Madama, afferma che «il governo Berlusconi sembra orientare la scuola e la società italiana verso indirizzi 'classisti': la serie A dei licei, la serie B degli Istituti tecnici, la serie C dei professionali, e ora, per qualcuno, immediatamente dopo la terza media, l'idea di andare subito al lavoro».Nella foto: 1932, Regia scuola di avviamento professionale commerciale. Classe di dattilografia
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Saluti a tutti. 22-01-2010 14:51 - Pietro
Terzo, perchè c'è arrivata persino la lega, a capire che non è quello il punto: il dialetto a scuola non lo pretende per la sua utilità professionale, ma come status di identità collettiva. Quarto, se ragioniamo a percentuali, allora è vero che ha senso solo l'istruzione professionalizzante, e allora ha ragione la linea moratti-gelmini. 21-01-2010 22:59 - andrea61
Derek Bok
Presidente emerito dell'Università di Harvard 21-01-2010 22:44 - enrico monzatti