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Marco Bascetta
Tra conformismo e risentimento
Con questo secondo articolo prosegue la riflessione - iniziata ieri con il pezzo di Benedetto Vecchi - sull’industria culturale in Italia, così come si è evoluta (o involuta) negli ultimi anni, alla luce di un paio di recenti episodi, ampiamente dibattuti dai quotidiani nazionali negli ultimi giorni: la scelta di un autore di sinistra come Paolo Nori – collaboratore fra l’altro del «manifesto» – di scrivere per il quotidiano «Libero» e l’appello rivolto da un gruppo di intellettuali a Roberto Saviano perché smetta di pubblicare i suoi libri per la casa editrice Mondadori, che fa capo al gruppo Fininvest, e quindi a Silvio Berlusconi. Si tratta di un tema cruciale per tutti coloro che oggi hanno a che fare, dall’uno o dall’altro versante, con la produzione culturale. Per questo abbiamo aperto nel sito del «manifesto» uno spazio di intervento, intitolato «In corpore vili», rivolto a tutti coloro che vorranno intervenire nella discussione aperta dagli articoli che man mano proporremo nei prossimi giorni.
«Abbiamo una nuova accademia, abbiamo una parodia di cultura di massa, abbiamo una parodia di stampa di informazione (….) Ma come rompere questa
cultura accademica, come rompere il cerchio che ci stringe di una mistificata
cultura di massa, come reagire a una informazione sempre più condizionante?
Non basta più ormai stampare qualche buon libro (…) occorre stampare solo libri “nuovi”, occorre mobilitare intorno a questi libri il consenso di masse sempre più vaste di lettori, occorre soprattutto individuare i temi e gli scrittori che possano meritare questi vasti consensi di opinione (…). Un editore che potrà magari venire a trattative con chi può riconoscere, in queste righe, avversario, ma che non potrà accettare la confusione del “colloquio”; un editore che dovrà far sì che ogni libro si presenti con caratteristiche nette, chiare. Un editore che spinga avanti come una bandiera i libri portatori di un messaggio liberatorio (…)».
A scrivere queste parole così accesamente «militanti» non è un qualche collettivo editoriale «di movimento», ma Giulio Einaudi nel lontano giugno del 1968. Parole che oggi suonano remote come la biblioteca di Alessandria. Certo, anche allora era il mercato a decretare fallimenti e successi, ma il mercato non è un dato di natura, bensì qualcosa che si costruisce con determinate regole, entro precisi rapporti di forza e determinate temperie culturali.
Ed è da questa realtà e dalla sua attuale configurazione – piuttosto che da
traballanti principi morali e da stucchevoli questioni d’onore – che converrebbe
partire nel discutere di autori ed editori, di media e di pubblico, di cultura
e di informazione.
Il mercato culturale al quale si riferivano le parole di Einaudi era costituito da una pluralità di soggetti e di spazi grandi e piccoli, da una tensione di ricerca
e sperimentazione, da una voglia di progetto di cui oggi non restano che
flebili quando non patetiche tracce. Ne era protagonista una editoria che si voleva, per così dire, autore di autori. E il pubblico a cui si rivolgeva era un tessuto sociale in fermento, avido di conoscenze e informazioni, pronto a rimettere tutto in discussione, ad accapigliarsi, a reagire, era un contesto in perenne movimento. Soprattutto in questo, e non in un corpus dottrinario, consisteva la cosiddetta «egemonia culturale della sinistra», del resto assai più eretica che ortodossa rispetto alla storia e alla fisionomia della sinistra stessa.
A sgominarla hanno provveduto, assai più del «vento dell’ovest» in senso
ideologico, un poderoso processo di concentrazione e di integrazione tra i
diversi media, laddove le «bandiere» hanno lasciato il campo ai dividendi
senza odore né colore, le fisionomie sono state sacrificate alla massa dell’offerta e l’opinione pubblica è stata sostituita dalla «gente». Ora non si tratta certo di coltivare impotenti nostalgie o di rimpiangere questa o quella età dell’oro, ma di trovare una strada nella realtà presente. È ovvio che tanto gli autori quanto i lettori non possono che muoversi in questo contesto e non sarebbe ragionevole né realistico chieder loro di uscirne. Ma ci sono diversi
modi di starci dentro, consapevoli o meno delle possibilità che preclude e
dei meccanismi di esclusione che mette in atto. Di esercitare insomma una
critica, di attivare una qualche forma di attrito se non di conflitto, di non
consegnarsi, tacendo, alle lusinghe e alle condizioni di un poderoso apparato
commerciale.
Se nell’«età dell’oro» che abbiamo rievocato, il pubblico dei lettori si manifestava in una molteplicità di domande e desideri di cambiamento, rivolti a
un ambiente collettivo e complesso di produzione culturale, oggi l’autore sembra invece riscoprire la A maiuscola e considerare il suo pubblico alla stregua di fan o tifoserie, disposti a seguirlo sempre e dovunque, una sorta
di patrimonio personale come gli elettori affiliati a certi politici che li spostano
da uno schieramento all’altro. Il che rende irrilevante il luogo da cui si esprime. E preferibile quello che offre più visibilità e più risorse, senza troppa considerazione per i dispositivi che di quella visibilità e di quelle risorse sono
all’origine. Se si considera neutro il contesto all’interno del quale si agisce,
si finisce col considerare indifferente anche la forma in cui lo si fa.
Non si tratta certo di tornare ai recinti ideologici, alle consorterie o a un qualche irrealistico e melenso ideale di purezza, ma non sarebbe ragionevole dedicare qualche sforzo a ricostruire quell’ambiente, a riaprire un ventaglio di possibilità più vasto e meno controllato dagli oligopoli editoriali e dai loro criteri di selezione? Il fatto di essere passati attraverso il setaccio dell’industria culturale non è una colpa, ma non esime neanche dal giudicare il setaccio stesso. In altre parole non ci si può semplicemente adattare, fidando esclusivamente nel proprio talento, alle condizioni attuali della produzione e della diffusione culturale. Sarebbe una scelta destinata a compromettere il futuro, alimentando perversi meccanismi di riproduzione. La logica economica che sottende le concentrazioni editoriali ha conseguenze disastrose e ben visibili.
Il senso comune oggi prevalente è pregno di risentimento, intriso della peggiore ideologia, impermeabile a ogni argomentazione razionale, compiaciuto
della propria tracotante ignoranza, incline a confondere la chiarezza con la semplificazione e la brutalità. Buona parte del sistema dei media gli corrisponde pienamente, lo asseconda, lo alimenta.
È difficile avere per questo pubblico abbastanza rispetto da volergli parlare, da
ritenere che il proprio pensiero possa fare breccia, che i prodotti confezionati dal pregiudizio possano includere elementi che li contraddicano. Sarà anche un punto di vista pessimistico, poco democratico e forse elitario, ma dubito che qualcosa di diverso dal ruvido impatto con la realtà dei fatti politici e sociali possa smuovere lementi intorpidite dall’egoismo, che le buone letture possano illuminare la notte leghista dove tutti i neri sono negri.Alcuni non la pensano così e qualcuno ha scelto di intervenire sui media prediletti da questo tipo di pubblico. Il che ha alimentato un lungo dibattito, in rete e sulla stampa, che sarebbe suonato assurdo solo qualche decennio fa, quando nessuno aveva la pretesa di parlare «alla gente» e ai suoi discutibili
umori, ma a delle soggettività che di quelle idee avrebbero potuto farne qualcosa, ritrovandosi in determinati contesti, non necessariamente per assentire, ma certamente per ascoltare. Oggi, dove neanche i partiti sono più
contesti, ma luoghi indifferenziati dove perfino il fondamentalismo religioso convive opportunisticamente col progressismo positivista e la «gente», variamente interpretata, la fa da padrona, si può anche capire che la specificità dei pulpiti abbia perso importanza e chiunque si senta più o meno autorizzato a sopravvalutare la potenza della propria voce. Non è dunque il caso di dedicarsi a scomuniche o a giudizi morali, ma neanche ci si può adagiare in una siffatta situazione a godersi l’ombra di una qualsiasi bandiera.
Perché è proprio in questo narcisismo indifferente e insofferente, e soprattutto nel linguaggio della politica tutta, che si incarna l’attuale «egemonia culturale» della destra, poco consapevole di sé per gli stessi tratti antintellettualistici
che la contraddistinguono, ma non per questo meno reale. Converrebbe insomma abbandonare l’illusione di «parlare a tutti», finendo in realtà con il parlare a nessuno, e riprendere una buona volta le distanze.
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Se si pubblica per Mondadori o si fa passare un video su MTV,per quanto possa essere valido, il significato subisce una distorsione.
Scrittori, cantanti e artisti non lo sanno o fanno finta di non saperlo.
Per veicolare un messaggio di sinistra ci vuole un canale di sinistra. 24-01-2010 20:44 - Morlock
La capacita' di un sistema capitalistico di assorbire e riassorbire nel suo ambito ogni forza centrifuga e' anche da considerare. Le spinte di ribellione che inevitabilmente si sviuppano all'interno di un sistema capitalista non vengono affrontate solamente con la repressione, ma anche con la "cultura" deviandone la spinta ribelle in canali congrui con le leggi di mercato. Esempio sono le varie "rivoluzione" colorate, ma prima di queste la completa distruzione dei movimenti ribelli degli anni settanta che sono stati neutralizati e riassorbiti con l'uso cinico della pseudocultura rock e delle droghe. Quanta gente crede o a creduto di essere rivoluzionaria solo perche' amava John Lennon, o seguiva il circuito della pseudocultura rock. Sempre naturalmente sotto l'occhio vigile delle leggi di mercato che lo rendevano un consumatore "sofisticato".
Per concludere credo che una linea di resistenza a questa enorme idrovora capitalista si possa tracciare solo ritornando alle ideologie. se non altro perche i movimenti conservatori, che si definiscono contro le ideologie , sono al contrario tutalmente ideologizzati. Lo dimostra i partito repubblicano in Usa o le destre in Italia. La demonizzazione delle ideologie e' stata una delle armi piu' efficaci usate nella continua lotta per neutralizzare e poi riassorbire i movimenti politici ostili al sistema. 24-01-2010 20:03 - murmillus
Seguo regolarmente il Manifesto da un po di anni, condivido pienamente la linea. Tuttavia a volta parla con un tono aristocratico, come in questo caso. Come potra' mai arrivare il messaggio a gente come mio nonno, che era militante comunista, leggeva l'unita', ma non aveva studiato molto? Come ci faremo capire dalla classe operaria del nord che vota lega? Io sono un docente universitario di scienze sociali, mio padre un insegnante abbastanza colto. Eppure a volte facciamo fatica a capirvi!! Il risultato e' che apparite, appariamo, socialisti da salotto proprio verso coloro con cui vorremmo interloquire. Articoli come quello sopra andrebbero "tradotti". Non credete?
Riguardo Gianni, capisco la necessita' ti tirare a campare, benissimo. Ma uno famoso e letto (come Saviano o altri) non hanno queste necessita' e non possomo farsi pubblicare da un fuorilegge... Se poi le tue idee sono piu' forti del tuo ego, non ti comprometterai. Vero? Io per "fare quello che mi piace" me ne sono andato nel Regno Unito... L'invidia non ha niente a che fare con questa storia. 24-01-2010 18:55 - Antonio
Diciamo anche che non capisco tutto questo rimnpianto per gli anni 60, visto che la generazione egemone di allora continua a farla da padrona oggi, lasciando ben poco spazio a chi da sotto batte colpi. Allora i casi sono due: o da quarant'anni in italia nascono solo idioti, o chi si è preso una poltrona allora si è ben guardato dal mollarla poi, e ha riempito l'italia dei propri subalterni invece che di gente sveglia. 24-01-2010 14:34 - andrea61
la redazione: Non ci sono commenti a questo articolo oltre a quelli (2, in questo momento) che si possono leggere qui. I commenti all'articolo precedente sullo stesso tema, di Benedetto Vecchi, sono in calce al medesimo articolo ("I salotti perbene di un paese paranormale", nell'archivio della sezione Fuoripagina)
Da quella volta sono passati tanti anni, ho collaborato a numerose testate, sia a livello regionale che nazionale, ma gli unici soldi che ho visto sono stati quelli della casa editrice Mondadori che mi ha regolarmente pagato ( con tanto di trattenuta fiscale ) per alcuni articoli pubblicati recentemente sulla rivista " URANIA ". So benissimo che la casa editrice Mondadori è controllata dalla famiglia Berlusconi : e allora ? Che cosa dovevo fare, restituire gli assegni. Con tutta quella gente grafomane malata di logorrea letteraria che paga fior di quattrini per farsi pubblicare le proprie cazzate ? Ma per favore ! Non fatemi ridere. Se uno riesce a farsi pagare per quello che gli piace fare, è una persona fortunata. Tutto il resto è solo invidia. 24-01-2010 13:18 - gianni