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COMMENTO
24/01/2010
  •   |   Marco Bascetta
    Tra conformismo e risentimento

     

    Con questo secondo articolo prosegue la riflessione - iniziata ieri con il pezzo di Benedetto Vecchi - sull’industria culturale in Italia, così come si è evoluta (o involuta) negli ultimi anni, alla luce di un paio di recenti episodi, ampiamente dibattuti dai quotidiani nazionali negli ultimi giorni: la scelta di un autore di sinistra come Paolo Nori – collaboratore fra l’altro del «manifesto» – di scrivere per il quotidiano «Libero» e l’appello rivolto da un gruppo di intellettuali a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare i suoi libri per la casa editrice Mondadori, che fa capo al gruppo Fininvest, e quindi a Silvio Berlusconi. Si tratta di un tema cruciale per tutti coloro  che oggi hanno a che fare, dall’uno o dall’altro versante, con la produzione culturale. Per questo abbiamo aperto nel sito del «manifesto» uno spazio di intervento, intitolato «In corpore vili», rivolto a tutti coloro che vorranno intervenire nella discussione aperta dagli articoli che man mano proporremo nei prossimi giorni.

     

    «Abbiamo una nuova accademia, abbiamo una parodia di cultura di massa, abbiamo una parodia di stampa di informazione (….) Ma come rompere questa
    cultura accademica, come rompere il cerchio che ci stringe di una mistificata
    cultura di massa, come reagire a una informazione sempre più condizionante?
    Non basta più ormai stampare qualche buon libro (…) occorre stampare solo libri “nuovi”, occorre mobilitare intorno a questi libri il consenso di masse sempre più vaste di lettori, occorre soprattutto individuare i temi e gli scrittori che possano meritare questi vasti consensi di opinione (…). Un editore che potrà magari venire a trattative con chi può riconoscere, in queste righe, avversario, ma che non potrà accettare la confusione del “colloquio”; un editore che dovrà far sì che ogni libro si presenti con caratteristiche nette, chiare. Un editore che spinga avanti come una bandiera i libri portatori di un messaggio liberatorio (…)».
    A scrivere queste parole così accesamente «militanti» non è un qualche collettivo editoriale «di movimento», ma Giulio Einaudi nel lontano giugno del 1968. Parole che oggi suonano remote come la biblioteca di Alessandria. Certo, anche allora era il mercato a decretare fallimenti e successi, ma il mercato non è un dato di natura, bensì qualcosa che si costruisce con determinate regole, entro precisi rapporti di forza e determinate temperie culturali.
    Ed è da questa realtà e dalla sua attuale configurazione – piuttosto che da
    traballanti principi morali e da stucchevoli questioni d’onore – che converrebbe
    partire nel discutere di autori ed editori, di media e di pubblico, di cultura
    e di informazione.
    Il mercato culturale al quale si riferivano le parole di Einaudi era costituito da una pluralità di soggetti e di spazi grandi e piccoli, da una tensione di ricerca
    e sperimentazione, da una voglia di progetto di cui oggi non restano che
    flebili quando non patetiche tracce. Ne era protagonista una editoria che si voleva, per così dire, autore di autori. E il pubblico a cui si rivolgeva era un tessuto sociale in fermento, avido di conoscenze e informazioni, pronto a rimettere tutto in discussione, ad accapigliarsi, a reagire, era un contesto in perenne movimento. Soprattutto in questo, e non in un corpus dottrinario, consisteva la cosiddetta «egemonia culturale della sinistra», del resto assai più eretica che ortodossa rispetto alla storia e alla fisionomia della sinistra stessa.
    A sgominarla hanno provveduto, assai più del «vento dell’ovest» in senso
    ideologico, un poderoso processo di concentrazione e di integrazione tra i
    diversi media, laddove le «bandiere» hanno lasciato il campo ai dividendi
    senza odore né colore, le fisionomie sono state sacrificate alla massa dell’offerta e l’opinione pubblica è stata sostituita dalla «gente». Ora non si tratta certo di coltivare impotenti nostalgie o di rimpiangere questa o quella età dell’oro, ma di trovare una strada nella realtà presente. È ovvio che tanto gli autori quanto i lettori non possono che muoversi in questo contesto e non sarebbe ragionevole né realistico chieder loro di uscirne. Ma ci sono diversi
    modi di starci dentro, consapevoli o meno delle possibilità che preclude e
    dei meccanismi di esclusione che mette in atto. Di esercitare insomma una
    critica, di attivare una qualche forma di attrito se non di conflitto, di non
    consegnarsi, tacendo, alle lusinghe e alle condizioni di un poderoso apparato
    commerciale.
    Se nell’«età dell’oro» che abbiamo rievocato, il pubblico dei lettori si manifestava in una molteplicità di domande e desideri di cambiamento, rivolti a
    un ambiente collettivo e complesso di produzione culturale, oggi l’autore sembra invece riscoprire la A maiuscola e considerare il suo pubblico alla stregua di fan o tifoserie, disposti a seguirlo sempre e dovunque, una sorta
    di patrimonio personale come gli elettori affiliati a certi politici che li spostano
    da uno schieramento all’altro. Il che rende irrilevante il luogo da cui si esprime. E preferibile quello che offre più visibilità e più risorse, senza troppa considerazione per i dispositivi che di quella visibilità e di quelle risorse sono
    all’origine. Se si considera neutro il contesto all’interno del quale si agisce,
    si finisce col considerare indifferente anche la forma in cui lo si fa.
    Non si tratta certo di tornare ai recinti ideologici, alle consorterie o a un qualche irrealistico e melenso ideale di purezza, ma non sarebbe ragionevole dedicare qualche sforzo a ricostruire quell’ambiente, a riaprire un ventaglio di possibilità più vasto e meno controllato dagli oligopoli editoriali e dai loro criteri di selezione? Il fatto di essere passati attraverso il setaccio dell’industria culturale non è una colpa, ma non esime neanche dal giudicare il setaccio stesso. In altre parole non ci si può semplicemente adattare, fidando esclusivamente nel proprio talento, alle condizioni attuali della produzione e della diffusione culturale. Sarebbe una scelta destinata a compromettere il futuro, alimentando perversi meccanismi di riproduzione. La logica economica che sottende le concentrazioni editoriali ha conseguenze disastrose e ben visibili.
    Il senso comune oggi prevalente è pregno di risentimento, intriso della peggiore ideologia, impermeabile a ogni argomentazione razionale, compiaciuto
    della propria tracotante ignoranza, incline a confondere la chiarezza con la semplificazione e la brutalità. Buona parte del sistema dei media gli corrisponde pienamente, lo asseconda, lo alimenta.
    È difficile avere per questo pubblico abbastanza rispetto da volergli parlare, da
    ritenere che il proprio pensiero possa fare breccia, che i prodotti confezionati dal pregiudizio possano includere elementi che li contraddicano. Sarà anche un punto di vista pessimistico, poco democratico e forse elitario, ma dubito che qualcosa di diverso dal ruvido impatto con la realtà dei fatti politici e sociali possa smuovere lementi intorpidite dall’egoismo, che le buone letture possano illuminare la notte leghista dove tutti i neri sono negri.

    Alcuni non la pensano così e qualcuno ha scelto di intervenire sui media prediletti da questo tipo di pubblico. Il che ha alimentato un lungo dibattito, in rete e sulla stampa, che sarebbe suonato assurdo solo qualche decennio fa, quando nessuno aveva la pretesa di parlare «alla gente» e ai suoi discutibili
    umori, ma a delle soggettività che di quelle idee avrebbero potuto farne qualcosa, ritrovandosi in determinati contesti, non necessariamente per assentire, ma certamente per ascoltare. Oggi, dove neanche i partiti sono più
    contesti, ma luoghi indifferenziati dove perfino il fondamentalismo religioso convive opportunisticamente col progressismo positivista e la «gente», variamente interpretata, la fa da padrona, si può anche capire che la specificità dei pulpiti abbia perso importanza e chiunque si senta più o meno autorizzato a sopravvalutare la potenza della propria voce. Non è dunque il caso di dedicarsi a scomuniche o a giudizi morali, ma neanche ci si può adagiare in una siffatta situazione a godersi l’ombra di una qualsiasi bandiera.
    Perché è proprio in questo narcisismo indifferente e insofferente, e soprattutto nel linguaggio della politica tutta, che si incarna l’attuale «egemonia culturale» della destra, poco consapevole di sé per gli stessi tratti antintellettualistici
    che la contraddistinguono, ma non per questo meno reale. Converrebbe insomma abbandonare l’illusione di «parlare a tutti», finendo in realtà con il parlare a nessuno, e riprendere una buona volta le distanze.


I COMMENTI:
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  • Caro Bascetta viviamo in un disordine, il concetto si è sciolto e, scavalcato si è trasformato unicamente in forma (con-forma) con i vari sostantivi, amplificata al tutto - e niente come tu scrivi- diviene sostanza , ben capibile ,co-moda ,fiduciabile dal pubblico che non ha piu' nessuna chance di opinione, perchè non piu' in possesso di nessun concetto. Prima o poi ci andrà stretto,e mostreremo rabbia, ma prima che divenga un pensiero unico e dominamte, avviamo autocritica ( che nel tuo articolo purtroppo manca) e inventiamoci concetti e forma moderni, coscienti che le regole del gioco sono cambiate , con al momento solo il senso di rivalsa. 24-01-2010 23:38 - pepperepe'
  • Il contesto modifica il messaggio, è questo il problema.
    Se si pubblica per Mondadori o si fa passare un video su MTV,per quanto possa essere valido, il significato subisce una distorsione.
    Scrittori, cantanti e artisti non lo sanno o fanno finta di non saperlo.
    Per veicolare un messaggio di sinistra ci vuole un canale di sinistra. 24-01-2010 20:44 - Morlock
  • Senza ritornare sulla proprieta' captalista dei mezzi di produzione materiale e intellettuale, che comunque andrebbe sempre tenuta presente, vorrei ricordare che in un sistema capitalistico, la "gente" viene ridotta al ruolo di "consumatori. Chiunque conosca gli USA ne sa qualcosa. Un buon consumatore e' quello che spende e basta e un sofisticato consumatore e' quello che spende credendo di comperare cose "diverse". Per tutti c'e' un mercato, mercato e produzione che tendono a livellarsi sempre piu' verso il basso dove i costi di produzione (anche intellettuale) sono piu' bassi e quindi i profitti piu' alti. Il livello culturale dei nostri politici e di chi li segue credo chiarisca bene questo punto.
    La capacita' di un sistema capitalistico di assorbire e riassorbire nel suo ambito ogni forza centrifuga e' anche da considerare. Le spinte di ribellione che inevitabilmente si sviuppano all'interno di un sistema capitalista non vengono affrontate solamente con la repressione, ma anche con la "cultura" deviandone la spinta ribelle in canali congrui con le leggi di mercato. Esempio sono le varie "rivoluzione" colorate, ma prima di queste la completa distruzione dei movimenti ribelli degli anni settanta che sono stati neutralizati e riassorbiti con l'uso cinico della pseudocultura rock e delle droghe. Quanta gente crede o a creduto di essere rivoluzionaria solo perche' amava John Lennon, o seguiva il circuito della pseudocultura rock. Sempre naturalmente sotto l'occhio vigile delle leggi di mercato che lo rendevano un consumatore "sofisticato".
    Per concludere credo che una linea di resistenza a questa enorme idrovora capitalista si possa tracciare solo ritornando alle ideologie. se non altro perche i movimenti conservatori, che si definiscono contro le ideologie , sono al contrario tutalmente ideologizzati. Lo dimostra i partito repubblicano in Usa o le destre in Italia. La demonizzazione delle ideologie e' stata una delle armi piu' efficaci usate nella continua lotta per neutralizzare e poi riassorbire i movimenti politici ostili al sistema. 24-01-2010 20:03 - murmillus
  • Sono d'accordo con Andrea61, meno con Gianni.
    Seguo regolarmente il Manifesto da un po di anni, condivido pienamente la linea. Tuttavia a volta parla con un tono aristocratico, come in questo caso. Come potra' mai arrivare il messaggio a gente come mio nonno, che era militante comunista, leggeva l'unita', ma non aveva studiato molto? Come ci faremo capire dalla classe operaria del nord che vota lega? Io sono un docente universitario di scienze sociali, mio padre un insegnante abbastanza colto. Eppure a volte facciamo fatica a capirvi!! Il risultato e' che apparite, appariamo, socialisti da salotto proprio verso coloro con cui vorremmo interloquire. Articoli come quello sopra andrebbero "tradotti". Non credete?

    Riguardo Gianni, capisco la necessita' ti tirare a campare, benissimo. Ma uno famoso e letto (come Saviano o altri) non hanno queste necessita' e non possomo farsi pubblicare da un fuorilegge... Se poi le tue idee sono piu' forti del tuo ego, non ti comprometterai. Vero? Io per "fare quello che mi piace" me ne sono andato nel Regno Unito... L'invidia non ha niente a che fare con questa storia. 24-01-2010 18:55 - Antonio
  • Diciamo che se Lenin avesse parlato con tutta 'sta ridondanza di aggettivi, all'assalto al palazzo lo avrebbero seguito in pochini. E stiamo parlando di uno che era elitario, e sapeva scrivere in modo sofisticato e preciso. Diciamo anche che se al leghismo del "dalli al terun, dalli al negher" vogliamo contrapporre un "per piacere fermiamoci a pensare", e vogliamo che questa proposta faccia breccia nei cuori, occorre prima di tutto creare quel minimo di empatia con l'interlocutore. Metterlo davanti all'avvocato azzeccagarbugli o al prof che deve fargli l'esame non mi sembra un buon inizio.
    Diciamo anche che non capisco tutto questo rimnpianto per gli anni 60, visto che la generazione egemone di allora continua a farla da padrona oggi, lasciando ben poco spazio a chi da sotto batte colpi. Allora i casi sono due: o da quarant'anni in italia nascono solo idioti, o chi si è preso una poltrona allora si è ben guardato dal mollarla poi, e ha riempito l'italia dei propri subalterni invece che di gente sveglia. 24-01-2010 14:34 - andrea61
  • dove sono andati a finire i commenti a questo articolo!? 24-01-2010 14:03 - donatella

    la redazione: Non ci sono commenti a questo articolo oltre a quelli (2, in questo momento) che si possono leggere qui. I commenti all'articolo precedente sullo stesso tema, di Benedetto Vecchi, sono in calce al medesimo articolo ("I salotti perbene di un paese paranormale", nell'archivio della sezione Fuoripagina)
  • Qualcuno una volta ha detto che l'Italia è un Paese di poeti, navigatori, scienziati, artisti ecc. ecc. Io aggiungerei che in Italia abbonda soprattutto la categoria degli scrittori falliti. Che poi scelgono di fare i giornalisti per campare. E qualcuno se la spassa pure bene. Beh, che c'è di male ? Se Piersilvio mi lascia scrivere quello che voglio, e poi mi paga pure, io mica ci sputo sopra al suo denaro. Quando scrivevo per la pagina regionale de " L'Unità " del Friuli Venezia Giulia 30 anni fa venivo regolarmente pagato, poco, ma ho conservato ancora oggi le copie degli assegni.
    Da quella volta sono passati tanti anni, ho collaborato a numerose testate, sia a livello regionale che nazionale, ma gli unici soldi che ho visto sono stati quelli della casa editrice Mondadori che mi ha regolarmente pagato ( con tanto di trattenuta fiscale ) per alcuni articoli pubblicati recentemente sulla rivista " URANIA ". So benissimo che la casa editrice Mondadori è controllata dalla famiglia Berlusconi : e allora ? Che cosa dovevo fare, restituire gli assegni. Con tutta quella gente grafomane malata di logorrea letteraria che paga fior di quattrini per farsi pubblicare le proprie cazzate ? Ma per favore ! Non fatemi ridere. Se uno riesce a farsi pagare per quello che gli piace fare, è una persona fortunata. Tutto il resto è solo invidia. 24-01-2010 13:18 - gianni
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